LA ROCCA DI GIOIOSENAGGIO – POESIE & RACCONTI

ACCORDINO ANTONIO

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Scritto da: Blog Admin il 2 Luglio 2011

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LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI ( UOMINI & MESTIERI – MUSEO DELLA TONNARA )

Scritto da: Blog Admin il 14 Agosto 2010

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LA VOCE DI MILAZZO

SAN GIORGIO, il villaggio perduto

Una storia intrisa di nostalgia, indignazione e rabbia, come quella del ragazzo della via Gluck. Solo che nel libro di Antonio Accordino, “ La storia di un villaggio di pescatori “, ilmiolibro.it – lafeltrinelli.it, il protagonista, Lanaggioto, non rimpiange i prati che non ci sono più, inghiottiti dal cemento della città sempre più estesa, ma un villaggio di pescatori, San Giorgio, che negli stessi anni, i formidabili, ma anche infausti per la contaminazione del territorio, anni ’60, iniziò a smarrire l’identità inalterata da secoli e modellata sui ritmi della tonnara per sostituirla con una dimensione più adatta ai richiami del consumismo, delle villette dilaganti sul territorio, del perfido intreccio affari e politica, del modernismo becero che soffoca ogni impronta consolidata di appartenenza e dilania le anime più sensibili. Qualcosa di già visto anche nella nostra città di Milazzo, pensiamo al Tono, dove Antonio Accordino opera in qualità di tecnico sanitario di radiologia medica presso il locale presidio ospedaliero. Un libro amaro, in cui filo autobiografico si scioglie in denuncia e diviene atto di accusa: “ Un potere amorale conduce all’illegalità, nuoce alla libertà ed alla democrazia, frantuma il tessuto sociale e rende l’uomo una merce di scambio”. Si, perché tutto quello che di generoso e solidale era stato era stato promosso a San Giorgio per rendere più agevole la dura vita dei pescatori sembra dissolversi: il professore Ennio Salvo D’Andria, scrittore, poeta e pittore, socialdemocratico, che nella creazione della cooperativa aveva visto la garanzia della dignità e del riscatto sociale dei pescatori finisce sepolto “ in un loculo senza lapide e con il nome scritto di mano nel cemento”. Tutto il mondo di Lanaggioto pare così sfarinarsi, lui che credeva che “ i diritti e i doveri appartengono a tutti, i privilegi a pochi … “ e che la ricompensa di ognuno “ è di avere lavorato nell’interesse di tutti”. Rimasto il Museo della Tonnara un sogni inappagato, Lanaggioto si sente un estraneo nel “suo” villaggio. Di questo libro colpisce il grido di dolore di un uomo e di uno scrittore che non si rassegna all’imperante volgarità del nostro tempo e rivendica le ragioni del retto pensare e del retto agire, nel rispetto dei valori della persona e della natura. ( .……..)

Prof. Filippo Russo

LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI

(SAN GIORGIO MAGARO )

( MUSEO DELLA TONNARA)

Di

Accordino Antonio

Il villaggio di San Giorgio, s’allunga sulla linea costiera Messina Palermo e cioè dalla valle del Saleck a pietra lunga, dunque al traforo di Capo Calavà.

La rocca che scende a strapiombo sul mare, mantiene territorialmente, la frazione di San Giorgio, estranea al Comune di Gioiosa Marea, tanto che ha indotto Lanaggioto a credere  che questa tutela fosse un’ingiustizia amministrativa.

 

La barriera naturale, infatti avrebbe indotto qualsiasi Istituto che opera nell’interesse generale dei cittadini, ad un accorpamento più idoneo.

 

Questa dipendenza, dunque non è altro che un’annessione ossequiosa ai dettami dei Signori della guerra. La prova concreta è il conseguente abbandono. Una punizione che l’amministrazione di Gioiosa Marea ha praticato disinteressandosi perfino dei bisogni più elementari della frazione.

 

I Rappresentanti locali, a loro volta, hanno brigato per il tornaconto personale eludendo il loro dovere, il rispetto del proprio territorio che è un principio inderogabile.

 

Lanaggioto, studente, ragazzo di belle speranze, si ribellò a questo comportamento indegno e lanciò l’idea che San Giorgio dovesse distaccarsi dal comune di Gioiosa Marea e gestirsi in autonomia. Le teste gloriose del borgo, ne risero con sarcasmo, soggiogati dalle promesse,  scartarono la richiesta.

VICO BRINDISI

La guerra aveva condotto il soldato Carmelo Accordino, nella Sicilia governata dal Capo Boero. L’incontro con una ragazza del luogo di nome Francesca detta Gina, ammaliò il giovane Carmelo da convincerlo a prenderla con sé. La magia dell’amore l’aveva tanto colpito che sentiva il vuoto intorno farsi sempre più profondo ed allora decise di fuggire con la ragazza e condurla a San Giorgio.

I genitori Santa Canfora e Francesco, non avevano procreato femmine, dunque Gina fu considerata una figlia inaspettata.

Lanaggioto risultò il secondo della futura nidiata e la casa di Santa Canfora e Francesco Accordino che ospitava i genitori, fu la sua residenza.

La vico Brindisi, odierna via Trieste che fu via Roma, spalle alla montagna, sottostà alla stazione ferroviaria con il blocco manovra e l’abitazione della Famiglia del Capo Napoli.

 

Le abitazioni schierate sulla sinistra della vico Brindisi, sono separate dal muro sul quale è collocata la ferrovia. La strada che li separa da esso, si distacca dalla viabilità che sottopassa il ponte e sale verso la statale. La casa della Famiglia di Cola Lo Presti è preceduta da un orticello di qualche metro quadrato. Il pescatore vi abitava con la moglie Giorgina, i figli Franco e Lucia ed in seguito Maria e Sarino.

I fabbricati si succedono l’uno all’altro senza spazio e proseguivano con la Famiglia di Pietro Salmeri, la moglie Marianna e le figlie Francesca e Tindara.

Francesca, amoreggiava a segni, dal davanzale della finestra e dalla soglia della porta, con il figlio del Capo Napoli che le rispondeva dalla finestra dell’abitazione sopra l’ufficio della stazione ferroviaria.

Lanaggioto, incuriosito, soggiogato da quel parlare senza parole, chiese che gli fosse svelato il mistero e con gioiosa femminilità, fu introdotto nel giuoco.

La distanza d’età fra Francesca, la più grande e Tindara, la più piccola, le faceva sembrare l’una la madre dell’altra.

Pietro Salmeri, svolgeva l’attività di autista di Camion. Ogni mattina con il buio che andava diradandosi, accompagnava la moglie in campagna e poi si recava in ditta. Il trasporto di materiale per costruzioni era il lavoro preminente. La spiaggia nei pressi della foce del torrente del ponte di ferro, era costituita di un’alta percentuale di ghiaia e la raccolta effettuata,contribuì in modo rilevante, alla sua erosione.

 

Marianna, la moglie, accudiva gli animali domestici, liberava gli altri dalla notte e lavorava la terra, ritornando a sera con il marito.

 

L’abitazione successiva era quella della Famiglia di Francesco Accordino che precedeva quella della sorella Peppina, dunque la vico Brindisi era interrotta ed attraversata dalla via Zara che proviene dal torrente del ponte di ferro e sfocia in piazza Ravel.

 

La vico Brindisi, proseguiva oltre la via Zara, con il panificio, la civile abitazione e la bottega di generi alimentari con terrazzino sulla via Pola, di Ciccino Natoli, oggi Bar al Muretto.

 

L’ala destra di Vico Brindisi, a fronte della sinistra, comincia con il fabbricato di don Mico con la nomèa di ospitare gli spiriti e che fu sede del partito di Ennio salvo D’Andria. Il piano fuori terra, diviso dalla strada che costeggia il muro, confina con un terreno arido, polveroso, sul quale lanaggioto, il califfo, Buzzo ed altri eletti, eseguirono riti e malefici, con rane e lucertole, in nome dei morti che avevano dimora oltre la porta dai contorni rosicati, di una vecchia abitazione abbandonata. La strada chiude ad angolo e s’allarga nel giardino di agrumi con deposito di pertinenza dell’abitazione in locazione, di Salvatore Pittari detto Balici, lasciando arrampicarsi per la scarpata della ferrovia, un viottolo scosceso che accoglie i passeggeri ritardatari, pericolosamente, ai binari ed alla stazione.

Il fabbricato di don Mico, è seguito da un terreno incolto, occupato da un albero di fico della specie catalogna ed un altro con piccoli frutti bianchi, dunque l’ala destra della vico Brindisi prosegue con una costruzione semidiroccata, senza tetto, con porta e finestra a tutt’oggi incompiute, quasi in faccia all’abitazione di Francesco Accordino.

Gli Squamani l’hanno usata a fienile e stalla per il cavallo che faceva da motore al loro calesse per correre ai Palazzi dei referenti che al rumore degli zoccoli, s’avvicinavano alle finestre protette con grate di ferro panciute, per ascoltare quanto spiato, dei comportamenti, dei movimenti dei pescatori, prendere ordini ed organizzare, provocazioni e sabotaggi.

La casa semidiroccata,  ha accettato e preso a dimora, un albero di fico dai grossi frutti bianchi che occupa lo spazio con petulante padronanza. I rami che si alzano verso l’interno, accarezzano le finestre della casa oltre il confine, con il vento scorticano la muratura e gli infissi, quelli affacciati sulla strada, mostrano con allegra esuberanza le loro leccornie.

Il muro divisorio che separa la casa dall’orto con l’arancio ed il nespolo, ospita amorevolmente gli alberelli di San Giuseppe in un tentativo di rassicurare la strada, e lancia con ammiccante allegria un affettuoso saluto, oltre la via Zara, nell’orto con un albero di fico, in esso graziosamente allocato.

 

I passanti, attratti dai suoi piccoli e succosi frutti bianchi, con cupidigia s’alzano sulle punte dei piedi e provocatoriamente buttano il seno oltre il recinto, stuzzicando ed incitando l’invidia del fabbricato di un piano fuori terra che con afflato, rovescia sul terreno di sotto, l’odierno Rivendita di Tabacchi con Enalotto di Giuseppe Cicirello, caldarelle di bile perché lo tiene abusivamente, fuori dalla strada maestra.

Lanaggioto, per oltre vent’anni, ha percorso la vico Brindisi, diretto al mare azzurro e sul quale, affascinato vi si affacciava a  rincorrere le onde ed i gabbiani nel cielo, ad ascoltare le litanie dei tonnaroti all’acqua in attesa del passaggio dei tonni, a cercare un contatto con le isole eolie, a scrutare la penisola di Milazzo con la candela in mano ed osservare la rocca sulla quale sorge il santuario della Madonna nera del Tindari.

Lanaggioto, dunque ha la residenza anagrafica nel borgo marinaro di San Giorgio.

Il villaggio di pescatori,  è il suo approdo naturale, il porto sicuro e non esiste compromesso che possa minare la sua appartenenza.

Lanaggioto, ha un legame indissolubile col suo borgo ed è l’unico che resiste ad ogni tempesta, ad ogni male che la società gli ha riservato.

Lanaggioto, costretto a lasciare il suo borgo per lavoro è comunque presente sul territorio.

Lanaggioto, ha negli occhi ogni strada, orto, fabbricato, dunque ogni volta che vi ritorna e vede il suo territorio soffocare sotto la speculazione, l’incuria degli Amministratori e l’acquiescenza degli abitanti, l’anima gli si scora, ne è sconvolto e ne soffre in modo indicibile. La sofferenza gli fa scoppiare le carotidi, la giugulare ed un grido di bestia ferita gli prorompe dal petto e fra i denti bofonchia della necessità d’imbracciare un lanciafiamme e mettere a fuoco i responsabili.

Lanaggioto, in fondo non è un violento e reclina ammonendoli che un giorno dovranno risponderne ai loro figli e che non abbiano a vergognarsene.

IL CORVO

Lanaggioto, ogni mattina con l’infanzia per mano, armato di mezzo filone di pane di grano duro imbottito d’acciughe salate, usciva di casa, oltrepassava la via Pola e si dirigeva verso la spiaggia a salutare il mare. Un rito propedeutico, propiziatorio, che ha mantenuto fin quando è rimasto al villaggio e l’ha trascinato ogni qualvolta vi faceva ritorno.

Lanaggioto, dunque avanza con la sabbia che gli tiene indietro il passo ed ad un tratto s’accorge che un corvo vola nell’aria leggera, tiepida che il sole concede in prestito al giorno che esce dalla notte irrequieta, insonne, mareggiata e lo segue a tentoni con lo sguardo.

I corvi non erano frequentatori abituali della spiaggia, s’avvicinavano alla barche occasionalmente. Il villaggio coltivava vigneti, uliveti, agrumeti e manteneva nella valle del Saleck, Cicero, Marotta, querce e varietà diverse di alberi. La campagna era coltivata ed i volatili,  non avevano la necessità di cercare il cibo oltre la loro area perimetrale. I familiari dei pescatori, mogli, sorelle, figlie, a piedi raggiungevano le case coloniche della valle, barattavano il pesce e ritornavano a casa, cantando, con la faddetta, il quadrato di stoffa che tenevano davanti legata ai fianchi, gonfia dei prodotti della terra.

La distanza della valle con la spiaggia, dunque era irrisoria ed il corvo, con un volo a planare, conquistava il cielo di San Giorgio. Il corvo scendeva a valle ed a mano che giungeva sulla spiaggia, con cerchi sempre meno ampi, sorvolava le barche a cercare la più stanca. La barca bagnata, aveva lavorato la notte, dunque aveva un’alta probabilità che fosse fornita della preda che cercava.

Il corvo nero, andava in cerca di Siu, il panetto bianco di grasso animale che i pescatori usano spalmare per lubrificarli, negli strozzi dei remi e sulle falanghe, i legni sui quali tiravano le barche per farli scivolare meglio. Il panetto di grasso, faceva gola al corvo, è una prelibatezza, uno sfizio del quale il pennuto non sa farne a meno. I pescatori erano a conoscenza di questo vizio del corvo ed allora tentavano di sottrarlo alla sua voracità.

I pescatori, credevano che l’angolo del triangolo sotto la poppa fosse il punto più sicuro ove il corvo non avrebbe potuto mettere il becco o gli artigli. Il corvo, amava il panetto di grasso bianco ed intendeva consumare quel pasto così saporito che non si fermava di fronte agli ostacoli che i pescatori gli frapponevano.

Le barche sulla spiaggia, immobili sotto il sole del mattino, sonnecchiavano in un tentativo di recuperare la fatica notturna.

 

Il mare, lentamente, con dolcezza si cullava nel suo moto, conversava con tono quasi fraterno con la battigia, con chiare

frasi di pacificazione con i mestieri ammassati sulla sabbia. La nottata era stata dura ed il pescato fruttato non era stato gratificante.

Lanaggioto, camminava senza fretta e con i passi accompagnava alla bocca ed addentava con morsi voraci, il pane di frumento imbottito d’acciughe salate condite con olio delle olive di Marotta ed origano di Fetente. Il pane ben stretto in mano, raccoglieva Lanaggioto in un atteggiamento quasi sacerdotale.

I movimenti delle mani verso la bocca erano lenti e misurati quali i morsi e la masticazione esercitata per provare il massimo del gusto.

 

Il verso del corvo, il suo cracchiare ad un tratto lo distrasse inducendolo a fermare la masticazione, il passo ed obliquando la testa, volse lo sguardo verso l’alto a scrutare lo spazio azzurro attraversato da qualche nuvolaglia insignificante per individuarlo, seguirlo e tenerlo sotto controllo. Il sole che sbiadiva l’azzurro e la miopia che l’affliggeva, gli confusero la vista, impedendogli di scorgere l’uccello. L’impegno nell’individuare il volatile gli toglieva il piacere del pane con le acciughe, la lingua con le sue papille irrequiete, reclamava la specialità. Lanaggioto dunque riprese l’operazione, ritornando a mordere il pane imbottito, ritrovando nella bocca, un gusto ancora più pieno. La dolcezza che ne ricavava, invero gli aveva fatto dimenticare che il pane ed acciughe, gradualmente si era ridotto nelle mani e dunque fu costretto a dedicarvi più attenzione. Le dita che stringevano il resto del pane si erano avvicinate così tanto che nell’attacco e strappo, rischiavano di cadere vittime dei denti. La mozzatura delle dita non rientrava nel suo dialogo quotidiano, il suo programma era diverso e certo il trauma, non rientrava nel piano.

Un altro cracchiare, più vicino e più delicato, lo costrinse ad un morso incontrollato, dunque a strappare un grosso boccone e con la bocca pericolosamente gonfia, con il mento sollevato e l’arcata dentaria impegnata in movimenti impari, indagò i fili dell’aria sopra, di lato in avanti e non senza affanno, mise a fuoco l’intruso.

Lanaggioto, vide il corvo scendere di quota e dirigersi verso la poppa della barca in secca., cercò un contatto con l’uccello ma l’occhio sfuggente lo tenne in disparte. Un barriera di linguaggio e costume li divideva e rimasero estranei.

Lanaggioto, con il resto del pane che teneva con le punta delle dita della mano destra, si sentì a disagio, dunque scese ad un compromesso, si distaccò dall’uccello e lo addentò fino a confonderlo nella bocca col palatino, le guance, la lingua, gratificando le papille, evitando una inutile sofferenza, quindi pulendosi le labbra con il dorso della stessa mano, ritornò a guardare verso l’alto a cercare la presenza dell’uccello. Il corvo, resosi conto di non essere osservato, colse l’occasione della distrazione e con un colpo d’ali misurato, scese sul tavolato che fa da pavimento alla barca occultandosi alla sua vista.

Il profumo che emanava il panetto di grasso nascosto nella barca,  era travolgente. Il corvo, ammaliato, con l’olfatto posseduto, oserei dire in modo vergognoso, con grande sprezzo del pericolo, s’infilò sotto la prua.

Lanaggioto, distrattosi per eseguire l’operazione dell’ultimo boccone, ritornato a cercarlo, non lo trovò a solcare lo spazio nel quale navigava baldanzoso. L’impresa, insomma gli risultò dannatamente fuorviante. La lingua a leccarsi le labbra, rivolse gli occhi al cielo, raccolse la luce del sole e ritornò a terra con la visione confusa, pensando d’averlo perduto, dunque ritornò con lo sguardo alla barca, s’incuneò negli spazi non occupati, circuendo i mestieri, sbirciando a destra ed a sinistra e non scorgendo neanche il pur minimo battito d’ala, pensò che l’uccello si fosse allontanato.

Le lampare, le barche sula spiaggia, schierate a breve distanza l’una dall’altra, non mostravano tracce della presenza del corvo.

Le onde che giuocavano con la battigia, a mò di chiacchiericcio, offrirono al’lanaggioto, uno spunto, un motivo da raccattare ed

anche se confuso, indicativo che piegò al suo scopo, insomma corruppe l’istinto ad assecondarlo obbligandolo a dirgli che il corvo stava operando sul luogo, si affannava a raggiungere quanto prefissatosi e cioè la conquista del panetto di grasso animale dei pescatori.

Lanaggioto, dunque si convinse che l’uccello fosse sulla barca della sciabica che accarezzata dai raggi del sole, cullata dal mormorio della risacca, china su se stessa riposava. La barca della sciabica invero sopportava nelle sue viscere, l’accanimento del corvo nero. Lanaggioto, dunque si ordinò di sabotare qualsiasi disegno dello’ospite indegno. Il corvo infatti, s’accaniva sulle tavole, le alzava dal loro alloggio e lascinadole fuori posto, con irruenza e pedanteria andava oltre ed introduceva il becco in ogni spazio, capovolgeva, beccava le murate, incurante dell’intimità della barca di legno. Il corvo, con l’olfatto saturo del profumo del panetto di grasso, nella foga di stanarlo, perse l’orientamento. Il panetto, avvolto nello straccio di juta, riposto nella sassola, nel cucchiaio di legno che serve a togliere l’acqua della lavatura delle opere morte, evaporò la miscellanea di odori dei quali era impregnata, destabilizzando l’olfatto del corvo.  L’uccello, dunque cercò di ritrovare il profumo del panetto. Il profumo lo accarezzava e gli sfuggiva,  non riusciva ad individuare l’angolo nel quale si nascondeva. Il panetto, avvolto nella juta, cullato dalla sassola, gli restava occulto, dunque s’accaniva a trovarlo e più cercava, più andava fuori dalle penne del collo e della coda. La ricerca si faceva sempre più spasmodica ed affondava il becco, gli artigli nei compartimenti che sottostanno al tavolato, negli elementi longitudinali, verticali, nelle lineee portanti che strutturano la barca, nei fori che da prua a poppa conducono al leggio, al buco di scarico. Il profumo gli volava intorno, si faceva sempre più struggente.

Il panetto, comunque gli restava lontano, la sua fragranza, la dolcezza lo stressava ed a causa dell’impotenza ad averlo, sbavava dalle graticole del naso. L’ossessione famelica gli faceva tremare il becco in un modo incontrollabile, la rabbia lo soverchiava e l’olfatto era talmente arrossato che pareva ferito, quasi sanguinante ed ecco che ad un tratto, stremato, con il nero delle penne deturpato da macchioline bianche , specie in

prossimità delle estremità, rimase intrappolato negli attrezzi della barca. Il coppo, il cono con la bocca ricavata da un ramo d’ulivo o da un filo d’acciaio e la trappola di rete legata ad esso, nel tentativo di fermare la sua furia, gli catturò la zampa destra impigliandogliela nel sacco, fermando la sua ricerca. Un’imboscata che imbestialì il corvo e lanciando epiteti irripetibili contro i pescatori, con la pazienza boccheggiante, quasi rasentando la pazzia, nella presunzione che bastasse un ultimo sforzo per impossessarsi del panetto di grasso animale, con la forza della disperazione, con un furioso strattone della zampa sinistra, scanzò il coppo e senza crederci liberò la destra dalla trappola. Gli attrezzi della barca, ammucchiati sull’ancora ed alle corde di canapa, posti a protezione dell’ingresso del sottoprua ove era nascosto il panetto di grasso animale, facevano buona guardia. L’arredo della barca è un ausilio indispensabile per la pesca. Il pescatore aggancia ed issa, cura e dispone il pesce per evitare che si deteriori, gli attrezzi puliti, dunque vengono sistemati nella barca. Il catu, il secchio di zinco, bbuccatu, coricato sul fianco, stava agganciato al croccu, il gancio di ferro per issare i pesci in barca.

Il croccu con il manico di legno, per evitare che si sfili e vada perduto è stretto con molte giravolte nella caloma, tenera e malleabile, colorata di rosso con la cima, per sicurezza, legata alla murata. Il secchio di zinco, di media grandezza, si era appena appisolato, disturbato nel leggero  sonnecchiare, balzò a sedere e capovolgendosi con la bocca in alto, insomma ritornando allo stato normale, involontariamente gli sferrò un colpo. Il corvo restò senza fiato ed a becco aperto, rantolando, intravedendo il proprio bottino, non esitò un momento e si buttò a capofitto nell’oscurità del triangolo della prua. Il corvo, scansò il dolore che gli causava l’unghia rotta del primo dito della zampa destra, la forte contusione al sottocollo e l’infrazione alla punta del becco inferiore e s’avventò sul panetto di grasso avvolto nella juta con la sassola a cullarlo. Il corvo, dunque sollevò con gli artigli, il succulento panetto di grasso animale avvolto nella juta e volò sulla palla della barca. Lo liberò dall’involucro e con il becco, sollevatolo in alto, lo elesse a simbolo del piacere.

Lanaggioto, lo vedeva gongolare e soffiare dalle nari sputando sangue nero nell’acqua del mare, creando chiazze bituminose, inquinando la riva, con un’arroganza spaventosa.

Il pane di grano con acciughe, ad un tratto gli s’affacciò in gola con un conato di rigetto. Lanaggioto, indispettito, corrucciato, indignato raccolse lo stato dell’uccello in un’offesa personale, dunque chiamò in armi il guerriero che teneva in sonno e lancia in resta, partì ad affrontare la bestia nera.

Lanaggioto, giurò che il corvo avrebbe pagato per l’infamità commessa sotto i suoi occhi e per quelle commesse nella trurpitudine del silenzio. Il suo sacrificio sarebbe stato un omaggio alla festa del Santo. Il guerriero, dunque armato di tutto punto, perfino calzando l’elemetto, con accorti movimenti, saltò sulla poppa della barca, sulla sciabica ammassata e scivolando sul cordolo di sinistra, usò a trampolino di lancio i banchi che sostengono le murate ed avvolto in una luce bianca e gialla raggiunse alle spalle la bestia.

Il corvo, ignaro di quanto stava avvenendo alle sue spalle, con gli artigli avvinghiati alla palla incastonata nella pala che sovrasta la prua della barca, si deliziava nella libidine bestiale e  non percepì l’arrivo del guerriero che con un colpo di scimitarra bene assestato, dal basso verso l’alto, con metà collo, gli staccò la testa. Il guerriero, con un altro fendente, gli recise le zampe avvinghiate alla palla scagliando il corpo accanto alla testa che con il becco aperto e gli occhi stralunati, s’affannava sulla battigia alla ricerca del panetto che gli era caduto sui granellini della spiaggia, dunque saltò dalla barca. Un attimo e lo afferò col becco, gli smise la livrea e lo adagiò vicino al panetto che pareva fosse entrato in un processo di fermentazione, di divisione e ricomposizione, avviandosi ad assumere una non chiara formazione fisica. Lanaggioto, attratto dal travaglio del panetto animale, aveva quasi dimenticato il corpo che alla cieca e sui monconi, allungava il resto del collo alla ricerca della metà attaccata alla testa, emettendo lievi richiami. Lanaggioto, dunque si distrasse dal panetto, si girò verso la testa glaba del corvo e gli recise il becco compreso il naso, dunque abbattè il movimento claudicante e dissennato del corpo, lo spogliò delle penne  e con estrema lentezza, oserei dire con grazia, li spezzettò, lo raccolse nella lama e lo scagliò nelle acque azzurre, ai pesci che passavano, sperando addirittura che ritornasse il piscisceccu che qualche settimana prima aveva fatto una capatina in spiaggia. Una barca conzalora, appena tornata dalla pesca e tirata in secca, stava scaricando l’acqua della pulitura e Giurgittu  stava scurciannu, privando della pelle rugosa, un pardu, un piccolo squalo che Pietro Russo gli aveva regalato a ringraziamento dei molteplici lavoretti di cucitura nei mestieri. Giorgio, dunque eseguendo l’operazione piegato su se stesso per la cifosi patologica della colonna dorsale della quale era affatto dalla nascita, allungando leggermente lo sguardo sul mare nel pulirsi il naso con il polso della mano destra, s’accorse che una capra che casualmente pascolava sulla battigia, si dibatteva sbattendo zoccoli e coda nell’acqua, preda  dello squalo definito dai pescatori locali, babbu, cioè innocuo. Lanaggioto, dunque restò per alcuni minuti ad osservare l’acqua azzurra, ove aveva lanciato il corvo con la macchia scura che si allargava sotto l’impeto di una caterva di bollicine e ritornò verso il panetto.

Il Siu, il panetto di grasso animale, intanto pur con lentezza, e sofferenza, per la beccata del corvo fortunosamente attutita, pur se a fatica, cercava di rimarginare la ferita, addirittura a cancellarla. La ferita era scomparsa non senza lasciare segno. Il panetto, aveva  affrontato l’attacco del pennuto, dunque limitando i danni. Il panetto di grasso, insomma si mostrava al’lanaggioto, trasformato, raggomitolato, intrecciato a nerbo, aveva ricreato l’anima animale che albergava in lui, preservando la sua integrità ed offrirla ai pescatori.

Gli uomini, invero esaminando quanto hanno inscenato, non meritano questo rispetto. Hanno stabilito che le specie non a loro simili, sono un elemento da sfruttare, ingrassare e consumare, ed a volte anche senza ritegno, in modo disordinato ed anche controproducente alla propria salute. Il panetto di grasso animale, con un lieve sorriso di compiacimento ed affetto, accarezzò la mano sinistra del guerriero e con la coda innalzata nel rito della specie, ritornò a farsi cullare dalla sassola, pronto ad alleviare la fatica dei pescatori.

Il guerriero, commosso s’inchinò a lui che si ritirava sotto la poppa, smise l’armatura e lentamente rientrò nella società civile.

MAESTRA D’ARTE

La sorella di Francesco Accordino non si era sposata e fino a qualche tempo addietro, aveva avuto ospite in casa Rosa, la figlia della sorella Caterina, morta prematuramente. Le donne di casa Accordino, erano maestre nell’arte di filare la canapa e cucire reti da pesca. La luna, nelle serate calde, le accompagnava con il suo chiarore osservandole lavorare fino a notte fonda. Peppina Accordino, con i piedi appoggiati sullo scalino intermedio della sedia che ne constava di tre, costruiva le reti da pesca. Lanaggioto la osservava lavorare e si sentiva attratto da quel giuoco di mani e maglie che circondavano le canne. Le maglie uscite dalle canne s’allungavano nella rete che legata con giravolte alla spalliera della sedia ne misurava la lunghezza. Le maglie si susseguivano per grandezza secondo la posizione che assumevano nel mestiere. Lanaggioto, seduto al fianco seguiva il lavoro della zia cercando d’imparare il gergo di quell’arte, La zia Peppina con esperienza e maestrìa cuciva le reti, maglie e maglie e lanaggioto incantato si perdeva nelle sue mani con le dita che con sapienza giravano il filo intorno alle canne chiudendole con un nodo ben stretto. La zia Peppina, insomma con quel prestigiare di dita, lo spingeva nella passione e Lanaggioto la inseguiva incantato. Il genio di famiglia, lo chiamava e probabilmente sarebbe riuscito ad acchiapparlo se non fosse stato distratto da un evento, possiamo dire, miracoloso che un giorno di tramontana, lo prelevò sulla strada e lo condusse nella cattolica.

Lanaggioto era così tanto legato alla zia che l’accompagnava perfino nei borghi marinari di Gliaca, Brolo e Capudiranni, cioè Capodorlando per la consegna dell’opera ultimata, al padrone di barca che gliel’aveva ordinata.

Il mezzo di trasporto per raggiungere i borghi era il treno, però la scelta praticabile era di andare a piedi.

Le scarpe, erano un privilegio e non molti le possedevano e chi ne aveva un paio, cercava di risparmiarle, di usarle il meno possibile, nelle occasioni indispensabili che comprendevano matrimoni e morte. Il viaggio d’andata per lanaggioto, era quasi un giuoco. La famiglia del padrone di barca, li aspettava ed aveva in serbo una sorpresa, un dolce preparato in casa ed il  giuoco con le figlie, lo entusiasmava.

La loro semplicità, l’accoglienza affetuosa, gli ricompensavano il viaggio a piedi. Lanaggioto, in quella comunità di pescatori, si sentiva gratificato e se non avesse seguito la zia, non avrebbe avuto l’opportunità di fare la loro conoscenza e ne avrebbe sentito la mancanza.

La fatica si svegliava nel ritorno e diventava pesante.

Lanaggioto, comunque seppure soverchiato dalla stanchezza, proseguiva superando il bisogno di prendere fiato, sedersi sul muretto che costeggia la strada.

La zia Peppina, robusta e di bassa statura, esprimeva la forza di una montagna,  senza le reti in spalla, andava a passo di marcia

e lanaggioto non osava deluderla e le stava dietro. Lanaggioto, affiancava la zia ed al minimo rumore, girava la testa a guardare, lei capiva e rallentava il passo. Lanaggioto, aspettava con ansia che passasse il ferrovecchio per dargli un passaggio sul carretto. Il raccoglitore di ferro vecchio, ritornando dal suo giro, trovandoli sulla strada, li prendeva a bordo e compensava, anche se in parte, la strada percorsa.

L’INCONTRO.

Lanaggioto, in su il masso d’arenaria nell’angolo del terrazzino del negozio di alimentari, emporio, di Ciccino Natoli, guardò il mare in burrasca, i gabbiani che s’affannavano a volare contro il vento di tramonatana, girò lo sguardo a destra ed a sinistra della via Pola, dal torrente del ponte di ferro a piazza Ravel. La strada deserta era spazzata dal vento ed allora scese e lentamente s’aincamminò verso il grande pino che svettava sul margine del prato lottando a trattenere i rami in ordine, osservando piazza Ravel, il palazzo delle poste con sulla sinstra la loggia ed il palazzo della tonnara, a centro il ponte della ferrovia ed a salire, la Santa Croce. Il palazzo sulla sinistra, era governato da Lucchese che stava in agguato dietro la vetrata del balcone, all’impiedi in pigiama, per richiamare con la sua abituale acidità, i ragazzi che stavano a giuocare nella piazza.

Lanaggioto, magro, di bassa staura, con maglietta e pantaloni corti, forse intimorito dal vento di tramontana che spazzava la strada e la spiaggia, si fermò sotto il pino. Un minuto e decise di avviarsi verso la chiesa. La sabbia, le cartacce ed altri rifiuti minuscoli, spinti dalla forza del vento, volavano in aria a guisa di aeroplanini. La sabbia gli pizzicava le gambe punteggiandogliele di rosso e seppure sofferente, con il vento che lo spingeva indietro, non demordeva.  Il pino di piazza Ravel, con i rami più lunghi, quasi abbracciava il piccolo al suo fianco che semipiegato sul sedile di cemento, pareva soccombesse, incoraggiandolo a resistere. Lanaggioto, arrancava sulle gambette deciso a non arretrare, seppure la difficoltà lo invitava a ritornare a casa, proseguì la sfida camminando sul margine più esposto della strada, nel rettangolo del campo di calcio. Le case nuove, la chiesa e la cattolica, gli sembravano irrangiubili e per di più non c’era nulla che lo attendesse o che in coscienza, in quella zona potesse interessarlo se non quel senso indecifrabile di un richiamo che non ha una voce od una spiegazione, è un segnale impalpabile, non plausibile che prende e avvia verso un luogo che non è conosciuto o sembra che sia ed appena è svelato, appare in una prodigiosa semplicità, ed ad un tratto, senza un cenno, avviso o parola, si sentì fisicamente sollevato. Una mano delicata, prese la sua e Calogera, la sposa del Signore, in un miracoloso viaggio, lo condusse con sé nell’edificio dell’Azione Cattolica ove era in preparazione la recita per la festa del compleanno di Padre Antonio Sferruzza, il  Parroco del villaggio di San Giorgio.

La struttura del palco era stata terminata, per completare la sala, dunque mncavano le sedie che sarebbero state trasportate dalla chiesa. Le catechiste affratellarono lanaggioto e gli fu affidata una particina. Lanaggioto partecipò alle prove e recitò con serietà e misura. La recitazione gli era congeniale, s’immedesimava con naturalezza, nella parte. La comunità cattolica, lo incluse nell’organigramma e lo riempì di gioia. Il Seminarista Peppe Alibrandi, in seguito lo impreziosì della sua amicizia e lo coinvolse in molte iniziative. Le veglie Pasquali, gli diedero l’occasione di leggere le parabole, i salmi del Vangelo. La voce suadente, appassionata si esaltava nel porgere le sacre scritture, il suo viso s’illuminava. L’effetto della spiritualità, veicolata con maestria dal parroco don Antonio Sferruzza, esprimeva la purezza del suo animo. Il sapere della croce, segnava il suo cammino a diventare un soldato di Dio. La ragione degli uomini, si conserva nei principi e lanaggioto, gratificava la sua indole impegnadosi nell’osservanza quotidiana. La persona sana è rispettosa di se stessa ed assicura gli altri. L’esempio è il valore delle parole e nulla è sufficiente a spiegarle. Le strade alzavano una barriera e tentavano di farlo deviare. Lanaggioto, superava la timidezza e camminava con passo normale superando le persone sedute sulla porta a chiacchierare che gli intralciavano il cammino. non si sottraeva alla loro vista e si faceva coraggio con il saluto. Le persone adulte, lo incuriosivano e li osservava, restando ai margini. La compagnia dei coetanei, la partecipazione ai giuochi, lo attraeva. La litigiosità dei coetanei, l’arroganza degli adulti, lo infastidivano ed allora preferiva il mare e sognare i suoi abitanti.

IL MARE DI SAN GIORGIO

Lo specchio d’acqua che gli stava in faccia, era un’attrazione intrigante che non gli lasciava altro spazio. Le onde che si rincorrevano fino a riva con i riflessi del cielo, della luna, del sole, veicolavano colori che lo esaltavano e con la fantasia, s’insinuava nella flora, giuocava con gli abitanti che appena lo vedevano, uscivano dai nascondigli dov’erano nascosti, e par che lo  aspettassero, interrompevano ogni competizione e lo accompagnavano. Il richiamo che esercitava sulla sua psiche era incontrollabile ed ogni giorno che la scuola lo metteva in libertà, con gli attrezzi da pesca che si costruiva, adattava ed a volte inventava, percorreva per ore la linea di costa, con pazienza e curiosità. Le onde lo accoglievano con uno sciabordìo festoso ed affascinato, con la lenza in mano, gli ami con l’esca di lumache pescava in piedi sulla battigia fino a che la madre lo chiamava,  gli gridava di andare a studiare.

Le lumachine, allungavano la testa e le antenne dai bordi della scatolina, lo guardavano e si ritiravano.

Lanaggioto, le aveva raccolte la mattina nei cespugli di canne che affioravano con le pale di ficodindia lungo il reticolato della vigna della Baronia ove sorge l’odierno campeggio Cicero. A volte, con la scatolina con i bavalaggi intirizziti dal freddo del mattino, attraversava la strada e scendeva sulla spiaggia sotto il cancinnittu accanto alla colonia diurna che allungava i bracci dei bagni fino a mezza costa e l’alba vedeva i pescatori a tirare la sciabica con la cunnana e spalle alla montagna. Le corde calate erano tante ed andavano raccolte in tempo. La spiaggia era lunga ed alta ed i pescatori sudavano fatica sotto i mestieri. Le mareggiate, l’erosione causata dal malgoverno del territorio, ha cancellato il quadrato di cemento con le traverse di ferro erette agli angoli a tenere il tetto di latta nell’intento di proteggere dai raggi del sole che s’insinuavano nelle fessure a colpirtli, i bambini ospitati, con la cucina ed il deposito a fronte strada.

 

Il piccolo cancello di tavole di legno, deteneva la chiusura dell’imbocco del viottolo che sottopassa la ferrovia, conduce alla strada nazionale e dunque al palazzo Baronale. Il cancinnittu, divide la vigna dalla pineta nella quale è stato costruito l’omonimo ristorante con annesso spazio per suonare e ballare. Il cancinnittu, era il punto di riferimento dei pescatori in mare con i mestieri ed il sentiero riservato per gli arrembaggi del Camperi delle terre della Baronia.

Il Caporale del Barone Ruffo, con il fucile in spalla, i cani al seguito, dopo avere insidiato le ragazze, le donne a giornata nelle terre del padrone, scendeva nel villaggio a provocare i mariti, i pescatori che tentavano di circuire i bisogni naturali del vivere quotidiano, cercare di prendere fiato e non cadere sulle ossa degli ginocchi e dei piedi in attesa di varare la barca, calare i mestieri a pescare.

I nodi, aggrovigliano il letto, creano intralcio nella lenza. La distanza di cala e profondità non è sufficiente per una buona pesca e va raccolta. Il bisogno di sciogliere i nodi è primario, la lenza necessita che sia liberata.

I pescatori, conoscono la pazienza e l’arroganza del Caporale, si esaurì con la faccia nella sabbia, in un ciuffo di canne secche, sul margine esterno della strada verso il mare, a breve distanza del Cancinnittu. Le donne ripresero il loro naturale respiro e la pace ritornò silenziosa sul villaggio.

Lanaggioto, solleticato dal tocco dei pesci sottocosta, si eccitava e con la paura nella mano a tirare in secca il pesce, il braccio gli tremava fin nella scapola. La bellezza e la delicatezza dei colori lo stupivano ed emozionato stava a guardarli girare nell’acqua del secchio.

Lo scarro, lo scavo nella sabbia attraverso il quale la barca veniva tirata in secca, era un posto di pesca. Lanaggioto, prendeva posizione a prua della Santarosa, la barca di nonno Francesco e pescava. La punta, la spiaggia in direzione della chiesa, ha una linea di costa più ampia. La corrente ha allungato la spiaggia e creato una virgola. L’incavo sottostante ove la corrente spezza il mare, le onde s’attorcigliano, accarezzano la battigia e si calmano, è la reggia più pescosa di jaule.

La petralonga era il suo posto ideale e si estraniava dal mondo.

Lanaggioto si metteva a sedere sul rettangolo di pietra che dalla spiaggia scende in mare e con le gambe penzoloni iniziava una battuta di pesca che l’acqua limpida gli mostrava in ogni suo attimo e non riusciva a venirne via che per mancanza d’esca. La petralonga, gli dava l’illusione di stare su una barca all’ancora con la poppa semiaffossata nella sabbia. La sua grande aspirazione, era quella di salire su una barca di legno, navigare sulle onde e pescare.

Le alghe, si allungavano e si allargavano, ne disegnavano il fondo. Le pozze bianche si aprivano simili a specchi e la precchia, viriola, sparagghiuni, con lenti e sinuosi movimenti, morsicando le cime delle alghe, entravano ammirandosi e con non curanza, mostravano i colori stupendi della livrea insinuandosi dolcemente negli occhi e nell’anima del’lanaggioto che stupito li osservava senza riuscire a staccarne lo sguardo.. Lanaggioto, sotto il sole che sale ed i raggi si riscaldano e si fanno cocenti, entra in simbiosi con i pesci. L’atmosfera si fa sempre più bella,  è una magia ed il tempo scivola travolgendo le ore. La scatolina vuota dell’esca, lo invitava all’uscita, non aveva scampo e con irosità, raccoglieva la lenza e scendeva nella piccola baia a lato, lungo il perimetro dello scoglio. La linea disegnata dall’acqua, nella trasparenza dell’ombra, coltivava  le padelle. Lanaggioto, a fatica ne staccava una, due e le mangiava con l’acqua rinfrescandosi la bocca secca dalla calura. La polpa del mollusco, misto all’acqua salata del mare, si esaltava in un sapore di freschezza e genuinità che dire insuperabile non è sbagliato e con i vestiti bagnati, percorrendo la battigia, ritornava a casa..

L’altro sistema che adoperava per la pesca, era quello con la tavola costituita da un  trapezio isoscile con la base capovolta all’esterno per navigare e da una più piccola in assetto naturale all’interno, unite l’una all’altra in parallelo con un asse di legno. Secondo il  pecorso, la tavola si drigeva a destra od a sinistra allontanandosi verso il largo e distendendo la lenza.

Un altro sistema, era la pruppara. Il percorso, intercalato da soste, comprendeva un capo all’altro del villaggio. La linea di costa era lunga, ed il percorso era irto di ostracoli nascosti sul fondo marino.

L’informe triangolo di legno appesantito da un foglio di piombo con gli ami adagiati ed infissi alla base in parallelo, tirato verso la riva, sfilava sul fondo con lo strato di siu spalmato che con il

suo biancore e profumo, attraeva ed affascinava il polpo che con cupidigia allungava i tentacoli e vi si sedeva a consumare lo spuntino, ignaro della trappola.

Lanaggioto, sentendo la pruppara appesantita si preparava appoggiandosi sul piede destro, allungandolo al pari in avanti la mano ad imprimere alla lenza un forte strappo agganciando così il polpo.

La pesantezza della pruppara, era il segnale che il mollusco era a bordo e continuava la raccolta della lenza. A volte la pesantezza s’allentava ed era il segno di un falso allarme o che la pesca era perduta. Se il grasso mostrava i segni dei tentacoli, la conclusione era che lo strappo era stato precipitoso altrimenti la causa era addebitata alle alghe od ad una grossa pietra che ne ostacolavano il transito sul fondo ed a volte addirittura a bloccarla.

Le paranze nella pesca con le reti a strascico, sradicavano, sconvolgevano il fondale, raccoglievano e trascinavano qualsiasi cosa incontrassero sul loro tragitto depositandolo fin sulla riva.

Lanaggioto, dunque per disincagliare l’attrezzo, era costretto a cercare un modo, il più idoneo per recuperarla e tirava e mollava andando a destra ed a sinistra ed a volte anche scendendo in acqua. Lanaggioto, ne aveva sempre scongiurato la perdita, averne un’altra era molto difficoltoso. Il rischio di perdere la pruppara non era trascurabile, comunque oggi con gli ancoraggi delle barche da diporto, dei manufatti di cemento messi in acqua nel tentativo di spezzare le correnti ed arginare l’erosione, hanno reso questo tipo di pesca, non più praticabile eliminando di fatto ogni rischio.

Gli ostacoli artificiali, i frangiflutti, sono degli espedienti per aggirare la causa delle erosioni che sono figli dell’abbandono e dello stupro del territorio.

 

La spedilitica, l’associazione politico-speculativa, ha malgovernato il territorio, sfruttando e depauperando la natura con un interesse privato nella cosa pubblica. L’ingordigia è l’unica ragione che ossessiona l’uomo che cerca di nasconderla con operazioni inefficaci e soprattutto non è che un altro espediente per continuare la ruberia.

 

Le correnti del mare, nel loro moto continuo ed incessante, scavano e scavano, scovano nella fortezza costruita dalla scienza dell’uomo, un punto debole ed entrano, penetrano fino nell’entroterra e si riprendono quel che gli è stato tolto ed altro.

 

L’uomo ossessionato dal potere della ricchezza, ha perso la ragione acquisita e non riesce a fermarsi. La cura è ridare alla natura il rispetto che gli è stato tolto, lo stesso che pretendiamo per la nostra persona. La cessassione di questa violenza, potrebbe avere un esito positivo, altrimenti la terra ci seppellirà e la responsabilità ci appartine perché continuamo a concedere fiducia agli sciacalli della politica. Il mare è stato trasformato in un deposito dove è naturale scaricare qualsiasi scoria ed è una grande gebbia nella quale i pesci sono allevati in gabbie.

La dismissione della tonnara, ha sconvolto il borgo marinaro ed ha interrotto il ciclo dei pesci ed i pochi esemplari rimasti non arrivano alla maturità che sono già nei menu dei ristoranti. La nuova metodologia di pesca, ha condotto al risultato che la sopravvivenza dei tonni è irrimediabilmente compromessa.

Gli esperti, giuocano con le parole credendosi intelligenze eccelse, all’incontrario non convincono e pare che abbiano perso l’intelletto. Il loro valore è oppresso dalla consulenza e  cancellano principi e titoli di studio conseguiti.

La tonnara con le barche nere, riempiva l’orizzonte e la pesca dei tonni, regolava le stagioni dei pescatori del villaggio di San Giorgio. La tonnara praticava una pesca naturale ed ogni anno era una festa. La pesca del tonno con i suoi simboli ed i suoi riti, riempiva di gioia e rispetto del mare, i ragazzi ed il villaggio.

La sera, i pescatori scendevano dalle barche e ritornavano a casa, sostiuiti dai guardiani di terra qualificati gendarmi del Padrone. I guardiani di terra, erano addetti alla sicurezza notturna della tonnara all’acqua e perseguivano chiunque abusivamente pescasse nello specchio ove la tonnara aveva diritto di calare.

Il pescatotre che ritornava a casa, era accolto con gioia. La famiglia lo abbracciava con lo sguardo e lui li salutava estraendo dalla faccia bruciata dal sole e dalla salsedine, un sorriso simile ad un bagliore di luna, e dalla borsa del pranzo, lasciava cadere nella vasca della cucina, un tonnetto, un pisantuni che la mamma, la nonna, pulivano ed affettavano e fritto in padella, spigionava un superbo sapore di mare. I figli seduti a tavola, in un silenzio religioso, aspettavano il genitore che terminasse di lavarsi, osservavano la madre che lasciava i fornelli, lo aiutava e gli dava la biancheria pulita.

I figli, senza d’istinzione d’età, aspettavano che il padre fosse pronto e si sedesse a tavola, dunque aveva inizio la cena.

Lanaggioto aveva mille cose da chiedergli e mangiando giuocava con le parole che gli saltavano sulla lingua. La curiosità di conoscere lo svolgimento dell’attività della tonnara, cozzava con la fatica del padre e si distraeva. Il timore d’infastidirlo, lo manteneva in silenzio ed alle poche parole del padre, raccoglieva sensazioni, emozioni che nella sua mente diventavano racconti.

Lanaggioto, dunque cercava d’imparare il mestiere di pescatore, ed andava a pesca per la spiaggia. Lanaggioto, non camminava a piedi nudi, calzava le scarpe e questo non era usuale nel villaggio e per di più per la spiaggia con l’inconveniente che i granelli di sabbia, di soppiatto gli saltavano nelle scarpe pizzicandogli il plantare, costringendolo a fermarsi per mettere fuori, l’ospite fastidioso.

Il problema più grave, comunque era l’acqua del mare, la salsedine gli mangiava le scarpe che subivano un veloce deterioramento che lo mettevano in apprensione.

I tempi erano piuttosto grami. La famiglia numerosa, sopportava a fatica una spesa aggiuntiva, dunque era causa di grande precoccupazione.

Lanaggioto era conscio della situazione, vi poneva molta attenzione ma senza scarpe non riusciva a camminare. La precauzione di non bagnarle era inutile, la salsedine colpiva comunque ed era continua, veloce e silenziosa.

Lanaggioto, dunque si sedeva a sciogliere le scarpe e si puliva i piedi. La lenza calata tenuta in mano, osservava il mare. Un riflesso nell’acqua catturava la sua attenzione e con il cuore che gli saltava nel petto, aspettava il tocco del pesce e scrutava i colori cangianti del mare. le onde che si rincorrervano, nella sua immaginazione, nascondevano banchi di pesci che bisticciavano a chi dovesse mangiare l’esca della lenza.

Le ore si dileguavano, l’ombra del sole al tramonto oscurava la spiaggia ed il buio scendeva sul mare. La precoccupazione coglieva la madre che lasciava uno dei mille lavori che stava facendo dall’alba e correva a cercarlo, chiedeva ai fratelli dove fosse finito. Il ritorno del’lanaggioto verso casa era carico di minacce. I coetanei e qualche adulto, all’improvviso uscivano dall’ombra delle strade, degli orti, delle case e con sadismo, chiudendolo in un recinto invalicabile, lo accompagnavano nelle mani del genitore ed aspettavano con un sorriso beffardo che la cinghia si levasse a colpirlo sulle spalle, nelle gambe.

L’amore, la passione, comunque non lo distoglievano e restava con il desiderio di saltare a bordo di una barca.

Lanaggioto, con la lenza in mano, pescava ed osservava, stava in attesa che una barcuzza con la cartenna del conzo sulla poppa, uscisse a calare e vogasse verso Fetente, nella barra ove la tracina si era allocata graziosamante ed i pettini aveano trovato un habitat naturale nel Bastimento colato a picco nella guerra delle eolie. Il caso scelse la barcuzza di Stefano La Rosa che in età militare, s’arruolò nella polizia stradale. Una ciurma improvvisata di ragazzi senza lavoro che avevano deciso di andare a calare un conzo di un centinaio di ami. Lanaggioto, alla vista saltò quasi nell’acqua gridando, richiamando la loro attenzione e la barca scese a riva. La sua richiesta fu accolta e fu preso a bordo. Lanaggioto, euforico si mise a disposizione di Stefano e dei ragazzi della ciurma. Le sarde negli ami, penzolavano dal bordo della cartenna. Lanaggioto, ospite della barcuzza, stava prono sulla poppa ed osservava le onde del mare infrangersi nello scafo. Lanaggioto, a secondo della frequenza dei raggi del sole,  raccoglieva negli occhi una miscellanea di colori, dipingendosi a volontà, un giorno fuori dall’ordinario, non uguale agli altri. L’azzurro si faceva argento e poi viola, bianco, rosso e verde, indaco, altri nascevano spontanei, si assemblavano e si sviluppavano in uno spettro indefinito. Lanaggioto, si lanciava in un volo rasente l’acqua, in un tuffo senza respiro fino a toccare il profondo solco del fondo marino, si rifugiava in una mano immensa, e raccoglieva recondite sensazioni, espressioni innaturali che gli occhi non riuscivano a trattenere. Le cale si susseguivano per racimolare una quantità di pesce sufficiente, in una gara contro il tempo. L’incontenibilità dell’emozione, a sera  si avvitò su se stessa e condusse lanaggioto nella realtà di un allontanamento all’insaputa di genitori e fratelli, e dal dolore si piegò fino a terra.

Un conto era il campo di calcio, i luoghi abituali di pesca, sotto l’occhio dei fratelli, coetanei, degli abitanti del villaggio, a portata di voce della mamma, tiranneggiata dalla sua ansia. La mancata presenza dai luoghi conosciuti, all’incontrario era identificata ad una scomparsa e la famiglia, spinta da pensieri pesanti, andava in fibrillazione.

Lanaggioto, una mattina, dunque si armò di coraggio e con circospezione, non poca fatica, riuscì a varare la barcuzza del padre ed andò a pesca di seppie, nelle vicinanze dello scarro ed a pochi metri dalla linea di costa.

L’acqua azzurrra, trasparente, era di una calmarìa che si offriva a berla. Lanaggioto, dall’alto della barca, vedeva la ghiaia del fondo ed i pesci nuotare, giuocare, rincorrersi in libertà che il desiderio della pesca era oltrepassato dal godimento del paesaggio. Lanaggioto, dunque non aveva bisogno dello specchio che usano i pescatori per questo tipo di pesca. Le seppie erano ferme, adagiate sul fondo, erano belle, grasse e forse depositavano le uova ed allora calò l’ontru. Il cilindro di piombo con l’esca avvolta intorno, con alla base la crocchia di ami rivolta in alto, scese lentamente e si fermò nel mezzo del loro accampamento.

Una seppia, allungò la chela a tastare l’esca e lanaggioto pensò che fosse stanca ed aspettasse che fosse tirata in barca, dunque tirò l’ontru verso la barca con un colpo dosato agganciandola alla ranfa. La chela infilzata, resistette e la issò in barca e ricalò l’ontru ripromettendosi di essere più accorto, di non essere precipitoso, di aspettare che la seppia potesse essere infilzata negli ami anche con le chele più corte, più robuste che quella lunga e più debole e ne pescò un’altra. La seppia tentò più volte di sganciarsi. Il pescatore aveva preso le giuste misure e gli risultò impossibile svincolarsi e pescò la terza.

La gioia della pesca si scontrò con la paura che il padre potesse sorpenderlo in acqua con la barca. La seconda ne uscì vittoriosa e lo riportò allo scarro. Lanaggioto, dunque sistemata la barca in secca e nello stesso identico modo di come l’aveva presa, mise nel secchio le seppie, si tolse gli occhiali e scese sulla riva e con le mani a coppa e si bagnò la faccia. Il cato con le seppie in mano, dunque corse a casa e quasi gridando che dall’emozione la voce non gli usciva, le consegnò alla nonna che li raccolse con un gran sorriso.

Lanaggioto, ormai con il cipiglio del pescatore, alla richiesta di Quinto di fare una barchiata, una passeggiata con le amiche universitarie, sorpreso, insidiato, non ebbe la forza di dirgli di no, prese coraggio ed accettò superando la paura del padre.

L’escursione allo scoglio di Patti, fu per lanaggioto, un’impresa fantastica. La barcuzza si dondolava fascinosa ai piedi, quasi amoreggiasse con lo scoglio. Una barriera di micro molluschi,in un giuoco di bollicine, lo incorniciavano in una sorpresa continua. Le onde s’alzano, cadono aprendosi in una miriade di sorrisi, spinte da un grazioso venticello si sciolgono e scivolano con un tenero bacio ed è la primavera che fiorisce e spruzza di luce l’amore che sta per nascere dall’oscurità.

Lanaggioto, dunque con la barcuzza, carica all’inverosimile delle ragazze di San Piero Patti, trasporta la brigata verso riva. Lanaggioto alla voga e Quinto all’intrattenimento, la compagnia godeva dell’allegria e della bellezza di un pomeriggio di mare calmo, dirigendosi verso l’aria profumata degli scogli della Gargana che si nascondono sotto la superficie dell’acqua.

Il passaggio di un motoscafo, trasformò il mare piatto in onde minacciose.

La barcuzza ondeggiò paurosamente e le ragazze che in buona parte non sapevano nuotare, si trasformarono in scomposte figure urlanti. Quinto che si era speso con successo nel canto e nelle imitazioni, vuoi per la stanchezza, per l’oscurità che scendeva sulla spiaggia, spaventato scoppiò in lacrime. La

passeggiata stava per prendere una china pericolosa. La barcuzza aveva perso il suo ritmo e sotto la spinta delle onde navigava disordinatamente incutendo paura alle ragazze che tentavano di sfuggire al pericolo adottando un comportamento disordinato. Lanaggioto, tentava di governare la barcuzza, assecondando le onde, sorridendo e richiamando alla calma le ragazze nell’intento di tranquillizzarle.

Quinto, con gli occhi fuori dalle orbite, incita Lanaggioto ai remi, ad essere forte, invita le amiche a non muoversi, a stare ferme ed in silenzio che le onde sarebbero ritornate alla bonaccia, avrebbero ripreso il loro ritmo naturale, e la navigazione sarebbe ripresa senza altre turbolenze e sbarcati che la riva era vicina.

Quinto con le mani avvinghiate al banco, alla tavola che trasversalmente divide la poppa dalla prua, dunque scivola in ginocchio e con gli occhi inondati di lacrime, si rivolge alla Madonna del Tindari, invocando la sua protezione.

 

Lo sbarco sulla spiaggia, sciolse d’incanto ogni paura e la cordata superò a gambe in spalla la risacca, lasciandosi cadere esanime, sulla rena.

Lanaggioto, sollevato s’allontanò con la barcuzza verso lo scarro. Quinto e le ragazze, salirono a bordo del pulmino che l’aspettava posteggiato ai margini della strada e s’allontanarono lentamente.

Lanaggioto, comunque rimase impigliato in quel pomeriggio con Quinto e le ragazze e per molti anni, non riuscì a vincere la paura. La brutta esperienza, è una ferita che malvagiamente gli affiora imbrigliandogli i filamenti del cervello. Ha cercato di

gestirla, credeva d’averla superata, girando l’angolo, l’ha incontrata, era in agguato ed allora ha preferito trascorrere i pomeriggi all’ombra del pino di Ciccio Spinella, sdraiarsi nell’erba profumata ad osservare una miriade d’insetti,farfalline, volare da un fiore all’altro, correre nel campetto e coni coetanei, prendere a calci un pallone, evitando di andare in spiaggia ed a sera con il buio che nasconde la palla, ritornare a casa, sudato fino alle mutande.

Lanaggioto, ha raccolto in questo pomeriggio, ed ha accatastato negli anni, la paura che la società gli ha prodotto, tentando di mantenerla sotto controllo per non soccombere, comunque ha compreso che ogni evento è diverso ed ha bisogno di una lenta stagionatura.

Lanaggioto, in qualsiasi circostanza, ha avuto rispetto della propria esistenza. Ha sentito la sicurezza venirgli meno, ha saputo riprendere le redini in mano, non ha lasciato che la coscienza andasse in fuga ed ha vinto le minacce.

Lanaggioto non è un pescatore, andando dietro il nonno Francesco, il papà, ha imparato a manovrare i remi al ritmo delle onde. Il mare è una distesa che non si può imbrigliare.

L’eco della tramontana è minaccioso, le onde s’infrangono sugli scogli, sbattono sulla battigia, oltrepassano la rocca, sradicano qualche cespuglio che esce a sorpresa riempiendo l’aria di schiaffi d’acqua. L’uomo è impotente, ha bisogno di assecondare la natura, godere della sua bellezza ed allora lanaggioto raggiunge la Funtanenna, infila la testa nella nicchia scavata nella roccia e beve una buccata, un sorso d’acqua leggera, dal tubicino di latta ed estasiato, attraversa e raggiunge il pilastro della

galleria artificiale ed osserva le onde che s’alzano e con violenza s’infrangono sugli scogli di Boi fino a Calavà e li rincorre nella

baia oltre il traforo e li vede ingobbite rumoreggiare e precipitare allargandosi sulla battigia in una immensa carezza e Lanaggioto, ha raccolto i brividi che gli corrono sulla pelle, le sensazioni spettacolari e ritrova il coraggio che la società gli toglie. Il maestrale che urla, l’inverno con il suo ritmo alterno, sono la memoria di un’infanzia in lotta, nella volontà di crescere con un domani carico di promesse e si addormenta con a fianco la speranza.

 

IL VILLAGGIO DI PESCATORI

I pescatori del villaggio di San giorgio, col secolo scampato alla diceria, sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati dalla salsedine, praticavano la pesca del tonno cantando litanie alla Madonna ed al Santo Patrono.

Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, appesantiti dal bisogno di sopravvivere, hanno persorso gli anni rincorrendo l’evoluzione delle stagioni, aspettando la tonnara.

La loro indole, consta di una leggera alterazione e si accompagnano l’uno all’altro in un legame perverso con la proprietà di avvicinarli ed allontanarli seza portarli a collidere. La loro caratteristica è la sonnolenza, e così percorrono strade e traverse, piazze e torrenti, in silenzio corteggiano le case, e sopravvivono al presente.

Il muro sul quale corre la strada ferrata, attraversa e divide a metà il villaggio tenendo a monte i contadini che coltivano le terre e badano alle besti, ed i pescatori a mare con le barche ed i mestieri.

La Baronia, dispensatrice di lavoro, con i loro palazzi distribuiti sul territorio secondo un disegno preordinato, mantiene sotto un pedissequo controllo, le terre e gli uomini con le bestie ed i mestieri.

La strada statale, costeggia i rilievi collinari allontanandosi ed avvicinandosi al mare.

I pescatori, chiusi nello specchio d’acqua, in balia del clima e del mare, non hanno alcuna sussistenza, una pur minima certezza nel domani.

I contadini all’incontrario, a prescindere dall’andamento delle stagioni, hanno di che mangiare e dunque sono ritenuti dei privilegiati.

I pescatori, insomma in una rivalsa insensata, hanno dichiarato guerra ai contadini e sfogano su di essi la loro miseria. L’avversione è tale che li hanno soprannominati Vinnani, denominando allo stesso modo, la strada sulla quale insistono le loro case e non soddisfatti, gli hanno interdetta la discesa a mare.

I pescatori, escono di casa con il passaggio del treno merci, alle quattro del mattino, con buumula e quartari, cati ed ogni altro tipo di recipiente che adagiano in fila da sinistra verso destra, intorno alla conca della fontana, per la raccolta dell’acqua, e vanno a pescare, arrabbattandosi con i conzi, le nasse, la sciabica, con la pesca costiera, in attesa della stagione della riproduzione dei tonni.

Palazzo della Baronia, situato nel centro del villaggio con a destra piazza Ravel ed a sinistra la chiesa,  è la residenza stagionale per la pesca del tonno ed è accudito e mantenuto in ordine per ogni occasione, dalle fidate cameriere. I pescatori del borgo di San Giorgio, guardano il Palazzo con speranza, seguono con interesse i movimenti che in esso si sviluppano. La tonnara è la mamma di ogni pescatore e senza l’imbarco sono perduti.

I coloni, approviggionano la residenza con la raccolta dell’ortofrutta e con i cani a seguito, girano per la proprietà.  La guardia è serrata, implacabile ma non sempre riescono ad impedire ai pescatori di alleggerire i morsi della fame ed ai contadini a giornata di non appropriarsi di qualche prodotto della terra.

I pescatori, con la camicia ed i pantaloni rattoppati, legati alla cinta con una cordicella che comunque non riusciva a mantenerli a debita distanza dalle ginocchia, con la cicca della sigaretta incuneata nell’orecchio destro, tiravano la cunnana, spalle alla muntagna.

Il principio di dividere che ha contraddistinto nei secoli il potere, ha reso gli abitanti di San Giorgio, figuranti della propria esistenza, e con la speranza di racimolare un privilegio, si spiano a vicenda, insomma le case di destra sono invise a quelle di sinistra, nella stessa traversa la dignità è diversa.

Il borgo, diviso per fazioni, convive con un equilibrio che sfugge alla ragione.

I pescivendoli, gli Squamani ed il Rais, sostenevano la proprietà dei mestieri, insomma erano un’unica corporazione che pesava sulla miseria dei pescatori.

I pescatori privati del diritto di uomini, camminano per la spiaggia, il prato, con il basco in mano e la coscienza appesa alle nuvole.

Il potere, usa contadini e pescatori a guisa d’attrezzi di lavoro. La mancanza di coraggio è una grave colpa, di dignità, il basco in mano, pronti al Voscenza Binidica.

Il Villaggio di San Giorgio, con il giogo della Baronia sulle spalle, non si è distratto neanche in un gesto naturale ed ha preso la forma di un grande sacco nel quale alla bisogna, il potere può  pescare a piacimento.

La Baronia, con le redini in mano, detta le regole degli abitanti del villaggio, osserva col binocolo i pescatori sulla spiaggia, in barca sul mare ed ascolta il canto dei contadini che faticano sotto il sole, si riparano nella baracca degli attrezzi, nella stalla con le bestie, dai rigori dell’inverno.

La montagna, seguiva l’astro nel cielo che l’oltrepassava  e non comprendeva che non era lui a proseguire ma lei ad andarsene, allontanarsi coinvolta nel moto rotatorio.

Il sole, osservando il sistema del pianeta che girava, scavalcava la ferrovia ed il giardino di alberi da frutta ornamentali e rivolto verso il mare, profondeva sul palazzo pennellate di luce di incomparabile bellezza, dipingendo di splendidi colori i vetri smerigliati della finestra a nicchia che si apriva sull’androne.

Le Nobildonne del Casato con il Cavaliere, il portone di legno ed il cancello di ferro, l’uno accostato verso l’interno e l’altro al muro portante, seduti in enormi sedie di legno impagliate di zammara verdognola, trascorrevano i pomeriggi, celiando, sorseggiando spremute d’arance raccolte nella villa, dolcemente accarezzati dai colori del tramonto, protetti dai guardiani di terra che simili a cani azzannavano chi s’avvicinava, perfino i ragazzi che sfuggita loro la palla dal campo di calcio che comprendeva anche la strada oltre i pini nani nel piazzale del Palazzo, cercavano di raccatarla per continuare il giuoco.

I pescatori del villaggio di San giorgio, schiavi della miseria e della sopraffazione, dalle provocazioni e dall’arroganza della corporazione degli Squamani, non riuscivano ad alzare la testa ed ogni tentativo di sollevarli aveva i giorni contati.

Il bene della comunità, il raggiungimento di un obiettivo comune, era inficiato dalla mancaza di coraggio e dalla cura del proprio orticello.

 

LA TONNARA DI SAN GIORGIO

L’anno 1100, il Conte Ruggero D’Altavilla, pose la Tonnara sotto la podestà del Monastero dei Monaci Benedettini di Patti.

L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico, comunque non portò alcun sollievo ai tonnaroti che per questo dicevano di lui che aveva a vucca monna, la bocca molle, mancia a du ganasci, mangia doppio del normale e non s’affuca mai, cioè inghiottiva con facilità, sfruttando i pescatori, circuendoli con l’arte delle belle promesse senza mai condere nulla di concreto.

La tonnara di San Giorgio, nel 1375 non fu calata e barche, palischermi ed ogni altra attrezzatura, vennero messi a ricovero nei magazzini. La custodia dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara, fu demandata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano la rotta dei tonni, nella stagione della riproduzione.

Il Re Martino, al termine di molteplici beghe nobiliari, nel 1407, concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la Tonnara, aveva diritto di calare.

Il Re Ferdinando, nel 1503 fregia Berengario Orioles del Titolo di Barone di San Giorgio.

Flavia Orioles, nel 1600, andata in sposa a Francesco Mastro Paolo, porta in dote Baronia e Tonnara.

Giovanni Mastro Paolo, nel 1720 lascia in eredità al Comventi di San Francesco di Chiavari in Palermo, Fondo e Tonnara che nel 1751, cede a Cesare Mariano D’Amico.

L’anno 1775, la tonnara torna a calare nell’antico sito ad Ovest della pietra Gargana.

 

La tonnara, constava della sola camera della morte ove si compiva la mattanza ed era legata alla terra ferma, da u n masso di sabbia e ghiaia, semiaffossato nella spiaggia.

La tonnara di San Giorgio, con l’inscatolamento di parte del tonno, ha caratterizzato per quasi un Millennio, il villaggio di pescatori, rendendolo uno dei siti più famosi.

 

La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecento anni dopo, cessa di calare ed è rimessa a dimora. Il Casato l’ha relegata dietro le immense porte di legno dei magazzini e si è spenta nel respiro lieve delle onde che da riva indietreggiano con la risacca consumando la sua storia nel mormorio gioioso dei granelli.

Il Santo Patrono, veniva portato in processione a fermare il mare in burrasca che aveva eroso la strada ed avanzato nel giardino di agrumi di Don Nunzio ed addirittura minacciato la strada ferrata, raccoglieva qualche preghiera, tante imprecazioni colorate e ritornava sull’altare a sonnecchiare rischiando perfino di bruciare al fuoco delle tante candele votive messe sotto la pancia del drago.

Il Santo guerriero, esautorato del potere e con le vestigia affumicate, addirittura rese a diceria, insomma non era più in grado di offrire alcun miracolo ai pescatori del villaggio. La  generazione che avanzava, chiedeva un domani diverso, un’aspettativa di vita più consona al progresso dei tempi, dunque spinse i genitori ad armarsi del coraggio che gli era mancato in gioventù e li costrinse ad emigrare.

La tonnara a dimora nei magazzini, nel 1973, circa dieci anni dopo, ha usufruito di un finanziamento pubblico, tirata fuori e calata.

La ciurma era raffazzonata, infarcita di qualche anziano pescatore e di molti ragazzi, Pippo Accordino, Pietro Providenti fra gli altri soprannominandosi “ I Fanatici del Bastardo “, dal nome della barca sulla quale erano stati imbarcati, che assolto il servizio militare, disoccupati, aspettavano il primo treno buono per seguire la rotta dell’emigrazione.

Lanaggioto, ha visto nella ripresa di questa attività, uno sfratto, il varo di un grande progretto speculativo.

La guida fu affidata al Rais Rosario Canduci, profugo della Libia, coadiuvato nelle vesti di sottorais da Giovannino Salmeri detto Custuleri.

Il  Rais Rosario Canduci, insomma dal ponte di comando del Palischermo San Francesco, accompagnò la tonnara alla definitiva dismissione.

I Rampolli del Casato, in breve cedettero terre e palazzi e con il Capitale raccolto, navigarono verso mari più prosperosi.

La pesca tradizionale del tonno, non era più proficua, altri metodi di pesca erano entrati nel mare e le rotte spezzate.

La politica, indossati i vestiti dell’impresa edile, avviò la speculazione stuprando il territorio del villaggio.

Gli immobili, caduti in mano alla Spedilitica che naturalmente, confidando nell’assenteismo degli Enti preposti alla tutela, si è disinteressata dei vincoli ai quali erano sottoposti, iniziò l’opera demolitrice, sventrandoli e saccheggiandoli.

La Spedilitica, insomma mise in scena la spoliazione della tonnara e del territorio del villaggio di San Giorgio.

Le barche, i palischermi, i galleggianti e le ancore, sparsi ai margini del prato e la spiaggia, abbandonati nell’incuria più totale, assistettero impotenti all’abbattimento dei magazzini nei quali erano ricoverati nei mesi che non stavano in acqua.

I turisti ed i passanti, scorgevano i relitti coperti di sabbia e di spine, e con negli occhi la misura del degrado del villaggio, continuavano nell’indifferenza il loro viaggio.

Gli abitanti di San Giorgio votati a rinnegare la storia marinara, godevano della speculazione che gli concedeva in cambio della propria casa o del terreno, qualche appartamento arredato e fornito dei nuovi ritrovati della tecnica.

Il progresso avanzava e quel che rappresentava il vecchio, la storia era un intralcio e dunque cancellato.

 

La Spedilitica, entrata in possesso di ogni spazio, ha costruito liberamente, scavalcando le regole, demolendo la storia dei pescatori di San Giorgio. Lanaggioto, in visita al villaggio, andava a salutare le barche, i palischermi, abbandonati sul prato.

Lanaggioto, offeso mortificato, correva chiamandoli per nome e gridava, Cabanenna, Muciara, Burdunaru, Caiccu, Uzzittu, Santa Rita , San Franciscu, San Giorgio, Santa Flavia, Bastardu, Maria S.S. , incitandoli a resistere,  non riuscendo a credere che una storia millenaria potesse perdersi nell’indifferenza,  ed esausto, cadeva in ginocchio e rivolto alla rocca nella quale insisteva l’antica chiesa della Madonna del Tindari e sulla quale è stata costruita la cattedrale di marmo, con la voce rotta dal dolore le gridava: “ ridammi la mia infanzia. “

 

Il villaggio di San Giorgio, ospitava una gara a carattere regionale di Gokart, la prima organizzata nel borgo.

Il San Giorgio ed il Santa Flavia, adibiti a palcoscenico per gli eventi estivi, ad un tratto cominciarono a mandare da sotto la  carena, un sottile fumo bianco. Le grida di Salvatore Salmeri, il figlio di Maria Lo Presti e Pippo, impegnati a lavorare nella pizzeria Number One di Rocco, sfuggendo alla zia Lucia che l’aveva in consegna, che tentativa di allertare del pericolo gli adulti, non sortirono al cun effetto, anzi furono ritenute il capriccio di un ragazzino irrequieto e Stefano La Rosa che aveva posizionato le balle di fieno lungo il circuito, chiuse l’allarme buttandovi alcune manciate di sabbia.

I Palischermi della tonnara, appaiati sotto la Cattolica, covavano un leggero, incompresnibile attentato.

Una mano invisibile, con accortezza e spregiudicatezza, nel disinteresse generale, sottacendo l’inquietitudine di Salvatore, stava mandando in fumo i resti di una storia millenaria.

Il San Giorgio ed il Santa Flavia, nello svolgere della competizione, svilupparono il fuoco. L’oscurità della sera, mostrò al cielo le lingue devastatrici, e la nottata fu illuminata da un enorme falò.

L’alba accolse le autobotti dei Vigili del fuoco a spegnere gli ultimi bagliori che si levavano dai palischermi che per un tempo immemorabile avevano resistito alle più terribili intemperie.

La Spedilitica, la società di politica ed edilizia, aveva messo le mani sul villaggio di San Giorgio trasformamdo il borgo di pescatori, in un cantiere a cielo aperto, senza rispetto delle leggi che regolano lo sviluppo urbanistico e la tutela paesaggistica di ogni agglomerato civile.

Il Santo Patrono del villaggio di pescatori, San giorgio, abbagliato dalle pietre colorate del mosaico che lo incorniciano, con la spada lanciata sulla testa del dragone ed il cavallo che recalcitra sulle ginocchia, non ha tentato neanche un abbozzo di sana reazione.

La battaglia era volta alla vittoria del drago, dunque incapacitato, rimase assopito, contenuto in un insano riposo sulla facciata del bianco agglomerato turistico.

 

 

Le ancore del 1600, andarono ad ornare le ville di politici ed affaristi.

Lanaggioto, inorridito di fronte al saccheggio, chiamò alle armi il guerriero e si scagliò contro l’Ente preposto alla tutela del paesaggio e dell’ambiente. L’indifferenza, è un animale potente e per vincerla, i pallettoni od i bazooka, non sono efficaci.

La speculazione politico affaristica, dunque sconvolse le linee architettoniche e paesaggistice del villaggio con la realizzazione di alloggi turistici, seppellendo sotto colate di cemento ogni riferimento dell’antico borgo.

 

Gli abitanti di San Giorgio, confusi ai nuovi residenti, hanno perso visibilità, ne è rimasta la nomèa e della cultura marinara se n’è persa la memoria.

LO SCRITTORE ENNIO SALVO D’ANDRIA

La guerra aveva appena sbiadito i bollori di sangue e la gente piangendo i propri morti, cercava di sollevarsi dal dolore e dalla fame.

Il 1948 aveva introdotto nel paese la democrazia. Il  nuovo sistema raccolto nei principi della Carta costituzionale, era legato con nodi trasversali al regime assolutistico appena sconfitto, dunque faticava parecchio ad affermarsi.

Gli uomini nominati a governare erano ancora impigliati nel vecchio metodo, dunque l’attività e la vita delle persone non riusciva a svolgersi liberamente.

Ennio Salvo, nato a Patti, ha seguito gli studi classici a Firenze ove si è occupato di bibliografia ed antiquariato del libro.

Ennio Salvo D’Andria è scrittore, poeta e pittore.  La sua pittura, è costruita con la penna Bich che ne delinea i tratti, riempie ed alleggerisce i colori.

Lanaggioto, non riesce a staccarne lo sguardo attraversa la realtà e viaggia sollevandosi dalla quotidianità del borgo, da quel mondo ristretto, uscendo dal presente e viaggia in territori e spazi surreali.

La libertà e la bellezza di quelle opere, raccontano storie misteriose che oltrepassano il potere sopraffattore che mantiene  l’uomo asservito alla miseria.

Ennio Salvo ha la passione per la politica ed il Partito SocialistaDemocratico lo nomina segretario della sezione di San Giorgio.

 

L’impegno di Ennio Salvo è di trasformare il villaggio di pescatori e dare loro una visione del futuro meno disperata, più serena.

Ennio Salvo, intende sottrarre la bellezza del borgo marinaro, dalle mani di persone bieche e saccenti, che amministrano con la mente obnubilata.

Il dispensatore di lavoro, usa contadini e pescatori, a guisa d’attrezzi. Il suo programma, dunque è una lotta contro l’inciviltà e la barbarie, è dare dignità ai lavoratori e lavora con lena al suo riscatto.

Ennio Salvo, per la sua barbetta bionda che gli incornicia il mento e per la sua cultura, è chiamato dagli abitanti di San Giorgio, Prufissuri Barbitta.

Il Professore Barbitta, ha assunto il nome d’arte, D’Andria con il quale nel 1939, ha dato alle stampe il romanzo I Picciotti di Gibilrossa, giudicato da Blasetti, la migliore opera di quegli anni ed ha vinto il Premio Nazionale per soggetti cinematografici.

 

Ha inoltre pubblicato il romanzo, Sicilia un giorno, edizione che è andata distrutta nell’alluvione dell’Arno.

Una ricerca del Professore Giuseppe Alibrandi, ne ha scoperto una copia nella disponibilità della Biblioteca di Livorno.

 

Ennio Salvo D’Andria, è stato Direttore e Redattore Capo di Pandemonio ed altri giornali, di Agenzie di stampa e di Premi Oscar per la moda, dunque sono seguiti articoli politici su quotidiani Italiani e Stranieri, saggi e racconti.

 

Il Castello di Sammezzano in Toscana, è stata la sua residenza lavorativa. La terra natìa la cullava nel cuore ed ad Ella tendeva per darle l’onore che meritava.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, per la comunità dei pescatori di San Giorgio, semianalfabeti, attrezzi da lavoro, era la fonte politica e culturale.

Il suo carisma umano e culturale, attrae i giovani e ne raccoglie parecchi, e riesce a seminare nella coscienza di alcuni, il valore della dignità ed il principio della libertà.

Il fascismo aveva intimorito gli animi, privandoli della libertà, la Democrazia Cristiana aveva sbiancato la camicia nera e vi aveva attaccato la croce piegando la ragione nel confessionale.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, sotto il simbolo del Partito Socialista Democratico, con il suo insegnamento, seppure con indicibile fatica, era riuscito ad infondere nei pescatori, il necessario coraggio a lottare per i diritti ed il proprio benessere.

Le sue parole, il loro significato profondo, avevano penetrato la scorza dell’ignoranza.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, era riuscito ad ottenere la Delegazione Comunale, la firma per la Costruzione del Cimitero e la costituzione  della Cooperativa.

 

IL CIMITERO DI SAN GIORGIO

Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, non avevano nel proprio territorio, un luogo consacrato per seppellire i loro morti e dunque erano costretti a trasportarli nel Comune di Gioiosa Marea al quale erano stati sottoposti che dista circa otto, dieci chilometri.

La distanza non creava nocumento, il pericolo era insito nel vento di tramontana che nel periodo invernale spazza con veemenza inusitata, la strada. Il traforo di Capo Calavà che divide la comunità di San giorgio dal comune di gioiosa Marea,  si trasformava in un inferno ed impediva l’attraversamento.  I pescatori di San Giorgio, a piedi e con la cassa in spalla, erano imnpediti a percorrerla, rischiavano che il vento li precipitasse sugli scogli sottostanti, dunque erano costretti a trattenere in casa, a volte anche oltre cinque giorni, il caro estinto.

La costruzione del Cimitero nel territorio del villaggio di San Giorgio, dunque era una necessità, un’urgenza non procrastinabile, all’incontrario gli Amministratori di Gioiosa Marea, non la ritenevano un’opera primaria.

I Signori Amministratori, incarogniti nel potere, respingevano qualsiasi approccio e rifiutavano perfino l’ascolto.  I bisogni dei pescatori di San Giorgio, evidentemente non rientravano nei doveri dell’Amministrazione comunale ed erano scartati e mandati al macero.

 

I pescatori di San Giorgio, riscontrata infruttuosa, inutile l’ennesima domanda, mortificati nella dignità di cittadini, costituirono un comitato di lotta.

L’anno 1948, i componenti del comitato, un gruppo di pescatori in maggioranza giovani, guidati dallo scrittore Ennio Salvo D’Andria, occuparono un fazzoletto di terra brulla, incolta, sulla ripida collina in contrada Cicero di proprietà del Barone Ruffo, con la determinazione di usarla per costruire il Cimitero di San Giorgio.

Il villaggio di San Giorgio, non avrebbe più trasportato i propri morti nel Cimitero di Gioiosa Marea. Gli abitanti del villaggio di pescatori, avrebbero dato degna sepoltura ai morti, nel proprio territorio.

La morte di Rosaria Bertuccelli, ne propiziò l’occupazione e la

bara con la morta fu sepolta nella fossa scavata all’ombra di un castagno, prendendo concretamente possesso del terreno.

La Baronia, allertata dalla corporazione degli Squamani, sollecitò l’Amministrazione comunale di Gioiosa Marea. Le Autorità militari interessate, comandarono l’intervento della forza pubblica sulla proprietà.

L’Autorità Militare, accorsa immediatamente in loco, constatata la situazione, intimò ai rivoltosi di uscire dalla proprietà e trasportare la morta nel cimitero del comune di Gioiosa Marea.

L’occupazione della collina, significava porre in discussione la proprietà privata, inclinava l’equilibrio delle classi e l’effetto era ritenuto disastroso.

L’Autorità dello Stato, doveva ripristinare il principio della proprietà privata. La distanza che passa dal capo alle braccia, non poteva essere accorciata, insomma bisognava riporre le chiavi nella tasca del Padrone.

Un manipolo di pescatori, non poteva mettere in discussione, il potere costituito.

Il potere dello stato, con la fascia a lutto sul braccio sotto la camicia, era ancora munito della necessaria spietatezza per usare

la forza delle armi e riportare l’ordine.

I pescatori del borgo di San Giorgio, con le barche in acqua a remare, gli attrezzi a pescare, erano allerta, stavano con le orecchie rivolte alle correnti che scendevano dalla montagna,.

Il Presidio sulla collina, era vigile giorno e notte, manteneva senza distrarsi, il territorio sotto controllo.

I Delatori, al soldo del potere, non lasciano nulla al caso, sono all’opera per dividere, iniettare timore e paura nelle famiglie e nella comunità.

La corporazione degli Squamani, è specialista, un professionista in questo tipo di servizio. La squadra bene addestrata, sa corrodere le componenti più deboli fino a renderli dei vigliacchi.

La faccia, una maschera incolore, tramano, lanciano mazzi di ortiche e camminano rasente i muri, origliano dietro le porte e le finestre, non lasciano traccia. Hanno l’odore nauseabondo di vomito e di fogna.

 

Tindaro Agati, posto a guardia lanciò l’allarme con la Brogna. Il suono diffuso dalla conchiglia marina, colse i pescatori sulla spiaggia a pescare con la sciabica. Le forze dell’ordine, armati fino ai denti, si dirigevano verso la collina. I ragazzi del comitato, lasciarono i mestieri ed accorsero a difendere la fossa con la

morta nella cassa sotto il castagno. La popolazione, ha bisogno di coraggio per conquistare i propri diritti e la dignità non si compra al supermercato.

La sciabica in acqua a tirare viene lasciata in mano agli anziani ed i pescatori in lotta, corsero verso la collina.

I corpi bruciati dal sole e dal sale, affamati di rispetto, con determinazione, a piedi imboccarono il torrente del ponte di ferro. Il letto di ciotoli e pietre che costeggia il vigneto della Baronia a sinistra e le terre con l’uliveto a destra, accompagnò i pescatori dal mare fino alla collina, al suono di alcune spontanee, sporadiche bestemmie che la vallata confuse con i versi dei volatili stanziali e di qualche uccellaceo di passaggio che aveva trovato molto accattivante la località e si era ritagliato uno spazio.

 

L’arrivo sulla collina, dei Carabinieri della Tenenza di Patti, trovò i pescatori schierati a difesa della bara con in prima linea, Nunziatina Russo, la figlia della morta.

Gli uomini in divisa, comandati da uno Stato che seppure costretto a dismetterla, indossava sotto la pelle, la camicia nera, non riusciva ad accettare l’atteggiamento ribelle dei pescatori. La lotta per la costruzione del cimitero di San Giorgio,  era un diritto sacrosanto. Lo stato alimentato da un moto di rivalsa sper la sconfitta subita, non ammetteva cedimenti.

Gli abitanti del villaggio di San Giorgio che inizialmente si erano mobilitati a fianco dei pescatori del comitato, alla vista dei Carabinieri in armi, erano fuggiti a gambe levate.

Le forze dell’ordine, comandati a riprendere possesso della proprietà privata, erano determinati.

La lotta del comitato dei pescatori sulla collina brulla, accerchiati dai Carabilieri, con il moschetto puntato in faccia ed il colpo in canna, era impari.

I Carabinieri, minacciavano i pescatori di sparare se non avessero liberato la terra della loro presenza. I pescatori del comitato, non retrocedevano, la loro resistenza rasentava l’incoscienza.

Il loro coraggio è un atto di nobiltà che la società coglie in un numero sempre più ristretto di uomini che sistematicamente sono definiti dei folli.

I pescatori del comitato, senza la richiesta di alcun profitto personale, s’immolarono per servire il bene comune.

I pescatori del comitato, in compagnia della figlia sulla cassa della madre morta, abbandonati a se stessi, incalzati dai continui assalti dei Carabinieri, non arretrarono di un passo, resistettero senza mostrare alcun tentennamento. Il giorno con la lingua penzolone e la testa in fiamme, dunque si allontanò, uscì dai confini in lotta e dallo spazio intorno e lasciò entrare il buio.  La notte infarcita di tanta precarietà, si era llungata sulla collina nascondendo le facce arrossate, le labbra secche dei pescatori e l’indomani sarebbe venuto ancora più carico di preoccupazione. La  prospettiva non era buona e dunque ognuno si preparava ad affrontare un altro giorno di guerra, senonchè la trattativa si offrì ad accogliere il diritto dei pescatori di San Giorgio per avere la facoltà di costruire su quel terreno il camposanto per i cari estinti del villaggio.

Gli uomini in divisa, dunque disabilitarono le armi e gli fu ordinato di mettersi a riposo.

Il comitato di pescatori, insomma aveva conquistato il diritto di costruire sulla collina, il cimitero di San Giorgio.

Il Cimitero del comune di Gioiosa Marea, non avrebbe più messo a dimora un abitante di San Giorgio. L’ostracismo che colpiva i suoi abitanti a prendere posto per il riposo eterno fuori dal suo territorio era stato abrogato.

Il diritto però, doveva risarcire la legge del padrone e la vendetta prese posizione.

Il Comitato di pescatori, furono indagati e sottoposti al rigore della legge.

La costruzione del cimitero, richiese agli Amministratori comunali, una lunga vacatio. L’applicazione dell’accordo risultò di una travagliata metabolizzazione. La sua realizzazione impiegò circa dieci anni e qualche tempo dopo, l’ala sud di sinistra, franò nel torrente. La ricostruzione, influenzata dalla politica, poisizionò le bare in loculi diversi dagli originari e Francesco Accordino e Canfora Santa, ascesero miracolosamente ai piani alti lasciando il loro posto a defunti con la parentela allocata nella parte del potere in vigore.

I componenti del comitato, indagati furono costretti a sostenere i vari gradi di giudizio con spese legali che per le scarse risorse dei pescatori, erano insostenibili. Il resto degli abitranti di San Giorgio, si rifugiò nel bisogno personale. L’indifferenza avrebbe raggiunto il colmo se non fossero intervenuti gli emigrati con  un sostanzioso contributo.

Il processo, alla fine dei vari gradi di giudizio, condannò a pene variabili ed amministiati i componenti del comitato, dunque successivamente riabilitati.

 

LA COOPERATIVA GIUSEPPE ACCORDINO

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, costituì la cooperativa Giuseppe Accordino, intendendo sollevare dalla miseriapescatori di San Giorgio.

La cooperativa fu denominata a Giuseppe Accordino per onorare la memoria del Marò disperso in guerra, figlio di Francesco e Santa Canfora.

I pescatori iscritti nella cooperativa Giuseppe Accordino, per prima nella provincia di Messina, aveva ottenuto gli assegni familiari ed era previsto l’acquisto di pescherecci per assicurare loro un lavoro tutto l’anno.

La cooperativa Giuseppe Accordino, con la sua a ttività avrebbe spezzato il nodo che teneva legati per il collo, i pescatori ai pescivendoli.

Gli Squamani ritenevano che il pesce pescato gli fosse dovuto e senza fare il prezzo, lo caricavano sui mezzi e lo depositavano in magazzino per la vendita.

Gli Squamani, dunque secondo la loro benevolenza, con comodo, determinavano il prezzo del pesce.

 

I pescatori, detratta la spesa dell’esca, tolta la parte della barca, del mestiere, insomma per fare il conto, non avevano bisogno di ricorrere alla striscia di carta gialla che avvolge il pesce né del mozzicone di matita nera che di solito usava Turi Buzzanca per scrivere le misure per costruire porte, finestre e tavoli.

Il Marò Peppino, era il secondo dei fratelli Accordino. Il primogenito era Carmelo, il padre del’lanaggioto.

La guerra è una ffare per gli Industriali ed i Governanti che si servono dei figli del popolo, per sopraffare altri simili, gloriarsi della vittoria ed acqusire potere e ricchezza.

Il Marò Peppino, chiamato in guerra, lasciò il villaggio, la pesca, le avventure amorose e con gli anni carichi di vigore e di speranza, partì a servire la patria.

Santa Canfora, nella sua casacca nera, aspettò che il figlio disperso in guerra, tornasse a casa.

La speranza che il secondogenito fosse vivo era uspportata dalle zingare che bivacchiavano sul marciapiede, davanti la porta di casa.

La madre del’lanaggioto, Francesca detta Gina, osò contrastarle

La battaglia, sembrava averle allontanate. L’effetto durava qualche giorno. La petulanza delle donne e la debolezza di nonna Santa, le riportava sulla soglia.

Una madre non si rassegna alla perdita del proprio figlio e raccoglie ogni notizia, la coltiva e si culla in essa per non morire disperata. Un a polmonite, in età avanzata, con il respiro le tolse l’ultima speranza.

I Riatteri, ovvero i pescivendoli Puglia, Garito detto Salera, Cicirello, Barbera, tenevano i pescatori con il collo nel cappio del bisogno, della necessità di sbarcare il lunario.

La corporazione dei pescivendoli, gli Squamani con depositi e punti vendita, conducevano a piacimento l’acquisto del pesce.

I pescatori di San giorgio, dunque erano loro ostaggi.

Gli erano debitori dell’esca e dei Mestieri non erano padroni, insomma non avevano alcuna capacità di contrattazione.

La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, era sotto i mestieri gestiti da Calogero Pancheri ch’era il capo barca dei padroni.

La marineria contava una ciurma numerosa e dal cianciolo alla sciabica, pescava per conto del Rais Rosario Salmeri detto Mau, del fratello Carmelo e della corporazione dei pescivendoli. Gli Squamani ed il Rais erano collegati con la Baronia che manteneva in mano  le redini del villaggio di pescatori.

Il pescatore Francesco Accordino, era padrone di barca e calava conzi e nasse.

Il nonno del’lanaggioto, dunque pescava per conto proprio e mal sopportava l’arroganza dei pescivendoli, arrivando addirittura  a ritirare il pesce pescato messo in vendita sulla pista. Gli Squamani senza alcuna concorrenza, avevano lanciato il prezzo al massimo ribasso. L’offerta mancava di rispetto, era un affronto alla dignità del lavoro. Francesco Accordino inoltre non accettava l’incognita di ricevere la somma, alle calende greche. Il tempo di pagamento, veniva talmente dilatato che superava la decenza della conta dei numeri.

La cooperativa Giuseppe Accordino, l’istituto appena nato, sarebbe stata la casa dei pescatori del villaggio. I pescatori di san Giorgio, si sarebbero liberati del pesante fardello imposto dagli Squamani. La grande speranza di spiccare il volo verso la libertà, però rimase stampata sulla carta. I pescatori, impauriti dagli Squamani, recedettero dal loro impegno e la cooperativa senza la loro forza, esaurì la propria attività. La pista restava senza pesce ed i più coraggiosi che lo mettevano in vendita, non ricevevano alcuna offerta. Gli Squamani non compravano ed il pesce andava perduto. La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, intimiditi, hanno preferito distruggere il lavoro svolto dal Professore Ennio salvo D’andria e consegnare il proprio futuro nelle mani dei Padroni. La cooperativa, rimasta senza coraggio, non serviva i pescatori. Il sogno dei pescatori di San Giorgio, schiacciato nelle murate delle barche, nelle mura degli orti, cadde nei pozzi e si estinse.

I pescatori di San Giorgio, andavano per mare e ne uscivano nella notte senza aver visto il giorno che li aveva accolti ed accompagnati. L’indifferenza era tale che neanche il verso di un corvo gli faceva alzare gli occhi al cielo.

Il giorno si svegliava per conto proprio e non era un richiamo per i pescatori di San Giorgio. Il loro passo era dettato dal clima. La scossa ad accelerare, arrivava con la stagione primaverile. La tonnara li svestiva dell’apatìa, iniettava in loro una vitalità diversa.

I pescatori di San Giorgio aspettavano la stagione della pesca del tonno per riconciliare l’andamento del resto dell’anno e ritornare a sperare.

La tonnara era la mamma e nella stagione che pescava, il villaggio si sollevava. La miseria, comunque restava nelle case. Le condizioni d’ingaggio avevano bisogno di essere rivalutate. La contrattazione in vigore andava rivista. Il trattamento economoco era divenuto insostenibile e quello umano degradante.

La Baronia, non rispondeva alle richieste di un adeguamento economico. Lo sciopero dei pescatori della Tonnara, dunque diventava sempre più pressante. Il sindacato era debole ed incerto, diviso, non dava affidamento.Alcuni esponenti, brigavano con la Baronia e cospiravano con gli Squamani minacciando ed intimorendo i pescatori.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ammaestrò i pescatori all’unità. La loro forza avrebbe determinato la vittoria. La battaglia economica per un slario adeguato, per la dignità dei lavoratori, per la serenità delle famiglie entrava nei diritti fondamentali di ogni essere umano. Lo scioperao aveva bisogno della massima determinazione. I pescatori della tonnara, i Tonnaroti non dovevano piegarsi alle minacce, le singole promesse non avevano carattere unitario, dunque andavano scartate. Il Professore Ennio Salvo D’Andria non si era risparmiato e quei pescatori senza istruzione, avevano compreso l’utilità dell’unità per portare fino in fondo la battaglia.

Lo sciopero dei pescatori della tonnra, ebbe un travaglio doloroso e causò molta sofferenza.

Il Professore Ennio salvo D’andria, fu accompagnato in questa impresa, dal sindacalista Messina. Gli altri del sindacato, denominati i difensori dei diritti dei lavoratori, a braccetto con gli Squamani, boicottavano lo sciopero e parteggiavano per la Baronia.

Il Padrone, istruito ed allenato a sostenere il proprio potere, non molla di un millimetro. Lasquadratura dell’intelligenza gli fa vedere il potere e non comprende che il risvolto, concedere qualcosa non è una debolezza, è un guadagno.

I pescatori della tonnara, i Tonnaroti, seppure sotto minaccia, armati del coraggio dell’unità del Professore Ennio Salvo D’Andria e del sindacalista Messina, s’imbarcarono nello sciopero. I pescatori più determinati, sostennero i vacillanti e convinsero gli altri della lotta per la rivendicazione ed assieme resistettero e non si fecero piegare dalle minacce ed acchiappare dalla paura. I pescatori della Tonnara, avevano scelto i diritti che distinguono l’uomo dalle bestie.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, conclusa la trattativa, assegnati gli emolumenti, sperò che questa lotta avesse contribuito a dare la speranza a quella gente, che fosse avvenuto in loro un cambiamento.

Il giro di boa non avvenne, la gioia della vittoria non superò la prova di civiltà. I pescatori di San Giorgio, dopo qualche passo, persero l’euforia e rientrarono nel recinto dell’ordine costituito, ritornarono sui propri passi e con il basco in mano si allinearono alla legge del padrone.

Il coraggio della dignità, passa per lo stomaco e capita spesso che a vincere è quest’ultimo anche se rimane comunque vuoto.

Il benessere dei pescatori di San Giorgio, cozzava con la testa della Baronia e con quella degli Squamani, dunque ripresero il cammino che gli era conosciuto. Chi ha vissuto camminando con il mento chino sul petto, pur avendo la possibilità di alzarlo non ci riesce e per salutare, automaticamente tira il basco dalla testa.

La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, ricusarono i compagni e senza vergogna rientrarono nei ranghi. Gli altri, i soliti quattro portatori sani di dignità, sbarcati dalla tonnara, furono costretti a trasferirsi in altri siti di pesca del tonno, emigrando in Calabria, Tripolitania od a cercarsi un altro lavoro in altri continenti, lasciando le loro famiglie e le loro case.

Il padre del’lanaggioto, Carmelo Accordino, si è portato sulle spalle, per molti, troppi anni, la macchia di scioperante che lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Il lavoro l’ha cercato e trovato, andava ovunque senza arrendersi alla sofferenza ed ai sacrifici e non gli è mai mancato mai.

Ogni uomo ha il suo prezzo soleva dire il Professore Ennio Salvo D’Andria, non celando nella voce una grande delusione.

L’Impegno profuso a favore dei pescatori di San Giorgio, non fu ritenuto meritevole. La maggioranza dei pescatori del villaggio  di San Giorgio, nell’urna elettorale, preferì il partito Democratico Cristiano che sulla camicia nera portava la croce.

Il partito Socialdemocratico, non rientrava nella visione degli abitanti del villaggio di San giorgio, dunque seppure con grande dispiacere, andò a ricoprire l’incarico di Sindaco, nel comune di Oliveri.

Un borgo marinaro che nel 1948, era squallido al pari di San Giorgio, non aveva strade e fognature, né farmacia, né acqua.

“….E io aono lieto di avergli dedicato 7 anni di intensa attività a quel popolo eccezionale che ha meritato in pieno ogni mia premura. Ebbe a dire agli abitanti di San giorgio, il Professore Ennio Salvo D’Andria.

Ho fatto quel che dovevo ed ho mantenute le mie promesse, anche se una sottospecie di Geometra imbecille di San giorgio lo contesta.

Voi però sapete che il mio paese è questo e che avrei preferito dedicare qui tutte le mie attività. Ma Voi, perdio! Me l’avete impedito! E poi, invasati da una crisi di autolesionismo, avete distrutto ciò che che avevo fatto per sollevarvi dalla miseria e dalla schiavitù. Non tutti certamente. Solo la maggioranza. E io ricordo ancora quelli che rimasero accanto a me recrimando quant’era accaduto.

Ora stringo la mano a tutti, anche a quelli con la corda, concluse  il Professore Barbitta.

 

IL SOGNO SCHIACCIATO

La cooperativa Giuseppe Accordino, mantenne sul prato, a circa tre, quattro metri dalla strada, in faccia all’odierna Cartolibreria Senso Unico, la rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello  a lato del Bar Capriccio, il simbolo del lavoro svolto dal Professore Ennio Salvo D’Andria.

La pista, un quadrato di cemento con due pali di legno sul lato rivolto alla strada, legati in cima da una corda di canapa, era un sogno di libertà e democrazia. I pescatori depositari di dignità e rispetto, non avevano dimenticato, non si erano arresi, ci credevano ancora e per molti anni vi fecero riferimento e dunque depositavano il pescato sull’incementato in attesa della contrattazione.

I pescivendoli Salvatore Pittari detto Balici e Nino La Rosa, pur appartenendo alla casta degli Squamani, si differenziavano da loro. Il potere economico, li collocava ai margini e tentavano la compravendita del pesce.

Gli Squamani planavano ai bordi della pista ed approfittando della posizione di Salvatore Pittari e Nino La Rosa, iniziavano una gara di offese e mortificazione, costringendoli alla rissa.

La loro forza economica ed organizzativa non gli permetteva neanche di litigare e  dunque  erano costretti a ritirarsi.

 

SALVATORE PITTARI detto BALICI

La carretta di Salvatore Balici, andava a forza di braccia, sotto l’acqua e contro il vento. Il clima non era mai clemente.

Il portabagagli della bicicletta con alcune cassette di pesce azzurro, polpi e seppie, qualche altra specie che racimolava con la barcuzza con le rizzelle, la rete per la pesca sottocosta, una mano

a tenere le cassette e l’altra sul manubrio, scalzo, con la camicia legata con un nodo sulla pancia abbondante, i pantaloni a mezza gamba, spingeva, arrancando saliva lungo il margine di sinistra della strada a sfiorare il grosso fusto degli eucaliptus ntacchianata di Patti, offrendo a squarciagola, la sua merce, il pesce alle donne delle case di destra piuttosto che a quelle di sinistra ch’erano sparute.

Nino La Rosa, si recava a Librizzi in motociclo, a vendere il suo pesce che non si differiva molto da quello di Salvatore Balici.

Le peripezie che la quotidianità offriva loro, accomunati in un andare difficoltoso, su una strada accidentata, ha fatto pensare al’lanaggioto che a dichiararli fratelli gemelli, l’uno pieno, l’altro magro, di uguale e bassa statura, non era una stupidaggine.

Salvatore Pittari, più sanguigno, grintoso, con la responsabilità di una famiglia numerosa, non si arrendeva e lottava, cercava altri modi per  non soccombere alle angherie di quei canazzi.

 

La bicicletta a fianco, accompagnato dal tintinnìo delle monetine nella tasca destra dei pantaloni scesi sotto pancia, osservava con curiosità il mare sottocosta.

La statale per Calavà era il suo punto d’osservazione,  la spiaggia, il mare, gli scogli, i luoghi preferiti. Salvatore Balici, conosceva le abitudini, i rifugi dei pesci e cercava negli scogli, nelle insenature, aguzzava lo sguardo nell’acqua e con la memoria esaminava le strisce bianche, le macchie argentee, scure.

La bicicletta posteggiata dietro il deposito degli attrezzi, della casa cantoniera, sul lato che non fosse visibile dalla strada, con cautela scendeva il ripido viottolo fin sulla spiaggia, s’avvicinava alla battigia, lanciava in acqua qualche pietra, osservava l’effetto e ritornava alla bicicletta arrampicandosi con le mani ed i piedi.

Il fiato che gli penzolava per la lingua, si metteva a cavalcioni sulla bicicletta e con forza, quasi a rompere la catena, partiva.

 

Il nascondiglio non doveva essere distante, ritornava poco dopo ed era appesantito.

La prudenza di chi trasporta un carico pericoloso, con circospezione scendeva in piaggia, camminava, si fermava e si eclissava dietro una roccia.

Un’ultima occhiata nell’acqua, era il momento buono, innescava e correva, andava a velocità sostenuta, sembrava inverosimile, eppure quasi volava, insomma era lontano quando lo scoppio della bomba sconvolgeva le acque del mare. Le braccia e le gambe in un sincronismo perfetto spingevano i remi nell’acqua e la barcuzza appariva nello specchio di mare con i pesci a galleggiare. La raccolta era veloce, un impegno meticoloso per evitare che i pesci, andassero a fondo e lavorava di gran lena con il coppo. Lo specchio a portata di mano cercava cefula, jaiuli,

fin sotto lo scalino che affonda la spiaggia.

Una mattina che il buio chiudeva la strada, Salvatore Balici, inforcata la bicicletta, s’allontanò di casa. Le scarpe non erano un abbigliamento usuale nel suo vestire, dunque non

vederlo a piedi scalzi, era un avvenimento e la strada ancora addormentata, si svegliò di soprassalto che lanciò per aria il terriccio e l’acqua piovana che ristagnava nella pozzanghera in faccia alla casa di Giuvanninu Palettunaru che uscendo per andare in spiaggia a calare la sciabica, fu costretto per evitarla, a girare l’angolo velocemente, imprimendo al suo corpo piuttosto pesante, un’impossibile piroetta.

 

Il giorno trascorse per le donne di casa ntacchianata di Patti, senza sentire la voce di Salvatore Balici e acuendo l’udito, ascoltarono la strada chiedendosi dove fosse andato.

Nino La Rosa, di ritorno dal suo giro, si meravigliò che non l’avesse incontrato. Il pesce era poco e l’aveva venduto in fretta, non ci badò e proseguì. L’ora di pranzo era trascorsa e la famiglia, non si preoccupò non vedendolo rincasare. A volte, scaricava le cassette vuote dal portabagagli e non entrava in  casa, ripartiva mancando il pranzo. Il suo arrivo, non passava inosservato, era comunque rumoroso.

Le caratteristiche dissacratorie che lo accompagnavano spingevano perfino le galline che passeggiavano nell’orto, sotto i limoni, gli aranci e mandarini, ad affacciarsi inorridite sulla catena sciolta che fungeva da cancello. Quel giorno, non si palesarono ed il silenzio non disturbato, si prolungò dilatandosi a dismisura.

La prima a mettersi in allarme, fu la moglie che con il pranzo pronto, chiamò in tavola e Salvatore non occupò il suo posto. La Signora Pierina, gridò Sabbaturi, Sabbaturi credendolo nell’orto. Il marito non si presentò ed allora preoccupata andò a chiedere a parenti, amici, conoscenti. Il villaggio di pescatori, non l’aveva

visto. Nino La Rosa, la medesima risposta. La Signora Pitruzza, continuò ad andare in giro e chiedere se qualcuno avesse visto il marito. La risposta non cambiava e non si dava pace ed allora sguinzagliò i figli per spiaggia e monti, incitò ogni figlio, dal più grande al più piccolo, maschi e femmine indistintamente, Santinu, Ciccinu, Giuvanninu, Pina e Nunziatina.

La figlia minore, Pina, alle grida della madre, corse dietro ai fratelli all’incontrario di Nunziatina. La più grande, s’affacciò alla finestra, uscì di casa, entrò nel giardino di agrumi, giuocò con il cane bastardo che stazionava nei pressi e con la tranquillità che

la caratterizzava, rientrò in casa ed andò a sedersi e si mise a

lavorare di cucito. La sorella più piccola, Pina, mal sopportava la seriosità della sorella più grande e non mancava di stuzzicarla.

La sua affidabile responsabilità, la metteva a disagio e la trasformava in una scimmia dispettosa, dunque ritornò indietro e trovandola seduta a lavorare di ricamo e cucito, con i piedi sulla cassapanca in faccia alla finestra, di soppiatto le si avvicinò

e le diede una scrollatina da sotto la gonna facendole saltare il tombolo. Pina pensò che avesse sulle gambe il gatto ed allora con la sua estrosità, afferrò un pugno di nuvole dal davanzale della finestra e gliele lanciò in faccia, dunque le infilò la mano destra a pugno sotto la gonna nel tentativo di colpire sotto la pancia l’animale che le faceva le fusa. L’impresa era andata a vuoto, il gatto rientrava dalla strada e sotto lo sguardo minaccioso della sorella, Pina arrotolò nelle mani, l’energia che aveva in corpo ed alla stregua di un segugio, si mise in cammino alla ricerca del padre.

 

 

Pina camminava a passo svelto, con uno  sbattere di ali nel petto, quasi correva, tentava di volare, il fiato grosso la fermava, percepiva qualcosa di pesante e riprendeva.

L’aleggiare non l’abbandonava ed altrepassò petralonga, gli scogli e con varie peripezie giunse a Fetente. La mancanza di spiaggia, la costrinse a ritornare indietro ed esausta si lasciò cadere sulla battigia. Il mare la bagnava fino al bacino con gli spruzzi che le pizzicavano la faccia ed ad un tratto, le sembrò che un uccello marino, la stesse dilaniando di beccate e spaventata si alzò e riprese la ricerca.

La sera scese a controllare le rizzelle ammonticchiate a prua della barcuzza di Salvatore Balici tirata in secca.

La raccolta delle notizie dei ragazzi a piedi, in bicicletta, costituì un indizio per la discesa in mare delle lampare.

La balilla, il calesse, le biciclette per la statale oltrepassarono Petralonga, Boi fino a Calavà, e con le lampare continuarono le ricerche fino all’alba. Salvatore Balici, raggiunto dai richiami, emerse dagli scogli con i primi raggi del sole che si alzava sul mare. Gli ematomi, le ferite non gli permettevano di camminare ed i pescatori lo issarono nella barca e lo trasportarono al villaggio, dunque con una barella improvvisata, creata con remi e teli per le reti, fino a mezza costa da dove gli amici Squamani, lo accompagnarono a casa in Balilla.

La luce del giorno che ormai sorvolava il giardino di agrumi, per non mortificarlo, spazientita, corrucciata, voltò le spalle alla processione e si nascose in una spianata di nuvole. Il sole

esplose poco dopo nel cielo, il tempo di caricarsi d’energia  e dimenticato l’uomo del giorno, aprì il cielo e ritornò a riscaldare le strade, la spiaggia ed il mare, disperdendo le nuvole ovunque, senza alcun discernimento. La gente calzò la maschera e con nelle orecchie “ mulinciani, pumaroru, corse dietro il carretto trainato dal vetusto somaro Angelino ed entrò nella quotidianità liberandosi del male degli altri, inventandosi un’attività in onore della famiglia.

Lanaggioto si alzò dal marciapiede dove si era seduto con l’acquerello ed i fogli per dipingere e si sedette sulla soglia di casa ad osservare il sole nel cielo che si era sciolto nell’acqua, nei colori del disegno, dipingendo un’ombra sulla faccia del bambino.

L’avventura di Salvatore Pittari detto Balici, fu infarcita di supposizioni e smentite che si annullavano e si esaltavano in un susseguirsi di sequestri ed avvertimenti, di rapina, caduta accidentale, che si fosse abbattuto con le proprie mani. La causa rimase ignota. A bocca chiusa si vociferava che i mandanti fossero gli amici. Gli abitanti del villaggio presi dal loro travaglio quotidiano, ripresero il sentiero tracciato e proseguirono il loro viaggio.

 

Il cambiamento del proprio itinerario, è un andamento diverso dal quotidiano. Ogni persona è consapevole del suo stato, rompere l’equilibrio, implica battaglie, lotte furibonde che

conducono comunque a sofferenze. La vittoria o la sconfitta sono effimeri sensazioni. Lo spirito si perde  e nulla cambia.

 

 

 

 

LA BARACCA DI LEGNO

Ogni estate, raramente ne mancava una, il Professore Ennio Salvo D’Andria,  scendeva a San Giorgio ed andava ad abitare sulla collina, oltre l’aqcuedotto comunale nella casa parenterale denominata Malamura.

La casa parenterale, era la sua residenza stagionale, si trascinava sulle spalle, una causa civile ventennale ed alla sua morte, fu lasciata cadere in rovina.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, insediatosi nella casa di Malamura, scendeva nel villaggio di pescatori per le provviste in compagnia di uno dei figli di Carmelo Accordino.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ha con Carmelo Accordino ed i figli Franco, Pippo, Santino ed anche con Lanaggioto, un rapporto familiare.

I fratelli Accordino, dunque s’incaricavano di trasportare sulla spiaggia i pezzi componibili della baracca di legno. I ragazzi del borgo, sotto la direzione di Pippo Molena ch’era il più adulto, Rocco Ducati ed altri, li coadiuvano nel trasporto anziché andare per agrumeti e vigne con il rischio di cadere preda dei cani e della  scupetta, del fucile del Caporale della Baronia. I ragazzi, alla chiamata, accorrevano e prendevano parte all’impresa, con allegrìa.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, aveva progettato e costruito in un giuoco d’incastri le pareti, il tetto, la porta e la finestra, dunque trasportati i componenti sulla spiaggia, la baracca veniva assemblata sotto la linea di mezza costa, alcuni metro sopra lo scarro della barcuzza di Carmelo Accordino.

La baracca di legno, in mezzo a quel deserto di sabbia e la compagnia di qualche barca, appariva alla strada, una cattedrale.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, eretta la baracca, invitava i ragazzi a Malamura, qualcuno s’incaricava di portare qualche secchio di sabbia da spargere sul terrazzino davanti la porta d’ingresso, comunque con gratitudine ed amicizia, donava loro qualche spicciolo, una mini bottiglia d’amaro, un profumo pubblicitario, un brandy al più tenerario che imitando gli attori di films, per apparire adulto e forte, beveva di colpo rimanendo a bocca aperta e senza fiato provocando negli astanti risate ed in qualcuno l’occasione per prenderlo a pugni sulle spalle.

Il ritorno al borgo, per i ragazzi si trasformava in un giuoco a chi arrivava prima in piazza. Una corsa a perdifiato nella quale Lanaggioto evitava di cimentarsi. L’aria infra il chiaro e lo scuro, con le frequenze dei raggi del sole che s’allungavano rilasciando effetti sconosciuti, creavano nella visuale del’lanaggioto, strane forme, gli acuivano l’udito che con l’ausilio dei versi degli uccelli, lo strisciare dei rettili nella vegetazione, lo circuivano con vocine, richiami che lo facevano pentire di non avere preso parte alla gara con i coetanei e se la dava a gambe levate, convinto di avere alle calcagna un nugolo di spiriti, di fantasmi che ammaestrati dal crepuscolo, prima di scendere nelle tenebre, tentavano d’imbastire un giuoco perverso con i suoi sensi.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ogni mattina, si liberava dalle pareti domestiche, e s’insediava nella  baracca sulla spiaggia, s’immergeva nell’acqua e passeggiava nel sole.

La baracca di legno, è un’attrazione e gli amici accorrono, prendono il sole e si bagnano, giuocano a carte e chiacchierano.

L’ombra della baracca che s’allunga sulla spiaggia secondo la posizione della terra col sole, crea un ombrello naturale e la sabbia si fa tiepida ed invita a sostare chi si è liberato dalla professione svolta tutto l’anno e trascorre un tempo di ferie al villaggio, residenti nelle città viciniori che per l’occasione venivano a trovare il Professore, l’amico Ennio Salvo, insomma la frequentazione di artisti, persone di cultura allietava la baracca sulla spiaggia del villaggio di San Giorgio.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, a sera, carico di sole e di sale, a volte in compagnia di qualche amico per la cena, di un ospite, lasciava la Baracca sulla spiaggia, a piedi percorreva la strada Vinnani e raggiungeva il bivio che congiunge il villaggio alla statale, attraversava il ponte detto del Pecuraru, lasciava a lato la casa di padre Risica, fu prete di San Giorgio, entrava nel sentiero che sale lungo il costone di roccia e ritornava a Malamura.

Il costone, non s’allungava per molto e poco dopo la roccia, lasciava il campo libero alla valle. Una folta vegetazione, alberi di fico ed agrumi, con orti e vigneti,  la caratterizzava e ne nascondeva i confini. Il viottolo che vi si apriva, era affiancato da eriche rigogliose che in silenzio, senza alcun fruscìo accompagnavano il Professore ed eventuali ospiti od accompagnatori, fin quasi sotto l’abitazione.

 

Un incidente stradale, alcuni anni dopo, gli concesse di camminare appoggiato ad un bastone, in seguito, a causa dell’aggravarsi della motilità della gamba, lasciò il Castello di Sammezzano, la casa di Malamura e prese residenza in un piano terra, in faccia al mare con l’ombra di un grande gelso davanti ed all’angolo, la residenza ed il negozietto per la vendita di attrezzi per la pesca di Onofrio Russo detto Pennisi.

 

Il Professore Ennio Salvo D’andria aveva energia da vendere, tanto che diede alle stampe, il romanzo dal titolo, Undicesimo comandamento.

Altri lavori sono rimasti inediti ed alla sua morte, sono caduti in mano di familiari, ignoranti e fannulloni che li hanno nascosti alla conoscenza degli altri.

La cultura, non è carta straccia, sono le mani improprie che sono incapaci di coglierne il valore e ne fanno perdere ogni traccia.

 

L’INDIGNAZIONE DEL’LANAGGIOTO

Lanaggioto, ha frequentato il Professore Ennio Salvo D’Andria, negli anni ed è indignato soprattutto contro i nipoti oltre agli abitanti di San Giorgio.

Il nome del Professore Ennio salvo D’Andria, circolava per casa ch’era bambino.

La famiglia del’lanaggioto lo conosceva e gli era molto legata. Il padre del’lanaggioto gli è stato compagno di lotta per il cimitero e la tonnara tanto che quando è ritornato in Toscana, lo ha nominato segretario della sezione locale del partito Social Democratico.

Carmelo Accordino, non ha mai svolto attività politica, conosceva la forza del lavoro e con puntiglio reclamava il rispetto dei propri diritti.

Il giornale di partito che gli arrivava a casa era per lanaggioto, un’occasione per informarsi.

Il villaggio di San Giorgio non offriva ai ragazzi  che lo spazio del suo territorio. La libertà di un ragazzo si misura sull’opportunità di fornirsi di cultura. Lanaggioto,  amava la conoscenza ed in segreto scribacchiava, i libri di scuola non gli bastavano, erano ristretti, aveva bisogno di andare oltre quel sapere e coi risparmi racimolati dagli zii in licenza dall’arma, da nonna Santa, andando a Patti per la scuola, visitava la libreria Piccione e galoppava con la fantasia distraendosi tanto che Pippo, il fratello minore, soleva chiamarlo mangiacarta.

Le risorse economiche erano molto esigue e per la famiglia, dopo le elementari non era facile far continuare gli studi ai  figli. I gradi d’istruzione superiore si tenevano nelle scuole a Patti.

La madre intendeva che i suoi figli studiassero e non spuntassero gli anni con la pesca.

Lanaggioto ha frequentato la scuola media rompendo i legami di classe e la madre lo ha messo a dimora in casa di Ottavio Canfora, cugino di nonna Santa. Franco, il fratello maggiore, vi era stato in precedenza e come lui anche se in modo meno traumatico, con l’anno che si apriva ai bei giorni, preferì viaggiare col treno, a piedi e rinunciare all’ospitalità di cugino Ottavio. La mancanza dei luoghi conosciuti, di una diversa libertà, probabilmente lo indussero a concludere quel tipo di esperienza pur senza interrompere la frequentazione anche dopo avere trasportato i libri di testo a casa.

Franco, all’uscita di scuola, invece non vi fece più  ritorno.

La ricerca di nonno Francesco, fu lunga ed affannosa ed alla fine lo scovò a San Giorgio, nascosto in una casupola fatiscente,

usata per il ricovero e deposito attrezzi agricoli, nei pressi del ponte di ferro.

La casa di cugino Ottavio Canfora, gli si era ristretta, il borgo gli offriva molte più possibilità di scorazzare, di giuocare a carte. L’iscrizione presso l’Istituto di Avviamento Professionale, non gli suscitò molto interesse ed ebbe una frequenza limitata, costellata di risse coi compagni e con l’addetto all’ingresso. La bicicletta con la quale raggiungeva Patti, gli fu rubata.

L’incontro per una soluzione con il probabile ladro, si dimostrò

un agguato. Franco affrontò a pugni, gli avversari, il compagno responsabile, mandandolo in Ospedale, minando la quiete della famiglia. Carmelo Accordino, ch’era costretto per lavoro a stare lontano da casa, insomma decise d’affidarlo al Professore Ennio Salvo D’Andria che lo condusse con sé a Firenze nel Catsello di Sammezzano.

Il rapporto di amicizia della famiglia Accordino con il Professore Ennio Salvo D’Andria, dunque era datato ed è proseguito in successione fino a Santino.

Lanaggioto, incuriosito dalla presenza degli artisti, dal loro parlare, ascoltava, intimidito dalla loro cultura, si avvicinava alla baracca e si teneva in disparte.

Il pittore Jack Friling aveva dipinto un totano sulla fiancata della poppa della barcuzza del padre per omaggiarlo per la pesca copiosa che distingueva Carmelo e per ringraziarlo  per i totani ricevuti.

Lanaggioto, era incuriosito dai colori e dalle linee della sua pittura, dall’intensa espressione che sprigionava dai suoi occhi e d’istinto lo affratellò ai grandi pittori.

Il Maestro Gianni Consolo, frequentatore della Baracca del Professore, anni dopo a trascorrere un giorno in spiaggia sotto il sole, accorgendosi che il totano dipinto da Jack Friling a poppa della barcuzza, andava sbiadendosi, vi si dedicò a rinnovarne i colori.

Lanaggioto, un pomeriggio, scansò la timidezza che lo tratteneva e salì sulla collina, nella residenza estiva di Malamura, al seguito del fratello Santino con l’intento di fare

leggere al Professore Ennio Salvo D’Andria, i pensieri che negli anni gli erano sbocciati nella mente, trascritto su fogli e che chiamano poesie.

 

Lanaggioto, seguendo il viottolo alle spalle di Santino, raggiunse Malamura. La residenza estiva del Professore Ennio Salvo D’Andria, con il balcone dalle ante aperte, s’affacciava sulla valle fino al mare.

La casa elevata un piano fuori terra sopra un magazzino, era attaccata alla civile abitazione della famiglia Baragona e si

accedeva proseguendo verso destra ove scalini in pietra, conducevano al terrazzino sul quale si apriva l’ingresso.

 

L’abitazione della famiglia Baragona, restava sul viottolo.

La famiglia, braccianti agricoli, contava tre figli, Maria con la mente obnubilata, Peppino un po’ meno, comunque autonomo e soprattutto di una forza muscolare pari se non superiore a quella di un bue muschiato e soddisfava nell’attività, il padre e la madre. Il più grande Luigi, sposato, lavorava in muratura ed abitava a San Giorgio.

La domenica pomeriggio, Peppino, finito il lavoro nei campi ed avere pranzato, essersi lavato, sbarbato e profumato, con il vestito della festa, scendeva al villaggio di pescatori e siccome l’unico divertimento, era la partita di calcio, s’aggirava lungo la linea di porta a guardare.

I ragazzi della sua età e qualche più adulto, non contenti dell’andamento della partita, ma soprattutto spinti dalla loro normalità alla ricerca di un altro divertimento, lo circondavano e lo punzecchiavano con insulse battute ritenute spiritose.

 

 

Peppino, con un evidente deficit mentale, lavoratore della terra, della categoria dei Vinnani, non comprendeva il comportamento di quelle persone e soprattutto non sopportava che gli stessero addosso. Peppino tentava di evitare la loro pesantezza con parole

incomprensibili, di rispondere a quelle aggressioni con goffi

movimenti del corpo. L’ilarità dei molestatori, dunque raggiungeva l’apice, costringendolo a liberarsi di loro con violenza e riprendere la via di casa.

 

LA POESIA DI MALAMURA

Lanaggioto, messo piede sul terrazzino, sulla sua destra scorse la valle ed il mare che cercavano la sera. Le luci del villaggio, della penisola e delle barche a pescare, si accendevano cercandosi in un cielo indeciso a seguirli e sentì la poesia del creato entrargli

nel sangue e nella mente con una profonda carezza amorosa da togliergli il respiro.

La campagna lussureggiante di coltivazioni, alberi da frutta, brulicava di versi d’ogni specie. Malamura, assopita nel profumo delicato della sera, è un sogno, un’esistenza galleggiante che veleggia su rotte imperscrutabili.

La natura incontaminata, esalta l’uomo e lo mantiene a mezz’aria in un succedersi continuo di sensazioni, di emozioni uniche che incitano a godere della serenità, della bellezza che profonde senza sosta.

La società che allevia i bisogni quotidiani, si è appesantita di meschinità, di aggressività. L’uomo in corsa, lanciato alla conquista del potere, ha perso la capacità di guardarsi dentro. La città, l’ha espropriato di quella condizione di leggerezza, di semplicità che vede nel vicino, un amico. L’ingordigia di acchiappare privilegi è il suo governo ed ha perso il limite del bisogno.

Lanaggioto, dunque entrò in casa a salutare il Professore Ennio Salvo D’andria ed oltrepassata la soglia di Malamura, si trovò immerso in strane figure striate di colore nero e rosso, giallo, di fiori in germoglio, maltrattati da mani maldestre, incuranti della loro bellezza.

Le pennellate simili a sciabolate, esplodevano e si distendevano raccogliendosi in uno spazio profondo.

 

L’infinito terminava in cornici dorate, bleu, grigie, bianco latte, apparentemente create per disintegrarsi e lasciare che uomini ed animali, volatili, potessero entrare e navigare a proprio agio. La sensazione che vi fosse presente una mano invisibile pronta a sconvolgerne all’improvviso i tratti, era quasi palpabile.

Lanaggioto, scorgendo il Professore Ennio salvo d’Andria, si porse a salutarlo sulla soglia e nel girarsi per uscire in terrazzo, fu sorpassato da una folata di vento, un volo leggero, un allegro  sciabordìo.

Lanaggioto accolse graziosamente, nel padiglione auricolare, il verso della Ciavola, il rumore leggero del mare che s’infrangeva dolcemente sugli scogli ed in un baleno, si ritrovò accovacciato ai piedi della torre. Una nave armata di fasce colorate con a bordo un equipaggio dalle forme indefinite, con  grandi occhiali azzurri, solcava le onde del mare ed era già approdata.

L’esercito sbarcò con le onde ed entrò nella torre ove la Ciavola nidificava.

Lanaggioto, raccolto a riccio, si sentì sollevare a mezz’aria e stava quasi per scivolare in acqua, sugli scogli sparsi a semi cerchio, in maggior quantità sulla destra.

La Ciavola, carica di una collera spaventosa, s’avventò gridando su quei soldati e li rigettò in mare. Il resto dell’equipaggio della nave che stava ormeggiando a breve distanza dalla torre, sulla spiaggetta di sinistra, accorse via terra, in aiuto dei compagni ed imbarcati fuggirono precipitosamente, probabilmente consci del disturbo arrecato.

Lanaggioto, osservò la nave allontanarsi con l’equipaggio privo degli occhiali, scomparendo verso lune bleu e rosse, verdi montagne arrotolate, in una luce cangiante, dunque smise di volteggiare e persa la leggerezza, appesantito ritornò a Malamura cercando la poesia della natura.

La mente gli proiettava esempi di visioni, un’eversione di colori, insomma la bellezza delle pennellate non scorreva nelle sue parole ed ecco che nei fili della sera, sente farsi vicina la voce di nonno Francesco che al centro della numerosa cerchia di familiari, parenti ed amici,  a memoria, racconta le storie di Orlando, del Conte di Montecristo, dei libri proibiti che nascondeva in una cassettina sotto il letto matrimoniale.

 

Il cielo di Malamura, ecco che ad un tratto, esplode in una manciata di fiori, il terrazzo aperto sul golfo con lo scoglio di Patti, la Rocca della Madonna del Tindari, si riempe delle voci dei pescatori del borgo che maturano i loro diritti, che si assumono il coraggio della battaglia. Lanaggioto, con  l’ansia che cercava di sopraffarlo, dunque cercò conforto nella memoria, con cautela si peritò di scivolare sulle opere di Jack Friling che coprivano le pareti, le ante delle porte, della casa del  Professore Ennio Salvo D’Andria e con i brividi che gli correvano sulla schiena, uscì nel terrazzino e si sedette sul muretto a sedile con le spalle verso il borgo.

I pioppi posti a guardia dell’ingresso e misuravano la facciata della casa, accoglievano l’aria leggera che scendeva da Monte Meliuso e Lanaggioto sentì nella mente i pensieri accavallarsi.

Il bisogno di costruire una chiara presentazione dei suoi lavori per porli al Professore Ennio Salvo D’andria, lo mise in disputa con le corde, la lingua e le guance.

Le frasi gli restavano sui denti e confuso tirò dalla tasca i fogli scritti e li pose sul tavolinetto di pietra che faceva servizio sul

terrazzino confidando che Santino ne avesse parlato al

Professore Ennio Salvo. Lanaggioto, guardava i fogli di carta con i pensieri e le parole che aveva partorito ed ad un tratto, colto da una ventata d’inutilità, pensò di rimetterseli in tasca. La creazione pittorica dalla quale ne era uscito con affanno, rendevano i suoi lavori impresentabili.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ecco che uscì di casa ed entrò sul terrazzino, s’accese una sigaretta e si sedette sulla poltroncina di vimini e guardandolo serioso, con un breve sorriso, gli indicò una macchina da scrivere su un tavolinetto poco discosto dicendogli: “ Vai e ricordati che non danno da mangiare “.

Lanaggioto, gli sorrise grato della sua disponibilità e si mise al lavoro. La sua scrittura era difficoltosa da gestire e per renderla comprensibile aveva bisogno di essere trascritta ed intraprese il viaggio a ritroso trasportandosi il cielo.

Lanaggioto, con il resto della luce che si era distribuita altrove, insomma al chiarore di quella artificiale, stanco, comunque soddisfatto, portò a termine il lavoro.

Lanaggioto, insomma, resi i suoi pensieri, leggibili dalla scrittura della macchina, con tomorosa umiltà li consegnò al Professore Ennio Salvo D’Andria

L’odore del mare che saliva e si accompagnava a quello della campagna, avvolgeva i fili della sera in una stoffa leggera che venne a ballare creando un’atmosfera mozzafiato.

Lanaggioto, dunque intimidito da cotanta bellezza, s’avviò verso il tavolo che Santino aveva apparecchiato.

Un vassoio posto nel centro, conteneva fettine di pescespada cotte sulla brace, inumidite col salmoriglio composto di origano di Calavà e con olio d’oliva di San Giorgio.

Lanaggioto, seduto alla destra del Professore Ennio Salvo D’Andria, deliziato dal profumo, rimase a guardare e si costrinse a trattenere le mani a servirsi che la fame lo spingeva alla fretta.

La bontà della cucina di Malamura, gli fremeva su ogni papilla e ritornò al borgo dentro una favola, accompagnato dalla maestosa orchestra della natura.

IL PINO DI PIAZZA RAVEL

Il borgo dei  pescatori di San Giorgio, senza la speranza della della tonnara, con l’emigrazione che aveva estinto la Il borgo dei  pescatori di San Giorgio, senza la speranza marineria ch’era stata un vanto nella gara delle barche con i borghi rivieraschi per la festa del Santo Patrono, relegato nella sua lunga e larga spiaggia, con le barche senza mestieri, con gli anziani che vagano accosto ai muri degli orti, o stanno seduti sulla destra della porta di casa, a consumare il giorno, a sonnecchiare e fumare, aspettare il buio per andare a letto e magari nottetempo, allocarsi sulla collina che iragazzi del ‘ 20 guidati da Ennio Salvo, avevano conquistato ad eterno riposo, i ragazzi che andavano a scuola, con i pomeriggi lasciati a giuocare a carte sotto i ponti, nei palazzi semidiroccati della Baronia, nella saya, qualcuno con una manciata di lavoro nella muratura, con la barcuzza a pesca costiera, scontava l’insostenibilità dei tempi.

Gli Squamani, chiusi nei loro affari, spiavano ed imbastivano trappole per i più deboli, sorvegliavano la proprietà privata e vietavano ai ragazzi, anche con la pioggia ed il freddo, l’entrata nel loro circolo  con la televisione ed il calcio balilla.

L’albero di pino in piazza Ravel che Ciccio Spinella armato di garofano nell’incavo dell’orecchio destro e radio a tutto volume in spalla, aveva salvato dalla famelicità delle pecore di Turi Buttò detto Janco e dai buoi del suo compare, dunque divenne il loro ricovero all’aria aaperta.

Il pino di piazza Ravel,  rivolto a sinistra verso il prato e la via pola, dietro la quale si schiera il borgo, dunque accolse sotto la sua chioma, in una protezione sonnacchiosa, i ragazzi randaggi di San giorgio. I pini ormai alti, con la loro belleza ornano e decorano il prato ed in fila la via pola e d’estate con l’ombra danno refrigerio ed ospitalità a locali e vacanzieri. Le gelaterie, i Bar, le tavole calde e di ristorazione, affacciati su di essa, hanno approfittato della loro disponibilità e graziosamente vi hanno riversato tavoli e sedie ed una struttura in legno prolungando il servizio oltre le mura delle costruzioni altrimenti mal goveI pini donati dalla forestale, per mesi erano stati lasciati a macerare sul prato. Un gruppo di ragazzi, considerati scansafatiche, oggi Bamboccioni, distraendo Turi Canfora che del Comune, era custode del Cimitero, addetto al motore a scoppio per evacuare dalle vasche sulla spiaggia le acque della fogna, li hanno interrati e messi a dimora nel prato che ospitava i pali con la corda per stendere la biancheria al sole, il fosso della discarica a cielo aperto. Gli anni successivi, i ragazzi ormai con la responsabilità dell’età, andarono a cercarsi un lavoro che il territorio non offriva ed emigrarono verso le città, all’estero, lasciando il borgo e gli amici. Lanaggioto, nei sporadici ritorni al borgo, osservando  la crescita dei pini, i robusti tronchi e le folte chiome, sorride entusiasto, dice che quella generazione, pur con la sua turbolenza, aveva lasciato  al villaggio, una magnifica pineta, seppure altri tentavano di  ascriversene il merito.

L’Associazione per la difesa dell’ambiente e della salute, recita che difendendo questi valori, possiamo avere la certezza di un presente ed un futuro migliore, ma evidentemente gli Amministratori comunali di Gioiosa Marea, mancano di questa cultura.

La bella pineta, con le sue radici si è fatta invadente, ha cominciato a creare qualche problema agli ingressi dei locali, al pavimento del marciapiede per i passanti. Un albero di pino in prossimità dell’ingresso del locale Number One, forse era cresciuto troppo, la struttura ne risentiva ed allora  gli è stata resecata la chioma. I pini all’interno dei locali, dei marciapiedi, erano divenuti ingombranti, invadenti, e dunque avevano bisogno di un trattamento. L’occasione è presa a prestito e la veridicità dell’argomento, dice Lanaggioto, si trasforma in speculazione. Il giorno delle Palme, nel disinteresse generale, insomma ha consentito  agli scienziati della politica, di autorizzarsi a mettere sotto controllo la situazione. Il pino in faccia alla Rivendita di Tabacchi che Santa Canfora aveva protetto e curato, aveva affisso un bando di appalto dei lavori in corso. Questi Benemeriti Amministratori del Comune di Gioiosa Marea, che solo alcuni mesi prima, non avevano i soldi per cambiare una Lampadina ai lampioni che lasciavano la strada al buio, all’improvviso hanno stanziato oltre100 mila Euro di denari pubblici per rifare il marciapiede minato dalle radici dei pini. Gli occhi del’lanaggioto, sono corsi intorno constatando che avevano iniziato col resecarne alcuni, su altri avevano infierito sulle radici ed affogati in una colata di cemento, altri ancora di averli potati a prezzemolo che è sconsigliato da chi della natura ne ha fatto una professione; insomma non è stato un bel vedere.

Lanaggioto si chiede se i pini potevano essere salvati alzando, allargando il marciapiede ed agevolando i passanti con degli scivoli. Lanaggioto, è indignato di quanta stupidità ed arroganza, alberghi nella mente di chi ha per scopo la cura del bene comune. Lanaggioto, con ira dice che gli Amministratori hanno oltrepassato la misura. Il denaro pubblico non deve servire per gestire un interesse privato. La strage dei Pini della via Pola di San Giorgio, è fuori dalle regole civili e non più sostenibile. Una strage portata a compimento, nel solito, inequivocabile colpevole silenzio di una comunità affetta da cronica imbecillità.

La gioventù studentesca ed operaia, accampata sotto il pino di piazza Ravel, oltre a cercare di mettere a buon frutto la loro presenza sul territorio, tentava di evadere e rallegrare la serata noiosa, distraendosi, osando una scrupolosa indagine sulle forme delle ragazze del calendario trafugato dalla parete della sala da barba di Jack Salmeri. Le dispute su calcio e ciclismo non trovavano uno sbocco e s’impigliavano nel fanatismo, fino alla’alba. Le  giornate più fredde, richiedevano qualcosa di diverso. A passo di marcia,  cantando a squarciagola, raggiungevano il bivio con la strada statale. La lampadina sotto la coppa con il braccio che si dondolava al palo, era presa di mira ma non una pietra riusciva a centrarla. Un atto di ribellione che intendeva lavare l’offesa degli Squamani. Il ritorno sotto il pino, carichi di spavalda euforia, isitgava all’accensione od a ravvivare il fuoco lasciato da Nino La Rosa e Nino Tannarita. Un colpo di genio equestre ed il prato in prossimità del pino, si animava di uno spettacolo scintillante. Il fuoco alimentato con rami d’ulivo, cassette del pesce inutilizzabili ed altro materiale combustibile, all’improvviso, scansando la rabbia, la mortificazione, con un nitrito di cavallo in calore, l’aria, subiva una immediata e veloce elettrizzazione. Un’impennata parossistica, incitava alcuni a ravvivare il fuoco, altri a correre a perdifiato nell’immondezzaio e recuperare le bombolette spray che Jack il barbiere aveva consumate sulla testa dei clienti. Qualcuno ritornava con in mano, due o tre. Qaulcun altro, lamentandosi cercava di sottrargliene, almeno una. La disputa terminava ben presto con un unico lancio nelle fiamme, innescando una serie d’esplosioni spettacolari. I fermagli, le strisce di cassetta, i resti dei legnetti, sotto l’urto d’aria sprigionato dal gas residuo delle bombolette, schizavano in aria e velocemente scendevano, creando una pioggia incandescente. Ciccino detto Califfo, rapito dai fiori di fuoco che scivolavano dal pino, ballando e battendo le mani, gridava: “ l’albero di Natale, l’albero di Natale. “L’allegria, però aveva una breve durata. Le stupide dispute per ammazzare la noia, non mitigavano la sofferenza, la mortificazione. I ragazzi, umiliati dalla corporazione degli Squamani, per non continuare a bisticciare sul nulla, dunque si determinarono a costituire un Circolo con lo statuto di ricreativo, sportivo e Culturale.

La civiltà, attraversava il villaggio senza toccarlo. La cultura non concedeva benefici alla comunità di pescatori.

Il pensiero predominante negli abitanti, era quello di evitare che si rompessero gli equilibri in modo che ognuno continuasse ad usufruire dei privilegi consolidati. L’ingresso nella scuola elementare del maestro Leonetto di Patti, in sostituzione della maestra Consolo, collocata in pensione, dunque costituì un affronto per Mario, il figlio maggiore della maestra Caleca, direttrice della scuola. La vendetta di Mario, si scatenò durante lo svolgimento di una festa, nei locali dell’Azione Cattolica L’incapacità della madre a fare rispettare il suo diritto di autoctono gli bruciava a tal punto che fu indotto ad aggredire a pugni e calci, l’intruso sotto gli sguardi dei presenti.

 

Il maestro Leonetto, seppure con moglie, figli ed anni diversi, evitò lo scontro e senza timore occupò la cattedra. Il corso scolastico con le sue innovazioni ne trasse beneficio ed anche il borgo respirò una ventata d’aria pulita.

 

Lanaggioto, con la sua curiosità innata, la voglia di conoscenza, approfittò del cambiamento e con l’aiuto del maestro Leonetto, riuscì ad uscire dal classico recinto dell’ordinamento scolastico che stabiliva classi specifiche per ogni appartenenza sociale. Lanaggioto, insomma acquisì una visione più aperta della società, più civile e democratica, in contrapposizione allo stato soporoso del villaggio. Lanaggioto, dunque tirò fuori la sua energia e si fece artefice del rinnovamento del villaggio. Le lapidi di marmo appese sulla destra e la sinistra della porta d’ingresso del posto di telefonia pubblica in piazza Ravel, rischiavano di perdere il nome, cognome e grado. Le lettere di bronzo, l’uno dopo l’altro si staccavano dal marmo e precipitavano a terra. Lanaggioto, organizzò incontri e manifestazioni, intendeva mettere sotto gli occhi della gente frettolosa, il degrado nel quale era tenuta la memoria dei morti della patria.

La manifestazione, ebbe il risultato di spingere le forze politiche, in occasione delle elezioni comunali, di condurre in piazza, la scolaresca delle elementari. I maestri ed i candidati, sempre gli stessi da più legislature, non dissero dei principi, del senso della patria., insomma la storia non faceva parte del loro bagaglio culturale. Le lettere delle lapidi, in effetti non subirono alcuna manutenzione ed molti anni dopo, il progresso raccolse qualche briciola di dignità, insomma gli amministratori della comunità eressero sul prato, a memoria degli eroi, una sudicia espressione scultorea, una obbrobriosa accozzaglia di ferraglia.

Lanaggioto, s’arrabbiava ed  interveniva anche con articoli sui giornali all’incontrario della vela, il foglio locale che rimaneva bianco, anzi divenendo nel tempo giallo. Un articolo sul foglio del supplemento del Corriene di Messina, sul mancato rispetto del diritto alla salute, all’igiene ed alla viabilità, incappò nelle ire del potere e con un bliz abusivo, fu sequestrato dai Carabinieri dimentichi che hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non ai Governi.

La libertà d’espressione era stata calpestata, però non suscitò alcun allarme nella coscienza del responsabile della vela, un educatore edotto più a nascondere che a svelare la verità.

La costituzione e l’esistenza del Circolo Ricreativo Sportivo Culturale, dunque era considerata dal’lanaggioto un fondamento per la convivenza e lo sviluppo dei ragazzi del villaggio di pescatori, insomma un buon esempio per la verità e la democrazia. Lanaggioto  ed i soliti quattro, innescarono questa bella idea coinvolgendo anche i più riottosi a farne parte. Il calcio ne fu la leva, la squadra richiedeva un impegno finanziario che ogni volta, a racimolarlo non era facile e diventava sempre più difficile e mortificante. La soluzione per non dipendere dalla benevolenza della gente e dei familiari, era quella di offrire qualcosa in cambio e da questo scaturì il pensiero di creare una compagnia teatrale e sopperire con gli incassi alla mancanza di risorse per l’equipaggiamento ed i viaggi, senza tralasciare il divertimento e la soddisfazione della recita ed addirittura di coinvolgere le ragazze. L’idea era superba, magnifica, ma non semplice da realizzare, dunque era necessario un forte impegno di ognuno. La memoria riportava a guerre e divisioni. Gli Squamani erano portatori di discordie, divisioni e se una, qualsiasi decisone, capitava che dovesse passare per loro mani, poteva definirsi morta in partenza, dunque era obbligatoria una vigilanza assoluta nella scelta delle persone. La base fondamentale per partire, era il reperimento dei locali per la sede.

Lanaggioto e Giorgio Puglia, s’incaricarono di andare a parlare con il parroco don Antonio Sferruzza. I locali dell’ex Azione Cattolica nei quali ci avevano bazzicato per anni, nei periodi di unità sociale e secondo la convenienza dei rappresentanti degli Squamani, erano il massimo che si potesse ottenere, dunque era richiesta ai due una forza di convinzione della bontà dell’idea e della fermezza delle persone.

La richiesta a don Antonio Sferruzza doveva avere i crismi della serietà ed una compatta responsabilità. Il permesso di usufruire dei locali della sede dell’ex Azione Cattolica, seppure ben visti dal Sacerdote, non era affatto scontato.

Gli Squamani erano gli esecutori territoriali. L’appannaggio per la festa del Santo Patrono, dipendeva dalla loro volontà. Ogni  aggregazione sportiva, manifestazione era chiusa nelle loro mani e si erano concluse tristemente. Lanaggioto e Giorgio con alle spalle i compagni che pur di ottenerne la concessione, erano disposti a mettersi in ginocchio, quindi bussarono al portoncino e salirono le scale guardando in cima preoccupati.

 

Il borgo doveva una risposta a questi ragazzi. Il bisogno di un’aggregazione sociale e culturale era coinvolgente. La politica doveva restarne fuori. Gli uomini se ne appropriano abusivamente, si vendono perfino la dignità pregando il Signore, per raggiungere il potere.

 

Il circolo, dunque doveva essere libero da questa gabbia, con il diritto di nascere e crescere con le proprie forze, senza alcuna pastoia.

Il parroco don Antonio, li accolse e li ascoltò con affetto misurato.

 

La testardaggine di Giorgio, era la parte più colorita della sua personalità, l’esperienza una garanzia. L’interesse per la comunità era preminente. Lanaggioto era un ragazzo di belle speranze, ragazzino aveva il cipiglio dell’adulto e non si tirava indietro di fronte a qualsiasi difficoltà. Lanaggioto era un tutore integerrimo delle regole nell’interesse comune. Lanaggioto e Giorgio erano un connubio agguerrito. La benedizione e la disponibilità di Padre Antonio Sferruzza era fondamentale e la sua protezione altrettanto efficace per evitare l’ingerenza degli Squamani.

 

Il Parroco don Antonio Sferruzza, ascoltò con attenzione Giorgio e Lanaggioto e con un sorriso lieve, disse di volersi fidare ancora una volta di loro, sperando che onorassero l’impegno assunto e di frequentare la chiesa.

IL CIRCOLO RICREATIVO SPORTIVO CULTURALE

I locali dell’ex Azione Cattolica, dunque furono la sede del circolo ed ebbero in uso, oltre la metà del piano terra, il resto rimase in appannaggio alle spose del signore ove svolgevano l’attività di asilo infantile e catechesi. Il circolo quindi, preso possesso della sede, si riunì per eleggere la dirigenza ed il presidente. Le riunioni per la designazione del presidente, si erano protratte per diverse settimane nei locali della scuola elementare. La sera che la moglie del maestro Leonetto, impartiva loro la lezione di musica teorica, in una pausa, si appartavano nel corridoio e mettevano a confronto le loro opinioni mettendo sotto la lente di ognuno, i vari candidati. I ragazzi secernevano i più affidabili e disponibili e nel compendio degli uni e degli altri in una medesima persona,  alla fine, nel turbinìo delle proposte con l’una o l’altra componente, mancante, si presentò e prese vigore, il nome del maestro Angelo Accordino.

Gli Squamani, invero si erano messi all’opera per disfare l’iniziativa, dunque anche se il maestro Angelo Accordino suscitava dubbi ed apprensione nel’lanaggioto, risultava l’unica persona più aderente alla loro richiesta.

Le persone che lo conoscevano, dicevano che le doti di affabulatore non gli mancavano, i bene informati, che aveva esperienza di recitazione, che il teatro gli era congeniale e questo gli conferì una forza decisiva, dunque era una risorsa.

Lanaggioto, conosceva il maestro Angelo Accordino, in modo indiretto, dalla sorella Anna che lo aveva quale insegnante, dal postino che facilmente scambiava destinatario, comunicandogli la sua esistenza e dal suocero raccontato dai coetanei.

Il protagonista, insomma  era il suocero che appariva sulla soglia della casupola dell’orto oltre la via Nazario Sauro, con una coperta a quadri vaiopinti sulle spalle. I ragazzi passando nei pressi diretti verso il Brigantino, lo chiamavano credendo di poterlo giuocare. L’uomo, li inseguiva, lanciando loro sfide all’arma bianca. Lanaggioto, lo conobbe in seguito alla frequentazione del Brigantino, instaurando un simpatico rapporto ed un giorno provò perfino, la sua mitica astuzia battagliera in una simpatica sfida a mani nude.

 

Il maestro Angelo Accordino, aveva la residenza in fondo al villaggio, sulla destra del torrente di Magaro sulla strada che proseguiva verso petralonga. La mattina, andando a scuola in auto, si fermava nella rivendita di tabacchi di Pippo Cicirello per comprare il quotidiano la gazzetta del sud. Il maestro Angelo Accordino, insomma non era un frequentatore del borgo. L’abbattimento della filiera di pioppi frangivento che proteggevano la sua casa sostituendola con un enorme muro in cemento, rese evidente il suo stato. I Pioppi, evidentemente non lo proteggevano a sufficienza, dalla tramontana, proveniente da Calavà e petralonga. L’indirizzo sociale dell’Amministrazione comunale, gli era congeniale, dunque  tentò varie candidature.

 

La considerazione che questa Presidenza potesse esaltarlo e  spingerlo alla conquista dello scanno politico, mise in agitazione i ragazzi. Lanaggioto, pensò al foglio giornalistico La Vela, per farsi pubblicità, ora che la bacheca era stata trasferita dalla postazione telefonica nei pressi del pino e soprattutto, si vociferava che il suo uso avesse fornito un’informazione distorta della storia marinara del villaggio di pescatori.

La compagnia teatrale con la sua cultura ed il vantaggio economico derivante, era un allettante fiore del circolo, dunque lanaggioto accettò la sua nomina. Il circolo aveva bisogno del

suo servizio, lasciare andare quest’opportunità, avrebbe avuto un

effetto negativo sul progetto. Il suo acquisto era utile, adesso però serviva tenerlo sotto controllo ed impedirgli di creare divisioni. Lanaggioto, insomma non è stato astioso ed anche se con molte riserve, scelse il lato migliore per il circolo, dunque fu preso appuntamento con il notaio. Il maestro Angelo Accordino, invero accompagnò con molto impegno e sacrificio, il gruppo teatrale e diede un impulso alla frequentazione di maschi e femmine che restavano lontano. L’abitudine di andare in chiesa

e ritornare a casa era una penalizzazione, adesso si parlavano, scherzavano, ed intrattenevano rapporti più intimi. I loro spettacoli con Musco, Pirandello, Verga, richiamavano molto pubblico. Gli incassi andavano a gonfie vele e la squadra di calcio utilizzava le risorse compiendo imprese che riempivano il borgo di orgoglio. Il circolo, con le sue inizative, era un richiamo, un punto di riferimento per i villaggi rivieraschi e di montagna, insomma il villaggio di San Giorgio, cominciava a riprendersi l’influenza che un giorno esercitava e che il comune di gioiosa Marea gli aveva sottratto manu militare. Il successo aveva domato o così sembrava, il maestro attuando i principi dello statuto. I soci fondatori conoscevano le sue debolezze e gli impedivano qualsiasi azione contraria. Il Circolo, si era trasformato in una realtà culturale e sportiva concreta, radicata nel tessuto sociale del villaggio di San Giorgio. l borgo, non offre opportunità di lavoro e dunque raggiunta l’età, la maggioranza dei ragazzi si assunse la propria responsabilità.

Il servizio militare gli ordinò la partenza ed il lavoro li disperse. Lanaggioto detto Dutturi per via degli occhiali, Vincenzo Zampino, Santino Pittari detto Buzzu, Ciccino Pittari detto Califfo, Nino Russo detto stu..stu..dio Bat ed alcuni altri, insomma migrarono.

 

IL BRIGANTINO

 

Lanaggioto, ritornato a casa in congedo dal servizio militare in condizioni fisiche e psicologiche, diciamo non eccellenti, insomma debilitato, in breve, con le spremute d’arance calde e ben zuccherate, di nonna Santa, si mise in piedi ed una mattina,  cercando di recuperare la gioia che gli si era rattrappita nelle guance, scese sulla spiaggia a rinnovare il rito al mare e proseguì per la battigia raccogliendo pietruzze di vari colori, levigate dall’acqua. Lanaggioto camminava e con le pietruzze in mano,  osservava le onde che si distendevano l’una sopra l’altra fino a riva e v’immergeva la mente in quella magìa che l’aveva ammaestrato negli anni. Lo spirito del guerrieo era debole e camminando zoppicava. L’orizzonte che tratteneva sospese le isole, lo incitava a lottare, a sorridere e riprendere il cammino interrotto. Il passo recuperava energia e continuava sollevato verso petralonga ed ecco che ad un tratto, alza la testa e s’accorge che sull’arenile si svolge attività lavorativa.

Il Professore Ennio Salvo, Pippo suo fratello, Nino, Filippo  Currò e qualun altro, stavano rassettando una spianata di cemento.

L’arenile fra il torrente di Magaro e petralonga, all’inizio del pollaio di Nino Currò, stava accogliendo le fondamenta per la costruzione di un Bar-Ristorante-sala di ballo.

Lo scrittore Ennio Salvo D’Andria, insomma su uno zoccolo in muratura, nel rispetto dell’ambiente e della natura, vi eresse una struttura in legno che chiamò Brigantino.

La bandiera tricolore issata nell’angolo sopra l’insegna del Bar, richiamava l’attenzione dei viaggiatori in transito sulla statale.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria seduto sulla poltrona di vimini nel salottino con le spalle al mare, con i gattini Chinotto e Tamarindo sulle ginocchia, conversava con gli amici. e qualcuno lo rimproverava che le sue idee, avevano partorito comunisti.

Carlo, il fratello del Professore, da poco tempo in libertà dalla casa circondariale di Patti nella quale era stato rinchiuso per truffa e che aveva impegnato i risparmi del’Lanaggioto, per fargli ottenere la revisione del processo nell’indifferenza dei fratelli, intratteneva con l’opera 47 alla pianola, Black, il cane bastardo, nero con strisce bianche sul muso e sulle orecchie, sistematosi sulle zampe posteriori a lato della soglia d’ingresso della terrazza che s’affacciava sul mare.

Il figlio più grande di Carlo, Franco, cresciuto a Sammezzano con il Professore, aiutava la madre in cucina. L’altro figlio Nuccio, bighellonava tutto il giorno facendo capolino per l’ora dei pasti. La famiglia di Carlo, insomma si era graziosamente allocata nel locale del Professore e ne traeva sostentamento.

L’interruzione della musica, pareva mettere Black in allarme

che alzava la palpebra dell’occhio destro, sistemava il peso del suo corpo robusto sull’incementato e guardava Carlo con un

cipiglio interrogativo.

Mister Ciccio Brunone di professione cuoco, vecchio amico del Professore Ennio Salvo, emigrato in Scozia, venuto in vacanza, con la sua cucina e la musica di Beatles e Rolling Stones, accese il locale facendo esplodere l’estate.

Gli avventori, incuriositi si fermavano, onoravano la cucina e decantavano la bellezza del paesaggio, la quiete del luogo e chiedevano dei quadri esposti sulle pareti del locale.

Il Brigantino, ogni sera era in festa, la gente vi accorreva gioiosa ritrovandosi a chiacchierare in amicizia e leggerezza, mangiare e ballare fin sotto l’alba.

Il villaggio di San Giorgio, dunque si svegliò dal sonno dei giusti imparentati e divenne un luogo di turisti.

La Baronessa Calcagno, da lì a poco,  sutta i pigna, dal Cancinnittu, nella striscia di terreno che s’allunga a coda di topo fino al bivio con la statale, a fianco della ferrovia, costruì il ristorante La Pineta con annesso spazio aperto per il ballo e delle villette che mise in vendita.

La via Pola fu un fiorire di locali  Bar – gelateria, tavole calde e ristoranti. Il villaggio di pescatori, dunque si avviava a trasformarsi in un centro turistico.

Le famiglie più intraprendenti, fecero a meno di qualche stanza od addirittura si trasferirono nel vano sistemato a ripostiglio, liberando la casa per dare accoglienza ai vacanzieri, insomma si attrezzarono all’uopo.

 

Lanaggioto, con l’alba che avanzava ed usciva dalla notte, terminato il servizio nel locale, s’avviava verso casa a riposare. Black, il cane lo accompagnava camminandogli a fianco, proteggendolo dai numerosi cani randagi, un esercito a quattro zampe, imprevedibile e con robuste mascelle che occupavano il prato. Gli uomini, usano gli animali per divertimento e poi se ne disfano senza pensiero abbandonandoli dove capita. Gli Enti latitano, gli addetti non se ne curano ed ecco che si trasformano in armi pericolose.

La sua presenza, con la grinta a fior di muso, manteneva a debita distanza, i suoi simili sciolti da vincoli e lo rasserenava.

 

Una sera che lo scirocco passeggiava sulla terrazza del Brigantino e s’aggirava sornione sulla spiaggia ed intorno, accompagnando per mano gli avventori a cena e gli ospiti a bere e conversare, una voce rauca, ieratica, sequestrò il caldo nei bicchieri di vetro, ammutolì i commenti sottovoce su Michele Sindona, il Banchiere fedele servitore di monsignor Pullano, Vescovo di Patti, fondatore della Banca di Messina e che rese industriale la città, scomparso dai suoi domini e ricercato.

Lanaggioto, sorpreso si girò a vedere in faccia la persona che criticava il lavoro svolto nel locale.

Lanaggioto, si dedicava al servizio dei tavoli in collaborazione con il fratello Santino. L’abitudine di chiacchierare e scherzare con i convenuti, alla critica indecorosa, s’arrestò quasi senza fiato allertando il guerriero ch’era in sonno, slacciando il fodero delle armi, pronto per lanciarsi all’assalto dell’intruso maleducato.

Lanaggioto, comunque cercò un ammorbidimento nelle note della musica, si trattenne per comprendere il motivo dell’accidia, e nel riconoscere Ciccino Cicirello detto Mocu, avvinghiato alla spalliera della sedia, che lo apostrofava con gli occhi fuori dalle orbite, pensò che avesse qualche problema di controllo, era probabile che cercasse di scaricare la stanchezza accumulata nella città ove svolgeva la sua attività e se ne rammaricò. Il ritorno nel villaggio in vacanza, normalmente riserva un abbraccio,  nell’incontro con i compaesani, dunque indusse Lanaggioto ad una riflessione. Il padre di Ciccino Cicirello apparteneva alla corporazione degli Squamani e l’arroganza espressa dal figlio, ne era il marchio. Gli anni evidentemente, non erano riusciti ad insegnargli che il diritto non è deleterio, fa parte del dovere e la rivalsa è la cattiva luce della coscienza. L’equilibrio che la città gli aveva inclinato, l’aveva indotto a trasformarlo in un’occasione di vendetta verso il secondogenito di Carmelo che aveva lottato per stabilire che i diritti appartengono a tutti, e lo classificò un rigurgito.

Lanaggioto, insomma decise che non era meritevole di una risposta e soddisfece la sua esigenza.

Qualche settimana dopo, in occasione dell’uscita del libro del Professore  Giuseppe Alibrandi La testa del Dragone edito dalla Pungitopo di Marina di Patti, ciccino Mocu, rinvenne da sotto i pini circuendo i tavoli del Bar Capriccio e si scatenò con una critica bavosa e Lanaggioto ebbe la misura del suo valore.

Il male indugia l’uomo in un portamento innaturale se il pasto della storia risulta indigesto e Ciccino Cicirello, per perdonarsi avrebbe bisogno che un miracolo si verificasse all’insaputa della ragione.

L’OFFERTA DELLA CITTA’

Lanaggioto, con la stagione estiva che si allontanava oltre i monti e lasciava il buio a misurarsi con il mare, anziché parcheggiarsi all’Università sulle spalle dei genitori e fossilizzarsi nel villaggio semideserto, insomma insofferente a bighellonare, stanco di partecipare a concorsi superaffollati, aspettare l’ora di pranzo e cena della mamma, ha chiuso libri e curricula nel vano inferiore della credenza di nonna Santa e con un pugno di sogni in tasca, ha lasciato il villaggio.

Lanaggioto ha l’imbarco alle cinque del mattino. La stazione di San giorgio è disabilitata. Il sorvegliante con gli occhi gonfi ed una lanterna in mano, costeggiando i binari, ritorna dal semaforo lentamente.

Il treno passeggeri ha le caratteristiche di un mezzo per il trasporto di animali. Il costone di rocca bianca nascosto l’ultimo scorcio del borgo, lo ha lasciato con il collo allungato sul finestrino e la speranza a guardarsi le mani.

La città ha l’attività per soddisfare i bisogni, concede l’opportunità di ritagliarsi uno spazio nella società. Il lavoro è un mezzo per sentirsi utile e crearsi su questa terra un soggiorno stabile e soddisfacente.

Lanaggioto, dunque con negli occhi le onde azzurre, la spiaggia con la sabbia di granelli colorati, si è messo in cammino per mettere a frutto i suoi studi, soddisfare i bisogni e le aspirazioni. La città con la supponenza e lo strapotere, in realtà arruolò Lanaggioto a combattere una guerra senza quartiere e la sopravvivenza sopraffece ogni altro desiderio.

La città è bella  e la sofferenza si confonde nelle luci. I cittadini ne hanno fatto l’abitudine, appaiono tranquilli. Il problema cova sotto lasfalto e se si perde il rispetto di se stessi, si potrebbero commettere le più insane e tumultuose azioni. Se per caso il bubbone scoppia, lo stupore attraversa la città per qualche minuto ed i governanti par che si accorgano che il serpente circola indisturbato.

Il Tempio con l’antenna in mano, nega con violenza che la città è in guerra ed accusa di calunnia e sabotaggio, chi asserisce l’incontrario. La battaglia è in corso e Lanaggioto ha l’urgenza di trasformarsi in guerriero e difendersi dal nemico. Ogni giorno è costretto ad allenarsi per debellare l’ingenuità, la fiducia negli altri, per fare fronte alla mancanza di aggressività. Morte tua vita mea è il motto e Lanaggioto non ha alcuna intenzione di darsi per vinto. Ha le mani doloranti, scorticate, ferite ma non si arrende. Il bottino è la conquista di un’esistenza libera e gratificante. La sconfitta è il ritorno nella casa dei genitori. Il villaggio può attendere, ci andrà in vacanza e non certo con la nomèa di disetrore. Lanaggioto, ha subito vessazioni, combattuto sopraffazioni, ha evitato trappole, ha percorso ripide ed oscure strade, scalato alte gradinate, si è nascosto in palazzi transennati ma non si èpiegato. La sconfitta lo ha tallonato togliendogli il sonno ed il sorriso. Lo sconforto l’ha indotto a pensare che il marciapiede sarebbe stato il suo domicilio. Ha calzato addirittura una maschera bianca per confondere la morte e con le ossa della faccia, gli organi e l’anima martoriata, ha incontrato i cittadini randagi che popolano la città. La geometria del marciapiede lo conduce agli scalini della chiesa del Carmelo. Una donna con una creatura in braccia attende che un’anima buona gli lasci un’offerta. Le lezioni di catechismo, l’esempio in famiglia gli ritornano in  mente e sorride. Lanaggioto per non mettersi a fuoco dalla vergogna, con la mano legata al fianco destro, accelera lievemente il passo e continua il viaggio. La gente è allegra, sorride e passeggia, guarda le vetrine, qualcuno esce dalla rivendita di tabacchi. Lanaggioto entra ed esce dalla fila di giovani, adulti, maschi e femmine ed ad un tratto è acchiappato da uno spazio vuoto. La confusione lo ha lasciato solo ed ha paura. Lanaggioto cammina in cerca della luce, qualcuno s’avvicina, s’allontana, un altro lo tallona, un altro non sa dove andare, lo evita. L’indifferenza è un male che mangia l’energia nel silenzio assoluto. Il marciapiede è ampio e nel mezzo, un uomo con la barba bionda, incolta, con le mani giunte, sta in ginocchio su fogli di cartone, un cane semiaddormentato gli fa compagnia di fianco. Il pastore tedesco, con occhio apparentemente distratto, gli controlla il piatto delle offerte. Un attore, si dice Lanaggioto e sorridendo prosegue. Nei pressi della chiesa di San Giacomo, una moto di grossa cilindrata entra nella traversa a velocità elevata, pare che faccia strike con i paletti che delimitano la strada dai negozi, riprende l’equilibrio e nessuno è offeso. Lanaggioto incontra lo spirito di Armando, il compagno di scuola che per festeggiare il conseguimento del diploma di ragioniere,  prende in prestito da un amico la moto per un giro. Il pedale striscia con spavalderia il marciapiede e rovina sbattendo la testa. Le candele ed i fiori lo hanno festeggiato accompagnandolo al cimitero. Un saluto e scivola nel fumo della sigaretta che oltrepassa la spalla destra. Una ragazza minuta, seduta all’indiana, con le spalle alla vetrina illuminata di un negozio d’abbigliamento per bambini, incollata a dei fogli di cartone, strimpella sulle corde di una chiatarra classica e con un fil di voce canta una nenia. Lanaggioto lascia i randaggi sparsi per la città e con le gambe stanche, alza la testa e cerca d’acchiappare la luna con i versi dei passerotti e dei cardellini, della gazza ladra e salta sul dorso di un’acquila di passaggio. Il Santo padrone conduce alla disperazione e su ogni minuto incombe il rischio di commettere un reato, di essere ricoverato in un reparto psichiatrico. Lo straccio di un lavoro precario è un mancato rispetto dei diritti. Il dispensatore di lavoro sfugge alla legge. La busta paga, ha un ritardo insopportabile, alla firma è decurtata e non hai che accettare od andare in strada. La casta, che sia azionaria od altro, è stata allevata nel profitto ed i lavoratori sono lattine a perdere, i loro diritti rifiuti nocivi. Il loro modo è meno rude ma la forza dell’arroganza con l’ingordigia è presente ed a secondo dei periodi la distanza si allunga e si accorcia a fisarmonica e comunque esprime un principio di disuguaglianza.

 

IL PORTO  SICURO

Lanaggioto, con gli anni rotti, aggiustati, molto malandati, abbagliato con offerte di capi di visone e sigarette di contrabbando, di feste nella città vecchia al seguito della Santa, di guadagni allettanti,  ha vinto la sua battaglia, ha acquisito una certa serenità, uno spazio di libertà.

Il percorso è stato molto difficoltoso, la lotta è stata impari, minacciata con colpi di scimitarra e spari. Una gara di resistenza, la mortificazione dell’intelligenza. Lanaggiato non è caduto nell’imboscata, comunque la dignità è rimasta scossa.

Lanaggioto, dunque con alcuni giorni di risposo in tasca, uscì dalla statale 114, varcò il bivio per San Giorgio ed entrò in un territorio paradisiaco. Il clima si vestì al bello e cambiato dalle scarpe al cappello. Gli anni, oltre venti, in un decimo di secondo rifiorirono e Lanaggioto si sentì bellissimo. Il male della cità si sciolse nelle gocce di salsedine che una brezza leggera, con lievi spruzzi, spingeva dagli scogli semisommersi della Gargana, liberandolo quasi per intero da ogni pastoia, legame che lo trattenevano in città.

Lanaggioto, tolti i vestiti duri, grintosi, arroganti della città, scende in aqcua e nuota, affonda nelle alghe, entra nelle grotte naturali e plana sulla sabbia bianca. Le castagnole lo circondano ed a velocità spasmodica, lo liberano delle scorie solleticandogli i fianchi, pulendo con le morbide labbra, ogni quadratino di pelle, facemdogli assumere un sembiante che in natura è difficile confezionare. Il movimento natatorio è leggero ed armonioso. Lanaggioto, scivola sul tappeto morbido di sabbia bianca. La pinna nobilis, che si erge dalla sabbia è tenera e fascinosa, si dondola nel flusso della corrente e lo guarda con grazia. Lanaggioto gli si avvicina con un sorriso disteso, si adagia al suo fianco e l’osserva danzare.  Il porto nel quale è approdato è un grande cortile tappezzato di fiori e di fauna luminosa. La gioia gli ha aperto il cancello, entra nel mare del borgo di San Giorgio e ritrova il coraggio della dignità.

L’ANCORA NEL GIARDINO DI CASA

Lanaggioto, dopo un lungo e largo giro è approdato nella città di Milazzo ove risiede e lavora quale Tecnico Sanitario di Radiologia Medica presso il locale Presidio Ospedaliero. La città rinomata per la fiorente agricoltura e la coltivazione dei gelsomini, per scansare la disoccupazione e l’emigrazione, ha contrabbandato l’industria del profumo e del turismo, con la raffinazione degli Idrocarburi e la produzione di energia

ricavando un inquinamento mostruoso che dal sottosuolo arriva

alle stelle  senza apportare alcun beneficio ai suoi cittadini.  L’impresa politica cittadina, alla stregua di altre comunità rivierasche, è impegnata a costruire porticcioli privati, fontane pacchiane ed imbastire lavori per parcheggi e strade, continuarli a singhiozzo, recintarle con strisce colorate, intasando la viabilità e lasciare alle intemperie l’onere di completarle dichiarando sui cartelloni elettorali di avere mantenuto la promessa ed accetta senza condizioni i fumi, le

polveri nocive, i residui dei prodotti industriali, abbandonando la pulizia della villa comunale tanto che gli insetti, le zanzare tigri ne hanno preso possesso e gli abitanti che vi si rifugiano, i bambini che giuocano, rischiano di uscirne spregiati. Le blatte, dell’ampio marciapiede, addirittura hanno formato un tappeto orripilante. L’Ospedale che determina la salute e decreta l’onorabilità della città, è lasciato in mano ad altri che ne disegnano l’attività, la linea organizzativa e gestionale che non garantisce il futuro della popolazione. Il Sindaco, si proclama governatore del Fare  ed organizza notti bianche nell’odore nauseabondo di enormi montagne di spazzatura, sperperando denaro pubblico ed appesantendo oltre la salubrità, la viabilità cittadina.

Le indagini epidemiologiche hanno una lunga gestazione e se varcano la soglia della luce, sono alterate per l’uso di strumentazioni obsolete e dunque non attendibili e scartate. Il viaggio con le polveri nocive, è una ineluttabile corruzione polmonare. I malati per l’amianto ormai terminali, covano la speranza che bonifichino il territorio ed almeno ai figli resti il respiro che a loro è stato tolto dall’indifferenza delle Istituzioni. I Vigili a dirigere il traffico respirano polveri sottili e s’ammalano di cancro, le donne aggredite dai veleni, abortiscono, mettono alla luce creature malformate.

La salute non è un animale che mangia per fame è un’industria che per ingordigia, inghiotte pazienti e famiglie.

L’impresa politica, manipola, corrompe, insomma ha il

modus operandi dei lestofanti, crea Manager, Medici che sfruttano la malattia del paziente per gonfiare il portafogli, ha scacciato l’anima, ha intrufolato le mani nella struttura pubblica e si è eretta a Padrone costruendo comparaggi e profitti, sfruttando le risorse derivate in modo privato, minaccia e mortifica le professionalità costringendo i collaboratori a misurarsi con strutture e sistemi sorpassati, malfunzionanti, che di continuo s’interrompono e restano inutilizzabili a tempo indeterminato, prefigurando contratti di indubbio interesse collettivo. I luoghi di lavoro sono carenti dei più elementari principi d’igiene e soggetti a sbalzi di temperatura che colpiscono oltre le apparecchiature, gli operatori e minano la precaria salute dei pazienti. I collaboratori sanitari, tecnici ed infermieristici, inoltre hanno a scontrarsi con l’arroganza di alcuni medici e la maleducazione di altri. I Primari inquadrati nell’ottica Aziendale, rivolti al profitto personale, non tutelano il rispetto del lavoro e della persona, erogano un servizio insufficiente costringendo i cittadini a rivolgersi allo studio raccomandato con il portafogli in mano.

Lanaggioto è provato, gli hanno rubato l’amore per la professione ed additato quale destabilizzatore del reparto, e seppure non si arrende, l’insoddisfazione gli taglia le gambe. Le denunce non hanno efficacia e le ispezioni sono annunciate in anticipo, pilotate, hanno il risultato di spreco di carta ed energia.

 

Lanaggioto, inoltre è costretto a combattere una battaglia quotidiana con l’orologio timbratore aspettando con il cartellino in mano che scatti l’ora esatta per evitare che si ritrovi nel riepilogo, a recuperare una montagna di minuti anche se ha anticipato l’entrata all’incontrario di alcuni che non ci sono e con la compiacenza di altri, risultano presenti.

 

Il minuto non trascorre, l’attesa è stressante ed aggravata da una insana richiesta quotidiana del Medico Nefrologo Sapensale.

Il Medico, arde dal desiderio di mettere un’ancora della tonnara di San Giorgio, nel giardino di casa. Le ancore del millequattrocento fornite dalle fonderie Inglesi, sono un reperto prestigioso.

Lanaggioto è conscio che questa società ha nell’apparire la sua ragione d’esistere e non si meraviglia della richiesta. La bretella che corre lungo il margine del prato e la spiaggia, ha ospitato Palischermi, galleggianti ancore ed attrezzi della tonnara di San Giorgio che la speculazione ha tratto fuori dai depositi per mettere in atto e portare a termine il proprio progetto speculativo. Le barche ed i palischermi, semisepolti dalla sabbia, coperti di erbe e spine, in decomposizione, sono state date in pasto alle fiamme. I legni rimasti, lacrimano lo scempio. I galleggianti, alcuni attrezzi e le ancore, sono stati trafugati ed abbelliscono le ville con piscina, in collina. I resti scampati agli sciacalli, raccolti, sono stati ingabbiati in una rete di plastica e lasciati a decantare sul prato, sotto le alte mura della cattolica.

La richiesta di un Museo della Tonnara, con barche ed attrezzatura ancora custoditi nei magazzini, avanzata in illo tempore, dal’lanaggioto, Peppe Alibrandi e qualche altro, non ha attecchito. Gli amministratori ed i compaesani, hanno preferito giuocare a mosca cieca e non ha raccolto interesse né firme ed ha lasciato la speranza che alcuni se ne potessero approfittare.

Lanaggioto, non è custode, né responsabile vendite e tanto meno politico, dunque non ha alcun titolo sulle ancore della tonnara di San Giorgio, è soltanto il portatore di una profonda

indignazione per chi ha permesso questa vergogna. Lanaggioto non è un professore, è un autodidatta. La scuola l’ha lasciato insoddisfatto però è convinto che la storia è la radice della civiltà. Lanaggioto lotterà a che la memoria della tonnara

non vada perduta anche a rischio di essere apostrofato con

l’epiteto di arteriosclerotico e si rammarica che le nuove generazioni ritengano che il passato sia un peso insopportabile.

Gli abitanti di San Giorgio, chiusi a coltivare il proprio orto non si sono accorti che il villaggio è caduto in mani insane ed è morto.

Una filiera di costruzioni a cuccia di cane adibite a civile abitazione è stata innestata nella vecchia struttura delle case nuove, a ridosso della scarpata della rete ferroviaria.

Gli abitanti di San Giorgio, preferiscono passeggiare a testa bassa e le mani dietro la schiena con la vergogna che gli fuoriesce dalle tasche per non veder chi gli passa vicino. La domenica va in chiesa, si confessa e ritorna a scambiare quattro chiacchiere sotto il pino di piazza Ravel, con l’indifferenza del riso e delle parole, continuando nella solita postura.

Il Dr. Sapensale, è informato del saccheggio e cerca l’aggancio per entrare in possesso dell’ancora per il giardino di casa.

Lanaggioto è stanco, mortificato ed ad un tratto gli salta sulla bocca una provocazione. L’estate è agli sgoccioli, gli dice, la sera scende presto ed i turisti sono partiti, vada a San Giorgio con il Suv fornito di carrello e prenda il suo trofeo. Questa è la sua occasione, può sopperire alle braccia di sei, otto tonnaroti, con una pala meccanica, vedrà che non se accorgerà nessuno e se puta caso qualcuno dovesse passare nelle vicinanze, stia tranquillo, non la disturberà, ha gli occhi ma non vede.

LA BARCA A VELA

La città di Milazzo dista da San Giorgio circa venti minuti, mezz’ora d’autostrada ed una domenica, con i panni stesi al sole e con la speranza che l’inquilina del quinto piano non li rilavasse con l’acqua dei suoi, lanaggioto, ha preso l’auto e si è messo in marcia verso il villaggio di pescatori.

Il borgo marinaro di San Giorgio è la memoria della sua infanzia, il luogo nel quale ritrova la speranza per non cedere il passo. Il villaggio ha l’ossigeno che gli manca e secondo la libertà che gli lascia il servizio, salta in auto e corre a fare visita agli anziani genitori.

La barca a vela che il collega Salvo Manciagli gli ha dipinto con i colori dell’alba, nel tentativo d’allontanare la tristezza che gli camminava a fianco, lo saluta dalla parete accosto alla porta d’ingresso di casa e s’avvia verso l’autostrada e già sente il profumo del villaggio di pescatori.

 

Lanaggioto, posteggia l’auto accosto l’orto del nespolo e dell’arancio all’angolo con la via zara, saluta il padre che sul marciapiede s’ostina ad imbastire le rizzelle, le reti per la pesca sottocosta, per i figli che al rientro, arraffano i pesci più pregiati e lo lasciano sotto il sole, a pulire la barca ed i mestieri, lo invita a non perderci il respiro ed entra in casa a salutare la mamma

che s’arrabbatta intorno ai fornelli per preparare il pranzo. La rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello sulla Via Pola angolo con vico Brindisi, è il punto di riferimento del’lanaggioto al borgo.

Lanaggioto, fa visita a Giuseppe, va a salutare il mare e ritorna a scambiare quattro chiacchiere ed anche se non ne ha bisogno compra le sigarette.

La rivendita, è un luogo di frequentazione e dunque gli offre l’opportunità d’incontrare qualche conoscente, qualche coetaneo in visita od in ferie.

Il villaggio di San Giorgio, si è perduto nelle facce che l’hanno colonizzato, nello sviluppo caotico e speculativo, nel saccheggio del territorio.

La Spedilitica, questo connubio di politica ed affari, entrato in possesso della Baronia, ha occupato il territorio e con l’arroganza dell’impunibile, ha sradicato uliveti ed agrumeti, la vigna, ha reso le strade, i confini naturali indistinguibili, ha cancellato gli orti ed i pozzi che governavano la quotidianità delle famiglie, ha applicato criteri indecenti per le costruzioni delle case. La speculazione si è spinta oltre la ferrovia e la statale, sbancando le colline, riempiendo le vallate di asfalto e cemento, insomma ha devastato il territorio nel silenzio della legge e di chi è preposto alla sua osservanza, rendendo pericolosa la viabilità e la connessione dei cittadini.

Il villaggio di pescatori, con l’alba che nasceva, ha accolto nel suo territorio, con la leggera allegria che li caratterizza, un Somaro con la borsa della posta a tracolla che distribuiva santini e con la faccia abbronzata, propinava agli abitanti di San Giorgio un miscuglio miracoloso di erbe della valle del Saleck, raccolte dalla madre, imbottigliate e commercializzate con l’ausilio della confraternita delle Spine Sante.

 

Il Somaro ha uno sguardo penetrante, scarpette di serpente agli zoccoli ed è fornito di grosse mascelle. Il Somaro è venuto dalla contrada dell’Acqua Santa, nella stalla della chiesa locale, ha scavalcato la bontà di padre Rocco e con il santino e la pozione miracolosa in mano, dichiarava di operare per il bene pubblico, nell’interesse della comunità, dunque è accettato dagli abitanti di San Giorgio e reso potente tanto che la Confraternita lo ha premiato conferendogli in prima istanza, la licenza di scuola media inferiore ed in seguito, il diploma di Geometra per meglio operare nell’impresa.

 

 

 

La Spedilita, dunque ingabbiò, pescatori e contadini acquisendo la proprietà del borgo e della collina. Il ricatto del licenziamento sulla bocca, i lavoratori, sorbendosi improperi e minacce, percepivano un salario dimezzato e con molti mesi di ritardo con il silenzio sulle labbra. La famiglia reclama i suoi diritti, lo  stomaco borbotta e senza lavoro la patria muore.

 

Gli appartamenti erano venduti sulla carta previo versamento di un anticipo sulla parola che veniva sistematicamente aggirato. La data della consegna dell’immobile si protraeva perfino di anni.  Le cambiali a garanzia che scontati in blocco accendevano il mutuo a pagare, costringevano gli acquirenti, per non subire l’onta del protesto, a farvi fronte in qualunque modo, abrogando quanto concordato, tacitando il conto con ulteriori aggravi di spesa, ingoiando il rospo, insomma vessati, sottoposti a mille gabelle, non vedevano il momento di uscire da quel vortice infernale. La consegna dell’appartamento, con il calvario alle spalle, manca della firma del contratto e contava di un’ulteriore, incresciosa dimenticanza. Gli appartamenti situati ai pini fuori terra, erano privi della scala d’accesso e naturalmente si sfiorava la tragedia.

Il Somaro, unto con l’acqua Santa, sin da bambino trafficava con i santini, un giuoco innocente che lo elevò dalla condizione, ben presto rifiutò di mangiare erba e si confezionò una circonferenza considerevole. Gli uccelli, vedendolo faticare in quel rozzo trotterellare  verso il mare, evitarono gli alberi del luogo e volarono sulle montagne, le lucertole ed i serpenti si alzarono di ben tre spanne al rumore degli zoccoli, fuggivano quasi volando per evitare di essere calpestati all’incontrario dei Toponi che lo seguirono cantando e ballando.

La mancanza di rispetto degli uomini e del territorio, della bellezza della natura, non ha indignato alcuno. Gli abitanti di San Giorgio continuavano a camminare nella traccia antica, senza distaccarsi di un metro quadrato dal vecchio sentiero, insomma la corda al collo gli si è incollata tanto che non è più un ornamento, ma una parte integrante del corpo.

 

Lanaggioto, era insofferente ai confini del villaggio, l’orizzonte gli stava stretto, insomma aveva la necessità di camminare, conoscere e confrontarsi con la società.  Un viaggio in cerca di lavoro, un inseguimento amoroso, una scorribanda in città, di

ritorno, conobbe l’animale nella Rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello e per scherzo gli disse che intendeva ristabilirsi nel villaggio e cercava qualcuno che potesse agevolargli, senza procurare troppo disturbo, il disbrigo della pratica di cambio residenza. Lanaggioto, era insofferente ai confini del villaggio, l’orizzonte gli stava stretto, insomma aveva la necessità di camminare, conoscere e confrontarsi con la società.  Un viaggio in cerca di lavoro, un inseguimento amoroso, una scorribanda in città, di

ritorno, conobbe l’animale nella Rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello  e per scherzo gli disse che intendeva ristabilirsi nel villaggio e cercava qualcuno che potesse agevolargli, senza procurare troppo disturbo, il disbrigo della pratica di cambio residenza.

 

Il Somaro, con il cipiglio del padrone, gli rispose che non gliel’avrebbe mai concessa. I suoi precedenti, non lo raccomandavano.

Lanaggioto, al seguito del compagno Carmelo Mobilia, alle elezioni comunali, a riempimento della lista, si è candidato nel partito comunista, dunque era stato relegato negli indesiderabili.

 

Lanaggioto, era vocato per la politica. L’impegno di ogni individuo, è di lavorare per soddisfare i bisogni della comunità. L’indirizzo applicato, all’incontrario persegue il soddisfacimento degli interessi personali, e questo cozza con il suo ideale.

L’esperienza a seguito della gioventù Aclista, lo ha allontanato da ogni attività,  ha deciso di non iscriversi a nessun partito o movimento.

I diritti assieme ai doveri, sono la dignità dell’individuo, i privilegi appartengono ad una minoranza e dunque vanno combattuti.

La corsa con la bandiera in mano e restare lontano a guardare quelli che lottano, ed accaparrarsi la poltrona non è una vittoria.

Lanaggioto, dunque ha deciso di coltivare la sua idea camminando a fianco degli ultimi, delle persone più deboli. Ogni pensiero è personale, esprime la propria cultura e le persone che vogliono imporre agli altri, la propria idea, hanno perso la misura, sono integralisti e mancano della civiltà della democrazia.

Lanaggioto, coltiva il diritto degli altri e considera la faziosità, il timore dell’individuo di essere scoperto con le mani nella patta.

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Lanaggioto, compagno candidato, dunque dal balcone del palazzo della posta, approfittò dell’occasione per richiamare i compaesani che ascoltavano in piazza Ravel, ai diritti ed ai doveri,  di munirsi di coraggio e comunque di rispettare gli altri. Il discorso fu molto applaudito, di contro gli risposero che non potevano votarlo perché comunista.

Lanaggioto non se ne meravigliò ed il giorno dopo saltò sul treno e riprese il suo vagabondaggio.

 

Lanaggioto, dunque con sarcasmo ed un sorriso beffardo, s’inchinò all’animale e chiamandolo Onorevole s’avviò verso la spiaggia. Il Somaro Onorevole, con il potere nelle mani, lo inseguiva ragliando. Lanaggioto accelerava il passo e lo additava agli alti pini, agli oleandri, alle gazze ladre che avevano colonizzato la pineta richiamati dai cassonetti trasbordanti di spazzatura, con ISSO, secondo l’espressione di disprezzo che usava il padre verso i lestofanti.

Lanaggioto, chiama l’animale, Onorevole per distinguerlo dagli altri lavoratori.

Questa specie animale, purtroppo è diventata incombente nel panorama politico. La popolazione dei villaggi e delle città non ha più libertà di scelta, è indotta all’accettazione del male minore. La comunità, insomma si è arresa al malaffare, lasciandosi stuprare nel silenzio del peccato.

 

Lanaggioto, comunque reputa degradante che le persone si offrano ad osannarlo ritenendolo addirittura un uomo inviato dal Signore.

Lanaggioto conosce il male e non vuole che altri ne abbiano a soffrire e nell’impotenza s’indigna.

 

Lanaggioto, ritornando a San Giorgio, è pervaso dal disagio, si sente fuori casa e cerca  rifugio nella rivendita a scambiare quattro chiacchiere con l’amico Giuseppe.

Gli avvenimenti locali si associano in modo burlesco all’informazione dei giornali che nel cestello mostrano la loro valenza. Il giuoco della schedina del lotto, comunque sopravanza ogni altra speranza.

L’apertura della domenica mattina, è molto trafficata e Giuseppe ha già i capelli a chiodo dalla stanchezza nervosa. La moglie è impegnata in casa con l’anziana madre e dunque Giuseppe non ha lo spazio per fare una passeggiata sulla spiaggia. Lanaggioto non demorde, spera che la moglie, accudita la madre, scenda e lo metta in libertà. Lanaggioto, dunque col passo sulla soglia e la sigaretta in mano, inspirando ed espirando, lancia la cenere prodotta, in strada con un colpo secco del dito che sorpassa a malapena il tappetino d’ingresso per la pulizia delle scarpe ed usato in modo distratto dagli avventori, che immancabilmente finisce sul terrazzino, e con lo sguardo, esplora la strada, lo spazio intorno in modo superficiale e rientra ad aspettare un’improbabile disponibilità di Giuseppe.

La notizia gli perviene dal cugino Gioacchino detto Cunnuruni, figlio di Turi Canfora, fratello di nonna Santa, con un intercalare di soffi di naso e tirate di gola e gli è confermata da Nunzio Nigro detto Ridolini, in un’incomprensibile suono per l’intervento di tracheotomia.

Il fratello più grande, Franco ha litigato con Francesca che è la primogenita delle tre figlie.

Il Bar Capriccio, con le carte in mano, è stato il teatro della rissa e non è stato di certo edificante né per l’uno che l’altra.

Il padre, non ottempera ai doveri derivanti dalla separazione consensuale dalla  moglie, che lo obbliga mensilmente a versare gli alimenti e rimanda, adduce pretesti, giustificazioni inattendibili.

La pensione della madre  non basta e le figlie reagiscono.

Lanaggioto, mortificato, cercando di nascondere la rabbia che gli arruffa i radi capelli, si disse che l’aria malata di Milazzo, aveva attraversato il mare e raggiunto il borgo di San Giorgio.

Lanaggioto, ipotizza che il fratello abbia perso la lucidità e con essa la dignità di uomo e padre.

Il fratello, ha lasciato moglie e figlie credendo di ascendere un sogno celestiale ed è caduto preda di una femmina canina che

ha infestato il borgo d’ingiurie e minacce, insomma  strazia le persone e fa scempio della dignità delle  famiglie, dunque non gode di rispetto.

La paura che il padre, di questa situazione, potesse averne nocumento, mise in allarme Lanaggioto e Concettina.

La cardiopatia, l’insufficienza respiratoria, la sofferenza diabetica che lo affliggevano, rischiavano di aggravare le sue condizioni di salute.

Franco chiamato alle proprie responsabilità, ha reagito con la forza su Concettina ed ha perfino abbozzato un tentativo sulla madre.

Il Maresciallo dei Carabinieri che conosceva Franco persona seria e dignitosa, costernato per il comportamento indecoroso, è stato costretto a diffidarlo.

 

La memoria dell’uomo rispettoso, difensore della legge, del professionista meticoloso, è per gli amici un confuso ricordo e sbalorditi serrano i denti, incollano le labbra l’uno all’altro e proseguono. Lanaggioto, dunque prevede che dovrà scendere in guerra.

 

Lanaggioto, insomma si rese conto che la vico Brindisi si era trasformata in una discarica a cielo aperto ed allora, saluta l’amico ed esce dirigendosi verso il mare.

Ha il bisogno prepotente di sentire il suo profumo ed attraversa la pineta imboccando l’apertura fra gli oleandri che nascondono la strada di mare.

 

La traccia fra la spiaggia ed il prato, creatasi ai tempi della costruzione della strada principale, coperta da un sottile  manto d’asfalto a perdere, è stata trasformata in strada secondaria. La  bretella rotabile, è buia ed irregolare, ed è lasciata sotto la protezione della luce lunare, delle candele e fumi dell’attività della Raffineria di Milazzo che ne cambia l’oscurità e veicola zollette di catrame assieme alle pietruzze di pomice delle isole che si riversano sulla spiaggia. Lanaggioto, nell’attraversare gli oleandri che recintano la pineta e ne delimitano la strada, ha perso, gli è sfuggito dalla nuca, il senso di prudenza che abitualmente conserva, ed ha rischiato di essere travolto da un’auto in transito. Il vuoto ed il groviglio di rami che invadono il margine della strada, hanno minacciato la sua incolumità. Un riflesso rimasto qualche centimetro indietro, all’ultimo istante gli ha allertato la coscienza e gli ha trattenuto il passo nel viottolo. Il bisogno di smaltire la notizia, l’aveva smarrito. Il controllo del guerriero in arme, gli richiese un’enorme energia, dunque recuperato il comando, attraversò la strada per dirigersi sulla spiaggia.

Gli anni maturati, si schiacciavano l’un con l’altro creando un rumore infernale ed allora scavò una buca in prossimità del cespuglio di canne a guardia del pozzo del depuratore che ingabbiato in una robusta rete metallica nasconde la sua inefficienza, e li mise a decantare sigillandoli con erbe e spine secche che coprono lo schienale dell’arenile e spingendo sui calcagni, corse fin sulla battigia. La forza del mare, il movimento delle onde gli attenuò la lotta, piegò le ginocchia sulla sabbia e con lo sguardo rivolto alla Madonna del Tindari, respirò a pieni polmoni riportando il guerriero nella ragione. Le barche da diporto, la barcuzza, lo accolsero con un tripudio di gioia e la notizia si sciolse in un episodio che quotidianamente attraversa la gente.

Un fischio leggero, ad un tratto penetrò l’aria azzurra e la nonna Santa, gli venne in soccorso, gli avvolse la testa nella fadetta e gli donò il confortò dell’amore.

 

La nonna, alta nella casacca nera, i capelli argentei raccolti sulla nuca, gestiva con mano materna la casa, gli amici. La vico Brindisi, insomma era un luogo pulito, senza insetti e senza un filo d’erba selvaggia. La crescita proseguiva con armonia e non presentava complicazione nei sessi, la sera sulla spiaggia, l’innocenza si librava nei volteggi separando il grano dalla pula, l’infanzia corse serena.

 

La stazione ferroviaria con i treni in partenza per il dottore, per l’emigrazione, in transito, dettavano il ritmo della giornata. Il tempo batteva la sveglia sui binari, le ore accompagnavano lanaggioto. La pioggia, il vento, la scuola, l’estate, le vacanze, scorrevano con curiosità. Il mare, le barche in secca, qualcuna all’ancora che incoraggiata dall’acqua cercava di liberarsi dagli ormeggi, una barcuzza a pesca con le lenze a traino, l’incontro in piazza con gli amici, ogni momento era un’emozione.

 

Il  motopeschereccio che si confondeva nei giuochi di luce creati dai raggi del sole sull’acqua, lo eccitavano, stringeva gli occhi e gli si avvicinava arrotolandosi nei cerchi informi, bianchi, luccicanti. La mente carica di sogni vi saltava a bordo. Lanaggioto, con un salto prodigioso,  volava da una barca all’altra della tonnara che si dondolava sull’acqua. I tonnaroti, addossati alle murate con la lenza in mano in attesa del tocco del tonno, lo salutavano togliendosi il basco, gli offrivano una fetta di pane ed un sorso d’acqua, beveva a garganella dal foro scavato nel petto del bummulennu, dunque li lasciava alle loro incombenze e si allontanava con l’intento di circumnavigare le isole eolie fino a quella più lontana della quale non ricorda il nome. Lanaggioto, ritornato a terra, correva a mezza costa dove le ancore della tonnara stavano a dimora con le braccia ricurve e le mani a triangolo infossate nell’arenile. L’aria leggera sprigionava allegria ed i versi degli uccelli si rincorrevano nel profumo del mare.

 

L’umanità si è persa la salubrità della natura e si contorce nelle sostanze sintetiche, si disse e cercò di riappropriarsi della sua infanzia. Lanaggioto, dunque percorse la linea di costa per la pesca con la pruppara e raggiunta petralonga, preoccupato per l’instabilità precaria del guerriero, ritornò indietro, calpestò l’arenile che aveva ospitato il Brigantino ed attraversò il torrente di Magaro, oltrepassò la casa del maestro Angelo Accordino, protetta dall’orribile muro, salutò l’ultima residenza del Professore Ennio Salvo D’Andria e s’attardò ad osservare i Murales dietro la porta del nuovo campo di calcio che coloravano la barriera di cemento che intendeva fermare il passo al mare, evitando di sbattere sulle barcuzze abbandonate sul marciapiedi, negli elettrodomestici, nei rifiuti di vario genere,  costeggiò il rettangolo di calcio in terra battuta, con luce artificiale, spogliatoi e docce, costruito secondo il trascinatore accreditato, con l’idea di creare una scuola per rinverdire gli antichi fasti, dunque entrò nel braccio che sbocca nella via Andrea Doria a fianco della cattolica, lanciò uno sguardo verso la Proloco che si fregia di cimeli della tonnara e più recente del Museo in memoria del Maestro Angelo Accordino, cercò Turinnu Currò detto Bracco, il titolare del Bar dello Sport, oltre il  terrazzino, nel locale di via Nazario Sauro, per salutarlo e non scorgendolo, sopraffatto dall’ansia, si accese una sigaretta e riprese il viaggio di ritorno. Un pensiero aggrovigliato, sulla strada di mare, ad un tratto lo spinse a guardare verso la spiaggia. Le barche da diporto chiamate dal padre bagnarole, occupavano lo specchio d’acqua e come sempre guidate dall’arroganza di un pieno di benzina, le lenze a traino, navigavano senza sosta e senza rispetto per le regole di pesca, passando con spavalderia sugli attrezzi degli altri, dunque con lo sconforto sulle spalle, riprese gli anni che aveva deposti nella sabbia, ed a testa china, trattenendo i passi che tendevano a vacillare, fece ritorno nella casa dei genitori. L’ora di pranzo lo accolse con la tavola imbandita, prese posto a consumare il cibo che la mamma aveva portato in tavola e come d’abitudine, anziché mangiare lentamente, s’affrettò senza gustare gli spaghetti col sugo di totani e le rondelle fritte con le patatine, che gli piacevano tanto. La notizia del fratello, gli rovinò anche il pranzo, dunque mortificato con lo stomaco appesantito, addusse una scusa di servizio, si alzò, salutò i genitori ed alla chetichella,salì in auto, mise in moto e con cautela rotolò lungo vico Brindisi, svoltò in via Pola, lanciò un’occhiata furtiva alla saracinesca chiusa della rivendita di Giuseppe e s’avviò verso l’autostrada.

 

IL RITORNO A MILAZZO

L’auto Innocenti 650 che aveva comprato di seconda mano, in seguito, aveva manifestato un problema di pressione, la temperatura saliva vertiginosamente. I vari meccanici ed elettrauto che vi avevano lavorato, hanno assicurato un buon risultato ed apparentemente per qualche tempo, il problema non si era manifestato.

La pompa, nel viaggio di ritorno verso Milazzo, andò in sofferenza costringendolo a fermarsi più volte. Il percorso, insomma non fu molto agevole, dunque la tensione accumulatasi lo sfinì nel fisico e nella mente.

Il rientro in casa, gli risultò salutare, controllò lo stimolo del vomito e gli lasciò il tempo di mettere la caffettiera sul fornello piccolo del gas a fuoco basso, di lavarsi i denti e rientrare in cucina a bere il caffè.

 

Lanaggioto, dunque accese la televisione, si distese sul divano, che lo accolse con circospezione. La sigaretta nella mano destra ed il libro di P. Kolosimo, Ombre sulle stelle nella mano sinistra, dovevano trasportarlo in una realtà diversa, e quindi quietarlo. Il sonno ch’era in agguato, lo sorprese e rischiò di andare a fuoco

se il medio e l’indice, scottatesi, non l’avessero richiamato in tempo, alla realtà e lo convinsero ad uscire di casa. Il collega Pippo e gli amici, Salvatore, Pippo e Benito, sembrava che lo attendessero all’ombra dei Ficus benjamin che delimitano la piazza alle spalle del Banco di Sicilia e nella quale è sito il Bar Dama che sforna pesche alla crema di una bontà insuperabile. L’accoglienza gioiosa degli amici e la loro leggerezza di burloni, ebbe l’efficacia di liberarlo dell’orpello del fratello, dunque raggiunse la luce dei lampioni. Il forno con salumeria, di ritorno verso casa, lo fornì di panini e mortadella, mezza birra e completò una cena prelibata. Un programma televisivo barboso, gli sollecitò il sonno e con i passetti frettolosi del cagnolino dell’anziano ed accidioso inquilino del piano di sopra, andò a coricarsi nel letto matrimoniale che aveva recuperato con qualche altro mobile, dalla travagliata separazione matrimoniale. Il recupero è stato sofferto. L’isterica ossessione possessiva della moglie separata, non gli concedeva un sereno trasloco. Il collega Giovanni Cambria con la ditta traslochi di Gaspare Falletta riuscì con pazienza ed abnegazione a caricarli sul camion e trasportarli a Milazzo ed è stato un atto liberatorio. Lanaggioto, in questo impegno, ha visto un esempio di amicizia che lo ha aiutato a curare l’animo trafitto dal dolore e l’infortunio sul lavoro di Loreto, che l’ha costretto sulla sedia a rotelle, è stato un evento travolgente.

LA FESTA DEL SANTO PATRONO

 

La festa del Santo Patrono, denominata Estate in, quella sera, si svolgeva sui Palischermi della tonnara che appaiati dietro la porta del campo di calcio sotto la cattolica, adibiti a palcoscenico, ospitavano la compagnia teatrale del Maestro Angelo Accordino.

 

Il Maestro Angelo Accordino, con i soci Fondatori del Circolo Ricreativo Sportivo Culturale, ormai lontani, emigrati, si sentì libero, dunque colse l’occasione e mise in atto la paventata divisione. Le regole del Circolo, evidentemente gli restringevano l’orizzonte e si staccò creando l’alternativa.

Lanaggioto è un guerriero e sebbene gli sia stato raccomandato di stare tranquillo, ha seguito il sentiero di famiglia.

Ogni giorno si è inventato un approccio di lavoro, ha tentato di traghettare le stagioni con il verso semplice degli animali che liberi volano nel cielo, le trappole non l’hanno fermato, ha colto un fiore, ha ringraziato l’amore ed ha continuato con orgoglio il suo viaggio. Lanaggioto, è consapevole che il coraggio della verità è un asacrificio, dunque gli risulta faticoso chiamare il Santo con la lingua della bestia e camminarci a fianco. Il villaggio di San Giorgio è un giardino, stuprato, malcurato, comunque  rimane la sua casa.

 

 

La Spedilitica, ha condotto la società alla frantumazione, ha elevato la propaganda a valore culturale, ha cancellato l’identità dei cittadini annullando il principio della legge uguale per tutti inducendo a credere che è la forza dell’animale a regolare la convivenza. Alcuni si sono adeguati e sfruttano la disgregazione, altri si sono rifugiati nella boscaglia. Lanaggioto, si è dipinto  la faccia con un turacciolo di sughero bruciato, è diventato negro, ha indossato gli abiti sacerdotali ed ha festeggiato il Carnevale. Ha inventato burle, senza arrecare offesa e soprattutto non ha mai giuocato con le armi da fuoco.

 

 

Il Circolo costituito con amore e sofferenza, aveva perso l’intonaco ed il cortile era invaso di erbacce. Le porte e le finestre, private della luce avevano perduto l’espressione gioiosa che li caratterizzava.

Lanaggioto non si capacitava che un uomo potesse mandare in frantumi, il sogno di una generazione di ragazzi, uno spazio di libertà e con la nausea che gli toglieva il respirò, si sedette sul sedile di granito, nell’ampio marciapiede che corre lungo la linea laterale del vecchio campo di calcio e si accese una sigaretta.

 

La festa del Santo Patrono, ricorda Lanaggioto, si svolgeva ogni quattro, cinque anni che la raccolta delle offerte era ritenuta sufficiente per onorare San Giorgio e le famiglie dei pescatori. Ogni volta, era un sogno ad occhi aperti ed il villaggio era invaso dagli abitanti delle contrade viciniori. La processione del Santo in spalla, percorreva ogni strada e si fermava agli angoli delle case a conforto delle persone in tarda età ed in condizioni di sofferenza La sera, sulla barca più grande, scendeva in mare, le lampare la precedevano e la seguivano per il percorso di andata e ritorno lungo la linea costiera del borgo marinaro. La fantasia accendeva le menti e qualcuno, addirittura non si accorgeva di camminare sulle onde del mare a fianco delle lampare.

Il borgo di San Giorgio in estate era frequentato da una classe variegata di turisti. La compagnia teatrale dell’Alternativa del Maestro Angelo Accordino, con i ragazzi e le ragazze della scuola, affiancati dall’esperienza di Stefano La Rosa detto Cavaliere di professione muratore ed imprenditore Edile,  Pippo Armenio detto Molena  a servizio degli Squamani, rimasto inattivo per la morte per tumore di Fabio, il figlio diciannovenne, ed in seguito, venditore in proprio per le strale, appartenenti al vecchio circolo, spinti dalla passione,  avevano deciso di continuare l’avventura teatrale ed inoltre  per quest’ultimo, ne  divenne terapia del dolore.

L’Alternativa, accompagnata da un successo straordinario, omaggiata dai giornali, aveva ottenuto l’ingaggio per la festa. Lanaggioto, con Pippo e la cognata, la seconda moglie e la sorella Concettina, stava assistendo allo spettacolo della compagnia teatrale l’Alternativa, imbastito dal Maestro Angelo Accordino e nel voltarsi a salutare i cugini Canfora, in vacanza nella casa paterna a Patti, ad un tratto, dal palco di Palischermi, alla stregua di una pugnalata alle spalle, gli giunse l’invocazione dei tonnaroti  a calare la tonnara, al grido di “ San Nicola “.

La tonnara aveva varato al grido del Santo Patrono di Gioiosa Marea e la guaina protettiva del cervello, gli si escoriò e lo bruciò dalla testa ai piedi.

Lanaggioto sbalordito bisbigliò sulle labbra il nome di San Nicola, si disse che il Santo Patrono del villaggio è San Giorgio. La circolazione del sangue gli si fermò, le gambe gli divennero deboli e gli occhi con gli occhiali, gli si appannarono privandolo della visione.

Il Maestro Angelo Accordino, ossessionato dalla politica, evidentemente soggiogato dai guardiani, ha reputato più fruttuoso smettere la dignità ed omaggiarli in cambio di un gallo ed un merlo indiano, per la famiglia. Lanaggioto, in un attimo vide la miseria dell’anima di quell’uomo ed avrebbe voluto salire sul palco, entrare in scena e lavare quell’orripilante bestemmia, gridargli “ Manipolatore “ ed ogni volta,  se per caso, nelle venute a San Giorgio, vede arrivare la sua alfa, gli si rivolta lo stomaco ed evita d’incontrarlo. A passo svelto, da persona ragionevole, lascia la rivendita di Giuseppe e si eclissa sotto i pini verso la spiaggia.

IL CORAGGIO DEGLI ALTRI

L’affabulatore con l’eloquenza delle parole è indubbio che attragga ed induca all’applauso.

Il teatro non può cambiare la verità della storia e se si cerca di assoggettarla, soffia, scalcia e seppure sfiancata, si alza e corre a gridare.  La verità è una brutta bestia, e non esistono metodi per affogarla, alla fine viene a galla. La storia non è un’opinione eppure è stata sufficiente una raccolta di firme sollecitate dalla famiglia e da alcune maestre elementari del comprensorio scolastico per indurre il comune di Gioiosa Marea ad intestare il pseudo Museo della Tonnara sito nei locali della Proloco, al maestro Angelo Accordino, con la motivazione che con il suo teatro ha portato a conoscenza, la storia marinara del borgo di San Giorgio.

Lanaggioto, dice indignato che è una sopraffazione mettere a guardia della storia del villaggio di pescatori, il tarlo che l’ha rosicata.

Il Museo della Tonnara di San Giorgio è patrimonio degli uomini, dei pescatori che hanno scritto la storia marinara del borgo di San Giorgio e si rivoltano nella tomba. Le parole del teatro del maestro Angelo Accordino sono sprazzi di quotidianità marinara, la storia della tonnara è il coraggio di un nugolo di  uomini che con le loro idee e loro azioni hanno combattuto e vinto la proprietà ed il potere derivato che nella scala è ancora

più spietato e che le nuove generazioni hanno diritto di conoscere, insomma Lanaggioto considera la gratifica al maestro Angelo Accordino, un atto osceno.

I pescatori del borgo di San Giorgio, con il loro coraggio hanno liberato un sogno di democrazia ed hanno il diritto che vengano onorati. Il coraggio degli altri spaventa i deboli e non può un mistificatore cancellare la storia.

LA SCUOLA DEL TURISMO

L’estate sfuggita alla primavera con il tepore delle giornate e la delicatezza dei pomeriggi, galoppando a rotta di collo, spingeva le persone in strada a passeggiare con il gelato in mano.

Lanaggioto, accompagnato il padre sulla spiaggia con l’attrezzatura per la pesca dei totani, l’aiutò a varare la barcuzza e lo guardò allontanarsi.

La sera, con il cielo che in silenzio si vestiva di colori delicati, con il fascino straordinario che emanava, sentì con passi leggeri, entrargli nell’anima la serenità che la città gli aveva tolto, e pervaso da una grande emozione,  anche se non era più avvezzo, gli venne voglia di pregare. Le mani strette l’una contro l’altra, scansò la rabbia del guerriero che gli stava a fianco e che non lo lasciava ormai da tanto tempo e si mise a bighellonare per l’arenile.

 

 

 

L’odore dei ristoranti, delle tavole calde, delle abitazioni in prossimità del lungomare, si espandeva sulla strada e raggiungeva la spiaggia.

Lanaggioto, con la libertà ritrovò negli occhi, la bellezza e con cautela, si mise a bighellonare e quasi per giuoco, senza accorgersene, raccolse un legnetto che gli si era appalesato sotto

il piede sinistro, un sacchetto di plastica, uno straccio a destra, insomma camminando per l’arenile, prospiciente lo scarro della barcuzza, si ritrovò a fare fronte ad una montagnola di bottiglie e bidoncini, piatti di plastica ed altri rifiuti.

L’educazione di turisti e vacanzieri è umiliante, si portano dietro quanto di più brutto hanno in città. Un territorio mal gestito, non curato, anzi resecato, con strade impossibili, che sotterra la natura è un atto di arroganza mafiosa. I cittadini che accettano l’illegalità, sono complici. La politica si è accreditata quale zona franca per mettersi al riparo da offensive giudiziarie, ritrovando assisi sullo scanno parlamentare, Onorevoli sospettati, indagati, condannati con una fedina penale più nera della pece, inducendo le persone semplici a pensare che non ci siano mani affidabili.

Il Magistrato partigiano della Costituzione, che indaga  e non gli sfugge l’odore che inquina l’attività legale, scopre  i nodi che aggrovigliano la politica e la Criminalità organizzata, è classificato un velleitario, apostrofato con l’epiteto di coglione e dichiarato sprecone di denaro pubblico. Il legislatore, infatti ha svuotato la legge della pena ed ha reso il reato, impunibile, dunque il cittadino ha imparato a dire che l’uno vale l’altro ed in segreto, si tiene il petulante in casa. Il popolo non è sovrano, gli è stato tolto il potere che la costituzione gli aveva assegnato e si protegge adeguandosi al clima che circola in città.

 

 

Lanaggioto, in piedi sulla spiaggia, a ridosso dello scarro della barcuzza del padre, nella sottile superbia di Giovanni Salmeri detto custuleri, nella mitezza di Onofrio Russo detto Nofriennu ritornato dall’emigrazione, e nella lentezza di Salvatore Squadrito detto squadru, sbarcato dalla nave mercantile, in pensione,  nel salire la scaletta di corda del motopeschereccio di Accetta, della marineria di Marina di Patti, osserva non solo la fatica ma il rammarico per non avere avuto il coraggio di credere nel progetto del Professore Ennio Salvo D’Andria.

 

Lanaggioto, sedutosi sulle rizzelle ammonticchiate, coperte dal telone cerato, con la sigaretta in mano e lo sguardo sulle isole Eolie, Capo Milazzo, la rocca del Tindari, dunque cerca una soluzione. Il fumo della sigaretta pare lo seguisse nella rabbia che montava attorcigliandosi nell’aria, consigliandogli di dare fuoco alle scorie cittadine quando il pensiero gli fu sottratto e volto verso l’allegria.

Un pesce rondinella, saltò dall’acqua e gli cadde ai piedi.

La sorpresa lo fece sorridere, dunque afferrò il pesce per

la coda e s’avviò verso la casa dei genitori pensando che cotto in umido, con un pomodorino, sarebbe stata una cena delicata.

 

IL TERRITORIO DI PETRALONGA

 

Il Brigantino, alla morte dello scrittore Ennio Salvo D’Andria, avvenuta nel 1975 per cancro alla gola, cadde in mano ai nipoti Franco e Nuccio, figli di Carlo che ingegnosamente, pensarono di avvolgerlo per intero nella muratura, provocando il collasso del terreno di sabbia.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, è sepolto nel cimitero di San Giorgio. Lanaggioto, in visita al padre, notando il loculo senza lapide e con il nome scritto a mano nel cemento, fu colto da un’irritazione infernale nei confronti di Carlo, ricollegando  e giustificando la diffidenza dei fratelli e per quel ciarpame che ha generato, che hanno avuto perfino il coraggio d’incendiare una delle baracche poste a fianco del Brigantino che il Professore, aveva lasciato in donazione a Santino, ripromettendosi ala prima occasione, di richiamarli al rispetto.

La spaziosa spiaggia, sulla quale insisteva il Brigantino, ed una lunga linea di costa verso petralonga, svuotata della ghiaia, dai granelli di sabbia, pietruzze colorate, indebolita dalle villette, rosicata ai piedi dalla parte del torrente Magaro, ha permesso alle mareggiate di fare scempio dell’arenile, della strada e del terreno sovrastante.

Il fantasma del Brigantino, o meglio le costruzioni private, successivamente sono state protette da una muraglia di croci di cemento calate in acqua a spezzare le correnti. La scienza degli Ingegneri incaricati, però non ha previsto che la barriera artificiale, significa trasportare altrove l’erosione lungo la linea costiera.

 

Il territorio di petralonga, sottostà alla strada ferroviaria e negli anni è stata la residenza di Maruzza e Nino Buttò che vi allevarono quattro figli, in pari maschi e femmine.

La cessione del territorio di petralonga, alle spalle dell’arenile sul quale insisteva il Brigantino, a Nino Currò, trasferì la famiglia Buttò al borgo in una casa a piano terra nella via Taranto e successivamente nel fabbricato ch’era stata la Rivendita di Sale e Tabacchi, di Tindara Accordino, mamma di Giuseppe Cicirello successivamente trasferitasi in via Pola angolo vico Brindisi e sala da barba di Peppino Canfora, emigrato con l’arte in mano.

Il trasferimento al borgo, della famiglia Buttò, è stato accolto con quell’aria di sufficienza che si usa nei confronti di persone non affidabili, insomma diverse e da tenere a distanza, anche se non li conosci. La bassa statura e la grassa figura di Maruzza, l’alta tonalità della voce abituata a chiamare i figli, il marito, nel passaggio dei treni, nella furia del vento e dei marosi sugli scogli, si scontrò con il silenzio compresso dei compaesani. L’incedere goffo e trasandato della madre, il portamento dinoccolato del padre che accomunava indistintamente la prole, fu oggetto di burle impietose, mortificanti che naturalmente provocavano una litigiosità verbale dissacrante ed inaudita, tanto da collocare la famiglia, in un recinto invisibile nel quale tutti scaricavano la loro stupidità  e gli animali, a prescindere, si esibivano in numeri esilaranti. Nino Currò, entrato in possesso del territorio, lo adibì all’allevamento prevalente di pollame. Gli animali razzolavano a proprio agio, nella sabbia, sugli alberi di fico. La loro carne e le uova prodotte, risultarono di una bontà unica, che solleticò l’interesse dell’amico Bettino, titolare di macelleria. La costituzione della società per la vendita di uova e pollame di Nino e Bettino, nel giro di pochi mesi divenne una realtà produttiva e le richieste fioccavano senza interruzione.

 

La macelleria situata a ridosso del ponte Provvidenza sul margine di destra del torrente, nello slargo della porta di ferro, ai piedi della scalinata di San Francesco nel comune di Patti, era presa letteralmente d’assalto da privati cittadini e proprietari di girarrosti, esercizi pubblici. La qualità del prodotto, esercitava un’attrazione particolare e la macelleria acquisì, rinomanza e prestigio oltre le contrade della Municipalità. Nino Currò, con gli anni irrimediabilmente appesantiti, ecco che ad un certo momento, si ritrovò stanco, con il giorno e la notte senza riposo, in collisione con il naturale svolgimento dell’esistenza. Gli anni trascorsi nella solitudine, gli avevano sottratto il sorriso e la compagnia di una donna. La posizione che aveva raggiunto era invidiabile e gli assicurava una solida protezione.  Una visione che subito non mise a fuoco, gli era nata negli occhi, e lo costrinse a riflettere. La donna rimasta vedova con una numerosa prole, si era armata di coraggio ed inventato il lavoro,  insomma calzato stivali e pantaloni coltivava e vendeva i prodotti della terra e di allevamento, ha intrapreso il servizio di trasporto dei braccianti e dell’edilizia. Una madre provata dal dolore. La famiglia che la donna gli offriva, dunque non era una passeggiata. La donna, comunque gli scansava la solitudine, gli ridava il sorriso, e si convinse di avere la libertà di percorrere la strada  ed accettò con la forza di un ragazzo, che in età adulta voleva riprendersi la giovinezza, ed estrasse l’energia giusta per rifarsi di quanto perduto.

 

 

Nino Currò, fu accolto con gioia e con la crescita e la cura dell’educazione di figli e figlie scampati al rogo della casa nella quale erano periti altri due fratellini, la donna, seppe offrirgli una compagnia generosa e serena.

 

La Spedilitica, il sistema speculativo della politica, dunque occupò il territorio nel quale galline e galletti, chiacchieravano e bisticciavano fino alle prime luci dell’alba, i conigli bisbigliavano accompagnati dal respiro enfisematoso di Campisi. Il  primigenio del territorio che nelle serate di scirocco, usciva dalla grotta sotto la ferrovia ed impauriva le coppiette in riva al mare e perfino a sbarcare sulle isole eolie con l’ultima corrente del mattino.

La Spedilitica, dunque  in barba a leggi e regolamenti, costruì in lungo ed in largo, in faccia al mare, sotto la strada ferrata, villini ed agglomerati residenziali diversamente dichiarati, occupando il passaggio che conduce alla baia di petralonga, rendendo anche il territorio demaniale, un enclave esclusivo ed impenetrabile.

Lanaggioto, non credeva ai suoi occhi e non intendeva privarsi della visita alla barca dei suoi sogni, dunque armò il guerriero e spada in resta cercò il tracciato di sabbia di colore giallognolo, adibito ad uso privato e contorcendosi spasmodicamente alla stregua di un serpente, dichiarando che il passaggio è pubblico, violò catene e cancelli che ne bloccavano il passaggio, perfino cani sciolti, costeggiando le mura delle abitazioni di vacanza sbarrati con cancelli, piante rampicanti, alberi esotici, archi e capitelli, insomma il villaggio non usufruibile ai comuni mortali, e raggiunse la lunga pietra che dalla battigia scende in acqua ch’era stata la sua barca.

Lanaggioto, osservò il grande guerriero impietrito nell’atto di saltare sulla pietra e tuffarsi in acqua per raggiungere la donna amata, con la gamba destra avanti e la sinistra a trattenere la montagna ai piedi della quale scorre la strada statale e sotto si apre la bocca della galleria della ferrovia, e con la paura che ne potessero minare le fondamenta,  meravigliato, di non sentire il respiro di Campisi, addolorato ritornò indietro.

Lanaggioto, a mano che usciva dal territorio, si convinse che Campisi era stato imbavagliato e sotterrato nelle viscere della grotta di Magaro, dunque cercò la voce del guerriero e la mano sinistra a pugno chiuso,  si rivolse alle case ed alla montagna, ammonendo che l’identità di petralonga, è patrimonio pubblico e va tutelata.

 

IL RAGAZZO IN AFFANNO

 

Lanaggioto, con l’intento di diminuire le probabilità d’incontrare il fratello e proteggersi dal male, rinviava il ritorno a San Giorgio.

Lanaggioto, comunque stava in affanno, non sopportava che stesse aggrappato al telefono con la sorella ed i genitori.

 

Lanaggioto, un giorno che il servizio notturno non gli aveva creato eccessivo disagio, anziché andare a passeggio con gli amici per il corso od il lungomare  di Milazzo, a stuzzicare il cagnolino imbellettato che la padrona teneva in braccio nell’auto posteggiata in terza fila, o tirare per le orecchie in strada, i mastini napoletani di stoffa, accoccolati sulla soglia del negozio alla moda, con un colpo secco, staccò la cornetta del telefono e con l’auto Innocenti 650, s’immise sull’autostrada e con l’acceleratore a tavoletta, si diresse verso il borgo di San Giorgio.

 

Lanaggioto, negli anni della fanciullezza, aveva ricevuto dal fratello, sicurezza e protezione, dunque non cercava la lite, però coglieva nel fratello, una sospetta perdita di lucidità e dignità che lo relegava ai amrgini della familiarità.

 

Lanaggioto, con il fisico gracile, basso di statura, gli occhiali da miope, non era ritenuto dai coetanei, un buon elemento per giuocare al pallone e lo tenevano in disparte.

Lanaggioto, amava quel giuoco e non si arrendeva, la caparbietà lo spingeva a lottare e dimostrava il suo valore. Lanaggioto, seguiva il fratello e nella difficoltà, Franco gli assicurava sicurezza, accorreva in sua difesa.

Secondo il giuoco, a Franco risultava irritante  che lanaggioto lo seguisse e lo respingeva, a volte anche in malo modo.

Una mattina, il gozzo della tonnara, trasportati i viveri ai tonnaroti,  era all’ancora con la cima legata a terra. I guardiani erano ritornati alla loggia e dunque il giuoco poteva cominciare. Il giuoco consisteva nel tirare il gozzo a riva, spingerlo verso il largo e saltarvi a bordo.

Lanaggioto, di nascosto aveva seguito il fratello e l’amico con il desiderio di partecipare al giuoco. Franco gli proibì di avvicinarsi, il rischio che non riuscisse a saltare a bordo era alto. Lanaggioto, seppure minacciato, corse dietro ai due e non riuscì a saltare, restò aggrappato e fu trascinato al largo, rischiando di finire in acqua ed annegare. Il compagno del fratello, anche lui di nome  Franco,  si accorse delle manine aggrappate sulla poppa e giusto in tempo, lo tirò a bordo.

 

Il rintocco delle campane dell’Ave Maria dettava il ritorno a casa. Il ritardo non era giustificabile e le cinghiate erano la pena ritenuta più adeguata.

Lanaggioto, il più delle volte,  riusciva a scamparla rifugiandosi  nelle mani di nonna Santa. Franco temprato al trattamento, resisteva in silenzio. Un fratello è compagnia, l’adolescenza è un’impraticabilità quotidiana ed il rischio di smarrirsi è dietro l’angolo. La candela è ancora alta ed ad un tratto è spenta.

 

Il ragazzo, cammina in compagnia del fattore di crescita, non si sente a proprio agio, la solitudine lo spinge a perdersi e basta un momento che la coscienza non affiora e salta nella velocità dell’aria per scoprire cosa può succedere. Lo sparo spezza il ritmo della musica nelle gambe, il canto è sopraffatto. La tragedia è compiuta, le scorie hanno raggiunto il punto di saturazione e l’aria del mattino in attesa dell’ingresso a scuola si è gelata sul compagno di scuola.  Mirko si è spento.

 

Lanaggioto, per tutti gli anni fino al diploma di scuola media superiore, si è trascinato intorno al monumento ai caduti di piazza Marconi, respirando le polveri sottili della strada, osservando i fumi dell’industria in attesa di un lavoro.

Lanaggioto non ha il dono di sapere aspettare i miracoli, confida nella ragione e con Puccio e Franco, vestiti di felce, di sole e di mare, a piedi nudi, ha scoperto un mondo non usato.

Il coraggio, gli ha mostrato una traccia pulita e con le mani nelle tasche del giubbotto di carta gialla, ha sconfitto il male stagionale che colpisce ogni generazione.

Lanaggioto, ha scoperto l’impotenza della democrazia, non ha imbracciato le armi, ha usato la civiltà della parola.

La lotta per i diritti e la democrazia, non ha termine, non bisogna farsi spogliare della memoria dei morti. Qualcuno, comunque, prova sempre a toglierti i diritti conquistati, a farli evaporare.

La cultura non è un tradimento, è l’esercizio della giustizia, altrimenti la caverna inghiotte il paradiso ed i fiori di luce decadono costringendoci a camminare con l’allarme in mano per la paura che il vicino sia un nemico.

 

UN NUOVO FRONTE

Carmelo Accordino, seppure in condizioni di salute precarie, agisce con lo spirito dei vent’anni, andando in sofferenza.

Ha cominciato a lavorare appena conquistata la posizione eretta, senza smettere la propria dignità.

L’usura del lavoro, i sacrifici e le privazioni, gli hanno minato la salute e con l’età, le insufficienze con ricorsi a cure tampone, l’hanno costretto a ricovero d’urgenza nell’Ospedale di Patti. L’incapacità di autonomia, inchiodato ad un letto, con aghi e tubi, l’ha obbligato a dipendere da un’organizzazione Sanitaria non sufficientemente rispettosa del malato.

 

Carmelo Accordino, credeva d’avere superato le trincee di ogni guerra, invece ha aperto un nuovo fronte. La degenza, si è trasformata in una lotta continua, costretto a ripiegare su se stesso, ha un peggioramento. L’arroganza del Medico di turno, l’inefficienza della componente infermieristica, ha condotto lanaggioto molto vicino alla lite.

Il fratello, infermiere professionale, non ha reagito alle difficoltà del padre, rendendo lanaggioto, oltremodo iracondo.

Lanaggioto, si sentì risucchiato nel sistema cittadino che l’aveva arruolato a forza ove la civiltà è la società che grida, dunque con la preoccupazione che lo tirava per la mano, iniziò a prepararsi all’attacco che considerava imminente.

Il guerriero, iniziò a sciogliersi della compagnia del Santo e si accinse ad oleare l’armatura.

Le dimissioni dall’Ospedale ed il coma vigile del padre, inchiodò la famiglia in attesa intorno al letto.

La morte lascia ogni cosa nelle mani dei viventi che hanno bisogno di approfittare della sofferenza per trasportare il tempo, in un inusuale deposito quotidiano.

La morte di Carmelo Accordino per isufficienza- cardio -   respiratoria, sciolse i familiari che impotenti lo vedevano affogare.

La collina occupata per la costruzione del cimitero di San Giorgio da Ennio Salvo, Carmelo Accordino, Carmelo Cicirello, Ciccio Spinella, Nino Danzì, Nicola Garito, Tindaro Agati, Scibilia Biagio e Canfora Salvatore, testimoniato da una targa posta con un ritardo di circa 50 anni, alla sinistra del cancello d’ingresso, ed altri mancanti, scoperti da una ricerca del Professore Giuseppe Alibrandi, è stato occupato e trasformato in un Mausoleo, dunque  non era rimasto disponibile neanche un loculo per accogliere la salma di Carmelo Accordino obbligandolo a prendere la via di Gioiosa Marea.

Un trasferimento inaccettabile, per un uomo che aveva lottato e pagato per restare nel proprio villaggio. La richiesta di rispetto dei figli Pippo e Santino,  al sindaco di Gioiosa Marea, recuperò un accomodamento temporaneo nella cappella della famiglia Samperi, con l’impegno di accogliere le spoglie di Carmelo Accordino, in un loculo nel progetto di nuove  costruzioni con l’onere a carico dell’Amministrazione. L’ ultimo rimasto, degli Uomini del Comitato per la costruzione del cimitero di San Giorgio, dunque ha ottenuto la promessa del posto per l’eterno riposo.

Carmelo Accordino, rimase ospite nella cappella della Famiglia Samperi, oltre il mandato del sindaco e nel secondo, affinchè scoppiasse il miracolo, è stato necessario un richiamo politico al quale non poteva offrire un’altra promessa.

Il loculo che accoglie Carmelo Accordino, è posto ad un’altezza, magari raggiungibile con cautela, ritenuto pericoloso per la strada in pendenza e la scala instabile.

Il rischio di precipitare è molto elevato, impedisce alla Famiglia ed in particolare al’lanaggioto, per la sindrome vertiginosa di cui è affetto, di porvi un fiore.

L’acquisto di una scala a forbice con altezza regolabile, con un automatismo equilibratore che compensi il dislivello, sarebbe di estrema utilità.

L’Assessore locale, Avvocato Salvatore Salmeri, ribatte che il Comune non ha il becco di un quattrino tanto che non riesce a comprare la lampada per un lampione rimasto senza luce.

Lanaggioto, ritiene ragionevole visitare la tomba del padre senza pericolo, che non ha bisogno di una guerra per il rispetto di un diritto elementare.

IL FERRAGOSTO GIOIOSANO

Il ferragosto Gioiosano, è famoso per i fuochi e quella sera Lanaggioto anziché andare per le strade di montagna che l’anno precedente, per

l’arroganza di alcuni imbecilli stava per trasformarsi in tragedia, con il fratello Pippo e Famiglia, il cognato Aldo e famiglia, assieme alla moglie, sono andati a Capo Skino, ospiti del  Direttore del Complesso turistico, Rosario Salmeri nipote di Rasi Mau e che Lanaggioto chiama affettuosamente Maestru, che li ha autorizzati a vedere i Fuochi dal terrazzo del locale. Il complesso alberghiero sorge sull’omonima rocca alle porte di gioiosa Marea, con una visuale sulla città e sul mare, incomparabile e  seppure il vento di maestrale ha messo a soqquadro i fiori di luce a riempire il buio del cielo, è stato un magnifico spettacolo.

 

Il complesso turistico di Kapo Skino, è stato costruito su una montagna fragile che appesantita dall’enorme manufatto di cemento, destabilizza con frane sulla strada sottostante, creando disagi alla viabilità statale.

 

Le promesse di stabilità, si rincorrono senza mai rendere giustizia al territorio, in un giuoco delle parti che scalza la ragione.

Un ingorgo mastodontico causato dall’ennesima frana sulla statale affollata all’inverosimile, gestita con un semaforo, senza polizia  Municipale, regolava il traffico sommando il disagio.

L’uscita dal complesso, dunque doveva avvenire percorrendo le strade secondarie di montagna.

L’esperienza del Cognato, Maresciallo del Corpo Forestale, li trasse fuori e li indusse a seguirlo per quel  territorio.

Il  ritorno a San Giorgio, si trasformò in un’impresa per una viabilità  contorta, parossistica, estremamente pericoloso, sprofondando in un percorso infernale verso San Giorgio,

e meno male, che alla guida della sua auto, ci fosse Carla,  la cognata, altrimenti per lanaggioto, non sarebbe stato praticabile.

 

LA RIVENDITA DI GIUSEPPE CICIRELLO

Lanaggioto, una domenica mattina in visita al borgo di San Giorgio, posteggiato l’auto davanti casa, salutata la madre, si reca alla rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello. La mancanza di Giuseppe e la presenza al bancone di un giovane sconosciuto, lo sorprese e lo fermò sul piede, non di meno nel pensare potesse essere un nipote, si avvicinò e chiese dell’amico.

 

La risposta del giovane, che gli giunse alle orecchie portava nel tono un fastidio scontroso che l’allarmò e lo indispose inducendolo a salutare ed uscire in fretta.

L’amico Giuseppe gli faceva da riferimento, dunque incontrarlo era un modo di entrare nel tessuto sociale della comunità.

Sapeva che Giuseppe aveva intenzione di vendere, dunque  attraversò la strada, ed entrò sotto i pini per raggiungere la spiaggia, a fronte degli oleandri si fermò e ritornò indietro, a casa dalla madre che gli confermò la notizia.

Il tono infastidito del giovane gli girava nelle orecchie e non riusciva a farsene una ragione, dunque si sedette sulla sedia di plastica posta accanto all’anta chiusa della porta d’ingresso con le spalle alla stazione e si accese una sigaretta.

La testa penzolone nelle mani, con la sinistra a tenerla in equilibrio distaccando la destra per togliere la sigaretta dalla bocca, cercava di colmare lo smarrimento nel quale era incorso, appesantendo la visita al borgo.

Lanaggioto, chiuso in un’assensa sofferente, ad un tratto è scosso e riportato repentinamente nella realtà.

 

Il bruciore del calore della sigaretta che si era consumata, lo costrinse a sbattere violentemente la mano di lato nel tentativo di fare cadere la cicca che si era incollata alle dita, guardandosi intorno con sospetto, cercando conforto.

 

Guardò avanti a sé nell’orto incolto con il cancello di rete metallica, con l’albero di Stelle di Natale, l’arancio a fronte del muro della casa diroccata con il fico invadente che prorompeva su di esso, il muro di pietre sciolte con il nespolo in esso inglobato e si fermò, oltre la strada,  ad osservare un misero quadrato di terra recintato da un muretto di blocchi di cemento, spogliata dall’albero di fico dai succulenti frutti che attirava con cupidigia, le mani dei passanti.

Una mastodontica costruzione in cemento armato, elevata a più piani fuori terra, occupa lo spazio ove esistevano la costruzione di civile abitazione di Nunziatina Fiorello, madre di Nino detto Romano,emigrato in Svizzera, la bottega di ciabattino di Filippo Natoli che apriva la finestra su un quadrato di terra sulla via Nazario Sauro e dalla quale consegnava ai clienti, le scarpe riparate.

 

Lanaggioto, corre a cercare, la casa di Maria

Natoli, e nell’angolo scopre la porta incastonata nell’imponente incompiuta e nella costruzione a più piani di Sarina Salmeri, adibita a sosta dei vacanzieri.

 

Lanaggioto, sentì l’arroganza sbattergli in faccia, rompergli il setto nasale e l’arcata zigomatica di sinistra e soverchiato dall’indignazione, gli scappò dai denti che Salvatore Salmeri, Assessore Comunale per meriti sportivi, aveva saputo capitalizzare il potere politico.

Lanaggioto, a questo punto si sentì obbligato a constatare fino a che punto fosse arrivato lo sviluppo urbanistico programmato dal gruppo politico nel quale si era introdotto l’Avvocato Salmeri, verificare l’estensione che l’edificio avesse preso sulla via Pola. Una fila di fabbricati, con terrazzini e marciapiedi, si allineava alla costruzione di civile abitazione della famiglia di Peppino Russo, che nascondeva l’orto con gli alberi di limoni, dei genitori del cantoniere Alessandro, colà residenti e separati dal torrente del ponte di ferro, dalla strada che congiunge la via Pola con la Nazario Sauro, dunque passava per la villetta disabitata, della Professoressa Peppuccia Carbone, al negozio di alimentari di Ciccino Natoli odierno Bar Gelateria Al Muretto, piazza Ravel e le case basse dei guardiani di terra della tonnara. Il torrente e la chiesa che dividono, il centro, questa parte del villaggio, dalle case nuove, indusse lanaggioto a desistere e dedurre che la strada interna che separava gli orti con i pozzi,  dalle case, era divenuta, con gli stessi, parte integrante  delle nuove costruzioni riversate sulla via Pola.

LA LETTERA DEL PROFESSORE GIUSEPPE ALIBRANDI

Lanaggioto, inseguendo i pensieri che gli si arrovellavano nella testa, ad un tratto sentì il bisogno e l’avrebbe mangiata volentieri, di una granita al limone.

Il Bar Capriccio è uno dei pochi locali che non usa la limonina, la polverina introdotta con legge comunitaria che sa di sentina e prepara la granita con il succo del meraviglioso agrume e la maestria dell’arte siciliana.

L’appendice del locale, apparecchia  tavoli sotto i pini ed in disparte ne mantiene qualcuno per gli appassionati del giuoco delle carte che comincia con una durata stabilita e si trasforma in una battaglia all’ultimo centesimo. Una partita era in corso e parecchie persone si affollavano intorno, anche in piedi.

Lanaggioto, scese dal marciapiede leggermente ingobbito dalle radici del pino cresciuto sotto la sorveglianza di Santa Canfora, oltrepassò il masso d’arenaria della tonnara, trasportato colà dall’angolo di vico Brindisi, osservatorio da ragazzo del’lanaggioto, lo seguì  in tralice nell’inclinazione verso il sedile di cemento,  e tirato fuori dalla tasca della giacca, il pacchetto di MS, estrasse una sigaretta e se la infilò in bocca, introducendosi  nel folto degli alberi a scrutare il tavolo dei giuocatori di carte.

La distanza, gli presentò a fatica i contendenti, raccolse l’identificazione di Nunzio, Gioacchino e di alcuni cassaintegrati assuefatti alla compagnia dei frequentatori del Bar Capriccio, deducendone che ci fosse anche Franco, suo fratello, abitudinario del tavolo e proseguì verso la cinta degli oleandri per raggiungere la spiaggia, con l’intento di accendere la sigaretta, quando ad un tratto, la voce di Giulia, la figlia di Salvatore, l’ultimo dei fratelli nella scala dei maschi, gli si fece avanti a ricordargli che Margherita Ceraolo, la titolare della Cartolibreria Senso Unico, alla quale aveva lasciato a vendere, dei suoi libri di poesie,  intendesse parlargli e vi si diresse.

La busta gialla che Margherita gli consegnò a nome di Peppe Alibrandi, lo sorprese e senza chiederle dei suoi libri, attraversò la strada ed entrò nell’ombra dei pini aprendola ed estraendo la barca solare del Museo Egizio che a primo acchito scambiò per la nave punica del Museo di Marsala ed una lettera che il Professore aveva inviato al Sindaco del Comune di Gioiosa Marea nel giorno del F.A.I. .

“ I Sangiorgioti ed i Gioiosani sostenitori dell’arte, delle tradizioni e dell’ambiente, si augurano che il Palazzo Cumbo Borgia, sia restaurato e racchiuda il Museo della Tonnara di San Giorgio. “ Scrive il Professore Giuseppe Alibrandi, dunque incita il Sindaco ad attuare il suo programma, “ se la sua parola d’onore non è acqua che scivola nelle falde arse del territorio “  e lo invita a che possa inaugurarlo nel giorno del F.A.I..

“ L’idea del Megaporto programmato dall’Amministrazione Comunale di Gioiosa Mare, “ continua il Professore Giuseppe Alibrandi,”  è l’ennesimo delitto perpetrato ai danni del territorio di San Giorgio e dei suoi abitanti.

I Fondi del porto, sono l’occasione per destinarli al Museo della Tonnara di San Giorgio, alla sistemazione ed alla cura della spiaggia, della condotta fognaria e del depuratore mai entrato in funzione, di quella Idrica e creare aree attrezzate per accogliere in modo civile i turisti.

L’Avvocato di grido scelto per il porto, esperto di Fondi Comunitari PIOS, destinati alle aree museali del mare in Europa, che impari a rispettare la cosa pubblica, riscopra la vecchia delibera del Commissario Corvo, sul Museo del mare e curi i

rapporti con la soprintendenza che ha vincolato il Palazzo Cumbo Borgia del tardo Ottocento e sventi gli appetiti che ha apparecchiato con il piano casa, il Presidente del Consiglio, Cavaliere Berlusconi.

Il Sindaco con i suoi Consulenti e Tecnici, non può esporre il territorio alla violenza delle mareggiate per fare cassa.

Il Megaporto o porticciolo che s’intende costruire, è una sottrazione di territorio che ridisegnerà il Borgo Marinaro di San Giorgio. Un Museo, con la sua valenza storico-culturale, i

servizi delle varie agenzie e società, operanti a vario titolo,

amplierebbe e qualificherebbe l’offerta turistica e culturale del territorio comunale.

Il territorio non è un bene di consumo, è cosa pubblica e va rispettato. Il territorio va sottoposto alla valutazione d’impatto ambientale e calcolo costi-benefici e di una scelta collettiva con metodo democratico, qualsiasi altro orpello è un accordo speculativo.

 

La cultura del Borgo Marinaro di San Giorgio ha dignità quanto la tradizione dei Gioiosani.

La ricetta del Murga con il Murgo, credo valga quella della Fritta, l’antico modo di servire il tonno bollito steso sui graticci condito con aceto e menta. Una primizia che a partire dell’Ottocento, per San Pietro, i Cumbo Borgia, non facevano mancare, ai Gaudenti Romani.

Il Sindaco di Gioiosa Marea, comune con Auditorium, Antiquarium, Museo d’arte Sacra, Borgo Marinaro, della Murga e del Murgo, sostenuto da un combattivo Sito Gioiosano che perora perfino il riutilizzo del Basolato, si rammenti che la cultura è pluralista, multicentrica, dunque diffusa sul territorio, che può provvedere a fare le strade dei Musei che uniscono i Borghi Marinari di San Giorgio e Gioiosa Marea, le trazzere Regie che uniscono la montagna alla marina.

Un porticciolo che compensi i Gioiosani della spiaggia persa sotto lo Skino, Cani Cani, non è un metodo di civiltà, è un sistema per continuare a stuprare il territorio. L’Avvocato Amato, patrocinante il Megaporto ed il Sindaco di Gioiosa Marea, ricordino che la storia è le fondamenta sulle quali camminiamo, che non hanno saputo conservare una sola barca della tonnara dell’Ottocento ed in questo sono stati meno bravi degli Egizi moderni.

Il Museo della Barca Solare, è costruito nel deserto, nel luogo delle Piramidi di Giza dove è stata ritrovata la barca con la quale gli antichi Egizi immaginavano di raggiungere la loro Casa nel Regno dell’Oltretomba, che noi andiamo a risollevare con la nostra moneta, godendoci il loro mare e l’aqcua del Deserto, meno salata di quella di San giorgio.

Il Museo della Tonnara di San Giorgio, ha il sito ne Péalazzo Cumbo-Borgia del tardo Ottocento, vincolato dalla soprintendenza ai Beni Culturali ed il Borgo Marinaro, i cittadini di San Giorgio di Gioiosa Marea, avremo un Monticchiello in meno. All’Avvocato patrocinante Amato, racconto di quel paesino della Toscana dove son partiti con la grande Lottizzazione lungo il sentiero dei cipressi che sale a Monticchiello che è stata fermata dalla Soprintendeza e ridimensionata dalla Magistratura.

Il Professore Asor Rosa, se ne accorse e cominciò a scrivere su La Repubblica fino a che il Monticchiello si ridusse ad un monticchello.

Lanaggioto, terminata la lettura, ebbe un moto di soddisfazione. L’idea del Museo della Tonnara, dunque era entrata nella giusta dimensione, nella festa annuale del FAIS.

I cittadini di San Giorgio, hanno il diritto di riappropriarsi della storia  che la politica stracciona, ha ridotto in macerie.

IL CANTO DEL MATTINO

Lanaggioto, dunque pensò di andare in macchina a conservare la busta di Peppe Alibrandi. La sigaretta in bocca, il pollice sulla linguetta dell’accendino, girandosi  per avviarsi verso casa, attivò il sistema piezoelettrico per accendere, rimanendo abbagliato da una visione, quanto meno esplosiva.

Lanaggioto, ebbe la sensazione che la fiammella sprigionatasi nell’accensione gli avesse colpito il campo visivo  e per la combinazione di una serie di elementi, gli avesse messo a fuoco, il desiderio tenuto al buio. Il marciapiede, ospitava una ragazza con per mano una bambina, camminava e si guardava intorno a cercare qualcuno, e ravvide in lei, Agata.

 

Il sogno dei suoi anni frastagliati, dunque era venuto a cercarlo, e per accertarsene, con titubanza s’avvicinò per identificarla. Lo sguardo li riunì seppure l’acconciatura vaporosa, riccioluta, cercava di nasconderne l’identità.

 

Un grande e morbido abbraccio li riunì e lanaggioto, vi si rifugiò, chiuse gli occhi e coltivò il sogno che aveva relegato in un rapporto d’amicizia per evitare d’assumersi la responsabilità di un legame familiare.

 

L’amore ritornò a liberarsi nella semplicità dei giuochi, si aprì nell’intimità e divenne  espressione naturale.

 

Le parole confondevano il giorno e la notte navigava oltre la finestra in un silenzio carico di promesse.

La pizzeria, il pub, sovrastati da un’accozzaglia di voci li occupava a cercarsi ad occhi chiusi con le punte della dita e si sorprendevano a mangiucchiare patatine, arancini e pizzette, ad imboccarsi a vicenda.

Il giardino d’inverno,  raccoglieva l’ulteriore prova d’appello al marito per il bene della bambina, e l’amore si accartocciava  sulle ginocchia scambiando la sedia per un trampolino di lancio per saltare sugli scogli che apparecchiavano la spiaggia sottostante.

La sua voce al telefono, era una richiesta d’aiuto ed il travaglio riprendeva.

L’ombra del marito, lo coglieva seduto in cucina ed i frutti di mare andavano a male.

 

L’aria leggera della sera, si alzava sul cancello ed il disagio s’insinuava nella ferita della recente separazione, la convivenza diveniva sofferenza che impediva ogni assunzione di responsabilità.

La figlia era la corda che teneva unita Agata al marito ed in un rapporto di semilibertà, lanaggioto che sferzato in faccia da quel vento rotolante, con una temperatura calda e fredda, mai ambientale, era caduto preda di un nefasto,  mal di testa.

 

Il guerriero, ha bisogno del rispetto dei diritti con l’impegno del proprio dovere.

La giustizia che ha disposizione, non gli dà molta possibilità di sopportazione, dunque accettò di porre fine all’incertezza e si allontanò.

Lanaggioto, colse l’occasione di un lavoro non precario a  Milazzo con sollievo. e sgattaiolò fuori di casa, ed evase dalla città per non farvi più ritorno senza accorgersi d’essere rimasto coinvolto fino all’alluce.

I mesi, nonostante tutto, gli presentarono il conto e seppure cercò d’ingabbiarli con lunghe passegiate, non riuscirono a distrarlo.

Lanaggioto, dunque nell’intento di recuperare il suo sogno, si tuffò nela mare e nuotò verso la grotta che gli appariva limpida e si riempì della sua bellezza.

La sua pelle si liberava nelle sue dita, in ogni piega fino alla piccola cicatrice sul pube e si lanciò in una folle corsa nella speranza d’imbastire una festa a ridosso della spiaggia fasciandola in un vestito di carta, bere birra con la schiuma alta per giuocare con le labbra.

Lanaggioto, intenzionato a riconquistare il canto del mattino, riuscì perfino a credere che i gabbiani si fossero levati in volo e rimase interdetto quando comprese che il tempo trascorso non era intermedio a ricongiungere il presente, fermò la memoria e precipitosamente uscì dalla grotta restando intrappolato con i piedi negli aghi dei pini.

La dolcezza, la bellezza di Agata lo imprigionavano e non trovava la forza di staccarsi, si sarebbe incollato alla sua pelle.

Il bacio con il quale intendeva ritornare a festeggiare l’amore, fu deviato da Agata, con garbo imbarazzato, nei riccioli vaporosi ed afferrandolo per la mano gli disse che gli avrebbe fatto conoscere l’uomo che avrebbe assicurato un domani alla sua bambina.

Lanaggioto, immerso in una tempesta di sabbia, s’avviò a seguiirla fino in piazza Ravel ove accanto all’auto posteggiata, schierati sulla fiancata, c’erano il padre, la madre, che conosceva ed Orazio.

Lanaggioto, guardò l’uomo quasi di sfuggita porgendogli la mano a salutarlo. La pelle di Orazio, di un giallo paglierino sporco, gli dava l’orticaria e si allontanò aggirando perfino Agata, mettendosi a debita distanza.

La delusione od altra avversione che dir si voglia, gli corse per ogni articolazione e seppure cercasse di nasconderlo, un brivido lo colse, gli serpeggiò sulle corde, gli trapelò sui denti e le labbra, lasciando senza interlocuzione la conversazione intrapresa dalla madre e dal padre di Agata.

L’ERUDITO CICERONE

 

Lanaggioto, senza profferire parola o suono alcuno con la mano destra avviò la passeggiata verso i resti del Palazzo Rosso della tonnara.

La residenza stagionale del Nobile Casato,  sventrato, resa discarica a cielo aperto, era orribile a vedersi e Lanaggioto, per lo sdegno richiamò il guerriero a fianco riacquistando lo spirito e vestendosi da erudito Cicerone, raccontò loro, con la veemenza nella voce, la storia del villaggio di pescatori. Lanaggioto, si era talmente elevato a Professore che aveva trasformato la Storia Locale, non dissimile da molte altre realtà rivierasche.

La lezione, ad un tratto fu interrotta dalla bambina che aveva visto un deltaplano lanciatosi dal monte Meliuso e stava per atterrare sulla spiaggia, oltre la bretella che recinta la linea esterna del vecchio campo di calcio e vi si era diretta inseguita dalla madre con la disperazione in gola per il rischio nell’attraversare la strada.

Lanaggioto, le corse dietro rischiando di cadere nei relitti delle barche della tonnara semisepolti dalla sabbia e dalle spine, e raggiunse Agata e la bambina.

Lanaggioto, aiutò Agata a liberare dalla sabbia, le scarpe della bambina e ritornò a riprendere le fila di quel sogno.

Agata, lo guardò con tutta la dolcezza che riusciva ad esprimere e con la bambina per mano corse dai suoi genitori.

Il deltaplano era atterrato e raccolto l’involucro nel sacco. Lanaggioto, osservando Agata e la bambina allontanarsi, ebbe un momento di difficoltà, si guardò intorno e vide i pali della porta del vecchio rettangolo di giuoco, la Cattolica e traballante, si convinse che il tempo scorre e soprattutto non è mai identico.

 

Lanaggioto, dunque raggiunse Agata e la sua famiglia, cercando di riprendere a declamare la storia della tonnara, del Palazzo Baronale con le macerie sanguinanti.

Lanaggioto, a mano che declamava s’indignava ed era talmente sconvolto che gli veniva voglia di afferrare Agata per le mani e mettersi in ginocchio, gridarle con la forza che aveva in corpo, quanto l’amava, che quell’uomo non era adatto alla sua bambina e soprattutto non l’avrebbe fatta felice e per smaltire il furore

che lo bruciava, si accese una sigaretta e senza offrirne, si mise a fumare alla stregua di una macchina a vapore che s’avvia nella marcia.

Il tocco dell’orologio del campanile delle chiesa, ebbe l’effetto dirompente della sveglia.

Agata con la bambina per mano, tentava di salutarlo, di dargli un ultimo bacio.

I turisti con le vacanze ridotte al lumicino, cominciavano a dirigersi verso l’autostrada.

La giornata si era mangiata il sole dando il ben servito all’estate. Agata con la famiglia, salita in auto, girato l’angolo, si confuse con il passaggio ed il rumore assordante di una moto di grossa cilindrata con a bordo una coppia di draghi uniti in un amplesso assassino.

Lanaggioto, vide in lontananza l’amico Giorgio Puglia che con il suo incedere faticosamente claudicante per la protesi alla gamba destra colpita da poliomelite si dirigeva verso casa e lo rincorse.

L’insuperabile, passionale allenatore della squadra di calcio del San Giorgio, vedutolo lo salutò con l’affetto riservato che gli è proprio, la gioia di vedersi si liberava in misurati sorrisi e

poche parole ed all’angolo di casa dei genitori del’lanaggioto, si lasciarono con l’augurio di vedersi, comunque in piedi.

L’ACQUA FANTASMA – L’ACQUA SALATA

Il villaggio di San Giorgio era fornito dell’acqua che dalla montagna scendeva lungo la vallata a fianco di Malamura e circa cento metri più sotto, raccolta nell’antico acquedotto.

La distribuzione iniziava dalla fontana pubblica posta nello slargo a monte della strada Vinnani, all’ombra del ponte della statale 113.

 

Un tubo con margherita, era l’altra fontana posta nell’enclave ai piedi della strada Vinnani. Legato nel muro di contenimento del torrente che lambisce la chiesa, la cattolica e sfocia sulla punta,  forniva la famiglia Falcone emigrata in Svizzera, ad angolo la famiglia Pipitò e la famiglia Natoli con la costruzione incastonata nel lembo superiore del muro di cinta, con cocci di vetro ed edera, del Palazzo della Baronessa Calcagno che aveva il cancello  d’ingresso sulla strada che dal mare sale alla nazionale e viceversa, che fu sede della scuola elementare e divenuto proprietà della famiglia Ingrillì, trasformato in zona residenziale, denominata  “ Puffi. “La terza fontana, era posta ai piedi della facciata della residenza della famiglia La Rosa, sull’angolo della traversa che conduce alla Macelleria e  Bar Economico di angelo Buttò, dunque alla stazione ferroviaria, e per nicchia con la Madonna che la sovrastava, era denominata Santa Croce.

La strada che scende dalla nazionale, dunque sottopassa la ferrovia che divide il villaggio di San Giorgio in contadini e pescatori, si ferma in piazza Ravel, apre le braccia a destra ed a sinistra e schiera in faccia al mare, le residenze dei pescatori.

La via Pola, dalla punta del Torrente di ferro, alle case nuove, sul margine del prato, schierava quattro o cinque fontane.

Le residenze degli abitanti di San Giorgio, non erano fornite di rete idrica, dunque aerano costretti a raccogliere l’acqua alla fontana pubblica più vicina.

La fontana denominata del Centro, era situata nel corridoio che divide il prolungo con copertura in legno della tavola calda Number One, ed il giardino con ombrelloni del Bar Gelateria Alibrandi.

L’acqua, in un lento filo bianco trasparente, calava dalla margherita, s’infilava nel recipiente di bummula e quartari, che serviva per bere e cucinare, di catu e bagnarola per lavare, e specialmente d’estate, si trasformava in un palcoscenico all’aperto sul quale andava in scena la miseria e la disperazione degli abitanti del villaggio di pescatori, consumando un tempo altrimenti dedicato per sbrigare le faccende di casa.

 

Ogni mattina, sotto il sole che si faceva sempre più cocente, la resistenza decadeva, il sistema nervoso, in proporzione si alterava e bastava un gesto, un movimento non compreso, una sopraffazione all’ordine costituito dalla posa in senso antiorario dei recipienti intorno alla fontana, a scatenare una lite furibonda con tiratini di capinni, vesti strappate, gesti e parole con la

conseguente mandata in frantumi di bummula e quartari e la perdita del prezioso liquido raccolto.

Il villaggio di pescatori, quotidianamente combatteva con la penuria d’acqua, dunque la costruzione della rete idrica che introduceva l’acqua corrente nelle abitazioni, fu un sollievo generale, tanto da indurre nelle donne timorate, a credere che fosse accaduto un miracolo.

Il progresso, l’innovazione, esigono procedure snelle, la classe politica, crede che debbano essere depurate di regole e leggi, ritenute pastoie burocratiche che frenano la realizzazione dei progetti, dunque nel nome del bene comune, sono infarciti di atti speculativi  e l’interesse pubblico diventa secondario.

La Spedilitica, insomma sradicò ogni fontana e riempì ogni metro quadrato di territorio, di costruzioni, di case per le vacanze, aggravando con l’estate, la sostenibilità della portata del vecchio acquedotto.

La costruzione dell’autostrada ME/PA, in contrada Cicero, rivelò una sorgiva d’acqua, una vena eccezionalmente copiosa e pensò d’offrirla al comune.

La risposta dell’amministrazione in vigore, gli oppose un rifiuto stizzito, quasi minaccioso e la società la rimise sotto terra.

L’utilizzo di quest’acqua è probabile che alterasse degli equilibri che ai cittadini, non è dato conoscere.

La politica ha delle linee guida, di una tortuosità inestricabile, attraverso le quali, facendo credere che sia un’operazione normalissima, drena e capitalizza i vantaggi derivanti dall’opera pubblica appaltata.

Il nuovo acquedotto, dunque fu costruito a ridosso del ponte ferroviario, nel torrente ove insistevano i  pozzi neri delle abitazioni dei Vinnani, a qualche centinaia di metri dal mare. L’acqua emerse a due, tre metri di profondità ed immessa nelle condotte del vecchio acquedotto.

Carmelo Mobilia, comunista e maestro di muratura, convinto che l’acqua estratta dal pozzo era di mare ed inquinata dalle fogne, furioso di rabbia, lottò affinchè la verità venisse a galla.

Una sera che il cielo non ospitava la luna, lanaggioto, in compagnia di un gruppo di coetanei, seguì Carmelo Mobilia nel torrente ove era stato costruito il pozzo e nell’intento di dimostrare la verità, prelevò alcune bottiglie d’acqua.

L’attenta e meticolosa osservazione che seguì sotto la luce della lampadina di piazza Ravel, rivelò loro, senza ombra di dubbio, il contenuto.

Le voci dei presenti, alla vista della poltiglia contenuta nelle bottiglie, si elevarono in coro a dichiarare che quell’acqua conteneva merda.

 

Mastro Carmelo Mobilia, non contento di quanto constatato visivamente, portò le bottiglie a Messina presso il laboratorio di analisi, specializzato in materia. Il laboratorio, certificò che l’acqua di quelle bottiglie conteneva un’alta percentuale di salinità e batteri fecali.

La conferma di quanto temuto, aizzò Carmelo mobilia contro i locali e gli esponenti dell’Amministrazione, che risposero al principio di correttezza e verità, chiamandolo provocatore, comunista, destabilizzatore della comunità.

Gli abitanti del borgo che ruotavano nella cerchia degli Amministratori, li seguivano dichiarando che l’acqua era salutare, curativa, addirittura miracolosa.

Gli abitanti di San Giorgio, ornai da molti anni ed alcuni di nascosto, senza distinzione d’appartenenza politica, accomunati dal male, muniti di bidoni, bottiglie e recipienti vari, di vetro e di plastica, accompagnati con la macchina,  dai figli o generi,salgono in collina a rifornirsi dell’acqua da bere perché quella di casa è inutilizzabile.

Le sorgenti di Buffa, Margherita, acqua Santa ed altre contrade, sono circondate e prese d’assalto.

La conca o la gebbia, nelle quali attraverso un tubo di zinco, scorre il prezioso elemento, è presidiata con gli occhi armati, tenute sotto controllo, non lasciano spazio al passaggio, neanche di una bottiglietta per dissetarsi sul posto.

I turisti, richiamati per la bellezza del mare, per l’ampia spiaggia, son diventati un oggetto compulsivo.

Il villaggio di San Giorgio, dunque colonizzato è reso estraneo ai locali.

L’estate riempie il villaggio di San Giorgio, di turisti e quintuplica i suoi residenti che sopraffatti dai nuovi abitanti, sono costretti a sopportare l’inefficienza, i malservizi di una politica cialtrona ed arrogante.

Il caro affitto, i servizi carenti, la mancanza d’acqua nei rubinetti di casa, e se capita che ne scorga  una modica quantità, sa di sale, è salmastra, spinge i turisti alla fuga. La pelle, è colta da una fastidiosa irritazione ed i capelli subiscono una provocazione  pidocchiosa., insomma  l’uso è sconsigliato anche per la doccia. I turisti che sono sottoposti ad uno sforzo finanziario non indifferente, vanno in escandescenza  e l’anno successivo, migrano per lidi meno costosi e più accoglienti ed a mano negli anni, hanno decurtato la loro affluenza lasciando i residenti a sopportare, a soffrire in silenzio e magari votarsi al Santo Patrono, insomma l’incapacità e l’arroganza di questa classe politica, è l’esempio più eclatante della disattenzione alla salute, alla cura del territorio e dell’ambiente.

Il villaggio di San Giorgio, nel prato a fianco del Pino di piazza Ravel ove i ragazzi trascorrevano le serate d’inverno intorno al fuoco e vi liberavano dentro le bombolette di spray a scoppiare,  per scansare la disperazione della solitudine, è stato attrezzato di sedili, circondato di siepi con qualche ibiscus e l’insostenibile Monumento ai caduti. Lo spazio sotto la bretella di mare, in principio era stato munito  di una vasca con barca con dentro dei pesci. L’incuria ha lasciato che la barca e la vasca trasbordassero di melma nauseabonda, tanto da impedire ai pesci di nuotare. La bonifica con l’eliminazione della barca e la copertura della vasca, dunque divenne ineludibile rendendo inutile il lavoro e la passione profusa dal Cavaliere Stefano La Rosa e di Pippo Armenio detto Molena. La trasformazione in piazzetta con palco ed orchestrina per rappresentazioni canore e teatrali, pista da ballo, è stata una bella idea, non certo quella

di mettervi di  guardia delle arrugginite mitragliatrici, residuati bellici fascisti tolti da una delle piazze di Gioiosa Marea.

 

 

IL GIORNO DELL’ASSUNTA

L’estate, raccoglie i figli con i nuclei familiari e la casa degli anziani genitori torna a riempirsi di gioia  ed allegria.

 

Lanaggioto, è andato a San Giorgio a festeggiare il giorno dell’Assunta con fratelli, sorelle, cognati e cognate, zii, cugini, nipoti e loro amici, in casa di Concettina.

La madre con la morte del marito, era divenuta più fragile ed al più lieve malessere, cercava conforto  rifugiandosi in casa  di Concettina.

Le condizioni di salute precarie, la sopravvenuta insicurezza, comunque le impedivano di accettare una persona che l’assistesse, dicendo ch’era in grado di badare a se stessa.

 

La frequenza di Anna, la figlia più piccola, limitata negli spostamenti a causa di problemi motori del figlio derivanti da ipossia alla nascita, non erano frequenti, dunque ricorreva sempre più spesso a Concettina.

Lanaggioto, temendo che potesse lasciarsi andare e perdere quel poco di autonomia che le restava, l’incitava a ritornare a casa.

 

Lanaggioto, nelle occasioni di visita della sorella,  osservava il nipote e pensava che sarebbe stato necessario condurlo in un Centro specializzato, ottimizzato per il raggiungimento  di un buon  grado di autonomia che la frequenza della piscina non gli avrebbe dato.

I genitori, chiusi nella vergogna di non avere un figlio uguale agli altri, lo occupavano con la playstation, il computer o la  pianola, e questo indispettiva lanaggioto ed all’ennesima prova del bambino a reggersi sulle caviglie, non resse ed accusò i genitori di irresponsabilità.

La sorella gli rispose che non aveva il diritto di entrare in casa d’altri e criticare il loro comportamento.

 

La verità è una brutta bestia, ha bisogno di coraggio e toglie il saluto.

 

Lanaggioto, mortificato, trattenne il guerriero che avrebbe voluto armarsi e scendere in guerra.

La ragione della malattia diabetica con la pazienza della ragione, lo indussero a desistere e con le mani tremanti, scese le scale che conducono al terrazzino, cercò una sigaretta e seduto su una sedia di plastica, fumò il vulcano che gli bolliva dentro, guardando il mare.

Il nucleo originario della famiglia, allargandosi subisce innesti che non attecchiscono creando alterazioni nella trasmissione del sentimento unitario.

Il pranzo di ferragosto, tenuto nella terrazza della casa di Concettina, dunque non annoverava Anna, Franco, il primogenito e Salvatore, l’ultimo dei maschi.

Lanaggioto, evitando qualche discussione sterile, ne approfittò andando in culo al diabete, caricandosi sulle spalle l’orso isterico ed alla richiesta di fare una passeggiata, di Carla, la cognata Aretina, accettò con sollievo, dunque superato il torrente di Magaro e l’arenile sul quale sorgeva il Brigantino e  le case di legno, si inoltrarono nel territorio ch’era stato di Maruzza e Nino Buttò, in seguito di Nino Currò, e della Spedilitica.

Le linee architettoniche delle villette, dei rifugi per l’estate, erano piegate su se stesse o scomparse assieme agli orpelli che li abbellivano, insomma la natura aveva sconfitto l’arroganza dell’uomo ed era ritornata padrona riprendendo possesso del suo territorio.

Lanaggioto, spinto dalla curiosità di vedere la pietra allungata nell’acqua ch’era stata la sua barca, salutare il guerriero pietrificato, proseguì sulla strada di sabbia ritornata libera e man mano che andava avanti, lo sconforto e la soddisfazione gli riempivano gli occhi e l’anima.

Un masso enorme, nell’angolo di destra proteggeva una discarica a cielo aperto che la rabbia del mare non era riuscita a cancellare.

Lanaggioto, disgustato distolse lo sguardo spingendolo verso petralonga e rimase interdetto, credette che la vista gli stesse facendo un brutto scherzo.

 

 

Una colata di cemento, aveva sotterrato il guerriero di roccia e la pietra che scendeva nel mare.

Lanaggioto, gridò bastardi, hanno ammazzato petralonga, e con la nausea che gli afferrava la gola, ritornò indietro.

 

Lanaggioto, dunque cercò la spiaggia alta, la linea di costa sinuosa, che la natura ha disposto evitando che un elemento sopraffacesse l’altro e la bellezza riempisse l’anima dell’osservatore, sopraffatto dai pali e muretti diroccati, dei resti delle villette, s’accostò alla terra dei Costa cozzando in un agglomerato abitativo a ridosso della ferroviaria dichiarato ricovero barche, ed arrivò al torrente che il Professore Ennio Salvo D’Andria per congiungere il Brigantino alla statale 114, sulla sinistra del letto, aveva fatto stendere una striscia d’asfalto aggirando il ponte a lato del Palazzo del Marchese Forzano, lo vide boccheggiare, colpito da gravidanza isterica.

La collina sovrastante la località di Majaru, oltre il ponte della statale 114 verso Gioiosa Marea, con la curva ad esse e slargo nella roccia per dare  alloggio alla fontana pubblica, e dove insistono le abitazioni della famiglia Costa e Buzzanca sulla destra ed a sinistra  la residenza della famiglia Calabria emigrata in Canada con a fianco la strada romana che conduce a Monte Meliuso, è caduta nelle mani di un Ingegnere edile, frequentatore del Brigantino e stuprata.  L’amore di questo Professionista, è stato tanto forte e delicato, che l’ha coperta di villette, e desiderando imporla sul mercato, impropriamente l’ha legata alla località e coniugandola  al villaggio di pescatori, l’ha denominata: ” San Giorgio Magaro. “

La Spedilitica, insomma ha ripreso il possesso del territorio di San Giorgio, avviando la ricostruzione delle villette a petralonga, trasformando in B&B, la Cattolica che Padre Antonio Sferruzza aveva avuto in concessione demaniale ed eretta allo scopo di adibirla a scuola, ceduta al comune è stata venduta.

 

Il Tribunale di Patti, ha consegnato il Palazzo della Tonnara, del tardo Ottocento, vincolato dalla Soprintendenza per la tutela dei Beni Culturali e Paesaggistici di Messina alla Spedilitica,  cioè a coloro che hanno perpetrato lo scempio.

Il Sindaco e la Regione Siciliana, non hanno ottemperato all’obbligo che la legge gli accordava, lasciando che si compisse il misfatto.

 

Il Sindaco, anziché andare a strombazzare sulla spiaggia per impiantare porti e megaporti per fare soldi, avallare lo scempio,  avrebbe salvato la faccia ed il mandato se avesse ottemperato all’opzione d’acquisto del palazzo Cumbo Borgia ed adibirlo a MUSEO della TONNARA, e chiamato al rispetto delle promesse, ed invertire la rotta,  usa le minacce.

 

La Spedilitica, insomma ha ripreso il possesso del territorio di San Giorgio. avviando la ricostruzione delle villette a petralonga, la Cattolica che Padre Antonio Sferruzza aveva avuto in concessione demaniale ed eretta allo scopo di adibirla a scuola, ceduta al comune è stata trasformata in B&B.

Il Sindaco, con il progetto di costruzione del porticciolo turistico, la mancata opzione d’acquisto del palazzo  Cumbo Borgia per adibirlo a MUSEO della TONNARA, avalla lo scempio e chiamato al rispetto ed alla legalità, usa la minaccia anziché invertire la rotta.

Un potere amorale conduce all’illegalità, nuoce alla libertà ed alla Democrazia, frantuma il tessuto sociale  e rende l’uomo una merce di scambio.

 

LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI  PESCATORI

( San Giorgio Magaro – Museo della tonnara )

Dedicato al Professore Ennio Salvo D’Andria – Carmelo  e Salvo Ennio Accordino

Libro pubblicato dall’autore Accordino Antonio

antonioaccordino@gmail.com

MILAZZO, 11 – Aprile – 2012

 

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Scritto da: Blog Admin il 28 Aprile 2010

San Giorgio 12LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI

(UOMINI e MESTIERI)

( MUSEO DELLA TONNARA )

http://www.il-golfo-di-sangiorgio-poesie-e-racconti.it

 

  1. ASSOCIAZIONE ” LA FENICE ONLUS

L’Associazione – LA FENICE ONLUS – di Milazzo è fra le realtà che possono beneficiarie della quota del 5 per mille sulla dichiarazione dei redditi e se vuoi
lafeniceonlus.blogspot.com/ –

 

 

Il villaggio di pescatori

 

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Lanaggioto ha la residenza anagrafica, a San Giorgio, la frazione di Gioiosa Marea nella provincia di Messina, con le isole eolie a sinistra, Capo Milazzo al centro e la Rocca del Tindari a destra.

Il villaggio di San Giorgio ed il Comune di Gioiosa Marea che l’Amministra, sono divisi fino al mare, dalla Rocca di Calavà. Questa appartenenza ha il sapore di una inspiegabile punizione; una motivazione presa in prestito dai signori della guerra. I rappresentanti locali, non hanno preteso un dialogo; gli interessi personali, hanno prevalso e del territorio, non hanno avuto  cura, accettando supinamente ogni arbitrio. L’amministrazione

comunale, è stata conseguentemente assente. Il borgo di San Giorgio, dunque ha camminato seguendo a rilento, l’evoluzione delle stagioni.

 

Il borgo di San Giorgio, ha allevato uomini e donne con capacità diverse, raggruppati gli uni alle altre, secondo un ruolo riservato; hanno disegnato strade e traverse, piazze e case, torrenti e

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spiaggia, raggiungendo un equilibrio che sfugge alla ragione. Il contatto, non li estrae dalla sonnolenza; l’indole è una leggera, perversa attrazione e si scatena con l’intento di sopravvivere al presente. Il luogo di pesca, li avvia ad un accordo comune, invero gli abitanti,

hanno un atteggiamento debole; secondo la dignità, s’acquattano a margine della strada maestra. Ognuno, comunque tende ad elevarsi; la condizione è un compromesso, non è una libera scelta.

Il villaggio di San Giorgio, dalla valle del Saleck alla galleria di pietra lunga, è diviso a mezzo dalla strada ferrata; sopra corre la strada statale. Il muro della ferrovia, mantiene al mare i pescatori, sopra i contadini che coltivano la terra, badano alle bestie e sono chiamati Vinnani, in pari con la strada che a scalare allinea le loro case. I Vinnani, in una rivalsa insensata hanno interdetta la discesa a mare. I padroni con Casato e terre, hanno ovunque i  Palazzi; sotto, a monte. Le loro residenze, sono abitate dalle fidate cameriere che le tengono pronte per l’occasione e soprattutto  per la stagione; a guardia si succedono i coloni che inoltre provvedono all’approvvigionamento.

Il principio di dividere, che nei secoli ha distinto il potere, ha reso la gente del borgo di San Giorgio, deboli, figuranti della propria esistenza, preda di una  corporazione ignorante ed arrogante; insomma il villaggio di pescatori, è stato confezionato pari ad un sacco nel quale in occasione delle elezioni, i politici vanno a pescare.

 

Il borgo di San Giorgio ha percorso le strade e le piazze, diviso per fazioni. Le case di destra invise a quelle di sinistra, nella stessa traversa,

la dignità era diversa. I pantaloni rattoppati, il

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di dietro abbassato sulla giuntura delle ginocchia, si spiavano a vicenda in una guerra senza quartiere. Ognuno diviso dall’altro, tiravano la cunnana spalle alla muntagna, con la cicca della sigaretta incuneata nell’orecchio destro. Gli Squamani, il Rais, sostenevano la proprietà dei mestieri; un’unica corporazione, che pesava sulla miseria dei pescatori. I Sagnuggioti, figure fatiscenti, incartapecoriti nei “ Vuscenza Binidica,” camminavano spinti dal vento,con la coscienza leggera affidata alle mani delle nuvole nel cielo. La Baronia che del giogo ne teneva le redini, si crogiolava nei colori profusi dal sole che correva verso la montagna per il tramonto, inondando i vetri smerigliati della finestra a nicchia; seduta davanti il portone in enormi sedie di legno impagliate con zammara verdognola, con il cancello di ferro accostato, trascorreva i pomeriggi, bevendo spremute d’arance appena raccolte nella villa; protetti dai guardiani di terra che simili a cani azzannavano chi s’avvicinava; perfino i ragazzi che sfuggita loro la palla cercavano di raccattarla per continuare il giuoco. Ogni tentativo di coagulare i Sagnuggioti, verso un obiettivo comune, dunque aveva breve esistenza; le provocazioni, i sotterfugi, l’avevano vinta.

 

La tonnara di San Giorgio

 La profezia che voleva la scomparsa del mondo si dimostrò una diceria ed  i pescatori del villaggio di San Giorgio, con per mano il secolo neonato,  sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati dalla salsedine, praticavano la pesca del tonno, cantando litanie, affidandosi alla Madonna nella grotta ed al Santo patrono in chiesa.

 

L’anno 1100, il Conte Ruggero D’Altavilla, pose la tonnara sotto la podestà del Monastero dei monaci Benedettini di

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Patti. L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico, comunque non portò alcun sollievo ai Tonnaroti che per questo dicevano che aveva “ a vucca monna, mancia a du ganasci e non s’affuca mai. “ 

La tonnara di San Giorgio, nel 1375 non fu calata e barche, palischermi ed ogni altra attrezzatura vennero messi a ricovero. La custodia del golfo fu lasciata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano nella stagione della riproduzione, la rotta dei tonni verso le acque calde.

 

Il  re Martino alla fine di alterne vicende, pedissequamente dette, beghe nobiliari, nel 1407, concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la Tonnara aveva diritto di calare. Il Re Ferdinando, nel 1503, fregia Berengario Orioles del Titolo di Barone di San Giorgio; Flavia Orioles, nel 1600 andata in sposa a Francesco Mastro Paolo, porta in dote, Baronia e Tonnara. Giovanni Mastro Paolo, nel 1720, lascia in eredità al convento di San Francesco di Chiavari in Palermo, fondo e Tonnara che nel 1751 cede a cesare Mariano D’Amico. L’anno 1775 , la tonnara torna a calare nell’antico sito, ad Ovest della pietra di

Gargana. La tonnara, constava della sola camera della morte ove

avveniva la mattanza; un masso di sabbia e ghiaia, semiafossato nella spiaggia, la legava alla terra ferma. La Tonnara, con l’inscatolamento di parte del tonno pescato, ha caratterizzato il villaggio di San Giorgio per quasi un millennio,  rendendolo uno dei più famosi del territorio.  

 

La tonnara di San Giorgio, un anno dopo l’altro, ha consumato la sua storia, nel respiro lieve delle onde che da riva indietreggiavano con la risacca, nel mormorìo gioioso dei granelli.

 

La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecento anni dopo, cessa di calare; la Baronia ne decretò la dismissione e fu messa a dimora. La tonnara abbandonata nel buio dei capannoni, relegata dietro le immense porte di legno, decantava senza rimedio; San Giorgio, con i miracoli esauriti, andava in processione; guardava il mare in burrasca che aveva eroso la strada ed era avanzato fin nel giardino di agrumi di Don Nunzio ed addirittura minacciato la 

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scarpata della strada ferrata; raccoglieva qualche preghiera, imprecazioni colorate e ritornava sull’altare a sonnecchiare, rischiando perfino di andare a fuoco a causa delle tante candele, dei lumini votivi. Il Santo guerriero, con le sue vestigia finite in fumo, non era più di alcun aiuto. I pescatori, ormai senza sbocco e risorse, spinti dalla necessità, con i figli a studiare, si costrinsero ad emigrare; le giovani generazioni col desiderio di una vita diversa li spinsero a recuperare il mancato coraggio ed andarono a cercare rifugio nell’emigrazione.

 

I padroni, i rampolli della Baronia, cedettero terre e palazzi; e con i capitali in cassa si trasferirono ; s’imbarcarono alla guida di altre flotte e veleggiarono verso mari più tranquilli e prosperosi.

 

La tonnara, chiusa nei magazzini a decantare, nel 1973, circa dieci anni dopo la messa a dimora, fu tirata fuori e calata. La ciurma era infarcita di vecchi e ragazzi, pareva raffazzonata; varata con soldi pubblici, alla guida vi era il “Suttarasi” Carmelo, il fratello del Rais Rosario Salmeri, detto “ Mau. Carmelo Salmeri, dunque prese il comando e dal San Francesco guidò la Tonnara, in una definitiva, ritirata nei magazzini. La pesca tradizionale del tonno, non era proficua, altri modi di pesca erano entrati nel mare e le rotte spezzate.

 

Gli immobili  ed i  mestieri, sottoposti per decenni ad inesorabile abbandono, sono caduti preda degli sciacalli.  Il malgoverno dell’amministrazione comunale, l’indifferenza degli abitanti, hanno portato alla graduale scomparsa di molte ancore, alla distruzione  delle barche e degli enormi palischermi, che avevano resistito, per un tempo immemorabile, alle più terribili intemperie; alcuni per incendi di indubbia classificazione. La testimonianza di questa cultura

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marinara, è stata semisepolta, sotto colate di cemento; nella realizzazione di alloggi turistici; che nel disinteresse generale, ne hanno sconvolto le linee architettoniche e paesaggistiche.

 

San Giorgio, il Santo Patrono del villaggio di pescatori, non ha intentato neanche un abbozzo di sana reazione; la spada lanciata sulla testa del dragone, con il cavallo che recalcitrava sugli ginocchi, vacillava; abbagliato dalle pietre colorate del mosaico che lo incorniciano, aveva perduto l’attrezzo ed il potere conferitogli. La battaglia contro il drago, l’aveva stancato, stressato, non aveva più la capacità, dunque aveva bisogno di riposo. Il villaggio di pescatori, si era trasformato e degli abitanti autoctoni se n’era persa la visibilità; ne rimaneva la nomèa.

 

Lo scrittore Ennio Salvo D’Andria

 

Il Professore Ennio Salvo d’Andria, in questa

comunità, in un mare di semianalfabeti, attrezzi da lavoro, è la fonte politica. Il suo carisma culturale oltre che umano, raccoglie i giovani e riesce ad inculcare nella coscienza di alcuni, il valore della dignità, il principio della libertà. Il fascismo aveva intimorito gli animi, privandoli della libertà, la Democrazia Cristiana, aveva

sbiancato la camicia nera e vi aveva attaccato la croce, dunque la ragione si piegava nel

confessionale. L’insegnamento sotto il  simbolo

del Partito Socialista Democratico del Professore Ennio Salvo D’Andria, seppure con indicibile

fatica, era riuscito ad infondere il necessario coraggio; il significato delle sue parole, avevano penetrato la scorza, il resto, è ascritto ad un sindacato, debole ed incerto; qualche esponente determinato nella lotta, alcuni altri che tramavano alleandosi con la Baronia. I Sagnuggioti, invero

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non sapevano quale pesce pigliare e portare in

tavola. “ Ogni uomo ha il suo prezzo “ diceva “ U Prufissuri. “ La sua presenza a San Giorgio, la passione politica è la guida, l’iniezione di coraggio che caratterizza quegli anni; la forza che spinge questa gente, a lottare per conquistare i diritti che distinguono l’uomo dalle bestie. Lo sciopero della Tonnara, ebbe un doloroso travaglio; causò molta sofferenza. Il sindacalista Messina, boicottato dagli altri difensori dei lavoratori che in contrasto parteggiavano con i Padroni, guidò il fronte con questa forza alle spalle. I Tonnaroti, non retrocedettero di un passo. Il sindacalista, conclusa la trattativa, assegnati gli emolumenti, aveva svolto il suo compito. I Tonnaroti, con il basco in mano, ritornarono a servire il padrone; i più riottosi furono sbarcati.

 

Il borgo di San Giorgio, dunque riprese il viatico che gli era noto, d’altronde chi ha vissuto

camminando con la testa chinata sul mento, pur avendo la possibilità di alzarla, non ci riesce; l’abitudine gli mantiene la postura, insomma la corporazione perpetra il suo potere sui  Sagnuggioti ossequiosi.

 

L’interesse personale è un amo nella mano pronto per essere lanciato, dunque si creano alibi, privano le opere della sostanza, annacquano la verità ed ottengono il potere che altrimenti non avrebbero raggiunto.

 

Il coraggio degli altri, spaventa i deboli; quelli che hanno approfittato della miseria, hanno

sopraffatto gli uomini, e per nascondere le malefatte, sono indotti a manipolare la storia. Gli

archivi, sono esaminati con un disegno preordinato; gli atti sono riportati secondo il principio che

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non si possa fare luce sugli avvenimenti; le sentenze tralasciate. La verità, invero è una brutta bestia se gli viene fatto il torto di metterla a tacere.

La raccolta di firme inscenata nella famiglia, per intestare il MUSEO della Tonnara di San Giorgio al Maestro Angelo Accordino, è per lanaggioto, una richiesta oscena; è mettere a guardia, della storia dei pescatori del villaggio di San Giorgio, il tarlo che l’ha rosicata, e che ha indotto in errore, giornali, insegnanti e perfino taluni, ritenuti insigni storici. Le adesioni, non lo meravigliano; le reputa frutto dell’Ignoranza, della non conoscenza della storia del borgo; gli Uomini che l’hanno fatta, si rivoltano nella tomba.

Gli abitanti di San Giorgio, almeno la maggioranza,

dice lo scrittore Ennio Salvo D’Andria, camminano con la corda al collo e della storia non possono che averne vergogna. A farla sono stati gli altri, i soliti quattro portatori di dignità, che in conseguenza, hanno pagato con la perdita dell’imbarco e sono stati costretti a trasferirsi in altri siti di pesca del tonno; in Calabria, in Tripolitania, emigrando, lasciando le loro famiglie e la loro casa. 

 

La conoscenza è fonte di sapienza, la gente deve

sapere; la storia marinara dei pescatori del villaggio di San Giorgio, ha bisogno di essere

presentata in ogni sua parte, e questa è costituita di Uomini e reperti. Le persone che con le loro idee ed il coraggio delle loro azioni, hanno saputo ribellarsi al PADRONE che coltiva, in modo esclusivo, pedissequamente, il proprio Profitto. La condizione umana gli è indifferente. I lavoratori, sono considerati attrezzi; quando non sono docili e fedeli, non rientrano nel loro programma e mandati al macero. Questi Signori dispensatori di lavoro,

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considerano secondario, il benessere degli operai, comunque non rientra nella loro mentalità; a rispettarli sono sparuti Signori saliti a questa qualifica con il sacrificio quotidiano, e continuano secondo la morale operaia che è rara ed in via di estinzione.

Gli Uomini che hanno scritto questa pagina della storia locale, gli autori dello sciopero che ha portato più dignità  nelle famiglie del borgo marinaro di San Giorgio, pur rimanendo con l’acqua alla gola, con il cappio intorno al collo, ha segnato un punto a favore della libertà e della Democrazia, dunque non basta guardare i reperti. Le condizioni erano di sopravvivenza ed i pescatori di San Giorgio, i Tonnaroti, hanno incassato il frutto del coraggio di alcuni; gli altri, hanno abbassato il capo alla Baronia. Carmelo Accordino, il padre del’lanaggioto e pochi altri, ha pagato la richiesta di un salario più adeguato, con l’estromissione, con lo sbarco. Una macchia che si è portata dietro per molti, troppi anni, andando ove il lavoro lo chiamava, senza arrendersi alla sofferenza ed ai sacrifici.

 

La guerra aveva appena smaltito i suoi bollori di

sangue e la gente piangendo i propri morti, cercava

di sollevarsi dalla disperazione e dalla fame.

 

Il Professore Ennio Salvo, nato a Patti ha seguito gli studi classici a Firenze ove si è occupato di bibliografia ed antiquariato del libro; è scrittore, poeta e pittore; dipinge quadri con la penna Bich; non usa il pennello al pari degli altri e lanaggioto osservandoli, ne è talmente attraversato che non riesce a staccarne lo sguardo; quel mondo surreale, quelle figure, lo sollevano, lo fanno volare per cieli lontani; è un occhio fantastico oltre questo mondo.

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La direzione della locale sezione del Partito Socialista Democratico è la passione politica di Ennio Salvo D’Andria; l’impegno a dare a quel borgo marinaro, una visione del futuro, meno triste di quella che trascinavano per mano; è un progetto d’amore. Il riscatto del villaggio, la sottrazione della bellezza del borgo dalle mani di Amministratori biechi e saccenti, con la mente obnubilata, era ascritto nel suo programma; il Dispensatore di lavoro, che tratta, pescatori e contadini alla stregua di attrezzi, è una questione d’onore.

 

“ U Prufissuri Barbitta “ per la barbetta bionda che gli incorniciava il mento, ha assunto il nome d’arte Ennio Salvo D’Andria. Il romanzo “ I Picciotti di Gibilrossa,” 1939, giudicato da Blasetti, la migliore opera di quegli anni, ha vinto il “ Premio Nazionale “ per soggetti cinematografici. Il primo romanzo pubblicato, è stato “ Sicilia un giorno,  “ edizione che è andata distrutta nell’alluvione dell’Arno. Una ricerca del Professore Giuseppe Alibrandi, ne ha scoperto una copia, nella disponibilità della Biblioteca di Livorno. Sono seguiti, saggi, racconti, articoli politici su quotidiani Italiani e Stranieri; è stato Direttore e Redattore Capo di Pandemonio ed altri giornali, di Agenzie di Stampa, e Premi OSCAR per la Moda. Il Castello di Sammezzano, in Toscana, è stata la sua Residenza lavorativa; la terra natìa gli stava nel cuore. I Sagnuggioti, non apprezzarono il suo impegno. Il loro benessere,

cozzava con la testa del padrone, dunque

abbassarono il capo e scelsero di camminare

guardandosi i piedi. Il coraggio della dignità,

passa per lo stomaco e capita spesso che a vincere

è quest’ultimo, anche se rimane vuoto. Il partito socialdemocratico, del quale Ennio Salvo D’Andria,

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era Segretario locale, non entrava nella visione dei Sagnuggioti; s’addiceva meglio, il partito Democratico Cristiano che sulla camicia nera, portava la croce.

 

L’attività politica del Professore Ennio Salvo D’Andria, aveva ottenuto la Delegazione Comunale, conquistato il Cimitero; nondimeno la maggioranza dei Sagnuggioti, gli voltò le spalle e seppure con

grande dispiacere, andò a ricoprire l’incarico di Sindaco nel Comune di Oliveri. Un borgo marinaro, che nel 1948, era squallido al pari di San giorgio, non aveva strade e fognature, né farmacia, né acqua.

“ …E io sono lieto di avergli dedicato 7 anni di intensa attività, dice il Professore Ennio Salvo D’Andria e continua, perché quel popolo eccezionale ha meritato in pieno ogni mia premura. Ho fatto quel che dovevo e ho mantenute le mie promesse, anche se una sottospecie di Geometra imbecille di S.Giorgio lo contesta. Voi però sapete che il mio paese è questo e che avrei preferito dedicare qui tutte le mie attività. Ma Voi, perdio! Me l’avete impedito!, E poi, invasati da una crisi di autolesionismo, avete distrutto ciò che avevo fatto per sollevarvi dalla miseria e dalla schiavitù. Non tutti, certamente. Solo la maggioranza. E io ricordo ancora quelli che rimasero accanto a me recriminando quant’era accaduto.

Ora stringo la mano a tutti, anche a quelli con la corda, disse “ ‘ U Prufissuri Barbitta “ ai Sagnuggioti.

 

La cooperativa Giuseppe Accordino

 

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, intendeva

sollevarli dalla miseria e nella sua attività a favore dei pescatori di san Giorgio, costituì la

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cooperativa Giuseppe Accordino, intendendo onorare la memoria del marò disperso in guerra, figlio di Francesco e Santa Canfora.

 

I pescatori, iscritti nella cooperativa Giuseppe

Accordino, per prima nella provincia di Messina, aveva ottenuto gli assegni familiari. La

previsione per l’acquisto di pescherecci per assicurare loro un lavoro tutto l’anno, invero fu

cancellata. I SAGNUGGIOTI, incapace di giudicare con la propria testa, intimiditi dai padroni, hanno preferito non partecipare e distruggere il lavoro svolto.

 

La Cooperativa Giuseppe Accordino, mantenne per lunghi anni sul terreno, il simbolo della vergogna e della vigliaccheria. Il prato in faccia all’odierno Capriccio, la Cartolibreria Senso-unico e la rivendita di Tabacchi Cicirello, ospitava “ la pista. “  Un quadrato in cemento con due pali di legno, eretti sul margine esterno, con una corda di canapa legata in cima; distava circa tre, quattro metri dalla strada, ed è stata per anni,un punto di riferimento di alcuni sparuti pescatori, che ancora credevano in quel sogno; non avevano dimenticato, o capito in ritardo, il lavoro del Professore Ennio salvo D’Andria per San Giorgio. La cooperativa Giuseppe Accordino, avrebbe spezzato il nodo che teneva legati per il collo, i pescatori ai pescivendoli, ai Padroni che erano avvezzi a prendere il pesce, caricarlo sui mezzi di trasporto e chiuderli in magazzino; il prezzo veniva comunicato in appresso, con comodo e quantificato secondo la loro benevolenza; dunque detratta la spesa dell’esca che gli Squamani gli avevano fornito, ai pescatori da dividere secondo la

consuetudine, restava molto poco; insomma per fare “ u cuntu “ non ci voleva né la carta gialla per

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avvolgere il pane né la grossa matita usata dal falegname Turi Buzzanca. I  pescatori, tirata la barca in secca, sbarcavano il pesce pescato e con le cassette in spalla, raggiungevano la pista. Il pesce messo all’asta era venduto al migliore offerente. Gli Squamani mandarono l’asta deserta. Le minacce, aveva bussato di porta in porta ed i pescatori si erano inginocchiati. I meno timorosi, dopo il primo approccio, constatata la coalizione,

evitarono alla successiva, di parteciparvi. La minaccia degli Squamani, era furiosa e colpiva

l’unica risorsa dei pescatori.

Gli Squamani, non dettavano il prezzo ed il pescato non aveva valore. Il rischio che giorni e notti di

lavoro, con l’umore instabile del mare, fosse inutile, era molto alto. Il pesce pescato rimaneva invenduto, e  portarlo a casa per mangiarlo, era salutare, per qualche giorno; il terzo o quarto si trasformava in un suicidio. Questo sistema era impraticabile; la famiglia aveva le proprie esigenze e l’esistenza, anche se grama, doveva essere accompagnata con turbolenze sopportabili. La pesca era l’unico lavoro ed il pescato, il modo per campare; non conosceva un rigore quotidiano ed i giorni erano pesanti pari al piombo. Il coraggio, dunque fu sopraffatto dalla paura e venne a mancare, inducendo i pescatori, a tradire,fratelli, zii, nipoti e l’intero villaggio.

La dignità perse il suo valore. Il cognome di ognuno fu dimenticato, e gli fu dato un soprannome a secondo della propria attitudine a mostrarsi. La forza della ribellione è nell’unità delle persone

che rivendicano un sacrosanto diritto; e questo fa resistere alla repressione dello Stato, alla provocazione del padrone, alla sofferenza della famiglia. La partecipazione di quattro straccioni, è un colpo di individui disperati destinati a

perdere, a non ottenere un bel niente, e la casa

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è destinata alla miseria più devastante.

Il marò Peppino, era il secondo dei fratelli

Accordino; Carmelo, il padre del’lanaggioto, era il primogenito. La guerra è immonda; gli uomini mandati a combattere sopraffanno i propri simili e  gloriano i governi che si servono di loro per acquisire potere e ricchezza; Peppino perse gli anni più belli, pieni di vigore ed allegria, carichi di gioiosità e di voglia della vita. La mamma Santa, nella sua casacca nera, aspettò che il figlio disperso in guerra, tornasse a casa, fino a che la morte, la colpì con una polmonite e le tolse l’ultimo respiro. La speranza che il secondogenito

fosse vivo era supportata dalle zingare che bivacchiavano sul marciapiede di casa; la nuora, Francesca detta Gina, madre del’lanaggioto, cercò di contrastarle. La battaglia  sembrava allontanarle, invero non sortiva alcun effetto; la petulanza delle donne e la debolezza della nonna, le riportava sulla soglia. Una madre non si rassegna alla perdita del figlio e raccoglie ogni notizia, le coltiva e si culla in essa per non morire disperata.

I pescatori, insomma il collo nel cappio, erano ostaggio dei “ Riatteri. “ I Puglia, i Garito, denominati Salera, i Cicirello e Barbera, oggi si direbbe che avessero un accordo di cartello; avevano punti di vendita, depositi, dunque conducevano a piacimento, l’acquisto. I pescatori, gli erano debitori del prezzo dell’esca, dei Mestieri non erano padroni, non avevano capacità di contrattazione. La cooperativa Giuseppe Accordino, costituita era rimasta sulla carta; l’istituto appena nato, vanificato, le grandi speranze, estinte. La divisione, aveva schiacciato i pescatori nella sabbia, nelle murate delle barche,

a bruciare nella salsedine, sotto il sole; nelle burrasche che li sorprendeva sul mare.

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La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, era sotto i mestieri, gestiti da “ Calogero ‘u Bancheri, “ ch’era il capo barca dei Padroni. La marineria locale, dal cianciolo alla sciabica,  contava una numerosa ciurma e  pescava per conto dei Rasi e Pescivendoli. La corporazione, degli Squamani, manteneva i rapporti con la baronia. I collegamenti erano svariati ed i pescatori, erano legati mani e piedi. Il Rais Rosario detto “ Mau,” il fratello Carmelo detto “ sottorais “ erano i rappresentanti della Baronia. Il padrone di barca, Francesco Accordino, calava conzi e nasse. Il nonno del’lanaggioto, pescava per conto proprio e mal sopportava l’arroganza dei compratori, arrivando addirittura a ritirare il pesce pescato, dalla pista anziché accettare il loro prezzo e prendere il denaro quando glielo davano.  L’operazione di

libertà, di dignità era stata sabotata. Il coraggio è l’espressione della libertà, venendo a mancare si rimane schiavi. La cooperativa senza la forza dei

pescatori, era vuota; la sua utilità non esisteva, non c’era contrattazione; non si comprava e non si vendeva. I pescivendoli avevano la facoltà di rilevare il pescato ed offrire il prezzo che gradivano; altrimenti il pesce era perduto. La cooperativa, aveva esaurito la sua attività; rimasta senza coraggio, non serviva i pescatori;

era stata ammazzata dai Sagnuggioti, da quelli con la corda. Il Professore Ennio Salvo D’Andria, li aveva così chiamati, appunto perché avevano preferito tenersi il cappio al collo che accettare la responsabilità di essere liberi.

 

La libertà ha un prezzo molto alto; ogni altra necessità dell’uomo, ha bisogno di essere curata.

La libertà, è molto facile a perderla; al bisogno si trova un rimedio. Gli sciacalli sono sempre allerta e basta un attimo di debolezza che con un

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balzo ne fanno scempio. I pescatori, senza alcuna protezione, erano alla mercè dei pescivendoli. I quattro che non si arrendevano e depositavano il pescato sull’incementato, aspettavano inutilmente che “ i riatteri “ si presentassero e facessero il prezzo. Salvatore Pittari detto Balici e Nino La Rosa, pur facendo parte della casta degli Squamani, appartenevano alla specie dei pescatori; collocati ai margini, tentavano di attivare la contrattazione. Gli Squamani, che mal sopportavano la loro iniziativa, planavano ai margini della pista ed approfittando della loro debolezza economica, li sottoponevano al loro strapotere. Il comportamento di Salvatore Pittari detto Balici e di Nino La Rosa, era considerato, un affronto, un dileggio che non poteva continuare e presto, offesi, mortificati, erano costretti alla rissa.

Salvatore Pittari e Nino La Rosa, dunque erano obbligati a ritirarsi; la loro forza economica ed organizzativa non gli permetteva neanche di

litigare. La loro rivolta, in pratica non apportava nessun beneficio ai pescatori. L’impegno di Balici e La Rosa, era un aiuto indiretto, avrebbe dovuto operare, nell’interesse reciproco, invero gli animali feroci non mollavano le cassette coi pesci, dunque l’intento non apportò alcun effetto positivo; la lieve, crepa inserita nel contesto, non riuscì ad essere determinante.

La debolezza economica di Salvatore Pittari e Nino La Rosa, non riusciva a spingere l’asta. La gara non aveva storia e l’arroganza della corporazione, s’abbatteva su di loro escludendoli con malagrazia. La vendetta era feroce. Gli Squamani,con la loro forza, schiacciavano i deboli ch’erano costretti ad accettare i resti che l’arroganza degli amici gli lasciavano. Un paio di cassette del pesce comprato, per non farli andare a mani vuote, dicendo loro di volerli bene, gliele vendevano con un  prezzo

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stralciato, comunque non inferiore a quanto l’avevano comprato. I loro negozi vendevano pesce di qualità, dunque li ridicolizzavano, si prendevano giuoco dei loro bisogni.

 

Salvatore Pittari detto Balici

 

La carretta di Salvatore Balici, andava a forza di

braccia, sotto l’acqua ed il vento. Il clima non era mai clemente. Il portabagagli della bicicletta, carico di alcune cassette di pesce azzurro, qualche polipo, seppie ed altri pesci che il mare gli donava con la pesca delle rizzelle;  insomma quel che riusciva a racimolare sottocosta con la barcuzza; una mano dietro e l’altra al manubrio, scalzo, la camicia legata con un nodo sulla pancia abbondante, i pantaloni a mezza gamba, Salvatore Balici, spingeva, arrancando saliva lungo il margine di snistra della strada, a sfiorare il grosso fusto degli eucaliptus, “ ntacchianata “ di Patti; a squarciagola offriva agli abitanti delle case di destra che a sinistra, erano sparute, la sua merce. L’altro, Nino La Rosa, si recava nei

pressi di Librizzi. Le peripezie che la quotidianità offriva loro, accomunati nella malasorte, ha fatto pensare al’lanaggioto, che a dichiararli fratelli gemelli, l’uno pieno, l’altro magro, d’uguale e bassa statura, non era un’avventura. Salvatore Pittari, era più sanguigno, grintoso, la responsabilità di una famiglia

numerosa, lo spingeva a cercare un modo a non soccombere a quei “ canazzi. “ La bicicletta a fianco, i pantaloni con il cavallo sulle ginocchia, le gambale arrotolate, camminava accompagnato dal tintinnare delle monetine, nella tasca destra dei pantaloni; osservava il mare sottocosta. La statale per Calavà era l’osservatorio ideale, preferito.

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Gli scogli, le spiaggette, le insenature, erano luoghi di rifugio dei pesci. Le loro abitudini erano segnate nella sua memoria e li cercava aguzzando lo sguardo nell’acqua con le sue strisce bianche, le macchie scure.

La bicicletta posteggiata contro la casa cantoniera, dietro il deposito attrezzi sul lato meno esposto, che non fosse visibile dalla strada, con cautela scendeva il viottolo fin sulla spiaggia, s’avvicinava alla battigia, lanciava qualche pietra in acqua, guardava l’effetto e  s’arrampicava ritornando in strada. Il fiato corto, s’allontanava, inforcava il velocipide e partiva; il nascondiglio non era distante e dopo non molto ritornava, appesantito; con fare circospetto, con la prudenza di chi trasporta un carico pericoloso, scendeva in spiaggia e camminava, si fermava e si eclissava. Le scarpe non erano un abbigliamento che amava, dunque non vederlo con i piedi scalzi, era un avvenimento straordinario. Quando credeva che il momento era quello buono, innescava e correva, andava a velocità sostenuta, quasi volava, insomma era lontano quando lo scoppio della bomba sconvolgeva le acque del mare. Le braccia e le gambe, con sincronismo perfetto, spingevano i remi nell’acqua e la barcuzza appariva nello specchio di mare con i pesci a galleggiare. La raccolta era veloce, l’impegno meticoloso, i pesci, cefula, jaiuli,   andavano a fondo e con il coppo e lo specchio a portata di mano, lavorava di gran lena.

Una mattina, inforcata la bicicletta s’allontanò da casa. Quella mattina, né in tarda ora e né dopo, la voce di Salvatore Balici “ ‘ntacchianata “ di Patti, le donne di casa, non riuscirono a sentirla; ascoltarono, guardarono in strada e si chiesero dove fosse andato. Nino La Rosa ritornando dal suo giro che ancora era presto; il pesce era poco e

l’aveva venduto in fretta, si meravigliò di non

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averlo incontrato. L’ora di pranzo era trascorsa; non vedendolo rincasare, la famiglia, dapprima non si preoccupò eccessivamente.

Il rientro a casa, anche per scaricare le cassette vuote dal portabagagli, comunque lo effettuava, magari mancando il pranzo; insomma non passava inosservato; il suo arrivo era rumoroso e con caratteristiche dissacratorie che perfino le

galline che passeggiavano sotto i limoni e mandarini, s’affacciavano al cancello inorridite. Il silenzio prolungato, adesso mise in allarme la moglie. La Signora Pitruzza, preoccupata cominciò a chiedere in giro, a parenti e conoscenti; nessuno l’aveva visto; a Nino la Rosa, con il medesimo risultato. La signora Pierina, insomma non si dava pace e continuava incessantemente a chiedere del marito, sguinzagliando i figli in ogni dove, a cercare. La Signora “ Pitruzza,” incitò ad andare, ogni figlio, dal più grande al più piccolo, maschi e femmmine indistintamente, Santinu, Ciccinu, Giuvanninu e Pina. La figlia minore, alle grida della madre, corse dietro ai fratelli, all’incontrario di Nunziatina, la sorella più grande, che di carattere più tranquillo, ritenuta affidabile, se ne stava a lavorare di ricamo e cucito con il gatto sulle cosce; Pina, mal sopportava la sua serietà ed uscendo, s’avvicinò di soppiatto alla sorella che con i piedi sulla cassapanca, in faccia alla finestra, lavorava ed inseguiva le nuvole nel cielo, e le diede una scrollatina; con quel carattere estroso, istintivo, passandole nei pressi, avvicinandosi quel tanto che le fosse utile, le infilò la mano destra a pugno, sotto la gonna colpendo l’animale sotto la pancia; invero l’intento di sobillarle il gatto andò a vuoto e sarebbe ritornata alla carica se lo sguardo minaccioso della sorella non l’avesse messa a

disagio; l’irrequietezza di Pina, in un secondo,

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perse ogni energia  ed a testa bassa uscì in strada. Pina, arraffato il coraggio dei maschi ed alla stregua di un segugio, si mise in cammino,

alla ricerca del padre. Lo sbattere di ali in un tentativo di volo, le aleggiava sulla testa; percepiva qualcosa di pesante e correva, si fermava e riprendeva a correre; oltrepassò petralonga verso Capo Calavà ed a causa della mancanza di spiaggia, fu costretta a ritornare indietro. La barcuzza di Salvatore Balici, stava tirata in secca nello scarro, le rizzelle ammonticchiate a prua, sulla sabbia, sembravano in ordine; insomma l’inizio della ricerca ebbe il via molto tardi; la sera aveva tirato il mantello sulle spalle e non si vedeva che a pochi metri di distanza. Le lampare, dunque  scesero in mare, i ragazzi a piedi per la spiaggia, con le biciclette; gli amici Squamani con le lambrette, la Balilla ed il calessino. Sul mare, percorrendo la statale, si spinsero da petralonga, o boi a Calavà e fin sotto l’alba, Salvatore Balici, raggiunto dai richiami, a causa delle luci, riuscì ad emergere dagli scogli ove si trovava. Gli ematomi e le ferite, non gli permettevano di camminare; fu trascinato di peso in barca e riportato a casa. La luce del giorno, spazientita, corrucciata, per non guardare la mortificazione di quell’uomo, voltò le spalle alla processione e si girò per qualche secondo, da un’altra parte. Il tempo di aprirsi nel cielo, riscaldare le strade, la spiaggia, il mare e le case e dimenticando l’uomo ed il suo dolore, calzò la maschera quotidiana, montò lo sguardo che la rende uguale per tutti, e si liberò della realtà. La gente, salì sul carrettino e trainata dal vetusto somaro Angelino, riprese la sua attività, incitando lanaggioto a riesumare un antico detto entrato nel dire comune e contestandolo dicendo, che non sempre corrisponde al vero; infatti si alza  per tutti, ma

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non riscalda la faccia di ognuno allo stesso modo; insomma il sole sorge e non riesce a penetrare l’ombra dei disperati.

Le supposizioni si susseguirono smentendosi a vicenda; si fermavano e saltavano avanti di qualche secondo. Un sequestro, un avvertimento, una rapina, una caduta accidentale; più verosimile che si fosse abbattuto con le proprie mani, comunque la causa, rimase ignota ed i Sagnuggioti ripresero il loro quotidiano travaglio, lungo il sentiero che gli era stato tracciato. Un cambio di marcia, un andamento diverso dal quotidiano andare, comporta una

decisione che non è nelle corde di ognuno; invero rompere l’equilibrio instaurato, è molto rischioso, implica battaglie, lotte furibonde e non sempre vittoriose; conducono soltanto a sofferenze, dunque non vale la pena muoversi, saltare sul gradino che lo spirito tentatore ha messo di fronte; meglio circumnavigarlo, non è rischioso, serve molto più tempo, però alla fine si raggiunge lo scopo. Qualcosa si perde, ma basta non pensarci, ci si beve sopra qualche bicchiere ed è tutto sistemato.

 

La baracca di legno

 

Il Professore Ennio salvo D’Andria, ogni anno, raramente ne mancava qualcuno, scendeva a San Giorgio ed andava ad abitare sulla collina, oltre l’acquedotto comunale, ove le eriche sono rigogliose ed il silenzio è tanto dolce quanto una natura incontaminata, riesce a profonderne. La casa parentale, che si trascinava sulle spalle una causa

civile ventennale, che chiamava “ Malamura, “ è la sua residenza estiva. Il giorno lo trascorreva al

mare,la notte vi si rifugiava nella solitudine della collina; la campagna godeva della terra e dei suoi minerali sotto la volta oscurata; produceva la sua attività notturna, mantenendo il tempo a

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mezz’aria. Una vacatio che ha la capacità di annullare i bisogni quotidiani che l’uomo si trascina sulle spalle. Il Professore Barbitta sistematosi fra le pareti di Malamura, proiettava il suo tempo libero, al sole ed al mare. I figli di Carmelo Accordino, Pippo, Santino ed anche lanaggioto, con l’aiuto di Rocco, Pippo Molena ed all’occasione, altri ragazzi del borgo, s’incaricavano di trasportare sulla spiaggia, i pezzi numerati della baracca di legno che il Professore Barbitta aveva progettato e costruito. Le pareti, il tetto, la porta e la finestra, venivano depositati ed assemblati, oltre la linea sottile che separa la mezza costa con il prato, alcuni metri sopra lo scarro della barcuzza  di Carmelo, il padre del’lanaggioto; sotto la linea che divide la parte superiore da quella inferiore della spiaggia. La numerazione agevolava il lavoro, dunque in meno di un giorno, i pezzi erano composti ed eretti sulla sabbia. La Baracca del Professore Barbitta, trasportata a braccia, da Malamura, montata, dunque era pronta per essere occupata. I ragazzi del Borgo, anziché andare per agrumeti e vigne con il rischio di cadere preda dei cani e della “ scupetta “ del Caporale della Baronìa, accorrevano con gioia e prendevano parte all’impresa. Il Professore Ennio salvo D’Andria, ad ogni modo, in amicizia e gratitudine, li remunerava; qualche spicciolo, una mini bottiglia d’amaro, un profumo pubblicitario, un brandy per il più temerario che imitando un famoso e duro cowboy di film, per apparire adulto,  beveva d’un fiato, magari rimanendo a bocca aperta, con il respiro corto, provocando negli astanti risate a crepapelle. Il ritorno al borgo, si trasformava in una corsa a perdifiato; l’aria infra il chiaro e lo scuro, con i raggi del sole che s’allontanavano, creava forme strane, richiami, che con i versi

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degli uccelli e dei rettili nascosti nell’erba pareva d’essere inseguiti alle calcagna,

da spiriti e fantasmi, che ammaestrati dal

crepuscolo, cercavano di divertirsi un po’ circuendo le menti dei ragazzi, prima di scendere nelle tenebre.

La Baracca di legno, era alta ed ampia; la sabbia della spiaggia, secondo la posizione che la terra, assumeva nei confronti del sole, allungava una grande ombra nella quale invitava a sostare, gli amici; giovani ed adulti a trascorrere al villaggio, qualche tempo di ferie dalle professioni svolte tutto l’anno; altri rimasti nei paesi viciniori, o comunque in città non molto distanti. La frequentazione di artisti stranieri, persone di cultura, allietava la baracca sulla spiaggia; qualcuno rimaneva ospite in casa. La sera, il Professore Ennio Salvo D’Andria, ritornava a Malamura; raggiungeva il bivio, percorreva la strada statale ed al ponte denominato “ du pecuraru,” entrava nel sentiero che sale lungo il costone della vallata, s’insinua nella vegetazione e ritornava a casa. Un incidente stradale, gli concesse di camminare appoggiandosi al bastone; in

seguito, a causa dell’aggravarsi della motilità della gamba, lasciò il Castello di Firenze e prese residenza nella casa, ad angolo con il Negozietto di attrezzi per la pesca, di Onofrio Russo, in faccia al mare a mirare il riverbero dell’ombra del grande gelso.

L’energia non gli mancava; diede alle stampe, il

romanzo, “ Undicesimo Comandamento.” Altri lavori, sono rimasti inediti ed alla morte, caduti in mani

improprie, di familiari fannulloni e predatori, incapaci di comprenderne il valore, ne hanno fatta carta straccia, se ne è persa ogni traccia; insomma nascosti alla conoscenza; occultati alla cultura.  

 

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Un rapporto familiare

 

Lanaggioto, ha frequentato, “ ‘U Prufissuri Barbitta, “ negli anni; la sua dimenticanza lo indigna. Il nome del Professore Barbitta, circolava per casa. La famiglia del’lanaggioto, lo conosceva e gli era molto legata. Il padre gli è stato compagno di lotta per il cimitero e per la tonnara; e quando è ritornato in Toscana, lo ha nominato segretario della sezione locale del partito social democratico. Il padre del’lanaggioto, non ha mai svolto, o preso parte ad alcuna attività politica. Carmelo Accordino, conosceva la forza del lavoro, voleva il rispetto dei propri diritti e li reclamava con puntiglio. Il giornale di partito che gli arrivava a casa, era un’occasione per conoscere ed informarsi. Lanaggioto amava la lettura, il sapere lo gratificava e galoppava con la fantasia. I libri di scuola, gli parevano molto ristretti; non erano aperti. Le nozioni scolastiche, non gli bastavano, aveva bisogno di andare oltre quelle parole e si distraeva. La scrittura e la lettura, lo attraevano ed in segreto scribacchiava. Il fratello Pippo, soleva chiamarlo mangiacarta. Le risorse economiche erano molto esigue e quando racimolava qualche soldo, regalo di nonna Santa, il suo pensiero correva alla libreria Piccione. Ha frequentato la scuola media ed ha abitato a Patti, in casa di Ottavio, cugino di nonna Santa. La madre intendeva che i suoi figli studiassero e non prendessero la via del mare. Franco, il fratello maggiore, era stato ospitato; insofferente alle regole ed alla lontananza dai coetanei, un giorno anziché ritornare a casa dalla scuola, si dileguò nascondendosi negli ulivi, nei pressi del ponte di ferro in una casupola per gli attrezzi abbandonata ove nonno Francesco, dopo una ricerca affannosa, lo scovò. La scuola gli era pesante; coltivava

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altri interessi e soprattutto il giuoco delle carte e del borgo, conosceva ogni anfratto; e risolveva le dispute a pugni, minando la quiete della famiglia; dunque abbandonò la scuola d’avviamento. Carmelo, il padre che  non si arrendeva al lavoro, non è emigrato ma lavorava lontano di casa; decise d’affidarlo al Professore Ennio Salvo D’Andria che lo portò a Firenze, nel Castello di Sammezzano.

 

La famiglia di Carmelo Accordino ha avuto con il Professore Ennio Salvo D’Andria, un rapporto d’amicizia ininterrotto; si può dire che è proseguito di padre in figli. La famiglia del’lanaggioto, ha proseguito a rispettarlo ed a seguirlo, in successione fino a Santino.

Lanaggioto ascoltava e  si avvicinava alla baracca; era attratto dalla cultura che circolava in quei paraggi; le facce degli artisti, lo incuriosivano; il loro gesticolare, l’espressione del parlare, lo attraevano; gli sarebbe piaciuto farne la conoscenza. Uno di questi, Jack Friling, ebbe a dipingere un totano, sulla fiancata di poppa della barcuzza del padre; un gesto per dirgli grazie per i totani ricevuti in omaggio e per la pesca copiosa che distingueva Carmelo dagli altri pescatori. Il  Maestro Gianni Consolo, che si dilettava a dipingere, alcuni anno dopo, in spiaggia a prendere

il sole e trascorrere un giorno con il Professore, s’accorse che i colori andavano sbiadendo e vi si dedicò a restaurarlo.

 

Lanaggioto, un pomeriggio a seguito del fratello Santino, con sotto l’ascella del braccio destro, una busta di ghiaia, pietre colorate e pomice, raccolti per giorni sulla spiaggia, ed in tasca i fogli sui quali, aveva scritto i pensieri che gli sbocciavano nella mente; e che chiamano poesie, scansò la timidezza che lo tratteneva e salì sulla

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collina; a Malamura nella residenza estiva dello scrittore Ennio Salvo D’andria.

 

La casa nella quale abitava il Professore Ennio Salvo D’Andria, era elevata un piano fuori terra su un magazzino per ricovero attrezzi agricoli, attaccata alla civile abitazione della famiglia Baragona, braccianti agricoli, con i figli Luigi, Maria con la mente obnubilata e Peppino, più sveglio della sorella e con una forza muscolare che lo rendeva simile ad un bue muschiato. Peppino, non disdegnava il pomeriggio della domenica, alla fine del lavoro nei campi, di scendere al borgo a guardare la partita di calcio. Peppino apparteneva alla categoria dei Vinnani, lavoratori della terra e non era ritenuto una persona normale, dunque era preso di mira e sbeffeggiato da coetanei ed adulti saccenti; era costretto a riprendere la via di casa. Il balcone con le ante aperte, scrutava nella valle fino al mare; si affacciava per accogliere e dare il benvenuto a chi si cimentava per il sentiero e lo indirizzava a proseguire sulla sinistra, salire ed entrare nel terrazzo ove si apriva l’ingresso.

 

La poesia di Malamura

 

La casa del Professore Barbitta, si presentò agli occhi  del’lanaggioto, pari ad un oasi; eretta in mezzo ad una campagna brulicante di versi d’ogni specie, lussureggiante di coltivazioni, alberi di frutta; infondeva una tranquillità insperata, una partecipata condizione di serenità; regnava la pace. Lanaggioto, oltrepassata la soglia, messo piede all’interno, si trovò immerso in strane figure, colori neri striati di rosso ed altri simili a sciabolate; chiari a germogli di fiori maltrattati. Le pennellate, si trascinavano in

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nebulose che esplodevano per raccogliersi in cornici dorate, blu, grigie, bianco latte; in altri quadri, figure a mezzo con gli uomini, navigavano in uno spazio infinito. Il verso della ciavola, corse nel cielo. Lo sguardo del’lanaggioto gli andò  dietro; inseguì l’uccello fin sulla torre. L’acqua del mare s’infrangeva dolcemente sugli scogli ed ecco che una nave, armata di raggi solari, con a bordo un equipaggio irreale, proveniente da mondi sconosciuti, navigò con eserciti di punti interrogativi, verso, sulle pareti, con la forza di una, cento onde gioiose. Lanaggioto, raccolto a ricciolo in una di queste, ad un tratto, stava per prendere il volo. La ciavola, ne rimase colpita e con collera, s’avventò con il suo verso sulla navicella che volteggiava nello spazio sovrastante la torre e la costrinse ad allontanarsi. La navicella, s’avviò in una galassia inesplorata e si perse in una luce astrale, di lune lontane, che apparivano e sparivano dietro nere, bleu, verdi montagne arrotolate. Lanaggioto, cercò conforto nella memoria e pensò che in quella casa, i diritti dei pescatori del borgo, avevano assunto il coraggio di piani di battaglia, e con cautela, si peritò scivolando sule opere di Jack Freling che coprivano le pareti, le ante delle porte; sui quadri surreali del Professore e con i brividi che gli correvano sulla schiena, uscì nel terrazzino.

Lanaggioto, seduto sul sedile di cemento con le spalle alla campagna che scende per la valle al borgo, cominciò ad accavallarsi con i pensieri cercando le parole; la bocca, non riusciva a trarre una frase chiara, udibile; riuscì perfino a parlarsi nelle guance in una disputa con la lingua che non riusciva, ad emettere alcun suono. Le frasi brevissime, corte, rotte perivano sui denti, ed ad un tratto tirò fuori i fogli scritti e li pose sul tavolinetto in pietra che faceva di servizio al

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terrazzino, confidando che Santino ne avesse parlato con il Professore. L’aria leggera scendeva chiara dal Monte Melliuso; le parole, i pensieri che lanaggioto, aveva partorito fino ad allora, rimanevano inosservati e pensò di rimetterseli in tasca. La creazione pittorica, nella quale era entrato con grande affanno, lo trasportava in visioni che la memoria congetturava. L’altezza non aveva una base e la direzione correva in un’eversione di colori, insomma era un’altra bellezza; nelle pennellate, scorreva il dolore e la sofferenza; ed ecco che i fili della sera, gli esplodono nei racconti ascoltati da nonno Francesco

e che scovati i libri in una cassetta sotto il letto, alcuni addirittura proibiti, aveva letto con la famelicità di un fagocero.

 

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ecco che uscì di casa, s’accese una sigaretta e si sedette sulla

poltroncina di vimini e gli disse: “ sono i tuoi lavori? “ e gli indicò una macchina da scrivere che il fratello Santino aveva sistemato su un tavolinetto poco discosto, dicendogli con un sorriso: “ ricordati che non danno da mangiare. “ Lanaggioto, gli sorrise e grato della sua disponibilità, si mise subito al lavoro. Il suo  giudizio, non poteva averlo quella sera; intendeva però che avesse la possibilità di leggerli; la sua scrittura era “ a pedi di jannina “ e dunque difficoltosa da gestire. Lanaggioto, comunque si era innamorato di quel pensiero e si librava nel cielo con umiltà, esplorando, ritornando, senza stancarsi di quel viaggio che lo rendeva salutare.

 

La casa di Malamura, con due alti pini ai lati dell’ingresso, apriva le sue porte e finestre, il terrazzo, sul golfo di San Giorgio con lo scoglio di Patti e la Rocca della Madonna del Tindari, in

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fondo; il panorama era un incanto, una bellezza

mozzafiato, che piano la sera, avvolgeva nella sua veste di stoffa pregiata. Lanaggioto, con il resto della luce del giorno che andava a distribuirsi altrove, al chiarore di quella artificiale della casa, portato a termine il lavoro di copiatura, molto stanco, comunque soddisfatto di quanto fatto, consegnò al Professore, i suoi pensieri, ora  leggibili con i caratteri grafici della macchina e ritornò in terrazza. Lanaggioto, con gli occhi pieni dell’arte strana, speciale, sublime, che albergava nella casa, s’avviò verso il tavolo che Santino aveva apparecchiato; la cena con pescespada arrostito sulla brace, inumidito nel salmoriglio, era invitante e si sedette a consumarlo,trattenendo la fame che lo spingeva, senza modificare il suo lento masticare e gustarlo con ogni papilla; guardando il golfo di San Giorgio che raccoglieva in un pugno la speranza, la rabbia, l’emozione di un amore che lotta per emergere e non farsi debole.

 

Il mare di San Giorgio

 

Lanaggioto, trascorreva i giorni senza scuola, lungo la spiaggia; il mare di San Giorgio, era la sua culla. Le sue onde lo affascinavano ed il

desiderio di navigarle, lo inducevano a stare in spiaggia, in attesa che una barcuzza andasse a pesca ‘nta sicca  di Fetente, ‘nta barra, ove un Brigantino era colato a picco e la tracina vi aveva  trovato un mondo ideale. A volte capitava che si costituisse una ciurma di giovani pescatori ed andasse a calare “ u cunzittu “ e lo prendessero a bordo. L’allontanamento di casa, all’insaputa di genitori e fratelli, coetanei e parenti, si protraeva per tutto il giorno. La sua mancata presenza, nella strada, a colpo d’occhio, metteva ansia nella mamma; questa era una scomparsa e la

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famiglia spinta da pensieri pesanti, cadeva nel terrore, all’incontrario della pesca per la spiaggia, che lasciava la possibilità di rintracciarlo.   

Lanaggioto, con la lenza in mano, gli ami pieni dell’esca di balavaggi, pescava in piedi sulla  battigia. Le lumachine, rimaste inoperose, in attesa di prendere il posto negli ami, allungavano la testa e le antenne dai bordi della scatolina, si

ritiravano e riprendevano la passeggiata. Lanaggioto, le aveva raccolte la mattina nei cespugli di canne che affioravano con le pale di ficodindia lungo il reticolato della vigna della Baronia ove sorge l’odierno campeggio Cicero, a margine della strada che conduce al bivio per la nazionale; dunque prendeva posizione a prua della Santarosa, nello scarro della barca di nonno Francesco; “ a punta, “ sotto la chiesa, nell’incavo sottostante, ove la spiaggia s’allunga e spezza il mare; le onde si attorcigliano ad accarezzare la battigia e si calmano; oppure “ a Petralonga “ ed iniziava la battuta di pesca.

 

Lanaggioto, seduto con le gambe penzoloni sul

grosso rettangolo di roccia che si diparte dalla spiaggia, con l’illusione di stare su una barca all’ancora con la poppa semi affossata nella sabbia, sotto i raggi del sole che sale nel cielo e man mano diventava cocente, osservando le pozze bianche che le alghe non occupavano e nelle quali a precchia, viriola, sparagghiuna, s’affacciavano a specchiarsi, isolato, in una magica atmosfera, trascorreva intere mattinate a pescare. A volte,

anche se raramente, con i bavalaggi intirizziti dal freddo, correva sulla spiaggia oltre la strada. La lenza in mano, l’esca appena raccolta, si dirigeva “ sutta u cancinnittu, “ accanto alla colonia marina diurna, che dalla strada, s’allungava con il

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braccio dei bagni, sulla linea di costa a ridosso

della battigia ove la sciabica calava alle quattro

del mattino e l’alba vedeva i pescatori, con la cunnana in spalla, a culu arreddi, salire la spiaggia tirando il mestiere. La distanza di cala contava molte corde ed andavano raccolte per tempo.

Le mareggiate, l’erosione causata dall’incuria e la mala gestione del territorio, hanno cancellato le costruzioni, il quadrato di cemento nel centro, con negli angoli erette le traverse di ferro sulle

quali un tetto di latta, cercava di proteggere i bambini ospiti, dai raggi del sole che s’insinuavano in ogni fessura per  colpirli. “ U Cancinnittu, “ il piccolo cancello di tavole, deteneva la chiusura dell’imbocco del viottolo che sottopassa  la ferrovia e conduce alla strada nazionale, e dunque  al palazzo baronale; divide la vigna dalla pineta, nella quale è stato costruito l’omonimo ristorante con annesso spazio per suonare e ballare; oltre ad essere punto di riferimento dei pescatori, era il sentiero riservato agli arrembaggi “ du camperi. “ Il caporale della Baronessa, col fucile in spalla, i cani al seguito, dopo avere insidiato le ragazze, le donne a

giornata nelle terre del padrone, scendeva al mare a provocare i pescatori del villaggio che tentavano d’ingannare la notte; riposare per quel minimo per non cadere sulle ossa degli ginocchi e dei piedi, in attesa di calare o di varare la barca ed andare a pescare. Ogni nodo, invero dev’essere sciolto; creare intralcio alla raccolta della lenza, non è normale e dunque nasce spontaneo il bisogno di eliminarlo; i pescatori conoscono la pazienza e l’arroganza “ du camperi “ si esaurì nella sabbia, in un ciuffo di canne secche, a breve distanza dal “ cancinnittu “ e con la pace delle donne.

Lanaggioto, solleticato dal tocco dei pesci sottocosta, si eccitava; la mano ed il braccio, gli

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tremavano ed ancor di più, quando ne pescava qualcuno, si deliziava a guardarli, stupendosi della bellezza, delicatezza dei colori.

 

La pesca con la pruppara, lo portava a percorrere

in lungo, da un capo all’altro del villaggio, la

linea di costa. L’informe triangolo di legno appesantito da un foglio di piombo, con gli ami

adagiati ed infissi alla base in parallelo, tirato lentamente verso la riva, sfilava sul fondo del mare; il biancore dello strato di “ issu “ spalmato

sopra, affascinava il polpo che con cupidigia, allungava i tentacoli e vi si sedeva a consumare uno spuntino. Il moto naturale della vita, non gli faceva scorgere la trappola ed il corpo intero, rimaneva agganciato agli ami. Lanaggioto, sentendo la pruppara appesantirsi, si preparava appoggiandosi sul piede destro allungandolo in avanti al pari della mano ed imprimeva alla lenza, un forte strappo. L’effetto del tiro secco verso riva, che lanaggioto infieriva, conduceva alla conseguente raccolta della pruppara con la pesca. La pesantezza assunta dalla pruppara, era il segnale che il polpo tentava o stava salendo a

bordo; a volte la raccolta della lenza s’allentava della pesantezza e la pesca andava perduta od era un falso allarme; la pesantezza che dava l’impressione che fosse il Polpo a prenderne possesso, era causata dalle alghe od altro che ne ostacolavano il transito sul fondo. Le paranze, nel loro pescare con le reti a strascico, sconvolgevano il fondale; sradicavano, raccoglievano qualsiasi cosa incontrassero sul loro tragitto, e la trascinavano depositandola fin sulla riva.

Lanaggioto, dunque per disincagliarla era costretto ad andare a destra ed a sinistra, e recuperarla con cautela. Il rischio di perdere l’attrezzo, non era trascurabile, comunque molto inferiore agli odierni

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ancoraggi di barche da diporto ed i manufatti di cemento messi in acqua nel tentativo di spezzare le correnti ed arginare l’erosione. Il rischio, infatti è cessato; questi ostacoli, hanno

reso questa pesca, non più praticabile.

I frangiflutti, spariscono nella sabbia; le

correnti continuano il loro andare, scavano alla

base, scovano il punto più debole e penetrano nell’entroterra fino a che le correnti producono energia e colpiscono senza alcuno sconto. La causa  dell’erosione, ha un inizio di sfruttamento e

depauperamento del territorio; la speculazione è continua; non vi sono mezzi che possono fermarla. La cessazione, parziale se non definitiva di questa minaccia continua, potrebbe avere un esito positivo, se si ritornasse a considerare la natura, parte integrante della nostra esistenza. La cura ha inizio, riportando indietro il male e ridando il rispetto che pretendiamo per la nostra persona. Questi Amministratori della Spedilitica, non usano coltivare un buon pensiero; insomma il mare è stato trasformato in un deposito dove è facile scaricare qualsiasi cosa; è una grande gebbia nella quale i pesci, sono allevati in gabbie.

La tonnara riempiva l’orizzonte e la pesca dei tonni, era regolata dalle stagioni; la loro dismissione ha interrotto il ciclo ed i pochi esemplari non arrivano alla maturità che sono sulle tavole, con la risultanza che stanno per estinguersi. Gli esperti, le intelligenze eccelse, giuocano con le parole e non riescono a convincersi del valore di quanto asseriscono; par che abbiano perso l’intelletto, oppressi dalla consulenza,hanno  

cancellato gli studi; insomma non ci rimane che la memoria. La tonnara praticava una pesca naturale ed ogni anno era una festa; la pesca del tonno con i suoi riti e simboli, riempiva di gioia i ragazzi; la sera, i pescatori lasciavano la tonnara alla

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guardia, scendevano dalle barche e ritornavano a casa; il sorriso che estraevano dalle facce bruciate dal sole e dalla salsedine era un bagliore di luna; la famiglia, sostava saltando su una mattonella; la felicità abbracciava il padre che si lavava; la madre che lasciava di cucinare e correva ad aiutarlo; i figli senza distinzione d’età, attendevano in silenzio preparandosi a mangiare; le domande erano un racconto. Lanaggioto, nel consumare la cena, giuocava con la lingua; sembrava distrarsi, invero raccoglieva sensazioni ed emozioni; la curiosità lo rendeva timoroso e restava in silenzio; ascoltava e memorizzava.  

 

Lanaggioto, calzava le scarpe e non era usuale, soprattutto per andare in spiaggia. Lanaggioto,

stava con le scarpe quotidiane; non riusciva a camminare a piedi nudi. A forza di andare, per la spiaggia, dei granelli di sabbia, di soppiatto, gli saltavano nelle scarpe; il plantare gli pizzicava

con violenza, dunque era costretto a fermarsi per toglierli. Il problema più grave, comunque era l’acqua di mare; la salsedine, gli mangiava le scarpe che subivano un veloce deterioramento.

 

I tempi erano piuttosto grami, la famiglia era

numerosa, dunque la spesa aggiuntiva, causava nei genitori, grande preoccupazione. Lanaggioto ne era conscio e vi poneva molta attenzione ma la precauzione di non bagnarle, era quasi inutile; la salsedine, colpiva comunque, era veloce, continua e silenziosa.

Lanaggioto, dunque si sedeva a pulirsi le piante dei piedi, le scarpe ed osservava la lenza calata; un riflesso nell’acqua catturava la sua attenzione e con estrema curiosità scrutava i colori cangianti delle onde, il loro rincorrersi, immaginando banchi

di pesci che bisticciavano a mangiare la sua esca.

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Le ore, si dileguavano in fretta, il buio che scendeva, provocava preoccupazione nella madre che lasciava uno dei mille lavori di casa che stava facendo dall’alba, o gridava ai fratelli d’andarlo a cercare. Il ritorno a casa era carico di minacce; le cinghiate a leva pilu erano sbandierate ai quattro venti; a volte se ne accodava qualche altro che si leccava i baffi schiumando di piacere.

 

Lnaggioto, insomma restava col desiderio di saltare in barca; oltre la passione, vi era una necessità materiale. Una mattina, quindi si armò di coraggio ed a fatica, con circospezione riuscì a varare la barcuzza del padre ed andò a pesca di sicci.

Il piacere di guardare il mare dall’alto della

barca, oltrepassava il desiderio della pesca che comunque non gli era indifferente. L’acqua azzurra,

chiara, trasparente, era di una calmarìa impressionante; si offriva a berla. Lanaggioto, vedeva il fondo senza avere bisogno dello specchio che usano i pescatori, ed allora cala “ l’ontru “ a

colpo sicuro. Le seppie, adagiate sulla ghiaia del fondo, erano belle e grasse, forse depositavano le uova.

Lanaggioto pensò che fossero stanche ed aspettavano che le tirasse in barca. L’ontru scese piano, si fermò davanti la seppia che allungò le chele a

tastare. Lanaggioto che la vedeva ad occhio nudo, scosse l’ontru, tirò di colpo infilzandola, agganciandola alle “ ranfe, “ con la chela più lunga che tentava di svincolare le altre, e pescò la seppia; ed un’altra. La gioia della pesca, la paura che il padre potesse sorprenderlo in acqua con la barca, lo riportò allo scarro e sceso a terra, corse a casa e quasi gridando, le diede alla nonna che li raccolse dalle sue mani con un gran sorriso.

 

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Lanaggioto, preso coraggio, ormai col piglio del pescatore, alla richiesta di Quinto, di andare per mare, di fare una “ barchiata “ con le amiche Universitarie, lo sorprese e lo insidiò; non ebbe la forza di dirgli di no ed accettò superando la paura del padre. L’escursione “ a petra, “ allo scoglio di Patti, era stata stupenda, una festa di

facce e sorrisi, insomma meravigliosa. Lo scoglio accarezzato dalle onde con i ciuffi di gocce bianche, che si alzavano e cadevano leggere, scivolano sui piedi, davano la sensazione di quel venticello di primavera che s’incontra con la luce dell’amore e spruzza la gioia di un tenero bacio. La barcuzza presa in prestito all’insaputa del

padre, si dondolava intorno allo scoglio quasi a

lambire la colonia di coralli, in una danza

fascinosa; carica all’inverosimile delle ragazze di San Piero Patti, colleghe Universitarie di Quinto, con l’allegria e la bellezza di un pomeriggio di calma quasi piatta, trasportava la brigata senza

difficoltà, con  comodità, verso l’aria profumata e riposante degli scogli della Gargana che affioravano appena dalle acque. Il passaggio di un motoscafo trasformò le onde in minaccia.

La barcuzza ondeggiò paurosamente, la stanchezza e

l’oscurità che scendeva sulla spiaggia, trasformò le ragazze che in buona parte non sapevano nuotare,

in scomposte figure urlanti che tentavano di sfuggire al pericolo. L’amico Quinto che si era speso con successo nel canto e nelle imitazioni, spaventato scoppiò in lacrime. La corrente marina che scivolava sotto la carena, mancava del ritmo, correva disordinatamente ed impediva alla barcuzza di scendere a terra. La passeggiata stava per prendere una brutta svolta. Quinto rivolto al’lanaggioto che stava ai remi a governare, lo incita con gli occhi fuori dalle orbite, a stabilizzare la barca. La calma dell’lanaggioto, lo

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tranquillizza, e riprende coraggio; invita le amiche a non muoversi, a stare in silenzio che la riva era vicina, dicendo che ogni onda si sarebbe messa a posto, il mare sarebbe ritornato calmo ed avrebbero ripreso la navigazione senza altra turbolenza. Quinto, piegato sulle gambe a tenersi con la mano al banco, alla tavola trasversale che divide la barca in poppa e prua, dunque si prostra, scivola in ginocchio e con gli occhi inondati di lacrime, si rivolge alla Madonna del Tindari, invocandola di salvarli. Lo sbarco sulla spiaggia, si risolse d’incanto e fu una liberazione. La cordata guidata da Quinto, superò a gambe in spalla, la risacca e conquistata la terra, si

lasciò cadere sulla rena, quasi esamine.

Lanaggioto, con la barcuzza si allontanò verso lo

scarro, guardando Quinto e le ragazze che salivano sul pulmino in partenza.

 

Lanaggioto, con i pomeriggi estivi che gli fanno le

fusa, preferisce starsene all’ombra del grande gelso a giuocare a carte con Puccio, o dei pini; evita di andare in spiaggia. Il pomeriggio con Quinto e le ragazze, è stata un’avventura che gli ha lasciato il segno; è un’esperienza che gli affiora malvagiamente e gli brucia sulla carne; è una ferita non rimarginabile, che gli fa

imbrigliare i filamenti del cervello.

 

Lanaggioto, tenta di  gestire il ricordo della paura e quando sembra d’averla superata, ecco che ritorna. Questa insufficienza di controllo è un male che sta sempre in agguato. Lanaggioto, allora ricorre all’ombra del pino di piazza Ravel, dunque si sdraia nell’erba profumata, rigogliosa del prato o coglie l’occasione della presenza di coetanei per correre nel campetto a dare quattro calci al pallone; a sera, con il buio che nasconde la palla,

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sudato fino alle mutande, ritorna a casa; comunque la paura è diversa. Lanaggioto, man mano negli anni, lavorando sulla mente, crede di avere acquisito un comportamento idoneo ad arruolare il male; ha la capacità della cernita degli avvenimenti e l’attitudine a metterli in sonno, od a trasformarli a proprio vantaggio. Ogni evento è accatastato, stagionato e trasformato per trarne utilità. La paura che si ripete, è un calo di coscienza, di mancanza di rispetto della propria esistenza. Questa esperienza, va tenuta sotto controllo. Le redini vanno tenute ben strette in mano; debbono impedire che l’individuo si faccia sopraffare e la paura, che abbia la forza di mettere la coscienza in fuga.

 

Lanaggioto, ha appreso che contro la forza della natura, l’uomo è impotente; cerca d’imbrigliarla ma il metodo più adeguato è di assecondarla; ed allora ha cercato d’adeguare l’uso dei remi al ritmo delle onde del mare che si alzano e si fanno minacciose ed intorno la distesa d’acqua non offre una mano. Lanaggioto, ha imparato a conoscere la furia del vento di tramontana; ha negli orecchi, l’eco delle onde che s’infrangono sugli scogli. La tempesta le alza, saltano e trasbordano in strada, oltrepassano la rocca, sbattono sulla terra, sradicano qualche

cespuglio che esce a sorpresa. La statale è un eccellente osservatorio, dunque in bicicletta raggiunge la “ funtanenna “, beve “ na buccata “

dell’acqua leggera e si affaccia dal muretto; estasiato guarda le onde che con violenza, s’infrangono sugli scogli di “ boi “ fino a Calavà; le rincorre nella baia, li vede ergersi, rumoreggiare e precipitare con virulenza sulla battigia, allargandosi in una immensa carezza. Gli scogli, sono un baluardo naturale, il loro opporsi alle onde, crea spettacolo ed i brividi corrono

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sulla pelle. Lanaggioto, raccoglieva a manate, la loro forza e la conservava in memoria; una riserva per dargli coraggio nei momenti di necessità.

L’inverno ha un ritmo alterno e nelle sere che il maestrale urla, gli giunge distinta la sua voce che s’abbatte sugli scogli e quasi sente lo spruzzo dell’acqua a bagnare la sabbia della spiaggia. Lanaggioto, accucciato nel suo letto, sotto le coperte, ne ha la visione e si delizia; la memoria lo culla, gli solletica il sonno e si addormenta assumendo la posizione del bradipo sull’albero.

 

Il pino di piazza Ravel

 

Lanaggioto, con l’innato piglio del cercatore, usciva di casa e con indifferenza verso il clima che si svolgeva intorno, camminava; con maglietta e pantaloni corti, magro di bassa statura, spingeva sulle gambette ed arrancava. Quel giorno si dirigeva verso la Cattolica. Il vento di tramontana spazzava la strada e la spiaggia; la sabbia ed ogni rifiuto, volavano nell’aria a guisa di aeroplanini in volo. La sabbia spinta dal vento, gli pizzicava, le gambe fino a verniciargliele di puntine rosse. La forza del vento non si attenuava e lo rimandava indietro. Lanaggioto, seppure la difficoltà di camminare era tanta, l’affrontava senza un lamento. La sfida proseguiva con fatica; oltrepassato il pino di piazza Ravel, non cambiò; proseguì camminando nel margine esterno della strada, nella parte più esposta, nell’aria del rettangolo del campo di calcio. L’incontro con Sarina, una delle Spose del Signore, ebbe del miracoloso. Lanaggioto, ad un tratto si sentì sollevato; la mano lo condusse nell’edificio, sede dell’Azione Cattolica.  

L’organizzazione per la festa di compleanno del Parroco, era imminente; le catechiste avevano

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realizzato il palco; la sala  era in attesa delle sedie della chiesa; dunque si preparava la recita in onore del Padre. Lanaggioto, spuntò una particina e gli fu affidata; la sorpresa lo riempì di gioia e recitò con serietà e misura. La comunità cattolica lo affratellò, la fame di conoscenza, la curiosità, l’attitudine di aiutare gli altri, lo incluse nell’organigramma. Il seminarista Peppe Alibrandi, lo impreziosì della sua amicizia e lo coinvolse in molte iniziative. Le veglie Pasquali furono l’occasione per leggere i salmi, le parabole del Vangelo. La voce appassionata, suadente, chiara, si faceva esaltante e nel porgere le sacre scritture agli altri, s’illuminava; un dono naturale, veicolato dalla spiritualità che l’insegnamento, le raccomandazioni, del parroco don Antonio Sferruzza, gli inculcava nel tentativo di farlo un soldato di Dio. Il segno della croce e la ragionevolezza degli uomini sono i  principi, le regole che gratificano ogni fedele. Lanaggioto, enunciandole s’impegnava a che gli altri li rispettassero; li teneva presente nel suo quotidiano ed ai maleducati, a chi nuoceva agli altri. L’uomo rispettoso deve sentirsi

assicurato. Le parole, vanno misurate, il loro valore va  spiegato ed accompagnato con l’esempio. Il Natale nella Cattolica in attesa della messa, era un tripudio di giuochi, di carte e tombola, con pausa per correre negli agrumeti della Baronia; l’assalto era mirato e veloce; i guardiani con i cani, nascosti nel buio, non avevano alcuna pietà; gli Squamani, camminavano rasenti le cantunere, accostati sotto i muri, spiavano e sabotavano; imbastivano trappole e buttavano in strada gli altri; erano la specie peggiore.

 

I ragazzi di San Giorgio, i soliti imbecilli di turno, che vivono con l’idea in mano, mortificati,

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umiliati dalla corporazione degli Squamani, per non continuare a passare l’inverno all’addiaccio, sotto il pino di piazza Ravel, a scontrarsi con stupide dispute per ammazzare la noia; per evitare di trascorrere pomeriggi e serate a giuocare a carte sotto i ponti, nei palazzi semidiroccati della Baronia, nella saya quando non era piena d’acqua, marciare cantando ai quattro angoli delle strade e stanchi, infreddoliti, ritornare nel prato,

accendere un fuoco per riscaldarsi, si determinarono a costituire un Circolo con lo statuto di ricreativo, sportivo e  culturale. Il pensiero era di creare una compagnia teatrale; la recita avrebbe potuto, con l’incasso, finanziare la squadra di calcio. La memoria, riportava a guerre e divisioni. Gli Squamani portavano il male ed inficiavano qualsiasi decisione; la vigilanza sul passato, era obbligatoria per andare avanti; dunque fu preso l’appuntamento con il notaio.

 

Lanaggioto e Giorgio Puglia, furono incaricati di convincere il Parroco Don Antonio Sferruzza della bontà dell’idea, e permettesse loro di usufruire della sede dell’ex Azione Cattolica. La richiesta

non era scontata seppure ben visti dal sacerdote. Gli Squamani, erano gli esecutori territoriali; molte aggregazioni sportive, manifestazioni, si erano concluse tristemente; la festa del Santo Patrono, dipendeva dalla loro volontà; l’appannaggio stava nelle loro mani. Lanaggioto e Giorgio, con alle spalle i compagni che scalpitavano per mettersi al lavoro, pur di

ottenerne la concessione, erano disposti a

mettersi in ginocchio; bussarono al portoncino e salirono le scale, guardando in cima preoccupati. Il borgo, doveva una risposta a questi ragazzi; il bisogno di un’aggregazione sociale e culturale, era coinvolgente ed escludeva la politica; un male del

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quale gli uomini abusivamente se ne appropriano per raggiungere il potere; si vendono perfino la dignità  pregando nella casa del Signore.

Il Circolo, doveva essere libero, senza gabbie; pretendeva di crescere senza pastoie e con le proprie forze. Il Parroco don Antonio, li accolse nella sua casa con affetto e li ascoltò. La testardaggine di Giorgio, era una garanzia; l’irruenza, la parte più colorita della sua

personalità. L’interesse per la comunità, era preminente. Lanaggioto, era un ragazzo di belle speranze; ragazzino aveva il cipiglio dell’adulto; e non si tirava indietro di fronte a qualsiasi difficoltà; un tutore integerrimo, delle regole comuni.

 

 

Il Circolo Ricreativo Sportivo Culturale

 

Le ragioni, per la creazione del Circolo, la richiesta a Padre Sferruzza dell’edificio dell’Azione Cattolica a sede, presentava molte incognite; dunque Lanaggioto e Giorgio, erano un connubio agguerrito. La possibilità che la sua fiducia accompagnasse il cammino dei ragazzi, era un fondamento insostituibile. La sua benedizione, la disponibilità ad accoglierli nella Cattolica, era un modo utilitario ed una protezione altrettanto efficace per evitare che gli Squamani lanciassero i loro strali velenosi ed inviassero i provocatori  per impedire il sorgere e lo sviluppo dell’iniziativa.

La contrarietà di qualche bella lingua, ci sarebbe stata; non era esclusa. Il Parroco Don Antonio Sferruzza, ascoltò con attenzione e con un lieve sorriso disse loro di non avere nulla in contrario; ancora una volta di volersi fidare di loro augurando di portare a compimento, l’impegno

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assunto e di frequentare la chiesa. Il circolo, dunque ebbe in uso la metà del piano terra della costruzione dell’ex Sede dell’Azione Cattolica; l’altra metà restava in appannaggio delle Spose del Signore che svolgevano l’attività di catechesi e d’asilo. Il circolo acquisita la sede, designò gli organi collegiali; dunque mancava il Presidente. Il nome del Maestro Angelo Accordino, si alzò e scartatene altri, uscì all’improvviso. La lista stilata a voce, conteneva qualche personalità inutilizzabile. Gli Squamani, i figli, i parenti prossimi, già tramavano contro, dunque neanche a parlarne. I professionisti,erano irrilevanti allo scopo; i personaggi alternativi, non lasciavano sperare in un coinvolgimento, sfuggivano all’attività, alle speranze dei ragazzi; altri non appartenevano alla comunità del villaggio. Il Maestro Angelo Accordino, anche se suscitava dubbi ed apprensione nel’lanaggioto, rimaneva l’unica persona contattabile; seppure non fosse partecipe alle esigenze del villaggio, dei pescatori, comunque era un educatore dei figli e la comunità poteva beneficiarne.

 

Il Maestro Angelo Accordino, la mattina oltre la scuola, si recava presso la rivendita di tabacchi per comprare il giornale quotidiano; non visitava o frequentava il borgo; stava relegato nella sua residenza in fondo al villaggio, sulla sponda destra del torrente di Maiaru; il fianco coperto da

una filiera di pioppi frangivento a ripararlo dalla tramontana che da Calavà, saltava la pietralonga e gli sbatteva sulla casa. Lanaggioto, non l’aveva mai incontrato, avuto discussioni e di qualsiasi

genere, con il Maestro Angelo; lo conosceva per il postino che scambiava le missive interpretando unico il destinatario, anche se l’indirizzo,a leggerlo risultava diverso; conobbe il suocero che

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con una coperta a quadri variopinti, sulle spalle, dirimeva dispute, divergenze d’opinioni, sfidando i contendenti, all’arma bianca; usciva dall’orto oltre la strada in faccia alla casa, ed inseguiva i ragazzi che credevano di poterlo giuocare. Il villaggio di pescatori, allungato sotto la strada ferrata, era diviso in zone da tre torrenti che d’inverno riuscivano a bagnare il letto per poco tempo; dunque il borgo di San Giorgio, se ne stava comodamente affacciato sul mare; relegato nel suo paesaggio, chiuso nella sua lunga e larga spiaggia, navigava con allegria e sofferenza nell’incedere quotidiano per procurarsi quanto necessario al sostentamento. I giorni ed i mesi si svolgevano in attesa della stagione della pesca del tonno. La tonnara era la fonte che seppure a fatica, riusciva ad equilibrare i magri conti della famiglia che per il resto dell’anno, si erano ristretti talmente che la cinghia dei pantaloni non conteneva ulteriori buchi di chiusura. La civiltà lo sfiorava, lo attraversava,  senza toccarlo. La cultura non concedeva benefici alla comunità di pescatori; l’umore espresso era tramare per evitare che si rompessero gli equilibri e venissero a mancare i privilegi che gli erano consentiti; briciole di dignità che perduta non rientra. L’ingresso di un  Maestro di Patti, nella scuola elementare di San Giorgio, risultò indigesto. Il Maestro Leonetto, entrato in sostituzione della Maestra Consolo, collocata in pensione, oltre a rinnovare l’assetto scolastico, soprattutto costituì un affronto. Il figlio maggiore della Maestra Caleca, Direttrice della scuola, che con molta probabilità, mirava ad occupare quel posto, ne rimase talmente contrariato che s’indusse ad aggredirlo fisicamente, durante una festa nel salone della Cattolica; in una delle sue rare aggregazioni. La Funzione della madre era sta ininfluente sulla Dirigenza Scolastica;

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ritenuta incapace d’impedire la nomina, il rampollo decise di far sentire le sue pretese, fare  rispettare il diritto di autoctono; dunque innervosito dagli sguardi dei presenti, appesantito dell’attesa dello svolgimento della  presentazione, il salone della Cattolica, divenne il palcoscenico più adatto per affrontare l’intruso. Il Maestro Leonetto, seppure con moglie, figli ed anni diversi, evitò lo scontro e senza farsi intimorire innovò il corso scolastico. Gli alunni meritevoli, acquisirono un educatore esigente e disponibile; li avviò verso traguardi diversi e con migliori prospettive di quelli postulati nel vecchio ordinamento; la moglie, con la sua musica, la sua carica d’allegria, divenne un ulteriore stimolo a frequentare la scuola. Lanaggioto, con la sua curiosità e la voglia di conoscenza, cavalcò con passione la sua lezione; all’incontrario di altri, riuscì ad uscire dal classico recinto perseguito dall’ordinamento Statale.

Lanaggioto, insomma acquisì una visione più aperta, più civile e democratica della società. Il desiderio, la speranza di un domani diverso, migliore lo pose in contrapposizione allo stato soporoso del villaggio; contrario al disinteresse dimostrato dagli amministratori, riunì i ragazzi dell’Azione Cattolica, ed organizzò una manifestazione per onorare la memoria dei morti di guerra. Le lapidi di marmo della prima e seconda guerra, inchiodate una a destra e l’altra a sinistra della porta del posto di telefonia pubblica, in piazza Ravel, rischiavano di perdere in morte, anche il nome, cognome e grado, oltre ad

avere dato la vita, che le lettere di bronzo perdevano il contatto con il marmo.

La classe politica Gioiosana in compagnia di quella locale, intese approfittare della pubblicità dell’iniziativa del’lanaggioto, per mostrarsi alla

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comunità; la raccolta era sicura; una visita nel villaggio, un comizio nel balcone del Palazzo di Piazza Ravel, oramai non era ritenuto necessario. Lanaggioto, comunque un risultato l’ottenne; spinse le forze politiche Comunali, a condurre in piazza le scuole elementari e spiegare loro il valore di quei nomi appiccicati sulle lapidi; persone, giovani, morti in difesa della patria. Evitarono, comunque di spiegare perché la patria li avesse dimenticati. Le lettere delle lapidi, insomma non subirono alcuna manutenzione ed andarono in malora. L’obbrobrio che le rappresenta in sul prato è l’espressione più sudicia che questi eroi, abbiano raccolto dai suoi amministratori, dalla comunità.

 

Il Maestro Angelo Accordino

 

Il Maestro Angelo Accordino, non ha saputo cogliere, nel suo impegno scolastico, una sola opportunità, per accrescere e sviluppare le risorse umane; nella quotidianità, offrire qualcosa di comune utilità, di richiamare l’attenzione degli Amministratori; rimase a guardare senza mostrare la faccia.

Il foglio giornalistico “ La vela, “ non scrisse mai qualcosa di socialmente utile. Il suo interesse era indirizzato a togliere, a nascondere a manipolare. La vela, situata nella bacheca di piazza Ravel, con il loco sulla sinistra, non

riportò una nota di biasimo per l’abbandono del borgo, un richiamo ai doveri insiti nel mandato; insomma la sua esistenza, non era l’espressione verso il bene del villaggio, invero il Maestro Angelo Accordino, scriveva articoli menzogneri. L’arte della manipolazione, impregnava la sua penna; deviava con i suoi articoli, i momenti non esaltanti della maggioranza degli uomini del borgo, sminuendo l’importanza o cancellando degli altri

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che avevano scritto la storia del borgo di San Giorgio. Il biancore della Vela aumentò ed assunse il colore giallo quando Lanaggioto, ebbe l’ardire di scrivere un articolo sul mancato rispetto del diritto alla salute, all’igiene ed alla viabilità degli abitanti della frazione di Gioiosa Marea. La distribuzione del foglio, del supplemento del corriere, il giornale delle ACLI di Messina, evidentemente infastidì il potere. Le persone poco inclini alla critica, ai giudizi degli altri, non hanno rispetto. La politica, dunque interferì pesantemente, nella distribuzione. L’intervento abusivo dei Carabinieri impaurì i ragazzi che minacciati, abbandonarono il foglio per terra, e se la diedero a gambe levate; l’articolo imputato, fu

preda delle mani degli uomini dalle forze dell’ordine, dimentichi che hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non ai governanti. L’assenza, l’inefficienza dell’Amministrazione comunale e tanto meno il sequestro, non suscitò alcun allarme nell’educatore. Il Maestro Angelo Accordino, il responsabile della “ Vela “ non scrisse una parola dell’atto intimidatorio, del foglio sequestrato. I principi della libera espressione; la libertà calpestata, non ha suscitato in lui, alcun allarme. Il Maestro Angelo Accordino, con molta probabilità, aveva intrapreso il baratto; aveva conclamato la sua disponibilità in cambio di privilegi personali, uno scanno in consiglio comunale od altro, sopravanzando la dignità, la verità e la democrazia.

Il Maestro Angelo Accordino, insomma non era un buon esempio, non era in armonia con il mondo del’lanaggioto. La coscienza dell’educatore, era stata riposta in un angolo del magazzino con l’immondizia accumulata un giorno dopo l’altro.

La sorella del’lanaggioto, Anna frequentava la scuola elementare del borgo; il Maestro Angelo

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Accordino, era il suo educatore; a volte, dunque il suo nome, vi faceva capolino, in casa. Un educatore, ha un compito peculiare nell’economia culturale e civile di un borgo. Lanaggioto ritiene che il principio di responsabilità verso la verità è superiore ad ogni altro pensiero. Il ruolo dell’uomo, è contenuto nel principio. Le persone che lo conoscevano, dicevano che aveva molta esperienza di recitazione; qualcuno diceva  che avesse recitato in una compagnia teatrale molto importante; insomma il teatro gli era congeniale, dunque poteva essere una risorsa. Il circolo dichiarava una vocazione apolitica; l’ossessione del Maestro Angelo Accordino, dunque cozzava con il principio costitutivo. La politica, aveva indotto il Maestro Angelo, a strombazzare a destra ed a sinistra, confondendo ed imbrigliando documenti ufficiali, sentenze di Tribunale, inginocchiandosi al potere politico dei Gioiosani.

Il Maestro Angelo Accordino, era descritto, un grande affabulatore; i bene informati dicevano che l’esperienza di recitazione, gli conferiva forza coinvolgente. Una persona che sapeva giuocare con la voce e le parole, un inganno e trarne un beneficio; un camminare in uno spazio irreale, e coltivare la terra, di fiori. La costituzione del Circolo Ricreativo Sportivo Culturale, era un passo molto importante, fondamentale per la convivenza e lo sviluppo dei ragazzi del villaggio di pescatori. La considerazione che il Maestro potesse ambire ad occupare cariche nell’amministrazione comunale di Gioiosa Marea, era un pericolo; questa Presidenza, poteva esaltarlo; insomma offrirgli questa opportunità, poteva trasformarsi in pericolo; una spinta per la conquista di uno scanno nel consiglio od in altro Ente; insomma queste ulteriori considerazioni, misero in agitazione i ragazzi e soprattutto lanaggioto; la scelta divenne

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difficile,complicata; la valutazione dei favorevoli e dei contrari, richiese diverse riunioni, giorni e serate.

Lanaggioto non è stato astioso, ed anche se con

molte riserve, scelse il lato più confacente all’attività del circolo. La decisione di eleggerlo Presidente, dunque ebbe la meglio. La compagnia

teatrale, doveva essere un fiore per il villaggio di pescatori; la cultura la porta d’ingresso del circolo; le sue rappresentazioni, un contributo per

la cassa della squadra di calcio. Lanaggioto, dunque accettò che potesse mettere a servizio, il suo sapere; era un’opportunità che lasciarla andare poteva tagliare le ali al progetto; insomma la sua nomina era un acquisto. Quello che serviva, adesso era tenerlo sotto controllo; che gli s’impedisse di creare divisioni. L’esperienza del borgo era rammendata di questi danni, di tanta mortificazione

e dunque bisognava evitare che accadesse anche questa volta.

 

Il Maestro Angelo Accordino, conosceva la recitazione, il teatro gli era familiare ed i ragazzi lo accompagnarono con molto impegno e sacrificio. Il gruppo di maschi e femmine che fino ad allora restavano lontano; andavano in chiesa e ritornavano in casa; adesso si parlavano, scherzavano e mettevano in scena Musco, Pirandello, Verga; la loro interpretazione, il loro spettacolo, richiamava molta gente. La squadra di calcio con le sue imprese, riempiva il borgo di dignità ed orgoglio. Il circolo, con le sue iniziative, attraeva intorno a sé ceti diversi attuando a pieno i principi del suo statuto; insomma andava a gonfie vele. Il successo sembrava avere domato il Maestro, comunque non gli era data alcuna possibilità di rivolta, di scissione od altro. I soci fondatori, lo conoscevano e lo tenevano a bada, gli impedivano

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qualsiasi azione contraria allo statuto del Circolo.

Il borgo di San Giorgio, non aveva la capacità, di tenere a casa i propri giovani; non offre opportunità di un lavoro, dunque raggiunta l’età, è tempo che ognuno, si assuma la propria responsabilità; che vada alla ricerca del proprio futuro. Il Maestro Angelo Accordino, insegnava nella scuola locale; dunque aveva un lavoro , una casa ed una famiglia. I ragazzi, dunque furono costretti a lasciare il borgo. Il servizio militare, gli ordinò la partenza; il lavoro li disperse a mano, uno dopo l’altro. Lanaggioto detto Dutturi, Vincenzo Zampino, Santinu Pittari detto Buzzu, Ciccino Pittari detto Califfo e gli altri, lasciarono il villaggio; migrarono in altra provincia, oltre lo stretto, in altre nazioni. Il Maestro Angelo Accordino, a questo punto, si sentì liberato e colse l’occasione; si staccò dal Circolo ricreativo sportivo Culturale; insomma mise in atto la paventata divisione. Le regole del circolo, evidentemente gli restringevano l’orizzonte; dunque creò l’Alternativa. Il Circolo Ricreativo,sportivo,

Culturale, costituito con i risparmi, amore e sofferenza, perse consistenza e diroccò.

Lanaggioto, ne ebbe conoscenza nella città luogo di lavoro; indignato per il temuto evento, impotente si ritrovò a pensare l’edificio della cattolica che perdeva gli infissi, l’intonaco ed il cortile che si copriva d’erbacce. Le porte, le finestre, chiuse alla luce, avevano perduto l’espressione di gioia. Lanaggioto, non riuscì a guardare oltre; da lontano, osservò per qualche minuto le macerie e distolse lo sguardo che la nausea gli toglieva il respiro; non si capacitava che un uomo, per fini personali, per privilegi derivanti dalla politica, avesse avuto il coraggio di mandare in frantumi una casa nella quale una generazione di ragazzi aveva

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realizzato uno spazio di cultura, di libertà; era inorridito,interrompeva la passeggiata e ritornava a riprendere la sua battaglia quotidiana. La città nella quale viveva e lavorava, aveva eletto,  a sistema di convivenza civile, la grinta, e la prepotenza malavitosa. Il Maestro Angelo Accordino, dunque mise sulla piazza, la compagnia teatrale con gli alunni della scuola elementare nella quale insegnava. I ragazzi e le ragazze, con Stefano La Rosa e Pippo Armenio detto Molena, attori della vecchia guardia, che  della recitazione ne avevano imparato ogni sfumatura, accompagnarono il Maestro, presume lanaggioto, con l’intento di non buttare nella spazzatura, l’esperienza acquisita. La loro esistenza era piena della fatica quotidiana; l’uno nella muratura, l’altro a servizio degli Squamani; il teatro era diventato un’evasione e senza esagerare, la loro esperienza un contributo, un supporto fondamentale alle nuove generazioni. Lanaggioto, ha molto rispetto per la loro partecipazione; l’amicizia per Stefano e Pippo, è al disopra di ogni possibile coinvolgimento nelle nefandezze espresse; invero non riesce a capacitarsi dell’assuefazione all’imbroglio. Il Maestro Angelo Accordino, era un insegnante di scuola elementare; il borgo gli era estraneo; ne faceva parte per nascita; non era altri che un numero, un residente ignoto che nelle pareti domestiche, studiava il modo di manipolare la documentazione sulla storia locale, e confezionarla per trarne benefici. La quotidianità degli abitanti, i loro sacrifici, gli erano sconosciuti. Le mura di casa, gli assicuravano la riservatezza, la protezione dell’intimità; un confinato che rifiutava la storia dei pescatori di San Giorgio. Un insegnante che non sa cos’è l’esistenza in strada, incapace di scendervi e convivere con gli altri, conoscerli ed aiutarli. Questo modo di

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esistere, gli conferiva uno strana conoscenza e nell’atteggiamento, lanaggioto riconobbe la cavalla addormentata sulla cassapanca. L’osservatorio non lasciava adito al caso. Lanaggioto, notando l’esclusività del dormitorio, fu indotto a credere che la casa allevava una paura ancestrale; l’anima, vinta si era assopita e coesisteva con le labili promesse di un mercante di monete. La parentela tirava di coltello, e creava filamenti di storie; insomma la realtà degli avvenimenti dei pescatori di Sangiorgio, era sorretta dalla leggerezza di un estraneo che per caso era costretto a sostare in quel territorio. La casa dei tonnaroti, insisteva nel cannocchiale del Dispensatore di lavoro, che non usava guardare il personale per divertimento. La verità, invero è una brutta bestia e se si cerca di assoggettarla, soffia, scalcia e seppure sfiancata, si alza e corre senza fermarsi. Il Maestro Angelo Accordino, con il teatrino di figuranti, insomma ha manipolato, contrabbandato la verità; ha elaborato per prestigiose testate, una falsa storia delle lotte sviluppatesi nel borgo; il male è che le sue nefandezze, sono riportate a testimonianza di verità.

 

Il Maestro Angelo Accordino, dunque con la necessità di riempiere il paniere dell’Alternativa, ed inscenare lo spettacolo serale, invitò i ragazzi e le ragazze, gli alunni e le alunne, a

raccogliere in famiglia, nei vicini od amici, episodi di mare, resti di mestieri. Le famiglie del borgo, divise, invise l’una all’altra e con dignità diversa, offrirono qualche frutto rimasto impagliato ed appeso alla trave di casa. Il Maestro Angelo Accordino lo ripulì e confezionò vestendolo con una carta patinata, colorata; la faccia bella, induce ogni persona all’applauso. La storia, apparteneva al borgo; la voce della lotta e del

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coraggio ad una minoranza di abitanti; ai tonnaroti sbarcati, ad una marineria libera, agli uomini e donne che hanno conquistato il diritto di riposare nella terra ascritta nei confini del villaggio di San Giorgio.

La maggioranza dei Sagnuggioti, traeva profitti derivanti dalle battaglie dei pochi, dunque erano restii a raccontare la verità. Gli anziani pescatori, che avevano lottato per la dignità ed il

rispetto del lavoro, portavano scritte sul corpo, negli occhi, nelle mani, la sopraffazione e l’arroganza del Rais e della Baronia; dunque non rientravano nel progetto teatrale. Il Maestro Angelo Accordino, ne prese spunto ed accentuò la leggerezza, inventando il teatrino dell’Ovvio. I testi, non conoscevano l’umiliazione e la sofferenza; la durezza del lavoro, la condizione inumana della tonnara, la scarsa remunerazione; la

prepotenza che i Tonnaroti erano stati costretti a subire. Lo spettacolo senza l’espressione della verità, fu elevato ad esempio ed assunse  grande notorietà; d’altronde le persone, hanno necessità di divertimento e le vacanze inducono a pensare che la pentola è piena.

Il teatro, invero ha una ragione profonda; ha nella sua indole la verità. Il Maestro Angelo Accordino, ha evirato la storia; ha tolto chi si è ribellato ed ha pagato con la perdita del lavoro e costretto a  fuggire dal borgo, perdendo il nome e la cittadinanza. Il Maestro Angelo Accordino, dilaniato dai guardiani della politica, ha perso la voce e la dignità, dunque ha preso un canovaccio e l’ha sporcato, stendendovi la storia di un villaggio di pescatori, infarcendolo di bugie, di false verità, cancellando i fatti, le persone che hanno lottato e pagato per sollevare dalla miseria le sorti dei pescatori di San Giorgio. Il Maestro Angelo Accordino, ha redatto una storiella,

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recitandola con voce modulata, artefatta, speculando sulla verità, credendo di farla franca. Ha ricevuto in cambio un gallo; la famiglia ha ricavato le penne; l’indiano invero ha perduto la dignità. La verità è una brutta bestia e viene sempre a galla. La società odierna,

veicola il sistema della bugia; ogni atto è fatto secondo il proprio tornaconto. Lanaggioto, invero corre oltre e non tralascia gli accompagnatori, gli

scienziati che hanno accettato senza verificare. La colpa maggiore, se è possibile distinguerne una dall’altra, è da attribuire a chi usa il metodo di nascondere la verità, chi supporta accettando le parole, gli articoli senza accertare se sono corrispondenti al vero; lo storico ha tradito il principio. Lanaggioto si ripete con indignazione, che se qualcuno commette illegalità, è perché qualcun altro, gli ha permesso di farla; le occasioni non mancano ed i controlli latitano se non sono essi stessi controllati e controllori, insomma sono coinvolti e delinquere è uguale ad ogni altro avvenimento, lo stesso che andare al bar, prendere un gelato e passeggiare per il lungomare scherzando e ridendo.

Il villaggio di pescatori,il borgo di San Giorgio,

è stato occupato da un’associazione di barbari. La SPEDILITA, questo connubio di speculazione edilizia e politica, ha elevato la propaganda a valore culturale; ha ceduto la dignità ai privilegi, introducendo nel tessuto sociale, personaggi, che non riuscendo ad emergere per dote naturale, ha colto l’occasione cuocendo sulla lingua parole leggere, ripete frasi ad effetto e crede che le facce dipinte con il turacciolo di sughero bruciato, la celebrazione di matrimonio con un prete nero, siano un tema di scuola e vanno corretti, e non un giuoco per il divertimento di carnevale. La Professoressa Salmeri, figlia del

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sottorasi Carmelo, ha creduto di avere acquisito la competenza e la capacità di scrivere della storia dei pescatori di San Giorgio; crede che riportando qualche foto con didascalia, attribuendo sostanza a certe figure fatiscenti, parli di uomini che pescavano i tonni e delle donne che svolgevano ogni mestiere di casa; delle famiglie che necessitavano di robbi, di causi e camici per vestirsi ed andare a lavorare, di acqua per lavarsi e pulire. Le dimore domestiche, non erano fornite di acqua corrente; le fontane pubbliche erano molto carenti od assenti di questo elemento naturale; dunque la raccolta sotto il sole, creava dispute, diverbi futili; il rischio di lite accompagnava il lento scorrere dell’acqua nei recipienti e quando scoppiava, i cocci si sparpagliavano intorno, assieme a capelli e vesti strappate. I figli dei pescatori del borgo di San Giorgio non godevano di risorse; le mamme, le nonne imbastivano e rattoppavano per non fare sfigurare la famiglia. La dignità non è un sorriso a denti stretti; è alzarsi alle quattro del mattino con il treno merci; svegliare i ragazzi per andare a scuola che il treno non aspetta anche se il buio è ancora fitto. La Professoressa Salmeri, figlia del Sottorasi Carmelo non conosce il senso della storia del villaggio di pescatori; la scuola, non è il maestro Angelo Accordino. La bella veste, il naso alzato non notano le ristrettezze degli altri. Il Maestro Accordino Angelo è un custode e la bambina si lascia cullare dalle sue parole, dalla sua voce.

Lanaggioto, non accetta che queste persone siano considerate degli storici; chi del borgo di San Giorgio non conosce le strade dove una generazione che non aveva nulla, ha tentato di traghettare le stagioni, inventandosi ogni giorno, qualcosa di diverso, con la semplicità del verso degli animali che liberi scorazzano sulla spiaggia, per i campi,

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riempiendoli di sole e d’amore. La Professoressa non ignora la lingua. Lanaggioto, coglie un fiore, usa ringraziare e prosegue in libertà con la verità sulla bocca, il coraggio a fianco; è un guerriero.

Lanaggioto, è consapevole del suo valore e gli

risulta, oltremodo faticoso, chiamare il Santo, con

una lingua che assomiglia a quella della bestia. La memoria è la saggezza dell’uomo; dunque lanaggioto chiama il guerriero e richiama questa comunità con la schiena piegata in avanti ed il cappio al collo, a quella responsabilità che non ha mai accettato.

Il Maestro Angelo Accordino, con la mente rivolta alla nomenclatura politica Gioiosana, per ingraziarsi gli uomini politici di Gioiosa Marea; in modo plateale, ha piegato la verità, ai suoi interessi personali. Il Maestro Angelo Accordino, ha tentato varie candidature; l’esito negativo non l’ha distolto; dunque per riuscirci non gli restava che il teatrino dell’Ovvio. L’amore che lanaggioto nutre per il suo borgo, è immacolato e non riesce a comprendere con quale coraggio, il maestro di scuola elementare, può mentire sulla storia della Tonnara, del cimitero di San Giorgio. Il Maestro ha rivelato la sua sudditanza, la sua capacità di piegare la storia all’affare personale. L’ossessione del Maestro Angelo Accordino, si svela e si consuma. La Festa del Santo Patrono, è un richiamo e con l’estate al massimo del suo splendore, una voce  potente, un luogo di divertimento per locali e  turisti. La festa del Santo patrono, per i ragazzi di San Giorgio, ricorda Lanaggioto, era un sogno ad occhi aperti; si svolgeva ogni tre, quattro, cinque anni; quando la raccolta dei fondi era sufficiente.

La processione del Santo, andava in giro per le strade, a visitare gli ammalati e gli angoli più nascosti del borgo; a mare con le lampare ad illuminare il percorso, le altre barche a seguire;

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accendeva la fantasia; dell’odierna è rimasta la statua.  Quella sera, i Palischermi, il San Giorgio ed il Santa Flavia, appaiati dietro la porta del

campo di calcio, sotto la Cattolica, erano adibiti a palcoscenico ed ospitavano la compagnia teatrale del Maestro Angelo Accordino.

L’Alternativa era accompagnata da un successo straordinario, omaggiata dai giornali, aveva ottenuto l’ingaggio per la festa. Lanaggioto in visita serale nel borgo a seguito del fratello Pippo, della cognata e dei familiari, si fermò ad ascoltare. La sera è calda e l’estate ha aperto le porte verso il cielo. La voce scende dal palco di Palischermi, e pugnala alle spalle, lanaggioto; l’invocazione, l’attraversa dalla testa ai piedi e lo tramortisce; la sensibilità gli ha sfilato la pelle della faccia ed il tessuto che gli avvolge il

Cervello, quasi a bruciarlo da una vampata di calore. La verità violata, gli brucia l’anima. Il maestro Angelo Accordino, ha testimoniato il falso.  La tonnara calava per la pesca del tonno. Le barche cariche dell’attrezzatura, venivano spinte in acqua, per calare la trappola per la pesca dei tonni. Il Maestro angelo Accordino, varò la tonnara al grido del Santo Patrono di Gioiosa Marea. Lanaggioto, sbalordito bisbigliò sulle labbra San Nicola! SAN NICOLA è il Santo Patrono di Gioiosa Marea; il Santo Patrono del Villaggio di pescatori é SAN GIORGIO. L’invocazione di San Nicola, gli scoppiò negli occhi e gli occhiali gli si appannarono privandolo della visione. Una bestemmia, l’offesa più eclatante, che una persona possa fare al suo borgo. Lanaggioto pensò che il meno che possa fare una persona ragionevole, è cancellarlo dall’anagrafe.
Il nome di “ SAN NICOLA “ saltò dal palco e gli cadde in pieno petto. La circolazione del sangue,

gli si fermò, le gambe non sapevano dove andare e

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restavano inchiodate al terreno; gli occhi stralunati guardava il palcoscenico e non credeva alle sue orecchie. Avrebbe voluto entrare in scena, gridargli MANIPOLATORE, falso testimone; il teatro è la casa della verità; San Nicola, patrono di Gioiosa, non ha nulla a che vedere con i Tonnaroti.

Lanaggioto, quella sera vide nuda l’anima della bestia; il mistificatore, il falsificatore gli si era mostrato e quel tanto di rispetto che nutriva, di colpo è scemato e se per caso, nelle venute a San Giorgio, vede arrivare la sua alfa, evita d’incontrarlo; a vederlo, gli rivolta lo stomaco.

La verità è della storia e nessuno si può arrogare il diritto di genufletterla ai propri interessi anche se i metodi messi in campo per cancellarla sono stati i più disparati; gli avvenimenti, i più ricercati.

 

 

Il Bar Ristorante Brigantino

 

Lanaggioto, ritornò a casa, dal servizio militare,

stressato e debilitato. La cura di nonna Santa con spremute d’arance calde e zuccherate, sobbarcandosi la rampa di scale fino al primo piano, in breve ebbe ragione; lo mise in piedi ed una mattina,

cercando di recuperare la gioia che gli si era rattrappita nelle guance, e seppure le delusioni d’amici ed amori, gli bruciavano ancora assieme all’esperienza in divisa verde, scese sulla spiaggia e camminando sulla battigia, inseguendo la risacca, raccogliendo le pietruzze colorate, levigate dal tempo e dall’acqua, cercò di riabituare il corpo e la mente alla magìa dell’immensa distesa azzurra. Lanaggioto, cercava di rilassarsi nella culla della sua infanzia, sulle onde del mare che l’avevano ammaestrato a non lasciarsi andare. Lo spirito del guerriero, lo

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spingeva a lottare; lo incitava a sorridere con infinita beatitudine. L’orizzonte che

tratteneva sospese le isole, gli recuperò le forze, l’energia per riprendere il cammino interrotto. La direzione era verso “ petralonga ” ed ecco che ad un tratto s’accorge che sull’arenile, sopra la

costa, si svolgeva attività lavorativa. Il Professore Ennio Salvo, il fratello Pippo, Nino Currò, Filippo e qualche altro, che indegnamente assisteva con le mani in mano e non ha diritto di essere menzionato; non gli sfugge ma la sofferenza a farne il nome è soverchiante; stavano gittando le fondamenta del “ Brigantino. “

 

L’arenile fra il torrente di  Majaru e  petra longa, all’inizio del pollaio di Nino Currò, ospitò il Bar – Ristorante con terrazza sul mare,

mostra d’arte permanente. IL BRIGANTINO “ fu costruito in legno sopra uno zoccolo in Muratura, nel rispetto dell’ambiente e della natura.

Mr. Ciccio Brunone, nipote di Padre Risica, il fu prete del villaggio, emigrato in Scozia e vecchio amico del Professore, venuto in vacanza, si

adoperò nel suo lavoro di Chef e Disc jokey e l’estate esplose con Beatles e Rolling Stones. San Giorgio si svegliò dal sonno dei giusti imparentati e divenne un luogo di turisti e vacanzieri, con

grande anticipo sulla “ Pineta “ e gli altri locali che vennero a schierarsi lungo la strada principale del borgo, e riversarsi sotto gli alberi di pino che assieme a quelli già adulti, cresciuti sotto sorveglianza, si elevavano in lungo ed in largo, oltre la strada che prima ospitava i pali con la corda per stendere al sole la biancheria, u munnizzaru e la pompa a scoppio per evacuare sulla spiaggia il liquame della fogna sempre straripante.

Ogni sera era in festa, la gente dei paesi vicini, accorreva gioiosa, ritrovandosi a ballare fino a

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notte inoltrata, a mangiare e fare quattro chiacchiere in amicizia e leggerezza.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, conversava con gli amici, qualcuno lo rimproverava, gli diceva che le sue idee, i suoi insegnamenti avevano partorito “ COMUNISTI “ ch’erano stati costretti ad emigrare,

comunque a lasciare il borgo. Gli avventori, incuriositi si fermavano; attratti dalla sua figura, dalla sua cultura, chiedevano dei quadri esposti, e poi restavano ad onorare la cucina, la bellezza e la quiete del luogo.

 

Il Professore Barbitta, nel pomeriggio, stava in pausa seduto sulla poltrona di vimini, a giuocare

con i gattini, Chinotto e Tamarindo sulle ginocchia; il cane di casa, il bastardo Black, li

osservava sonnecchiando dalla soglia dell’ingresso che si apriva sulla terrazza e s’affacciava a mare. Il cane meticcio, di stazza robusta, nero con delle strisce bianche sul muso e sugli orecchi, stava in attesa sulle zampe posteriori, in silenzio; sonnecchiava,  ascoltava Carlo Salvo, che alla pianola suonava l’Opera 47. Carlo, fratello del Professore, era un uomo che nel gergo corrente è definito, un inganno, “ nenti mmiscatu cu nenti” che giustificava il disinteresse, l’indifferenza dei fratelli ed ha generato ciarpame. Lanaggioto, con impegno e sofferenza ed a costo degli esigui risparmi, privandosi di qualche libro ed alcune sigarette, riuscì ad estrarlo dalla casa circondariale di Patti, nella quale giaceva per truffa di libri non pagati od altro ed ebbe il barbaro coraggio, di insudiciare le ultime volontà del Fratello, incendiando la baracca di legno che il Professore, aveva lasciato a Santino, con il quale ha condiviso i suoi anni accompagnandolo fino alla morte.

La chiusura del locale con l’alba che tentava di

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uscire dalla notte e diventare mattina, mandava lanaggioto a casa; Black lo accompagnava, camminandogli sul fianco scoperto; dalla parte del prato, proteggendolo dai numerosi cani randagi che bighellonavano sul prato; qualcuno giuocava, la maggior parte, camminava allineata ed in silenzio;

un esercito di mascelle munite di denti aguzzi, dal comportamento imprevedibile. La sua presenza lo rasserenava, il portamento deciso, la grinta appena mostrata, teneva lontano le bestie; i suoi simili sciolti da vincoli. Il suo sguardo era dolcissimo; il suo comportamento incuteva rispetto; un insegnamento per tutti gli uomini; deboli e sfruttatori, per quelli che usano l’intelligenza per imbastire vendette. 

Una sera sciroccosa, la terrazza per ogni lato, ospitava avventori a cena, a bere e fare conversazione in attesa di ballare con la musica che Ciccio Brunone, diffondeva in anteprima nel borgo e divenuta in breve, in voga nel mondo. Lievi folate di vento, aleggiavano sulla terrazza nel nome di Sindona. Il Banchiere che del Vescovo di Patti, Monsignor Pullano era fedele servitore; fondatore della Banca di Messina; che rese industriale la città; scomparso dai suoi domini era ricercato. Una voce, rauca, ieratica, ad un tratto

sequestrò il caldo nei bicchieri di vetro e sopravanzando il volume della musica, si alzò da un tavolo e redarguì lanaggioto, criticandolo per il servizio. Lanaggioto, colpito, sorpreso si girò a guardare chi fosse; non si spiegava di quella critica indecorosa, lasciandolo quasi senza fiato. La conduzione familiare del Brigantino, era sinonimo di igiene, di nettezza; il rapporto d’amicizia che intercorreva con ognuno, non indicava mansioni specifiche, dunque ognuno svolgeva il lavoro che serviva. Lanaggioto, si

dedicava al servizio dei tavoli, in collaborazione

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con il fratello Santino; l’abitudine di scherzare, di chiacchierare con i convenuti, ad un tratto subì l’arresto. Il rimprovero, l’acrimonia di Ciccino Cicirello detto “ u Mocu,” sul mal sevizio praticato in quel locale, sconvolse e ferì lanaggioto, lasciandolo interdetto; un compaesano

di maggiore età, residente nel Settentrione, in vacanza nel proprio borgo, ha il coraggio, si permette d’inveire contro dei ragazzi che svolgono un servizio pubblico. Il guerriero che si era assopito, sfoderò le armi e lancia in resta stava per lanciarsi all’assalto dell’intruso maleducato; un allerta gli squarciò la mente e si trattenne;

invero in quel modo di apostrofarlo, lanaggioto, avvertì qualcosa di rugginoso che sottintendeva a

ben altro e questo lo indusse a riflettere profondamente. La città del lavoro, non può cambiare un immigrato; un figlio del borgo di San Giorgio, non può usare un comportamento nemico; di solito è un abbraccio, un saluto fraterno, un sentimento spontaneo di solidarietà che unisce le persone nate nello stesso borgo, che non si vedono

da anni.

Lanaggioto, tentò di ricordare; non esisteva una ragione di carattere personale; gli era sconosciuta. Gli restò il passato remoto. Il suo comportamento arrogante lo accomunava alla corporazione dei pescivendoli. Lanaggioto pensò ad una rivendicazione; la risposta andava ascritta nell’educazione del padre; un mani di squame, un membro della corporazione degli Squamani. Il primogenito, insomma si ergeva a difensore della memoria del padre; invero un comportamento lodevole. La difesa dell’onore del padre, però non può esimersi dal cancellare la sua arroganza. Il figlio, dunque si era preso la briga, si era incaricato di riannodare il filo biologico del padre, scansando i nodi che lo correlavano. Un atto

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di rivalsa che nel tempo, lo aveva saturato di quest’accidia inusitata. Lanaggioto, dunque raccolse gli anni e nel silenzio, offrì alla ragione una subdola specifica; lo classificò un rigurgito. Il figlio primogenito della cricca dei collaborazionisti dei padroni, sceso in vacanza, tentava di recuperare l’equilibrio che la città gli aveva tolto; dunque era venuto al Brigantino per provocare; non smentiva la natura che gli covava dentro e colse l’occasione, riesumando la vendetta.

Il padre del’lanaggioto, Carmelo Accordino, del comitato per la conquista del cimitero e dei diritti dei pescatori nella tonnara, dunque teneva aperto il fronte. Il villaggio di San Giorgio, è evidente che non offriva  a Ciccino cicirello, altre distrazioni che potessero gratificarlo. Lanaggioto, il secondogenito di Carmelo, non era stato da meno del padre. La guerra alle ingiustizie sociali, la lotta per i diritti della persona e del lavoro, erano stati il suo campo di battaglia; insomma Ciccinu U Mocu, rampollo della corporazione degli Squamani, intendeva scaricare sul figlio del pescatore, la sconfitta subìta dal padre, in un tentativo di perpetuare l’arroganza. I profittatori della povera gente, i servi del potere, restano con la coscienza nera. L’esame di coscienza serve per pulirsi degli errori commessi, dell’arroganza e delle aberrazioni. Il calesse degli Squamani, corre sotto il balcone del palazzo padronale; ha seguito le mosse, i movimenti dei pescatori e va a riferire. I pescatori cercano di alleggerire il proprio lavoro; cercano di sollevarsi di qualche sacrificio. Il Dispensatore di lavoro, tenta con ogni mezzo di mantenere sotto il tacco della scarpa i sottoposti. Gli Squamani gli fanno da tirapiedi, dunque sconfiggere i pescatori è un punto d’onore. I pescatori, non erano che bestie nere, bruciate dal sole, dovevano restare con il capo abbassato;

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la coda nelle gambe. L’acquisizione dei pescatori, dei diritti richiesti, dunque fu per gli Squamani, una perdita di dignità oltre che di potere contrattuale nei confronti della Baronia. Il Milite ignorato, Ciccinu u mocu, in ferie dall’emigrazione è ritornato con il tarlo della vendetta; cercava una rivalsa, inchiodando lanaggioto ai tavoli, disprezzando il suo servizio. Lanaggioto, rimase inorridito. La conoscenza evolve il pensiero; un uomo acquista conoscenza, matura ed esce dagli schemi che disegnavano limitazione di libertà e di diritti. Gli uomini non hanno padroni, sono liberi. Le caste sono state abolite ed il passato non risorgerà anche se qualcuno si illude che possa ritornare con  la stessa identica fedeltà. Lanaggioto, insomma decise non era meritevole di una risposta e ritenne opportuno soddisfare la sua esigenza. Qualche settimana dopo, in occasione dell’uscita del La Testa del Dragone, del Professore Giuseppe Alibrandi, ‘U Mocu rinvenne da sotto i pini, circuendo i tavoli del Bar Capriccio e ritornò, scatenandosi con una critica bavosa alla persona di Peppe; ai personaggi che simboleggiavano le gesta riportati nel libro, e lanaggioto, ebbe la misura del suo valore.

Il male, indugia l’uomo, in un portamento innaturale. La sconfitta è una grave offesa, gli brucia l’anima e cova vendette. L’errore è degli altri, lui non ha sbagliato, dunque tenta di riprendere le redini; intende ritornare a cavalcare, con la mano più ferma ed una dose maggiore di spregiudicatezza. La volontà di dominio sugli su determinate persone, è un blocco ancestrale; la rieducazione che può salvarlo è un insegnamento lento e naturale. 

Il coraggio degli altri, spaventa i deboli e le accuse più insensate, mortificano la ragione.

 

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La conquista del cimitero

 

Le battaglie per la conquista dei diritti di civiltà, di rispetto e dignità della persona, sono cruente ed hanno bisogno di coraggio e questo non si rinviene negli angoli delle strade. Il pescatore Carmelo Accordino, padre del’lanaggioto, era stato membro del comitato per l’occupazione del terreno incolto di proprietà della Baronessa Ruffo, in contrada  Cicero. Questa collina brulla, incolta e ripida, era stata destinata dagli uomini del comitato, alla costruzione del cimitero per il villaggio di San Giorgio.

 

L’anno 1948, un gruppo, in maggioranza giovani, guidati dallo scrittore Ennio Salvo D’Andria, stanchi di trasportare i propri morti nel cimitero di Gioiosa Marea, lontano dal proprio territorio di circa otto, dieci chilometri, costituirono un comitato  ed occuparono la terra in contrada Cicero, ove sorge il cimitero. Il ruscello che nasce nella vallata, scende sulla destra, costeggiava le terre Baronali con il vigneto, a sinistra con l’uliveto, e sfocia in mare; il letto fu la strada maestra che imbastì la corsa dei pescatori verso la collina. I pescatori stavano sulla spiaggia ove pescavano; il suono della Brogna, di Tindaro Agati posto a guardia, li chiamò; le forze dell’ordine, si preparavano all’assalto del presidio. L’allarme emanato dalla conchiglia marina, spinse i ragazzi del comitato, a lasciare i mestieri in mano agli anziani; la sciabica in acqua, e corsero a contrapporre i loro corpi bruciati dal sole e dal sale, agli uomini mandati da quello stato che seppure costretti a dismetterla, indossavano sotto la pelle, la camicia nera. La corsa a piedi scalzi, sulla sabbia, ciottoli e pietre e qualche bestemmia, fu premiante. L’arrivo dei Carabinieri li trovò pronti sul posto, accanto alla bara con la

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figlia della morta. La lotta, sulla brulla collina, era impari. I pescatori accerchiati dai Carabinieri, resistettero; incalzati dal Moschetto puntato in faccia, non arretrarono. Il buio ebbe

l’effetto di mettere a riposo l’arma pronta a sparare, e l’ebbero vinta

 

Il traforo di Calavà che divide le comunità di gioiosa Marea e di San Giorgio, d’inverno, a causa del vento, si trasformava in una barriera insormontabile. Il viaggio  era a piedi, la pioggia e la tramontana,  che scorazza in zona con forza impressionante, trasformava il trasporto dei defunti in un’avventura pericolosa.

I Sagnuggioti,  dunque impossibilitati al trasporto, dovevano trattenere in casa, i cari estinti, anche oltre cinque giorni. La costruzione del cimitero a San Giorgio, insomma  era urgente, un’esigenza prioritaria. 

La morte di Nunziatina, avviò l’azione per l’occupazione della collina di contrada Cicero, di proprietà della Baronessa Ruffo. L’occasione non andava perduta e la bara con la morta fu deposta in una fossa scavata all’ombra di un castagno e posta a baluardo del terreno. Il  presidio era controllato notte e giorno. La Baronia e l’Amministrazione Municipale, allertati dalla corporazione degli SQUAMANI, accompagnati dalle autorità militari, presero visione della situazione ed intimarono ai rivoltosi di uscire dalla proprietà; non accettarono alcun compromesso. L’occupazione, metteva in discussione l’autorità dello stato e del potere  padronale; insomma il principio della proprietà privata, non poteva essere messo in discussione. L’equilibrio delle classi, veniva inclinato e questo poteva creare un effetto disastroso. La misura che teneva a distanza, la testa con le braccia, si accorciava. Quest’atteggiamento ribelle dei pescatori di San Giorgio, creò nella Baronia e nei rappresentanti

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dello stato, un moto di rivalsa che non ammetteva repliche. La classe dominante, Politica e Padronale, non sopportava che qualcuno potesse privarli del prestigio di casta. L’idea che un pugno di straccioni potesse tenere sotto scacco il loro potere costituito, li indusse a reagire con    la forza. Il potere con la fascia a lutto del fascio sul braccio sotto la camicia, ha la necessaria spietatezza di agire con la forza e riportare l’ordine; non arretra ed intanto, opera per vie collaterali; usa la divisione. La delazione è un divaricatore che inietta timore e paura

nell’uomo, nella famiglia, nella comunità. La corporazione degli SQUAMANI ha svolto il servizio con zelo; è parte integrante del potere. La corporazione degli SQUAMANI, specialisti nella materia, camminano rasenti i muri delle case; hanno l’udito lungo e sulla faccia hanno la maschera della morte.

 

La lotta contro le forze dell’ordine, comandati a sedare la rivolta, fu strenua; il coraggio dei ragazzi del Comitato, tenne testa agli assalti dei Carabinieri che con i fucili puntati ed il colpo in canna, intimavano di sparare se non avessero liberato la terra. Il resto degli abitanti che inizialmente si erano mobilitati, fuggirono a gambe levate. Il Comitato non retrocedette un passo dalla bara e vinse la battaglia, conseguì il risultato, ottenne il terreno per la costruzione del cimitero. Gli Amministratori, comunque costretti ad accettare la risoluzione, eseguirono la costruzione, negli anni successivi e con comodità. I diritti dei cittadini, sono affetti da una debole applicazione; mancano di forza e sono soccombenti.

 

Il Comitato di pescatori, con la camicia rattoppata e con i bottoni di diverso colore; i pantaloni con le pezze sul culo e gli ginocchi; e l’intellettuale velleitario, avevano lasciato il segno nell’autorità padronale, negli Amministratori. Gli

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Squamani, collaborazionisti, subirono una disfatta, un affronto personale. La loro dignità fu colpita; giurarono di fargliela pagare con qualsiasi mezzo reperibile sul mercato. I pescatori, invero conoscevano la loro arroganza. La vittoria del cimitero e della tonnara, gratificò i pescatori delle angherie subite; ben presto però cedettero ai ricatti della corporazione degli Squamani.

 

Il Padrone, rimasto insoddisfatto dal lavoro degli SQUAMANI per la piega che prese la situazione, cercò la rivincita. Il principio di proprietà, era

stato messo in discussione. La proprietà del datore

di lavoro, ha il diritto di essere salvaguardata. La corporazione, era stata incapace; non era riuscita ad evitare  l’occupazione della terra ed i pescatori erano riusciti ad acquisirla.

 

Il comitato dei pescatori, non poteva uscirne indenne; doveva risarcire la legge per averla offesa, in un certo senso risarcire il casato, insomma il diritto doveva essere punito.

 

I componenti del comitato, dunque furono  indagati, sottoposti al rigore della legge e costretti a sostenere i vari gradi di

giudizio. L’aiuto degli emigrati fu determinante; i residenti, restarono con le mani dietro la schiena; insomma non furono di alcun conforto; si disinteressarono, rimasero estranei, salvo negli anni successivi, a raccoglierne i benefici costruendo Mausolei per i familiari estinti.

I sobillatori, presenti in collina, invero sono destinati a prendere  bastonate. 

Lo svolgimento del processo supportò i vari gradi di giudizio, ed alla fine i pescatori ed Ennio Salvo, furono amministiati; la riabilitazione, completò la guerra.

I protagonisti  della vittoria, invero furono perseguitati e costretti ad espatriare, alcuni confusi e cancellati.

 

La casta padronale, sia essa terriera, di azioni o

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di altro, ha in testa un pensiero di sopraffazione e  profitto; i diritti dei lavoratori cerca di tenerli in sala d’attesa; li tratta alla stregua di rifiuti nocivi ed al momento opportuno insabbiati. Il modo, man mano negli anni, sotto la pressione operaia organizzata, può ritenersi meno rude, più  sottile e delicato; l’arroganza rimane; non ha perduto la forza dell’ingordigia e prosegue pedissequamente, per la sua strada, a fisarmonica secondo la scala dei valori in campo.

La distanza nelle generazioni, che apparentemente sembrava fosse stata accorciata, continua ad

esprimere un principio di disuguaglianza.

Il  figlio primogenito di u Mocu, evidentemente era rimasto a covare la vendetta.

Il serpente, continuava a mangiare l’intestino di

Ciccino Cicirello, e venuto in ferie, cercava con mezzi arrugginiti, inadeguati, il modo per sanare l’orgoglio ferito; insomma intendeva ribadire la forza del potere; si era messo in testa di recuperare la dignità del padre, e della categoria degli Squamani.

 

Gli anni non erano riusciti ad insegnargli che i diritti appartengono a tutti. Il diritto non è deleterio, fa parte del dovere; e la rivalsa covata è la cattiva luce che illumina la coscienza.

La storia è una lezione da tenere in mente; per alcune persone, è secondaria e visitarla appesantisce la giornata.

La cultura che ogni uomo ha un valore imprescindibile, è un pensiero debole e non ha il significato della vittoria. I dilemmi è più utile lasciarli agli altri; a chi ha voglia di farsi domande.

 

Lanaggioto che ha la memoria della storia, si pone in faccia alla ragione e chiede quale sia il

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sistema migliore per creare armonia nelle persone; gli viene intimato di smetterla con le elucubrazioni. Le persone che tendono ad un equilibrio stabile nell’interesse generale, sono destabilizzanti ed affette da debolezza mentale.

 

Il pasto della storia, a “ Ciccinu u mocu, “ evidentemente gli era rimasto sullo stomaco. La memoria degli altri, lo aveva appesantito e gli procurava indigestione. La coscienza ha bisogno di un profondo lavaggio; non si cura la malattia cercando di sopraffare la storia. La dignità, si

riconquista con il ripudio di un passato infame. Il

primogenito di u mocu, avrebbe bisogno di uno di quei miracoli che oggigiorno si verificano all’insaputa della nostra ragione.

La memoria dell’infanzia è il mattone della costruzione e va preservato, però è necessario che su di esso venga costruita una ragione che possa trasformare l’arroganza, in una fonte di saggia vergogna.

 

La morte per cancro alla gola, del Professore Ennio Salvo D’Andria, avvenuta nel 1975, lasciò in mano ai nipoti, “ IL BRIGANTINO “ che ingegnosamente, pensarono di avvolgerlo nella muratura, provocando di certo, un collasso al terreno sabbioso ed invitando le correnti marine a penetrare nell’entroterra e farne scempio. Il mare, dunque lo soffocò e lo inghiottì nelle sue onde, cancellando il locale, le casette di legno adiacenti e l’arenile compresa la strada.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, riposa nel cimitero di San Giorgio. Il loculo è senza lapide, il nome è scritto a mano sul cemento.

La memoria, a volte è una brutta bestia, seppure si cerca di metterla a tacere, risorge e dice la verità.

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Il coraggio degli altri, spaventa i deboli che inseguiti dalla vergogna, tentano con ogni mezzo di nasconderla. 

 

L’offerta della città.

 

Lanaggioto, assolto il servizio militare, anziché parcheggiarsi all’Università sulle spalle dei genitori, preferì allontanarsi in cerca di un lavoro; insomma è stato costretto ad espellersi dal

suo territorio. Lanaggioto, alla stregua di altri coetanei responsabili e con un pugno di sogni in

tasca da realizzare, insofferente a bighellonare, a

fossilizzarsi nel villaggio semideserto; stanco di partecipare a concorsi superaffollati, di aspettare l’ora del pranzo preparato dalla mamma per la famiglia, ha chiuso libri e curricula nel vano inferiore della credenza di nonna Santa ed è partito scegliendo l’emigrazione.

Lanaggioto, ha l’imbarco alle cinque del mattino; il treno passeggeri, ha le caratteristiche del trasporto di animali. La stazione del villaggio di San Giorgio, a quell’ora del mattino, è disabilitata. Gli occhi gonfi per un sonno a spezzoni, il sorvegliante in servizio, con una lanterna in mano ed a passo lento, lungo la scarpata dei binari, ritorna dal semaforo. Il costone di rocca bianca, nascosto l’ultimo scorcio del borgo, lo ha lasciato con il collo allungato sul finestrino e la speranza a guardare le mani.

La città, ha l’attività per soddisfare i bisogni; concede l’opportunità di ritagliarsi uno spazio nella società. La città, con la supponenza e lo strapotere in realtà, arruolò lanaggioto, a

combattere una guerra senza quartiere ed in principio, la sopravvivenza sopraffece ogni altro desiderio.

Lanaggioto, con negli occhi le onde azzurre, la

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spiaggia con la sabbia di granelli colorati, si è messo in cammino per mettere a frutto i suoi studi, soddisfare i suoi bisogni, le sue aspirazioni. Il lavoro è un mezzo per sentirsi utile e crearsi in questa società, un soggiorno stabile, e che sia soddisfacente. 

 

La civiltà ingabbiata

 

La città è bella e la sofferenza si confonde nelle luci; i cittadini ne fanno l’abitudine; appaiono tranquilli ed il problema pare che sia risolto,

invero cova sotto l’asfalto e se non si ha il rispetto di se stessi, si potrebbero commettere le

più insane e tumultuose azioni; quando scoppia il bubbone, lo stupore attraversa la città per qualche

minuto; nell’occasione, i governanti par che si accorgano del serpente che circola indisturbato.

 

Il Tempione con l’antenna in mano, nega con veemenza, che la città sia in guerra; chi asserisce l’incontrario, lo accusa di essere calunniatore e

sabotatore. La battaglia, invero è in corso e lanaggioto, ha la necessità, l’urgenza di trasformarsi in un guerriero e combattere il nemico. Ogni giorno s’allena per fare fronte alle sue manchevolezze; ha bisogno di non darsi per vinto; non ha alcuna intenzione di cadere sul terreno; ha le mani doloranti, scorticate, ferite ma non si arrende; la sconfitta non gli appartiene. Il bottino di questa guerra, è la conquista del proprio domani, di un’esistenza libera e gratificante. Il ritorno nella casa genitoriale, non deve essere per abbandono. Lanaggioto, lascerà periodicamente, la città; farà ritorno nel villaggio natale, per un periodo di riposo; per trascorrere le vacanze estive, le feste comandate, per la gioia di rivedere i propri cari e gli amici;

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insomma non deve avere le caratteristiche di una  espulsione.

 

La ricerca di un lavoro, l’ha condotto lontano. Ha evitato trappole, combattuto sopraffazioni, subito vessazioni. Lanaggioto non si è piegato; ha percorso ripide ed oscure strade, scalato alte

gradinate e si è  nascosto in palazzi transennati. Lo sconforto, l’ha indotto, perfino a pensare che si sarebbe domiciliato sul marciapiede. L’idea della sconfitta, lo ha tallonato togliendogli il sonno ed il sorriso. Ha calzato, addirittura una

maschera bianca per confondere la morte. Ha la faccia, le ossa; gli organi, gli apparati e

l’anima, martoriati. La necessità d’incontrare i cittadini randagi che popolano la città, gli ha

fatto comprendere che quella non era la sua strada

ed ha deciso di continuare; non aveva alcuna

intenzione di sedersi sui piedi ed aspettare che altri gli dessero i resti dei loro avanzi; non era uscito dalla casa dei genitori per eleggere a lavoro il mestiere del mendicante e non si è fermato.

Lanaggioto, dunque riprende il viaggio e la geometria del marciapiede, lo conduce a scrutare con affanno, una donna con sembiante slave, con una creatura in braccio, seduta sugli scalini della chiesa del Carmelo e la mano sinistra aperta;  attende che un’anima buona gli lasci un’offerta. Lanaggioto spinge la mano in tasca, è un movimento istintivo, un soccorso verso chi ha bisogno. Le lezioni di catechismo, l’esempio in famiglia glielo hanno inculcato nella coscienza; che chi sta peggio di noi, dev’essere aiutato. Lanaggioto ha metabolizzato questo principio e lo segue, e si

muove a sedersi sul terzo o quarto gradino; non ha toccato pietra che lo sguardo pietoso, della donna, s’accende di violenza e lo fulmina. Lanaggioto, per

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non mettersi a fuoco dalla vergogna, rimane con la mano legata alla cucitura della tasca, e con il braccio semiparalizzato, si precipita a scendere, a muoversi e camminare.

La gente, allegra e sorridente, passeggia, si sofferma e guarda le vetrine dei negozi; qualcuno esce dalla rivendita di tabacchi. Lanaggioto, col

passo di un osservatore perditempo, è avvolto in questa confusione; deve prendere una decisione; entra ed esce dalla fila, sfiora giovani, adulti, maschi, femmine; ad un tratto uno spazio vuoto lo

acchiappa e rimane solo. Qualcuno gli sta dietro,

s’allontana, lo tallona; è un altro che non sa dove andare; lo evita e continua a camminare.

L’indifferenza è il male più feroce; un tarlo che mangia l’energia in silenzio. Lanaggioto, non osa

gridare; ha paura di disturbare e prosegue il suo

viaggio. Il marciapiede è ampio ed al centro, un

uomo di etnia  nordica, con la barba bionda, incolta, le mani giunte, sta in ginocchio su dei fogli di cartone; accucciato di fianco, semiaddormentato, ha un cane; un pastore tedesco che apparentemente distratto, apre l’occhio di

destra, a controllare il piatto delle offerte.

Lanaggioto lo guarda, si dice che l’animale è un attore talentuoso; comunque la parte non è usuale; quel fare, invero non è di molti, e sorridendo, prosegue. La strada s’incurva e si lancia in un lungo rettilineo di tavoli e sedie, ed è costretto a fermarsi in prossimità della chiesa di San Giacomo che una motocicletta di grossa cilindrata lanciata in una corsa folle, entra nella traversa che sale ed esce fuori dalla passeggiata, dai negozi e vetrine; pare che vada a sbattere sui paletti che separano le case dalla strada, in un

virtuale marciapiede; per caso, riprende l’equilibrio, non s’ammazza e non commette una strage. Lanaggioto, raccoglie lo spirito che gli

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sfugge dal petto, gli ritorna negli occhi la tragedia di Armando, il compagno di scuola; è salito in sella della moto di un amico; l’ha presa in prestito, vuol fare un giro per festeggiare la fine dell’esame di stato, il conseguimento del diploma di ragioniere; la gioia lo distrae, il pedale della moto si scontra con il marciapiede e la morte lo solleva, lo prende in braccio e lo trasporta oltre il visibile; ha saltato le luci della sera ed è entrato in una dimensione che a tutti o quasi, è dato non conoscere. Lanaggioto, d’istinto alza lo sguardo verso la croce della

chiesa; Armando par che stia aleggiando in un cono di luce vivida e gli lanci un sorriso; è un incitamento a proseguire il suo cammino, a non arrendersi. Lanaggioto, saluta l’amico, il compagno di scuola e riprende con lena il suo viaggio.

Il fumo della sigaretta, scivolandogli oltre la

spalla destra, l’accompagna nei pressi di una

ragazza minuta, con lignaggio e fattezze delicate, di provenienza che può essere dell’Europa balcanica o delle nevi, forse oltre, e sta seduta sulle gambe, all’indiana, con le spalle rivolte alla vetrina di un negozio d’abbigliamento per bambini;

è illuminato a festa ed espone capi d’alta moda. La ragazza, par che sia incollata ai fogli di cartone, ad occhi bassi e senza alcun interesse evidente, strimpella sulle corde di una chitarra classica; accompagna le tenui note con un fil di voce ed all’incontrario dell’altro, non ha raccolto molto nel piatto di plastica che le sta davanti.

 

Lanaggioto, con le labbra secche e la testa a mezz’aria; le gambe stanche ed i passi con la misura del pavimento incerta, ha accertato e catalogato quest’esperienza; ha fatto un bel

camminare per la città ed ha scoperto una variegata umanità dislocata nei supermercati, chiese, banche

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e ristoranti; insomma nei punti strategici della città. I randagi, non sono a regime; dunque non sono sottoposti al rischio di essere licenziati; semmai scacciati; è un buon mestiere. Lanaggioto, seppure è un randagio, non ne ha la capacità; insomma ha compreso che non può fermarsi ad  ascoltare il verso dei passerotti, dei cardellini e delle gazze ladre; le aquile volano alto; le

montagne sono tante e bisogna scalarle per acchiappare la luna; non ci si può perdere nelle valli od all’ombra di una roccia.

Lanaggioto, dunque ha alzato la testa, eretto la

schiena e si è messo alle spalle il degrado; non ha seguito l’esempio dei randagi; ha continuato a cercare un lavoro e seppure le angherie erano

quotidiane, la fatica lo piegava sulle ginocchia, non si è arreso.

Un uomo, una donna, per lo stress accumulato, per

uscire dalla categoria del disoccupato, è costretto

a pagare un prezzo molto alto; la lotta per non morire, è  quotidiana. Uno straccio di lavoro precario, ricevuto con l’intercessione del Santo padrone, è sottoposto  ad un attacco frontale; il sopruso, il mancato rispetto dei propri  diritti,

conducono alla  disperazione. Ogni minuto, incombe il rischio di commettere un reato e finire in prigione; di essere ricoverato in un reparto psichiatrico.

La carta della Repubblica, recita che il lavoro è un diritto sul quale è stata fondata, invero è disatteso. Il Dispensatore di lavoro, con estrema facilità, sfugge alla legge ed il sogno della busta paga, quando arriva ha un ritardo insopportabile; alla firma è decurtata con l’obbligo di accettare altrimenti la porta è aperta. La gente scalpita per entrare.  

 

 

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Il porto di casa

 

Lanaggioto, con gli anni rotti, aggiustati, molto malandati, ha acquisito uno spazio di libertà, una certa serenità.

La lotta è stata impari; i colpi di scimitarra, spari, minacce ed ogni altra mortificazione sono andati a vuoto; l’aria distinta, le feste della Santa, sono state sotterrate nella città vecchia;

il percorso è stato abbigliato con offerte; sigarette di contrabbando, scatole di cartone con  vestiti alla moda e perfino capi di visone. La trattativa è andata avanti tanto che pareva fosse parte integrante del giorno. La gara si è esaurita

per mancanza del pur minimo tentennamento. Lanaggioto, non si è fatto corrompere; non è caduto

nell’imboscata; vi ha opposto una strenua resistenza; fisicamente e psicologicamente, non ne è uscito indenne; comunque la dignità, è rimasta intatta.

Lanaggio, dunque con alcuni giorni di riposo in tasca, uscì dalla SS 114 e varcò il bivio per San Giorgio; il salto, in un decimo di secondo lo riportò indietro di oltre vent’anni; il clima si era vestito al bello e cambiato dalle scarpe al cappello; lanaggioto si sentì bellissimo ed entrò in un territorio paradisiaco.

 

Il male della città si era sciolto nelle gocce di salsedine di una brezza leggera che dagli scogli della gargana, con lievi spruzzi d’acqua scivolava a riva. Ogni movimento si era liberato di ogni pastoia e quasi per intero eliminò i legami che lo trattenevano in città.

Lanaggioto, tolti i vestiti duri, grintosi, malavitosi, arroganti della città, è sceso in acqua; nuota ed affonda nelle alghe, sotto gli scogli, nelle grotte naturali, nella sabbia bianca.

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Lanaggioto, nuota leggero, con armonia; le castagnole gli fanno la guardia e gli girano intorno fino allo spasmo, per liberarlo delle scorie cittadine, solleticandogli i fianchi con le labbra; si spinge a nascondersi, a mascherarsi nelle troffe di alghe, assumendo un sembiante che solo la natura riesce a confezionare.

 

La Gargana, lo accolse sul suo tappeto morbido di sabbia bianca e con grazia gli mostrò a bivalva, il grande mollusco che coltiva in casa. Lanaggioto, vede la Pinna nobilis, ergersi dalla sabbia con qualche alga verde, tenera, fascinosa che si muove al flusso della corrente ed adagiandosi su un

fianco a riposare, con un sorriso sereno, l’osserva danzare, ritemprandosi la vista. Il luogo è bello, il porto nel quale si vorrebbe attraccare; è un grande cortile luminoso, tappezzato di fiori e di una fauna colorata; ha il cancello aperto e lo accoglie con gioia; gli apre le porte di casa, ed entra nel borgo dove ritorna e questo gli ridà il coraggio della dignità, insomma lo rimette in piedi.

 

Il Santo guerriero

 

Lanaggioto è un  guerriero e sebbene gli sia stato raccomandato di stare tranquillo, ha seguito il sentiero di famiglia. L’esperienza personale è quella che vale e continua con orgoglio il suo viaggio.

Una casa con giardino, nel villaggio dove è nato, comunque rimane un segreto desiderio; un sogno.

 

Lanaggioto, ha un legame indissolubile con il borgo di San Giorgio; la  frazione di Gioiosa Marea nella provincia di Messina; il suo villaggio, è l’unico che resiste ad ogni intemperia, ad ogni male

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d’esistere; è il guaritore della sua esistenza e

non esiste compromesso che possa minare la sua appartenenza. I Sagnuggioti non residenti, che sono stati costretti ad  emigrare altrove per lavoro, sono  comunque presenti; tengono  il borgo, ogni casa, strada, vicolo, orto,  negli occhi. Lanaggioto, dunque ogni volta che ritorna e lo vede soffocare sotto la speculazione e l’incuria degli Amministratori, l’anima gli si scora; il suo assetto psicologico è stravolto e ne soffre in modo indicibile; la sofferenza gli fa scoppiare, le carotidi e giuculare e lancia un  grido di bestia ferita contro i Rappresentanti locali,  correi del misfatto; non riesce a trattenere la rabbia del guerriero e fra i denti bofonchia della necessità di comprare un lanciafiamme e

metterli a fuoco. Lanaggioto, invero non è un violento e non ammette questa procedura; si corregge ammonendoli che saranno chiamati a risponderne; che un giorno, in faccia ai figli, non abbiano a vergognarsene.

 

La speculazione edile, si è vestita della politica,

ha preso ogni spazio ed ha demolito la storia dei pescatori di San Giorgio; ha tirato fuori dai magazzini dov’era custodita, la tonnara. Le barche, i palischermi, galleggianti ed ancore, furono sparsi lungo il margine fra il prato e la spiaggia. I relitti, abbandonati all’incuria, lasciati all’addiaccio, coperti di sabbia e di spine, mostravano il degrado mentale degli amministratori e degli abitanti, a turisti e passanti. Lanaggioto, accorse chiamandoli per nome, salutandoli, cabanenna, muciara, burdunaru, caiccu, uzzittu, San Franciscu, cercando di dar loro il conforto della storia.
Il giorno di una gara di gokart, la prima che si svolgeva nel borgo di San Giorgio, con accortezza e determinatezza, un fantasma, una mano invisibile, nel disinteresse più assoluto, vi appiccò il fuoco.

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I Palischermi della tonnara, il San Giorgio ed il Santa Flavia, nel giro della durata della competizione, erano avvolti nel fumo. Un falò all’ignoranza che si consumò in una nottata; l’alba accolse i camion dei vigili del Fuoco, con gli ultimi bagliori misti a fumo nero che si levavano dai vecchi palischermi; il sacrificio era stato compiuto.
Lanaggioto, non ha dubbi, è convinto che la

speculazione è stata l’arma con la quale l’impresa

politica ha cancellato la bellezza della natura; l’attività politica, alleata con l’impresa ha degradato la libertà di scelta, riducendola all’accettazione del danno minore; invero la

comunità, si è arresa al malaffare, lasciandosi stuprare nel silenzio del peccato. L’impegno sociale del Professore Ennio Salvo D’Andria, grida alle loro coscienze. Il coraggio degli altri spaventa i deboli e la dimenticanza, si trasforma in acqua santiera che lava la faccia; il processo è

imbastito; non è la salvezza. Il Maestro Angelo Accordino, nega la storia, invero non ha la forza della memoria. Il cane abbaia; è un delatore, un parassita che s’ingrassa arrampicandosi sui cartelloni; si nasconde nelle stampe; lo specchio lo tradisce; la memoria mostra agli altri il coraggio che gli manca. La storia del borgo di San Giorgio, è fatta del sano coraggio, della lotta di alcuni e la vigliaccheria di molti. La storia è la costruzione di avvenimenti e di uomini; appartiene a chi ha conquistato la libertà, la democrazia. La memoria esplode, è la principale testimone d’accusa. La storia del borgo, è quella della tonnara, del cimitero. Gli uomini hanno bisogno della verità e verrà alla luce. Gli uomini che hanno scritto, la storia del borgo di San Giorgio; la tonnara per campare, il cimitero per riposare,  non possono essere sconfitti dal Maestro Angelo

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Accordino e dalle persone che ignorano la storia e gli vanno dietro ad ascoltare la messa domenicale. Il mistificatore non può cancellare la storia. Lanaggioto è un guerriero ed ha il coraggio della memoria per sconfiggere l’insetto deturpatore.

 

Lanaggioto, è conscio che la speculazione edilizia presenta l’arroganza mafiosa conosciuta; dunque

chiama in causa la legge e gli s’annebbia la vista. L’impresa della politica ha occupato senza rispetto, il territorio, perpetrando un saccheggio umiliante; hanno costruito in ogni orto. I cittadini residenti, accettano l’illegalità; sono

collusi, non hanno rispetto, dignità.

Le Amministrazioni hanno una concezione della gestione della cosa  pubblica, privatistica, lanaggioto, osa dire personale. I cittadini sono indotti a pensare che non ci siano mani affidabili, pare che siano colpiti da un cancro non debellabile. Le autorità preposte al controllo, operano con una leggerezza inaudita; consentono privilegi ad alcuni e li negano ad altri, manipolando leggi e regolamenti in materia. La miopia, naturalmente è indotta, dunque  non può rifiutarsi di accettare vasi di terracotta, ceramiche di pregio. Il rischio è calcolato ed è diventato un titolo di merito. Il cittadino indagato, quello in attesa di giudizio o condannato in via definitiva, ricorre alla politica per mettersi al riparo dalla pena; è ritenuto un cittadino alla stregua degli altri, occupa perfino lo scanno parlamentare; è chiamato Onorevole ed ha una fedina penale più nera della pece. La legge ha l’olfatto atrofizzato, gli sfugge l’odore e quando qualche Magistrato arriva, è molto tardi e non è raro che il legislatore, abbia provveduto a svuotarla della pena; e dunque è incluso nella classifica dei velleitari; è dichiarato sprecone di

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soldi pubblici ed apostrofato con l’epiteto di

coglione.

 

Lanaggioto insomma è convinto che la guarigione, è un affare in mano allo stato. Il popolo sovrano, è la somma dei cittadini; ha il potere di togliere il mandato ai suoi Rappresentanti che vanno all’incontrario; invero ognuno ha imparato a dire

che l’uno vale l’altro ed in segreto, si tengono  il petulante in casa.

Questa politica che si fa giuoco delle regole, conduce alla frantumazione della società civile. I cittadini perdono la propria identità; i più si adeguano e sfruttano la  disgregazione; gli altri

soccombono. La legge derivata dal potere della

politica, perde l’efficacia del principio; ed ognuno usa la forza animale per regolare la convivenza con gli altri. Questa società è segnata; il tarlo la roderà e sarà distrutta. La memoria cercherà di raccogliere i cocci e rimetterli al suo posto; non sempre però è conciliabile con i canoni che si vorrebbero e qualcuno ne pagherà le conseguenze. Il conto,  sarà a carico della cittadinanza che lavora, s’arrovella e paga le tasse.

Lanaggioto, ha combattuto una guerra in città e conosce l’orrore. La città è ostaggio delle armi e la disgregazione del tessuto sociale non salva nulla; a non perderci, sono i farabutti ed i fannulloni.

L’Onorevole Leptognulo

 

Un giorno, il borgo di San Giorgio, si è visto recapitare un grosso serpente con scarpette e grosse mascelle; uno sguardo intorno e si è messo all’opera. Il progetto era ben oleato, portava impresso il marchio dell’esercito della

SPEDILITICA.

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Il Leptognulo  calcò con gli scarponi sporchi della terra dei viottoli di campagna, la strada di mare, le traverse delle case: in piazza Ravel, all’ombra del pino, i Sagnuggioti bivacchiavano. L’offerta di un caffè li trascinò al bar della signorina, dunque afferrò una sedia e si sedette nel terrazzino, con la possanza del padrone.  

Il  Leptognulo, è una specie subumana a forma di vescica, riempita di acqua fetida e frattaglie animale. La contrada dell’Acqua Santa, l’aveva allevato con amore ed è stata costretta a farsi la croce per ben tre volte quando è esploso dal cumulo di letame; l’ha visto strisciare sotto lo steccato

e rotolare verso il mare. La pattumiera della casa

colonica di colpo si sgonfiò, e mise in apprensione i terreni, l’orto dietro casa. Le braccia dei genitori del Leptognulo erano vecchie e stanche; il lavoro dei campi era duro ed aveva bisogno di nuova energia. I figli miravano ad un assemblaggio degli anni, diverso, molto differente di quello dei genitori ed il Leptognulo che trafficava coi santini fin da bambino e mangiava qualunque pianta gli capitasse, combustibile ed anche non proprio tale, ben presto li sorpassò in larghezza; dunque costituitosi una bella circonferenza, s’avviò a conquistare la terra di mare. Gli uccelli alla vista di quel mostro, evitarono gli alberi che insistevano nelle vicinanze e volarono sulle montagne, le lucertole ed i serpenti s’alzarono dall’erba, di oltre tre spanne. I toponi gli andarono dietro senza fiatare.  

Lanaggioto, chiama Onorevole, questo animale che fa il politico, per distinguerlo dagli uomini perbene; dai lavoratori. Questa specie è divenuta incombente, nel panorama sociale, straziando tendini e legamenti che tengono in piedi i villaggi e le città.  

Lanaggioto, ha una predisposizione a riconoscere

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questa specie animale; gli basta uno sguardo. Lanaggioto, conosce il male e non vuole che altri ne abbiano a soffrire; a qualunque specie appartengano.

La bontà dell’animo è un dono che non va disperso. Lanaggioto, dunque reputa degradante, che le persone si offrano a sacrificarsi per un essere immondo ed addirittura, lo ritengano un regalo mandato in loro salvezza. La gente di San Giorgio, insomma ha colto l’animale a braccia aperte; la sua faccia nascosta nella borsa della posta, ha mostrato un gran sorriso; e l’hanno accolto alla stregua di un parente migrato all’estero, di

ritorno al villaggio. L’animale non è del

villaggio; l’hanno accettato senza conoscerlo ed elevato a rappresentante politico con la leggera allegria che la caratterizza.

 

Lanaggioto, era insofferente, le mura di casa gli stavano stretti; aveva necessità di crearsi la propria libertà; insomma aveva bisogno di camminare con i propri piedi; conoscere e confrontarsi con la società. Il villaggio gli restringeva l’orizzonte e fra un viaggio d’approccio al lavoro, un inseguimento amoroso, una scorribanda in città, di ritorno, venne a conoscenza dell’animale ed incontrandolo al Tabacchino di Giuseppe,  per scherzo gli disse che cercava residenza, nel villaggio di San Giorgio. L’animale, col piglio del padrone gli rispose che non gliel’avrebbe concessa; i suoi precedenti, non erano raccomandabili, anzi lo relegavano negli indesiderabili.

Lanaggioto, alcuni anni prima, a seguito del Compagno Carmelo Mobilia, si era  candidato nel partito comunista a riempimento della lista. La politica lo vocava nell’idea. La costruzione di una società diversa, più equa, il soddisfacimento dei bisogni delle persone, era il suo pensiero

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preminente; scontrandosi naturalmente con la

realtà. Lanaggioto coltiva una visione della società, familiare. Lanaggioto dice che i diritti ed i doveri appartengono a tutti; i privilegi a pochi, dunque arrotolò l’idea di un’organizzazione degli uomini che l’uno aiuta l’altro, in un mutuo soccorso. Lanaggioto, non ambiva a poltrone; non chiedeva benefici. Il lavoro è l’utilità che gratifica la propria esistenza; le battaglie, sono combattute per mitigare il sistema e soffrire di meno. L’impegno sociale, è il sostegno alla comunità, insomma ognuno partecipava in piena autonomia, secondo la sua disponibilità e senza

alcun obbligo. Il rispetto è la ricompensa d’aver

lavorato nell’interesse di tutti. La voce arrogante del padrone, lo infastidiva e la rigettava. La comunità, ha bisogni elementari che bisogna risolvere. La ricerca, è la soluzione da applicare; in fratellanza, si vaglia l’urgenza. Il ragionare comune, emette una equa decisione. La decisione approvata dai soliti quattro, non è ritenuta buona. La discussione, evolve se partecipata, altrimenti non rientrasse nei canoni della democrazia. Lanaggioto, insomma respinge una decisione scaturita da poche teste. La camera caritate, contiene aria stagna che si vizia ed induce le menti a perdere lucidità. Lanaggioto, aveva principi liberi, semplici, chiari, e soffriva quella condizione. L’esperienza accumulata a seguito della gioventù delle Acli, era stata esaltante; ci credeva e si era speso con ogni energia; l’ordine improvviso di rientrare nel cortile di casa, gli spezzò la schiena e per  la depressione e la delusione, decise di non entrare in organizzazioni o partiti. Gli ordini non hanno un elemento pacifico; sono una sopraffazione. Un impegno non s’interrompe; bisogna portarlo a termine altrimenti non è valso a nulla. La

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criticità del rischio non autorizza ad interrompere l’azione, anzi ha il significato di un abbandono per vigliaccheria. La soluzione di usare le persone a guisa di uno strumento e poi abbandonarle, crea un danno ulteriore alla precaria condizione che si voleva risolvere; è il tradimento del principio. Lanaggioto, amava la chiarezza, esprimeva la propria opinione spiegando la radice del suo pensiero; non era una polemica, e quando la sua posizione veniva travisata adducendo un  interesse personale, saltava sulla sedia e sui piedi, ed infuriato, s’abbatteva sulle ante delle finestre e della porta. Lanaggioto, insomma esige la

correttezza. Il buon viatico per la soluzione dei

bisogni di ogni persona, non è una corsa per sedersi al tavolo di comando. La lotta per il benessere della comunità, non ha per coppa la poltrona. Lanaggioto, nella sua militanza ha corso con tanti coetanei; la convinzione di saltare sul tavolo, addirittura oltre il palco non l’ha mai sfiorato; ne ha scorti parecchi a ridosso del vialone; gridavano e non si esponevano; mostravano la bandiera verificando la popolarità. Questa pubblicità è un inganno e Lanaggioto se ne crucciava; insomma il loro comportamento esprimeva una sudditanza interessata che indusse Lanaggioto a ricredersi. La loro passione era macchiata del conseguimento dell’interesse personale, dunque ha deciso di coltivare la sua idea camminando a fianco delle persone, praticando l’esempio. Lanaggioto, è convinto che la faziosità, nasconda il timore dell’individuo, d’essere scoperto con le mani nella patta; questa mancanza di dignità lo infastidisce. Lanaggioto crede nell’intelligenza e dunque ogni

persona ha la propria idea ed anche se non è uguale alla propria, ha diritto al rispetto. Ogni pensiero è personale; esprime la propria cultura; gli altri, quelli che vogliono imporre il loro pensare, sono

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integralisti, fanno danno e mancano della civiltà della democrazia.

Lanaggioto, insomma non ama i fanatismi e si allontana, coltivando per proprio conto, il diritto degli altri.

 

Lanaggioto, il compagno candidato, comunque ebbe l’occasione di dire ai suoi compaesani, che il comportamento tenuto negli anni, non si addiceva alle persone dignitose, dunque li chiamò al coraggio ed al rispetto degli altri. Il discorso pronunciato dal balcone del palazzo della posta in piazza Ravel, fu molto applaudito. I Sagnuggioti,

accettarono i suoi rimproveri, le sue accuse;

riconoscevano che corrispondevano alla verità. Il sermone, invero non cambiò il loro pensiero; gli risposero che non potevano votarlo perché comunista. Lanaggioto, conosceva il loro costume e non se ne meravigliò; la mattina del giorno dopo, s’imbarcò sul solito treno e riprese il suo vagabondaggio; era già lontano. Il tentativo, comunque aveva conseguito un risultato. Il partito se ne era avvantaggiato, qualcuno aveva ritrovato il coraggio, il rispetto di se stesso.

Lanaggioto, dunque ebbe la misura del cervello dell’animale; gli venne spontaneo, inchinarsi ed apostrofarlo con sarcasmo, Onorevole  e con un

sorriso beffardo, s’avviò verso la spiaggia, il mare, inseguito dall’Onorevole Leptognulo.

Lanaggiato, accelerava il passo cercando di distanziarlo additandolo con Isso, secondo l’espressione di disprezzo che usava il padre,

verso i lestofanti, agli alti pini, agli oleandri, alle gazze ladre che nel frattempo avevano colonizzato la pineta, ai margini dei cassonetti, strasbordanti di spazzatura.

 

L’Onorevole Leptognulo, dunque ha estratto dalla

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borsa della posta, il beveraggio di erbe della valle del Saleck che la madre, aveva raccolte, impastate e filtrate, e con la complicità della compagnia delle opere sante, lo distribuì casa per casa, ottenendo così il consenso degli abitanti del borgo di San Giorgio. L’Onorevole Leptognulo, elargendo santini colorati, ha occupato lo scanno assessoriale, ed avviò il programma di sviluppo caotico e speculativo, che stravolse il borgo di San Giorgio, sottoponendo il territorio al saccheggio, rendendolo irriconoscibile. Il postino che col Santino in mano, dichiarava d’operare nell’interesse della comunità, del bene pubblico,

dunque è stato accettato dai Sagnuggioti.

La SPEDILITICA, il sistema speculativo della politica, ha premiato l’Impresa del Leptognulo, promuovendolo sul campo, munendolo della licenza media e remunerandolo con il diploma di geometra.

 

Lo Studio di progettazione, offrì al cognato appena diplomato geometra, un posto di lavoro, alla giovane cugina,  quello di segretaria e ad un paio di amici, tecnici professionisti, la subalternità della politica. L’Onorevole Leptognulo, con un’enorme targa d’ottone, coprì il muro portante dell’ingresso dell’appartamento del primo piano del palazzo ed onorò la famiglia. La scritta “Geometra Leptognulo “ ed il marchio di una gallina che per becco aveva una proboscite, completò l’opera.

 

Lanaggioto, insomma aveva bisogno di disperdere la rabbia per l’ingenuità, l’incapacità dei compaesani, a non comprendere che la vescica fetida, li stava circuendo.

Lo studio del Geometra Leptognulo, ingabbiò contadini e pescatori acquisendo la proprietà del borgo e della collina. Il lavoro è

ritenuto una regalìa, dunque i lavoratori, la

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maggior parte non regolarizzati, con uno stipendio sotto i parametri sindacali, quasi dimezzato e ricevuto con mesi di ritardo, per non subire il licenziamento, sotto ricatto, si sorbivano improperi e minacce; insomma mangiavano con il silenzio sulle labbra.

 

Gli acquirenti degli appartamenti, compravano la casa sulla carta, anticipavano la caparra od addirittura cominciavano a pagare il mutuo ed attendevano la consegna dell’immobile, perfino  per anni. Quando pensavano che la passione fosse giunta al termine ed avveniva la cerimonia della consegna

delle chiavi, le scale d’accesso all’appartamento,

non esistevano; le costruzioni del piano terra, avevano da tracciare la strada e riprendevano una salita ancora più ripida e tortuosa. La promessa che avrebbe integrato loro, quanto in progetto, li costringeva ad ingoiare il rospo. L’anticipo sulla parola, scomparso, negato. Le cambiali che secondo il concordato poteva incassarle dietro l’autorizzazione, ed alla consegna dell’avanzamento dei lavori, con una furbata, il Geometra Leptognulo, l’aveva scontate; gli acquirenti, esasperati, con il miraggio della casa, erano costretti a pagare e non subire l’onta del protesto; insomma vessati, sottoposti ad un’ulteriore gabella, per eliminare l’ultimo ostacolo, accettavano l’impropria richiesta di denaro che correlava il rogito. La mattanza, anziché nella tonnara ch’era stata sfrattata e buttata ai margini del prato, veniva eseguita sul borgo, senza che una voce si alzasse a chiedere rispetto. Il deturpamento della bellezza del villaggio, insomma non ha sollevato, nei Sagnuggioti, alcuna  indignazione.

 

I Sagnuggioti, dunque continuavano a camminare  nel

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vecchio tracciato che gli anni avevano segnato senza discostarsi di un metro quadrato.

 

Lanaggioto, è convinto che esiste un modo per salvare questa società imbarbarita; basta che

ogni individuo sfoggi un pizzico di coraggio e crei quella barriera necessaria per respingere in

gabbia, l’animale; invero ognuno sta alla finestra.

  

L’ANCORA NEL GIARDINO DI CASA

 

Lanaggioto, dopo un lungo e largo giro, è  approdato nella città di Milazzo ove risiede e

lavora quale Tecnico Sanitario di Radiologia Medica

presso il locale presidio Ospedaliero. La città, rinomata per la fiorente agricoltura e la coltivazione dei gelsomini, per scansare la disoccupazione e l’emigrazione, ha contrabbandato, l’industria  del profumo, con quella della Raffinazione e dell’energia, ed ha ricavato, un inquinamento mostruoso, che dal sottosuolo, arriva alle stelle. L’Impresa politica cittadina, in parità con le altre comunità, è impegnata a costruire porticcioli, costruire fontane nelle piazze, imbastire lavori per fare parcheggi, continuarli a singhiozzo, recintarne lo spazio e lasciare alle intemperie, l’onere di completarli e magari fare incollare sui muri cartelloni pubblicitari con la scritta: “ Abbiamo mantenuto la promessa, “ ed accetta senza condizioni i fumi, le polveri nocive, i residui dei prodotti industriali; ha messo le strade sossopra, recitandole con le strisce colorate indicate dal codice, lasciando

che i lavori in corso, intasino le altre, abbandonando la pulizia, perfino della villa comunale. Gli insetti, le zanzare tigri, ne hanno preso possesso e gli abitanti che cercano sotto gli alberi, refrigerio alla calura; i bambini, spazio

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per giuocare, rischiano di uscirne sfregiati; le blatte, dell’ampio marciapiede ne fanno un tappeto orripilante; dell’Ospedale che determina la salute e decreta l’onorabilità della città, non mostra alcun interesse; subisce senza dire una parola sulla linea organizzativa e  gestionale anche se

non garantisce il futuro della popolazione; lascia che altri ne disegnino l’attività; invero organizza le notti bianche su enormi montagne di spazzatura, nell’odore nauseabondo, con il risultato di sperperare denaro pubblico ed appesantire, oltre la salubrità, la viabilità cittadina.

 

Il Sindaco si proclama Governatore del Fare; i

collaboratori responsabili dell’Impresa politica, interpellati, per l’insistenza rispondono infastiditi, con sufficienza, che hanno mantenuto le promesse; dichiarano che tutto è sotto controllo. Il cancro ai polmoni è un evento inevitabile; le donne, insufflate, alimentate dalle polveri nocive, aggredite dai veleni, abortiscono, mettono alla luce creature malformate; i vigili urbani in strada a dirigere il traffico, sono sottoposti ad un quotidiano inalare di polveri sottili; una convivenza con la chemio che non risolve; i malati terminali, con sofferenze atroci, restano chiusi in casa a covare la speranza, che presto venga la morte e li faccia respirare. La morìa di queste persone dimenticate, insomma continua nell’indifferenza più totale. Le indagini epidemiologiche, hanno un tempo di gestazione molto lungo, sono in corso, non riescono a varcare la soglia della luce, comunque sono alterate da una strumentazione antiquata; insomma un’occasione per ripetere le promesse. Il viaggio sulla pelle della gente, non cambia direzione, ed allegramente riprende. L’impresa politica, invero è un modus

operandi dei lestofanti; manipola i fatti, corrompe

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la giustizia e la sentenza emessa è assolutoria, in barba all’innegabile  evidenza; è un cancro capace

di creare Manager, Medici che attentano alla salute

delle persone; sfruttano la malattia del paziente per gonfiare il portafogli. La salute, non è un animale che mangia per fame, è un’industria che inghiotte per ingordigia, pazienti e famiglie.

L’Impresa politica, ha scacciato l’anima, ha intrufolato le mani in ogni struttura pubblica, si è eretta a Padrone e fa affari, sfrutta le risorse derivanti in modo privato, costruisce comparaggi e  profitti, mantiene sotto minaccia, mortifica le professionalità; i collaboratori sono costretti a

misurarsi con apparecchiature obsolete, sistemi

elettronici sorpassati che quotidianamente vanno fuori uso e restano inutilizzabili a tempo indeterminato. Il dubbio che i  contratti di acquisto e servizio siano stati stipulati con accordi sottobanco, correlati da qualche regaluccio, assilla ed indigna lanaggioto; i luoghi di lavoro sono carenti dei più elementari principi d’igiene e soggetti a sbalzi di temperatura che colpiscono gli operatori e minano, la precaria salute dei pazienti; i lavoratori, tecnici ed infermieri, inoltre hanno a scontrarsi, con l’arroganza di alcuni medici e la maleducazione di altri; i Primari, inquadrati nell’ottica Aziendale, non tutelano il rispetto del lavoro, della persona, e li accompagnano con l’esempio; eroga ai Cittadini un servizio insufficiente, col risultato scontato, che abbiano a rivolgersi allo studio raccomandato, col portafogli in mano.

Lanaggioto, è provato nella mente; gli hanno rubato l’amore per la professione e seppure non si arrende, l’insoddisfazione gli taglia le gambe, constatando che le denunce, le ispezioni annunciate con largo anticipo, sono buone solamente a produrre pile di carta, ed inoltre è costretto a combattere

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una battaglia quotidiana con l’orologio timbratore;

per evitare che gli venga addebitato uno, due minuti anche se la mattina è entrato in anticipo;

aspetta con il cartellino in mano, che scattino le quattordici, all’incontrario di quelli con la casacca griffata che sono ritenuti affidabili e fanno altro; ne fanno a meno e risultano presenti. L’attesa è stressante, non scorre, inoltre ha l’aggravio di ascoltare, una pressante, quotidiana, richiesta del sensale, Medico Nefrologo Parisanti.

 

La bretella del lungomare che scorre lungo il margine del prato e la spiaggia, ha ospitato i

Palischermi e le barche della tonnara disegnando

una cornice di legni in decomposizione, semisepolti dalla sabbia, coperti di erbe e spine; altre barche e palischermi, sono andate in pasto alle fiamme; i galleggianti, gli attrezzi, le ancore del millequattrocento fatte arrivare dalle fonderie Inglesi, sono andate ad abbellire i giardini di casa; i resti, scampati agli sciacalli, sono stati ingabbiati, raccolti in una rete di plastica e lasciati a decantare  sul prato, mantenendo in qualcuno la speranza di potersi approfittare.

Il Medico sensale, ha il giardino nella villa in campagna, sfoglio di reperti, sguarnito, dunque  desidera riempirlo con un’ancora della Tonnara.

Lanaggioto è Sagnuggiotu, non è il custode e tantomeno il venditore, dunque  è senza titolo per trattare. Il Medico sensale è a conoscenza del saccheggio; gli manca la conoscenza giusta, l’aggancio e cerca un tramite per arrivarci.

 

Lanaggioto, conscio che la società odierna, si regge sull’apparire e dunque un ulivo robusto, antico e carico di frutti non è richiesto per l’olio buono che ne può ricavare, bensì per ornamento e lo trapianta nel giardino di casa,

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non si meraviglia della richiesta del Medico. La nostra esistenza, è una lotta continua e la radice del male è nell’ingordigia. La storia è la memoria che indirizza l’uomo verso la civiltà; una lezione alla saggezza., invero la guida è la saccenteria. 

 

Il Comune di Gioiosa Marea nel quale insiste la frazione di San Giorgio, ne è responsabile. Lanaggioto, studente di Ragioneria, lanciò l’idea di distaccarsi da quel Comune ed autogestirsi; non allettò le teste gloriose del borgo, anzi ne risero con sarcasmo, dunque la richiesta d’autonomia, è stata scartata; quando la tonnara non è stata più

calata ed ancora le barche, i palischermi e gli

attrezzi della Tonnara, erano custoditi nei magazzini, la richiesta di creare il Museo, non ha attecchito. I SAGNUGGIOTI, hanno preferito giuocare a mosca cieca, con l’intento che il borgo finisse per perdere la memoria della sua storia. Lanaggioto, non ha mai accettato questo comportamento; le generazioni che verranno, debbono conoscere la storia del loro borgo. Il sapere, è la dignità dell’uomo di camminare con la testa alta. I loro padri, invero hanno vergogna, temono la conoscenza e cercano di cancellarla.

La verità è la correttezza della ragione e se si vuole manipolare, trasformarla, diventa una bestia con le corna. La storia, non si può cancellare. Lanaggioto non è un Professore; è un autodidatta, la scuola l’ha lasciato insoddisfatto; ama la verità e combatte a che essa possa trionfare, anche se a rischio di essere apostrofato con l’epiteto di arteriosclerotico.

Lanaggioto, mira e farà tutto quello che potrà a che resti la memoria e non vada perduta; si rammarica, rasenta l’indignazione verso i ragazzi che ritengono il passato, un peso insopportabile; che la maggioranza dei Sagnuggioti, continua a

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restare chiusa nel proprio orto a coltivare l’abbandono; non si sono accorti che il

villaggio è morto; è stato occupato e caduto in mano insane.

Una mostruosa filiera di costruzioni a cuccia di cane, adibite a civile abitazione, è entrata a forza nella vecchia struttura delle case nuove; ha preso posto a ridosso della scarpata della ferrovia. Il Sagnuggioto, con la vergogna che gli fuoriesce dalle tasche, preferisce passeggiare con le mani sulla schiena, a testa bassa per non guardare lo sconosciuto che gli passa accanto; la domenica andare in chiesa, confessarsi e ritornare

in strada, a scambiare quattro chiacchiere sotto il

pino di piazza Ravel, sui sedili a lato, ridere e scherzare  senza che nulla possa fargli cambiare postura; continuando a camminare, con la solita indifferenza. 

Lanaggioto, stanco della persecuzione del Medico sensale, mortificato, non sa che rispondere; ad un tratto gli salta sulla bocca una provocazione, e gli dice: “ ora che l’estate è agli sgoccioli, la sera scende prima ed i turisti sono partiti, vada a San Giorgio con il SUV ed il carrello; prenda il suo trofeo; può sopperire alle braccia ed alle gambe di sei, otto tonnaroti, con una grù e portarlo a casa; è la sua grande occasione; vedrà che nessuno se ne accorgerà e se qualcuno dovesse incontrarlo, stia tranquillo, ha gli occhi ma non vede; non farà caso a lei, non la disturberà è in compagnia della noia.

 

Lanaggioto, ha con il villaggio di San Giorgio un legame a prova d’usura, che non si può mai scindere. La mattina della partenza avvenuta dalla stazione ferroviaria, Cola Garito detto Marotta, in servizio quella mattina, gli offrì il suo saluto; apparteneva alla compagnia del padre. La

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familiarità con Lanaggioto, gli era di conoscenza; dunque gli fece presagire una partenza, non una fuga. Cola Marotta, capì che il borgo lo limitava ed abbracciò lanaggioto, con affetto. lanaggioto non sarebbe rimasto a bivacchiare, Cola lo sapeva e seppure con gli occhi velati di tristezza, fu contento della sua partenza e salutandolo con la mano sinistra, gli augurò, buona fortuna.

 

La barca a vela

 

La città di Milazzo, dista da San giorgio, circa venti minuti d’autostrada ed una domenica, con i

panni stesi al sole e con la speranza  che l’inquilina del quinto piano, non li rilavasse con l’acqua dei suoi,lanaggioto  ha preso l’auto ed ha  lasciato la città facendo marcia verso il villaggio di pescatori.

 

Il villaggio marinaro di San Giorgio, è per lanaggioto, l’approdo naturale. Un giorno dopo l’altro, ha coltivato il sogno di ritornarci, dunque non riesce a rassegnarsi ed accettare la spoliazione del territorio. L’evoluzione del progresso sotto il quale saccheggiano è una civiltà dei barbari.

Il borgo di San Giorgio con il suo mare, è la memoria della sua infanzia e rimane, comunque il suo rifugio, il luogo nel quale ritrova la speranza per non fermare il passo e secondo la libertà che gli lascia il servizio, salta sull’auto e corre a ritemprarsi. Il Villaggio, ha la capacità di caricarlo dell’ossigeno che gli manca e fa visita, agli anziani Genitori.

 

Una barca a vela in un’alba quieta, con l’azzurro schiarito e qualche pennellata di giallo riflessa sull’acqua, lo saluta con affetto, dalla parete di casa.

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ll collega Salvo Manciagli, pittore dilettante residente a Motta

Sant’Anastasia, nella provincia di Catania,  stanco di quella tristezza

che gli camminava a fianco, ha cercato di sollevarlo dipingendogli quel sogno; gli ha estratto dagli occhi, la bellezza che ogni giorno rincorreva con caparbietà, e l’ha fermata sulla tela con la sensibilità dell’amicizia, donandogliela, alleggerendogli la lontananza.

 

Lanaggioto, dunque ha posteggiato l’auto, saluta il padre che sul marciapiede s’ostina ad imbastire reti per i figli che al rientro dalla pesca del mattino, arraffano i pesci migliori e gli lasciano da pulire la barca e sistemare le reti per la pesca sottocosta; lo invita a non perderci il respiro sul

tramaglio ed entra in casa continuando a dirgli che le rizzelle, non fanno altro che riempirgli i polmoni di polvere; dunque saluta la madre che s’affanna intorno ai fornelli ed esce aspettando l’ora di pranzo.

 

La rivendita di Tabacchi di Giuseppe, è situata sulla via Pola; fa angolo con il vico Brindisi, la traversa nella quale insiste l’abitazione dei genitori del’lanaggioto. U Tabacchinu di Giuseppe, è un luogo di frequentazione; per lanaggioto, rappresenta un punto di riferimento nelle sue venute al borgo. Il locale dell’amico, insomma gli offre l’opportunità di incontrare gli abitanti di San Giorgio, qualche conoscente di passaggio, un amico, un parente, i colonizzatori residenti, ed anche, più raramente, un coetaneo in visita od in ferie; ed ha l’occasione per scambiare quattro chiacchiere, e seppure non ne ha la necessità, fare rifornimento di sigarette.

Gli avvenimenti locali, si associano in modo burlesco all’informazione dei giornali che nel cestello mostrano la loro valenza. Il giuoco della schedina del lotto, comunque sopravanza ogni altra speranza. L’apertura antimeridiana della domenica è

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molto trafficata, la moglie di Giuseppe, è in casa impegnata con l’anziana madre, e l’amico è già con

i capelli dritti, a chiodo per lo stress; non ha un minuto libero ed a fare una passeggiata al mare, neanche a parlarne, dunque lanaggioto, entra ed esce sulla soglia, con la sigaretta in mano, inspirando ed espirando, lanciando la cenere in strada, con un colpo secco del dito; invero sorpassa a malapena il tappetino usato in modo distratto e sporadicamente, per la pulizia delle scarpe, e  cade sul terrazzino. Lancia ad esplorare in modo superficiale, lo sguardo sulla strada, il prato, nello spazio intorno e rientra ad aspettare

un’improbabile disponibilità di Giuseppe. La notizia l’apprende, fra una tirata di naso del cugino Gioacchino, figlio del fratello di nonna Santa, ed un’incomprensibile suono tracheale, di Nunzio detto ridolini; comunque gli arriva e ne rimane mortificato. Franco, il fratello più grande, ha litigato con la figlia Francesca.

 

Il Bar Capriccio, con le carte in mano, è stato il teatro della rissa. La separazione consensuale con la moglie, sancisce che ogni mese, versi alle figlie, gli alimenti. La moglie, con la pensione, fa fatica a farle studiare. Franco, non ottempera ai suoi doveri, acconsente, rimanda, adduce pretesti, giustificazioni, ha perso la dignità di uomo e di padre; sebbene l’evidenza non lo classifica, è stato colpito nel sistema neurologico, insomma si è aperto un fronte e lanaggioto prevede che non potrà esimersi dallo scendere in guerra.

 

Lanaggioto, si disse che l’aria  malata di Milazzo, ha attraversato il mare ed ha raggiunto il borgo di San Giorgio, cercando di nascondere la rabbia che gli montava, arruffandogli i radi capelli.

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L’IBRIDO ANIMALE

 

Il fratello più grande, si è allontanato di casa, ha lasciato la moglie e le tre figlie, alla ricerca di una Pinna nobilis, un’infiorata, una condizione di suprema elevazione, di ascesa celestiale, ed è

incappato in un sogno degradato. Franco, è caduto nelle zampe di un ibrido animale, figlia di un ambiente innaturale; ha conati di cervello marcio e strazia le persone, con mazzi di ortica orripilante, con un effetto straziante sulla famiglia intera, e su chiunque, le passi accanto.

Ogni persona ha il diritto di scelta; è un principio incorruttibile. La femmina canina l’ha

addentato, gli ha affibbiato, il tanto desiderato, figlio maschio e gli ha tolto la ragione. Un bambino, comunque non può essere barattato; la divisione è un sistema non accettabile, crea danni; insomma i figli appartengono ai genitori, non si abbandonano; altre mani non sono uguali.

 

La donna che è madre, ha la sacralità del ruolo che le è affidato; i servizi sociali non possono abbandonarla. Un bambino con grossi problemi mentali, ha bisogno di cure e  molta attenzione e più degli altri figli e soprattutto non può essere bastonato. La donna, non gode di questo rispetto e non ha precedenti onorabili. Il dubbio della famiglia di Franco, è legittimo; il rifiuto delle prove, induce a pensare che gli abbia iniettato una sostanza magica e l’ha reso senza volontà propria; dipendente ed instabile nei suoi obblighi.

Un padre non può abbandonare i figli; la moglie è un’altra cosa.

L’ibrido animale, ha infestato il borgo della sua cattiveria. L’ignoranza che la guida l’ha indotta a   

tentare di travolgere con l’auto, sulle strisce pedonali, Anna la sorella minore del’lanaggioto e

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lancia ingiurie ignominiose, a destra ed a manca. 

 

Franco ne prende le difese; adduce che le circostanze sono false, inventate per screditarla e minaccia.

La memoria dell’uomo rispettoso, del difensore della legge, del professionista meticoloso, è un confuso ricordo e gli amici, le persone che l’hanno conosciuto, sbalorditi serrano i denti, le labbra e passano ad altro.

 

La Blastomada, l’ha indotto perfino a percuotere

con calci e pugni, la sorella Concettina; ed è giunto perfino ad abbozzare un tentativo sulla madre.

 

L’ibrido orripilante, è anche una ladra; ha osservato la mamma del’lanaggioto, pagare il conto all’ambulante di frutta e verdura che con l’autocarro Ape si era fermato a ridosso della porta di casa e rientrando, l’ha seguita riporre nel cassetto del mobile del televisore, il portafogli. Ha aspettato la condizione favorevole; eludendo la presenza della mamma che in cucina puliva la verdura, preparava da mangiare, si è introdotta in casa e l’ha derubata. Gina, la mamma di Franco, accorgendosi della mancanza di pane, ha telefonato alla bottega della comare Rosa che usa mandarglielo a casa con una delle figlie ed è andata in cucina a guardare le pentole sui fornelli. L’arrivo di Cristina con il pane, condusse la mamma nel salone a prendere il portafogli per pagare; qualcosa le creò dei dubbi, comunque diede i soldi alla ragazza e la seguì andare per il breve tratto di strada. Il controllo

del portafogli con più scrupolosità, le sciolse il

dubbio e la verità si appalesò a cielo aperto; le mancava il denaro. Esaminò il breve lasso di tempo,

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i contatti del giorno. La presenza sorniona, dell’Ibrido animale s’associava all’avvenimento; s’aggirava sulla soglia e la cucina con movimenti leziosi, con fare indifferente. Ogni minuto era riempito dalla Blastomada; altri non c’erano ad escluderla, dunque era lei che aveva consumato la ruberia. Contestatole l’accaduto, Franco l’ha difesa accusando la vicina; nondimeno, condannato all’evidenza, si è reso disponibile a versare la somma che era mancata alla mamma.

La paura che il padre venisse a conoscenza del furto, mise in allarme lanaggioto. La sorella

Concettina ch’era la più vicina ed il resto della famiglia. La causa di questo accadimento, non escludeva il rischio di un aggravamento delle condizioni di salute del padre. La cardiopatia, l’insufficienza respiratoria, la sofferenza diabetica che lo affliggevano, potevano assestargli un brutto colpo.

 

Lanaggioto, si rese conto che la traversa si era trasformata in una fogna a cielo aperto. Il Maresciallo dei Carabinieri, che conosceva Franco, il fratello del’lanaggioto, persona a modo, seria e dignitosa, costernato dal degrado, è stato costretto a diffidarlo.

 

Lanaggioto, ha la testa confusa, saluta l’amico ed  esce; ha bisogno di respirare l’aria del mare, ed attraversa la strada, la pineta, gli oleandri e la bretella che dal torrente del ponte di ferro si srotola lasciando le costruzioni a ridosso del muro

di contenimento, e quasi a semicerchio, rasenta la spiaggia, sporge un braccio in piazza Ravel; e continua, lambendo il margine esterno del vecchio campo di calcio a mezzo con le barche della tonnara che bocconi, la lingua penzoloni stanno in attesa di confondersi con la sabbia, l’erba e le spine;

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allunga un altro braccio a lato della Cattolica e sbocca nella via Andrea Doria, s’affaccia sul terrazzino del Bar dello sport di Turinnu Currò detto Bracco situato sulla via Nazario Sauro; la ProLoco con bacheca, vetrinette e per le stanze si fregia di cimeli marinari, in un tentativo di rappresentare il Museo della tonnara; costeggia il nuovo rettangolo di calcio in terra battuta, recintato, con la luce artificiale, gli spogliatoi e le docce; e svolta con un angolo retto osservando la muraglia che ospita Murales con qualche quadro accattivante ed il marciapiede cosparso di sabbia

ed erba, di precaria calpestabilità, con ai piedi delle barcuzze disarmate; e si congiunge alla strada maestra; guarda l’ultima residenza dello scrittore Ennio Salvo D’Andria, lambisce il muro di protezione della casa del Maestro Angelo, attraversa il torrente di Majaru e si tuffa verso petralonga.

 

Lanaggioto, a causa del senso di prudenza che abitualmente conserva, e che gli è sfuggito dalla nuca, alzandosi a mezz’aria creandogli un vuoto minaccioso; per il groviglio di rami che invadono il margine della strada ed impediscono a chiunque, un’adeguata visuale della curva, rischia addirittura, di venire travolto da un’auto in transito. Un riflesso, per fortuna gli è rimasto allerta; all’ultimo istante l’ha allertato, e gli ha trattenuto il passo nel viottolo che sfocia in strada; dunque cercando di riprendere le redini del cavallo imbizzarrito, si è diretto verso la spiaggia. Un torcimento di stomucu, quasi lo piegava a metà; un senso di enorme malessere lo

attanagliava; aveva un urgente bisogno si smaltire la notizia. La forza del mare, la fantasia delle sue onde, lo riportarono a galla. La battaglia in corso, dunque si attenuò ed immediatamente fu

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fermato dalla ragione. Lanaggioto, piegò le ginocchia a terra e con speranza, volse lo sguardo verso la rocca della Madonna del Tindari. Il tempo, chiamò gli anni accumulati, scavò una buca sotto l’asfalto in prossimità del cespuglio di canne a guardia del pozzo del depuratore che ingabbiato in una robusta rete metallica, nasconde e conserva la sua inefficienza a scapito delle tasse pagate dai cittadini, e li sigillò con sabbia, erbe e spine secche, che abbondanti coprono lo schienale dell’arenile ed iniziò a correre spingendo sulle punte delle scarpe, sui calcagni, sulla sabbia.

Le barche, il mare, raccolsero quel bambino in difficoltà, lo abbracciarono con un tripudio di gioia; lo riempirono di coccole fino a che la notizia si ridusse, si sciolse in un episodio dell’esistenza umana.

Una presenza familiare, lentamente volteggiava nell’aria; nonna Santa, ad un tratto, si fece più evidente, scese dall’azzurro che nascondeva il cielo e con un fischio leggero lo chiamò, disse il suo nome  e gli adagiò la testa sulla Fadetta nera, e con voce leggera, vellutata, gli diede il conforto, la protezione che gli abbisognava ridandogli il  respiro normale.

 

La nonna, alta nella sua casacca nera, i capelli argentei raccolti sulla  nuca, gestiva con energia la casa, con mano materna il vicinato, gli amici,

la parentela. La traversa di vico Brindisi, era un luogo pulito, senza un’erba selvaggia, senza insetti. La crescita dei sessi proseguiva con  armonia e non presentava alcuna complicazione; era  leggera ed anche la sera sulla spiaggia con la separazione del grano dalla pula, nell’esuberanza, l’innocenza si librava nei volteggi, nelle rincorse, nell’arrotolarsi e l’infanzia corse serena.

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La stazione ferroviaria, era il luogo di partenza dei Sagnuggioti per la guerra, per il disbrigo di pratiche, per il dottore, per l’emigrazione. I treni transitavano sulla strada ferrata, sopra il muro che chiudeva la vico Brindisi ove abitava lanaggioto e gli dettarono il ritmo dell’età.

 

La sveglia, batteva il tempo sui binari; la mattina, con la pioggia ed il vento, la scuola; con l’estate ed il sole, le vacanze, la tonnara; le ore scorrevano senza noia, con curiosità. Il giorno lo

prendeva per mano e con mezzo filone di pane imbottito d’acciughe salate condite con olio ed origano, lasciava alle spalle, la strada che manteneva schierate le case del villaggio; oltrepassava il prato incolto con l’erba alta e senza cambiare passo, entrava nella spiaggia e proseguiva a passo tranquillo, verso il mare.

Una passeggiata, che gli era indispensabile al pari dell’aria che respirava; e cascasse il mondo, non evitava di fare, ogni volta che ritornava a calcare le strade del villaggio. L’incontro con le barche in secca,  qualcuna all’ancora che incoraggiata dall’acqua cercava di liberarsi degli ormeggi, gli era salutare; li salutava ed ogni problema, angustia gli spariva sotto la gioia della festa che gli facevano, della bellezza che esprimevano, sprigionavano da ogni murata, strozzo.

Una barcuzza scivolava sull’acqua e pescava con le lenze a traino; un motopeschereccio navigava a distanza. Il piccolo cabotaggio, si confondeva nei giuochi di luce creati dai raggi del sole sulla distesa azzurra. Lanaggioto non si arrendeva, stringeva gli occhi e l’osservava avvicinandosi lentamente, volandogli incontro. L’intensità dello sguardo, gli creava cerchi informi, bianchi, luccicanti che gli camminavano davanti, si rincorrevano sulle onde e raggiungevano la barca a

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motore; la mente si caricava di vigore e lanaggioto, con un salto prodigioso, vi saltava a bordo e con la fantasia, curiosava nelle barche della tonnara che si dondolavano sull’acqua; i tonnaroti che con la lenza in mano, addossati alle murate stavano in attesa del tocco al passaggio del pesce; dunque lasciava i pescatori a bere a garganella, un sorso d’acqua dal foro scavato nella pancia del bummulennu; alle incombenze personali e della barca, allontanandosi con l’intento di circumnavigare le isole eolie, fino a quella più

lontana della quale non ricordava il nome. L’aria leggera, piena di versi, il profumo del mare, la bellezza del creato sprigionava un’allegria sana, salutare che l’umanità odierna, ha inteso sostituire con le sostanze sintetiche. L’esistenza, dunque gli scorreva lungo la spiaggia in compagnia delle ancore che la tonnara teneva a dimora sull’arenile, a mezza costa, con le braccia ricurve e le mani a triangolo, infilati nella sabbia; a giuocare a  nascondino, a rincorrere le onde che capricciose, sotto la calura, riempivano il mare. 

 

Il pane con le acciughe salate

 

La mattina, lanaggioto scende verso il mare con la sabbia che gli tiene indietro il passo, s’accorge che un corvo vola nell’aria leggera, tiepida che il sole concede in prestito al giorno che esce dalla notte irrequieta, insonne, mareggiata e lo segue. I corvi frequentatori occasionali della spiaggia, erano conosciuti dalle barche. Il villaggio, coltivava vigneti, uliveti, agrumeti e manteneva in collina e nella valle del Saliceto, anche querce ed

alberi d’alto fusto. I Sagnuggioti, salivano la valle e raggiungevano le case coloniche. Il percorso in terra battuta, era fatto a piedi e senza alcuna fretta; ritornavano a casa cantando,

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con i prodotti della terra barattati con il pesce. La distanza, dunque  restava vicina e con un volo a planare, i corvi conquistavano il cielo di San Giorgio. I cerchi si facevano sempre meno ampi, sorvolavano le barche allo scopo di atterrare su quella bagnata, stanca della nottata, dunque con un’alta probabilità che fosse fornita della preda che cercava. Il corvo nero, andava per “ issu,” il panetto di grasso bianco che i pescatori usano spalmare negli strozzi per remare e sulle falanghe, i legni sui quali le barche, venivano tirate in

secca, con più agevolezza. I pennuti, invero sapevano dov’era nascosto; immancabilmente, era tenuto sotto la poppa, dunque dovevano trovarlo.

Una leccornia che i pescatori, intendevano con ogni mezzo, sottrarre alla loro voracità.

 

La spiaggia e le barche, immobili sotto il sole tiepido, sonnecchiavano in un tentativo di recuperare, la fatica notturna. Il mare lentamente, con dolcezza si cullava nel suo moto, conversava con tono amichevole con la battigia, richiamando l’attenzione dei mestieri ammassati sulla sabbia,

con chiare frasi di pacificazione. Lanaggioto camminava, con i passi accompagnava alla bocca ed addentava con morsi voraci, il pane di frumento che teneva ben stretto nelle mani. Il verso del corvo, che sorvolava la spiaggia, ad un tratto lo distrasse facendogli rallentare morsi e passo e di sbieco, volse lo sguardo in alto a scrutare il cielo per individuarlo e tenerlo sotto controllo. Il sole che sbiadiva l’azzurro e la miopia che lo affliggeva, gli confondevano la vista, gli impediva di scorgere l’uccello. L’impegno nell’individuare il volatile, comunque non l’indusse a rallentare l’operazione e continuò a mangiare con gusto. Il pane ed acciughe, riducendosi gradualmente nelle mani, invero lo costrinse a dedicargli più

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attenzione. Le dita, si erano avvicinate tanto che rischiavano di cadere vittime dei denti, nell’attacco e strappo. La mozzatura, non rientrava nel suo dialogo quotidiano; il programma del giorno, era diverso. Un altro cracchiare, lo costrinse ad un morso incontrollato, dunque ad ingoiare un grosso boccone e con la bocca pericolosamente gonfia, col mento sollevato e l’arcata dentaria impegnata in movimenti impari, indagò i fili dell’aria e non senza affanno, gli apparve l’intruso, lo vide scendere di quota e

dirigersi verso la poppa della barca della sciabica in secca. lanaggioto, cercò un contatto con l’uccello, ma l’occhio sfuggente, lo tenne in disparte; invero una barriera di linguaggio, costume e visione, li mantenne lontani, estranei. Il resto del pane che teneva con le punta delle dita della mano destra, si dichiarò pronto a gratificare il suo palato; la sua insofferenza era palese, desiderava essere soppresso; la sua presenza era incompatibile con l’uccello. Lanaggioto, comprese il disagio, dunque scese ad un compromesso, si distaccò per un secondo

dall’uccello e si dedicò ad addentarlo fino a confonderlo nella bocca col palatino, la lingua e le guance, quindi pulendosi le labbra con il dorso della stessa mano, ritornò con lo sguardo verso l’alto. Il corvo, invero resosi conto di non essere osservato, colse l’occasione e con un colpo d’ali misurato, si occultò alla sua vista, scendendo sul tavolato che fa da pavimento alla barca. Il profumo che emanava il pezzo di grasso che i pescatori usano a guisa di lubrificante sulle falanghe per fare scivolare le barche, gli possedeva l’olfatto, in un modo travolgente, oserei dire vergognoso ed a sprezzo del pericolo, s’infilò sotto la prua alla ricerca del nascondiglio. L’impresa che occupò  Lanaggioto, per eseguire l’operazione dell’ultimo

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boccone, nell’attimo che distolse l’attenzione,  gli risultò dannatamente fuorviante, deprecabile; insomma ritornando con lo sguardo alla barca, s’accorse che il corvo era scomparso. La lingua a leccarsi le labbra, pensò che l’uccello, si fosse allontanato. Gli occhi rivolti al cielo raccolse la luce del sole, perdendosi senza visione e ritornò a terra; sbirciò a destra e manca, s’incuneò con cautela, negli spazi della spiaggia non occupata dalla marineria. Le lampare e le altre barche schierate a breve distanza l’una dalle altre, non

mostravano nulla di particolarmente interessante; insomma la ricerca gli risultò vana. L’istinto, invero gli diceva che il corvo aveva preso posizione ed operava per raggiungere lo scopo prefissatosi. Lanaggioto, pensava e ne era convinto, che il corvo era nascosto e non molto lontano dal luogo nel quale si trovava a scrutare.

Lanaggioto, si disse che qualsiasi disegno, il

predatore avesse in mente, doveva sabotarglielo, dunque intendeva entrare nel suo campo e distruggerglielo. La barca della sciabica coperta dal silenzio del riposo, accarezzata dal lieve

rumoreggiare della risacca e dai raggi del sole, china su se stessa, invero sopportava nelle sue viscere, l’accanimento dell’intruso, dell’ospite indesiderato, evaso dalla visuale del’lanaggioto. Il corvo, con sempre più irruenza e pedanteria, s’accaniva sulle tavole; le alzava dal loro alloggio e lasciandole inclinate, a pancia in aria, beccava le murate, introduceva il becco in ogni spazio, incurante dell’intimità, della riservatezza della barca di legno. Il corvo sapeva, che il grasso animale, era avvolto dai pescatori, in uno straccio di juta e riposto nella sassola, il cucchiaio che serve a togliere l’acqua della lavatura delle opere morte. Questa, invero si rifiutava a mostrarsi, dunque la mancata presenza,

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gli era di grande scorno. La sua assenza, insomma lo induceva all’accanimento, fino a mandarlo fuori dalle penne del collo e della coda. La ricerca struggente, affondava nei compartimenti che sottostanno al tavolato, negli elementi longitudinali, nelle linee portanti che strutturano in verticale la barca, e perfino nei fori che da prua a poppa, conducono al leggio, allo scarico dell’acqua. La sassola, insomma gli restava occulta, questo stressava la sua ricerca e sbavava dalle graticole del naso, a causa dell’impotenza.

L’ossessione famelica, gli faceva tremare il becco in un modo forsennato, la rabbia lo soverchiava e l’olfatto cominciava a ferirlo; ecco che ad un tratto, stremato, con il nero delle penne, deturpato da piccole macchie bianche, affini a tarli, specie in prossimità delle estremità, cadde in un’imboscata. Il coppo, in un tentativo di

fermare la sua furia, gli catturò, impigliandolo

nella rete, la zampa destra. L’impedimento a continuare la ricerca, nella presunzione che la partita era giunta ormai alla fine, lo fece imbestialire; insomma inveendo contro i pescatori,

chiamandoli cani neri, con uno strattone della zampa sinistra, si liberò della trappola, ne uscì con un’unghia rotta ed una forte contusione al sotto collo e lieve infrazione al becco inferiore, invero con dei danni collaterali. La causa inconsapevole, fu “ ‘u catu, “ il secchio di zinco, di media grandezza, che “ bbuccatu, “ inclinato sul fianco, se ne stava arroccato al “ croccu, “ il gancio di ferro con il manico di legno, ingabbiato, legato  con fitte giravolte nella “ caloma “  per impedirgli di sfilarsi. L’arredo del pescatore, gli attrezzi della barca, che all’uopo, servono per issare e trarre in secca i pesci che il mestiere riusciva a pescare; dunque ammucchiati all’ancora di mantenimento ed alle corde di canapa, erano

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messi a protezione dell’ingresso del sottoprua ove giaceva il prelibato panetto di grasso animale. Il secchio di zinco che stava schiacciando un leggero pisolino, disturbato nel sonnecchiare, balzò a sedere e capovolgendosi con la bocca in alto, insomma  ritornando allo stato normale, gli sferrò un colpo gobbo ed un morso micidiale. Il corvo restò senza fiato ed a becco aperto, intravedendo il proprio bottino, non ebbe esitazione e dimentico di ogni dolore, si buttò a capo fitto nell’oscuro triangolo della prua, sul grasso avvolto nella

juta, con la sassola a cullarlo. Il pasto succulento, aspettava d’essere liberato dall’involucro ed il corvo, sollevatolo dal suo stato, lo elesse a simbolo del sacrificio.

 

Lanaggioto, lo ritenne un’offesa personale e giurò che l’avrebbe condotto alla festa del Santo.

Il pane di grano con acciughe, invero ad un tratto s’affacciò sulla gola; lanaggioto richiamò il guerriero che teneva in sonno e lancia in resta s’involò ad affrontare la bestia nera. Il corvo,

ignaro di quanto stava avvenendo ai suoi piedi, gongolò sulla palla incastonata nella pala che sovrasta la prua della barca. Il cavaliere armato di tutto punto, perfino con l’elmetto in testa, lo prese di mira e con accorti movimenti, salì sulle corde accatastate a poppa e dunque sulla barca; i salti sui banchi, che la sostiene, da una murata all’altra, fu una corsa  simile a quella della luce. L’eletto si deliziava nella sua bestiale libidine e non ebbe sentore di quanto avveniva alle sue spalle. Un colpo di scimitarra dal basso verso l’alto, bene assestato, gli tranciò di netto il collo mandandolo sulla battigia, dunque il cavaliere lo rincorse e gli recise il becco compreso il naso, gli smise la livrea, lo spogliò delle penne con estrema lentezza, lo sbriciolò con

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grazia, lo raccolse componendolo nella lama e lo scagliò nelle acque, donandolo a quei pesci di passaggio, facendolo assurgere agli altari; sperò perfino, che venisse il grasso “ piscisceccu “ che a periodi compare sottocosta. Una mattina, che una barca conzalora, appena tirata in secca, stava scaricando l’acqua della pulitura e Giurgittu stava scurciannu un pardu che gli aveva donato Pietro Russo, per i molteplici lavoretti nei mestieri; piegato su se stesso per la cifosi patologica della colonna dorsale dalla quale era affetto, si accorse

che una capra, casualmente a pascolare sulla battigia, era caduta preda del piscisceccu; lo squalo dei locali buono.

La beccata del corvo, dunque anche se smorzata, affaticata, non sorprese il panetto di issu che si era disposto ad affrontarlo. Il panetto di grasso, avendo a memoria, le sofferenze dei pescatori, si era raggomitolato, intrecciato a “ nerbo “ per contrastare l’aggressione; aveva raccolto il coraggio e ricreato l’anima animale che ancora albergava in lui. Gli uomini invero non meritano rispetto, esaminando quanto hanno inscenato; inventandosi che le specie non a loro similari, sono soltanto e non altro, un attrezzo da sfruttare; da ingrassare e consumare e delle volte anche in modo disordinato, controproducente per la propria salute. Il panetto, insomma rimesso nella sassola per servire ed alleviare la fatica dei pescatori, con la coda, in segno di saluto e gratitudine, accarezzò la mano del Cavaliere che commosso, si liberò dell’armatura, ed a testa china, a piccoli passi ritornò nella società civile.

 

 

 

 

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La strada del’lanaggioto 

 

 

Lanaggioto, è nato nella strada che si chiamava, vico Brindisi e che sfocia sulla via Pola, con l’odierno “bar al Muretto “ all’angolo di sinistra e la Rivendita di Tabacchi con annesso Enalotto, a destra.

Il giorno in cui lanaggioto s’affacciò in questo mondo, i genitori erano ospiti in casa dei nonni paterni. La guerra aveva condotto Carmelo nella zona della Sicilia governata dal Capo Boero; il soldato, conobbe la giovane francesca detta Gina, e la condusse a San Giorgio. Lanaggioto risultò il

secondo della futura nidiata e fu accolto con gioia. La casa era attaccata a quella di zia Peppina, sorella di Francesco Accordino, nonno del’lanaggioto che fa angolo con la strada interna, parallela a quella maestra che scorre lungo le abitazioni affacciate verso il mare.  

Le costruzioni dei pescatori, insistevano sotto il muro che sosteneva la strada ferrata. L’abitazione della famiglia del Capo Napoli, con il blocco manovra della stazione, dunque si stagliava sulla traversa. Le case, a ridosso del muro, insistevano sulla sinistra a cominciare dalla famigliola del pescatore Cola Lo Presti con la moglie Giorgina  ed

i figli Franco, Lucia, Maria e Sarino; dunque quella di Pietro Salmeri, autista di camion e della moglie Marianna, con due figlie femmine con età distante l’una dall’altra; Francesca, la più grande e Tindara; seguiva l’abitazione di Francesco Accordino ed appiccicata, quella della sorella Peppina. La strada separava le altre costruzioni; dunque il panificio che precedeva la civile abitazione ed ultima, la bottega di alimentari con terrazzino, di Ciccino Natoli che per offrire ai figli, un futuro migliore, vendette al Rasi Mau ed

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emigrò. La linea di destra era intercalata dagli orti; sotto il muro, l’abitazione di don Miciu, detta degli spiriti e quasi in faccia alla casa di Francesco Accordino, una costruzione semidiroccata, senza tetto, ch’era stata adibita a stalla e manteneva un rigoglioso albero di fico.

 

La sorella di Francesco Accordino, Peppina era  schetta, non era sposata e fino a qualche tempo prima aveva avuto ospite in casa, la nipote Rosa, figlia della sorella Caterina, che l’aveva lasciata orfana. Le donne della famiglia Accordino, erano maestre nell’arte di cucire le reti da pesca; filavano la canapa e le imbastivano; nelle serate

calde, anche al chiarore della luna. Lanaggioto, nei giorni che non andava a scuola, trascorreva molte ore a guardarla lavorare. La zia Peppina, i piedi appoggiati sullo scalino della sedia costruiva le reti. Le  maglie uscite dalle canne, si allungavano legate alla spalliera; secondo la

posizione che assumevano nel mestiere, si susseguivano per grandezza, ognuna di varia circonferenza. Lanaggioto, con il desiderio d’imparare, le stava seduto accanto; con la curiosità, di vederla costruire le reti, s’intratteneva, trascorrendo più tempo che a giuocare. Il genio di famiglia, probabilmente, si

perorava d’acchiapparlo, d’iniettargli la passione e lo spingeva a inseguire le operazioni che le mani di zia Peppina, facevano, senza stancarsi. L’opera finita, andava consegnata al padrone di barca che l’aveva ordinata; ai borghi di Gliaca, Brolo ed anche molto più lontano, perfino a  Capudirannu. L’unico mezzo di trasporto era il treno; quello praticabile, senza spese, a cavallo dei piedi; le scarpe erano un appannaggio che in pochi, erano autorizzati ad usufruirne. Un viaggio che per lanaggioto, all’andata era quasi un giuoco; la

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fatica si svegliava  nel ritorno, salvo un casuale passaggio sul carretto del ferrovecchio che compensava in parte, la strada già percorsa. Lanaggioto, seppure soverchiato dalla fatica, superava il bisogno di sedersi sul muretto che costeggiava la strada e si spingeva al fianco o poco dietro la zia Peppina. La statura bassa con la rete in spalla, era andare in compagnia di una montagna; seguirla nelle consegne, gli permetteva la scoperta di una comunità apparentemente uguale a quella del borgo, invero diversa e questo lo gratificava.

 

 

La marineria di San Giorgio

La marineria di San Giorgio era un vanto; la gara delle barche per la festa del Santo, con i borghi rivieraschi, un risultato scontato. L’emigrazione aveva estinto la marineria, svuotato il borgo e lasciato il villaggio ai ragazzi che andavano a

scuola; nelle mani degli anziani che spinti dal vento vagavano per il prato, raccogliendo legnetti e cartacce; accosto ai muri delle case e degli orti, consumavano i giorni a fumare in silenzio e per sfuggire alla noia, ogni tanto,in modo casuale, alzavano gli occhi al cielo. Il prato in prossimità del pino che fronteggia piazza Ravel, nelle giornate più fredde dell’inverno, al riverbero di un fuoco con rami d’ulivo, cassette del pesce non più riutilizzabili ed altro materiale combustibile, reperibile nelle vicinanze, era teatro di dispute su calcio e ciclismo.

La gioventù studentesca ed operaia, con un colpo di genio equestre, rallegrava la serata noiosa e fredda; la trasformava in una corsa sulle forme delle femmmine, sospirando, scrutando in un’attenta e scrupolosa indagine, un passarsi la lingua sulle

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labbra, le formose ragazze del calendario trafugato dalla sala da barba di Jack Salmeri. Un’impennata parossistica, seguita da un nitrito di cavallino, all’improvviso si scioglieva nell’aria e per scansare i pensieri turbinosi, non realizzabili, li spingeva a ravvivare il fuoco, correndo perdifiato, nto munnizzaru e fare incetta delle bombolette di spray vuote, buttarle nella fiamma ed innescare, esplosioni spettacolari. I fermagli ed i chiodi che tenevano unite le parti delle cassette, i resti dei legni non consumati dal fuoco, sotto l’urto d’aria scatenato dal gas residuo della bomboletta, creava  una pioggia incandescente; mazzi di fiori luccicanti che accendevano sorrisi liberatori.

Il pino di piazza Ravel, che Ciccio Spinella con un garofano nell’incavo dell’orecchio destro, radio in spalla a tutto volume, si era peritato a salvare dalla famelicità delle pecore di Turi Buttò, detto Janco e dai buoi del compare, richiamati dall’erba grassa ed invitante, veniva coinvolto nello spettacolo e si trasformava in uno scintillante albero di Natale.

I tempi, comunque erano insostenibili; le barche persero i mestieri, i pescatori segnati dalla cataratta, non varcavano il cancelletto dell’orto; seduti sulla sedia di plastica, sotto il fico, il gelso, sulla destra della porta di casa, salutavano il giorno e sonnecchiavano, fumavano,  aspettavano il buio per andare a letto e magari salire

nottetempo, senza salutare nessuno, sulla collina conquistata a riposo eterno da un pugno di ragazzi del ’20 guidati da Ennio Salvo D’Andria; altri che vi hanno preso parte, casualmente, sono rimasti nascosti nelle carte; e guardare il mare con l’orizzonte vuoto delle barche della tonnara ch’era stata la ragione di esistere del borgo di San Giorgio. Ogni anno d’aprile a luglio, li compensava della fatica dell’intero arco dei restanti mesi,

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consumati per mare, a rischiare di restare inghiottiti dalle tempeste o ritornare a casa senza pescato.

 

Qualche pescatore  di ritorno dall’emigrazione, si è imbarcò nella marineria di Marina di Patti, con i motopescherecci di Paratore ed Accetta.
Lanaggioto, in piedi sulla spiaggia a ridosso della barcuzza del padre, li guardava salire a fatica la scaletta di corda che dalla prua a becco d’aquila s’incurvava con un’acutezza a scimitarra, nella carena, mettendo a dura prova la sottile superbia di Giuvanninu u Custuleri, la mitezza di Nofriennu

Russo, la sonnolenza di Sabaturennu Squadrito.

Lanaggioto, ravvedeva in loro, la condanna che il borgo pagava per gli uomini con la corda che non sono riusciti a farsi salvare dal Professore Barbitta.

 

Lanaggioto, ebbe la sensazione che il  male gli fosse entrato negli occhi, sparso nel corpo; che fosse stato colpito dalla coda dello spirito di un serpente vendicatore.

Lanaggioto è un guerriero e si contorce in una difesa istintiva; cerca sulle isole eolie, Capo Milazzo, la rocca del Tindari, una ragione.

L’estate sfuggita alla primavera, si era scrollata dalle spalle, in un sol colpo, il tepore delle giornate, i pomeriggi delicati e galoppava sempre più veloce, spingendo le persone in strada, a passeggiare con il gelato in mano.

Lanaggioto, accompagnato il padre sulla spiaggia, che aveva deciso di andare a pesca di totani; l’aiutò a varare la barcuzza.

 

La sera, con il fascino che emanava sul mare, con il cielo che si elevava in un’atmosfera di colori nascosti nel silenzio, cercò di tenere a freno il

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coraggio del guerriero; intendeva riprendersi la serenità che la città gli aveva tolto. Il dolore non gli permetteva di alzare gli occhi al cielo e trattenne nelle mani, l’odore che si espandeva sulla strada, dai ristoranti, tavole calde, delle abitazioni del lungomare. La bellezza della libertà si fece avanti con cautela ed ad un tratto, si mise a bighellonare per la spiaggia; quasi senza accorgersene, per giuoco, raccolse un legno che gli si era palesato a fianco del piede sinistro, avanti, un altro a destra ed ancora a destra. Un rifiuto, dopo l’altro, insomma camminando sopra, sotto ed accanto l’arenile, prospiciente lo scarro  della  barcuzza, si ritrovò a fare fronte ad

un’enorme montagna di bottiglie e bidoncini, piatti di plastica ed altri resti. La mala educazione di turisti e vacanzieri, è umiliante; si portano dietro quanto di più brutto hanno in città. Il resto ed è la parte sostanziale, è manifestamente addebitabile all’Amministrazione per il comportamento leggero, diseducativo. L’Ente locale che autorizza ad usare il territorio a discarica pubblica, a resecare le colline, disegnare strade impossibili, pericolose, a sotterrare la natura, è l’unico probabile assassino. Questi atti sono irresponsabili ed attentano alla vita dei cittadini; nascondono una sciagura sicura. Una

pioggia insolita, una tempesta d’acqua, deve andare al mare, e scende sul cemento, acquista velocità, man mano si fa più violenta e se trova la via sbarrata, non torna indietro, distrugge, muri e case, ogni struttura e travolge adulti e bambini. La mala gestione del territorio, la mancanza di pulizia, non è addebitabile alle persone oneste, ma ai lestofanti, ai briganti, ai barbari della politica; e ci si consola sulla pelle degli altri, a dire, che serva a che non succeda ancora; ed ogni volta è la stessa storia.
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Lanaggioto, seduto sulle rizzelle ammonticchiate, coperte da un telone cerato in su lo scarro della barcuzza, con la sigaretta in mano, cercava una risposta, una soluzione che non gli arrivava. Il fumo della sigaretta, sembrava seguirlo nella rabbia che gli montava, attorcigliandosi nell’aria, determinandolo a dare fuoco alle scorie cittadine, quando ogni pensiero gli fu sottratto, interrotto e volto all’allegria. Un pesce rondinella, saltò dall’acqua e gli scivolò ai piedi. La sorpresa dell’evento lo fece sorridere e lo riportò in pace. Lanaggioto, dunque prese il pesce per la coda e s’avviò verso la casa dei genitori, pensando che

cotto in umido, con un pomodorino, sarebbe stata un’ottima cena.

 

La scomparsa dei Sagnuggioti

Il villaggio di pescatori, dunque  è scomparso; si è perduto nelle facce dei nuovi abitanti, che hanno colonizzato San Giorgio. Il territorio della comunità, è stato occupato dall’arroganza dell’impunibile; ha reso le strade, le case, irriconoscibili; ha cancellato i confini che raffazzonati sono saltati, divenuti indistinguibili l’uno dall’altro, in una confusione paradossale. Il progetto applicato ha criteri indecenti. Ogni volta, insomma il ritorno del’lanaggioto a Sangiorgio, è pervaso dal disagio di chi è arrivato in un territorio sconosciuto; è fuori posto, e crede d’essere rimasto fuori casa. Lanaggioto, insomma è sopraffatto; le facce non posseggono i segni dei coetanei, non sono riconoscibili.
                      
La faccia del male, abbellita dall’alba, dunque si è materializzata sul borgo, al pari di un regalo di Compleanno.

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La via Pola, è la strada dietro la quale si estende il borgo di San Giorgio; alberi di pino riempiono ed ornano il prato; sono alti e belli, con la loro ombra, danno refrigerio ed ospitalità; i locali di ristorazione, vi hanno riversato tavoli e sedie, ed una struttura in legno, prolungando le mura delle costruzioni oltre la strada, altrimenti malgovernati sul marciapiede. I pini, donati dalla forestale, per mesi erano stati lasciati a macerare. Un gruppo di volontari, considerati, battugghia, scansafatiche, li ha interrati, messi a dimora. La responsabilità dell’età, li ha costretti a lasciare il borgo e gli amici; dunque non hanno visto la loro crescita; li hanno trovati adulti con il merito, subdolamente ascritto ad altri.

Lanaggioto, comunque ha una consolazione; si dice, che l’impegno di quei ragazzi è stato proficuo; ha lasciato al villaggio di pescatori, una magnifica pineta. Qualche albero in vista, forse crescendo è divenuto troppo ingombrante, invadente sulla struttura del locale di Rocco, ed han pensato bene, a resecarne la chioma; invero altri, hanno seguito un uguale trattamento, nel disinteresse generale.

Una lunga fila di oleandri delimita la bretella rotabile, creatasi durante il rifacimento della strada principale; recinta la pineta e separa la spiaggia ed il mare. Questa strada secondaria, buia ed irregolare, senza massicciata, con un sottile strato d’asfalto, è soggetta a perdere il manto; è controllata dalla luce lunare e soprattutto è illuminata dalle candele della Raffineria di Milazzo. La sua attività, con i fumi nocivi, che l’industria scarica nell’aria cambiando l’oscurità, veicola le zollette di catrame che il mare straccqua, riversa  sulla spiaggia, al pari delle

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pietruzze di pomice delle isole Eolie; residui considerati dai borghi rivieraschi, quasi dei regali di compleanno.                                

La Spedilitica, comprata la Baronia, ha sradicato uliveti ed agrumeti; la vigna, gli orti ed il pozzo, che governava la quotidianità delle case. La Baronia, ha ceduto il villaggio di pescatori di San Giorgio, in mano ai barbari che si sono spinti ed estesi fin oltre la ferrovia e la statale, sbancando le colline e riempiendo le vallate di asfalto e cemento. La speculazione, ha creato un pullulare caotico di costruzioni e strade, una malefica, lugubre cornice che ha devastato il territorio e resa pericolosa la viabilità degli abitanti.

La spiaggia di granelli di sabbia, pietruzze colorate, spaziosa ed accogliente è stata indebolita; svuotata della ghiaia è stata sconvolta dalle mareggiate; i massi frangiflutti non sono stati sufficienti e la ferrovia è stata messa sotto scacco. Il villaggio, solleticato ai piedi dai marosi, in modo sempre più petulante, ha richiamato l’attenzione dei signori degli affari combinati Pubblico-privati, inventandosi lo slogan che è meglio distruggere per costruire con i soldi dei cittadini. Una muraglia di cemento è stata calata in acque profonde a spezzare le correnti, a salvaguardia della spiaggia che si è allungata concedendo spazio a costruzioni in legno e lidi balneari.

Il territorio che dal Brigantino segue il tracciato della ferrovia fin quasi a raggiungere la località di petralonga, negli anni fu residenza di Maruzza e Nino Buttò; vi allevarono quattro figli, in pari femmine e maschi; all’aria aperta e con la libertà

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di gridare, correre fin sulla riva del mare, saltare sugli alberi di fico e mangiarne i frutti quando la stagione li maturava. L’entrata in possesso della casa del borgo ove Tindara Accordino, mamma di Giuseppe, aveva gestito la rivendita di sale e tabacchi, li espose alle malelingue; il loro trasferimento non fu accolto benevolmente; la bassa statura e la grassa figura di Maruzza, l’alta tonalità della voce abituata a chiamare nel silenzio, i figli, le figlie ed il marito, divenne insopportabile. Gli abitanti viciniori alla casa, li additava disprezzandone, il

camminare, il vestirsi e non li accreditò; vennero

considerati, non civilizzati ed marginati dalla comunità; a dirla in breve, i soliti scienziati, detentori dei canoni della civilizzazione della comunità, le classificò persone facenti parte di un ordine retrogrado. Il risultato non gratificante, sia dei grandi che dei piccoli, dunque li collocò,in una scala evolutiva, molto bassa.

 

La località di petralonga

 

Il Signor Nino Currò, allorquando Maruzza con la  famiglia, traslocò e prese residenza nel borgo, ne

acquisì il territorio; dunque petralonga, fu trasformata in un allevamento di polli. Gli animali, razzolavano a proprio agio nella sabbia,

sugli alberi di fico e la loro carne e le uova erano molto richiesti. La costituzione della società con l’amico Bettino, ben presto divenne una realtà produttiva. La macelleria di pollame, situata a ridosso del ponte Provvidenza, sul margine di destra del torrente, nello slargo della porta di ferro, ai piedi della scalinata di S.Fancesco, nel comune di Patti, in breve divenne famosa per la qualità del prodotto. Nino Currò, con gli anni sacrificati, stanco di quella quotidiana,

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notturna, invariabile posizione che lo circondava, in un certo giorno e con gli anni che lo appesantivano, si ritrovò con in faccia un orizzonte diverso. La visione che gli nacque negli occhi, lo convinse a dare una  svolta alla sua esistenza. La compagnia che gli si offriva  era allettante; gli scansava la solitudine, ed accettò. Nino Currò, dunque afferrò la vita solitaria condotta fino a quel momento, e la buttò a mare con una mazzira o connu;  dismise il pollaio e s’accompagnò alla vedova Natoli. Il marito, defunto, le aveva lasciato da crescere, una nidiata

di figli e figlie, miracolosamente scampati al rogo

della loro casa nella quale erano periti altri due fratellini. Una madre, una donna provata che si è vestita da uomo, si è inventata tanti lavori ed ha portato avanti, con grande coraggio la numerosa prole. La famiglia nella quale Nino Currò confluì, lo distolse dalla striscia di terra, denominata petralonga, nella quale il pollame razzolava libero ed i conigli bisbigliavano accompagnando in sottofondo, il respiro enfisematoso, di compare Campisi. La Spedilitica, il sistema speculativo della politica, a guisa di un avvoltoio, occupò il territorio con la costruzione di villini in faccia al mare, sotto la strada ferrata,insomma ne deturpò e rese la località, un’enclave, esclusivo ed inesplorabile. La strada che vi scorre in mezzo e conduce alla piccola baia di petralonga, è stata trasformata in un serpente che si contorce spasmodicamente. Le mura delle abitazioni di vacanza, s’inseguono con cancelli e sbarramenti di varia natura; piante rampicanti, alberi esotici, archi e capitelli, perfino cani sciolti, impediscono il pubblico passaggio. Il tracciato di sabbia fine, colore giallognolo, è adibito ad uso privato, arriva a ridosso della lunga e grossa pietra che dalla battigia scende in acqua,

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impedendo di  raggiungerla. Lanaggioto è stato costretto a lottare con il coltello nei denti, per poterla rivedere; è utile e necessario, armarsi di molto coraggio, e forza nelle gambe senza mai perdere la determinazione di ribadire che la strada è pubblica e nessuno può permettersi di chiuderla. Il lungo respiro del caro estinto Compare Campisi, che nelle serate di scirocco, usciva nitido a spaventare le coppiette che amoreggiavano in riva al mare ed è probabile che arrivasse alle isole eolie, è stato imbavagliato e chiuso nella grotta sotto la galleria della strada ferrata.

Lanaggioto, con questi animali in giro, teme per il grande guerriero di roccia rimasto nell’atto di saltare sulla pietra e tuffarsi in acqua; fermatosi per trattenere la montagna sulla quale scorre la strada statale; a salvaguardare la bocca della galleria della ferrovia. La fragilità nella quale versava la montagna, l’ha spinto a fermare la sua corsa, rimandando il tuffo in acqua e darle una mano a sostenerla per non farla precipitare; è rimasto con la gamba destra in avanti, a qualche metro dalla pietra e la sinistra a contenere la scarpata. Il Dio della montagna e del tempo, anziché gratificarlo dell’atto eroico, l’ha pietrificato impedendogli di saltare sulla pietra e tuffarsi in acqua. La mano del dio, mi pare che sia

il meno che possa fare, di compiere il miracolo all’incontrario e gli renda giustizia; e lo salvi dall’Impresa politica. Lanaggioto chiede a

voce piena, quasi con un grido, che la località venga salvata e tutelata; è l’identità del luogo e del villaggio di pescatori; il guerriero di roccia, la pietra, non vanno toccati, anzi ordina che siano restaurati e messi in sicurezza; è un patrimonio pubblico. La cementificazione sotto la denominazione di ricovero barche, invero ha

cominciato ad impossessarsi della terra sotto la

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ferrovia, dei Costa di Majaru, costeggia il muro che argina il torrente e si ferma in strada, sopra la spiaggia ed il mare. La località di Magaro, è costituita da tre case nella curva ad esse della statale; la pubblicità, impropriamente, con un atto di soprffazione, l’ha legata al nome del villaggio.

 

Il ritorno a Milazzo

 

L’Anaggioto, in un tempo senza orologio e misura, comunque nei pressi dell’ora di pranzo, ritrovò gli anni deposti nella sabbia; s’accorse dell’arroganza

di alcune barche da diporto chiamate dal padre, bagnarole, che con un pieno di benzina, si

autorizzavano a girovagare senza sosta; con

spavalderia, incrociare e passare sulle lenze senza rispetto per il mare e delle regole di pesca; e con lo sconforto per mano, camminando a testa china, controllando i passi che tendevano a vacillare, fece ritorno nella casa del padre. Il pranzo fu presto servito in tavola e consumato in silenzio. Lanaggioto che è rinomato per la sua lentezza, mangiò in fretta, senza riuscire a gustare il pranzo e con un peso sullo stomaco, si alzò da tavola. Lanaggioto, sopraffatto di quanto il fratello era riuscito a creare, salutò i genitori ed alla chetichella, salì in auto, mise in moto e percorrendo con cautela la traversa, svoltò in via Pola, lanciando un’occhiata alla saracinesca chiusa della rivendita di Giuseppe e s’avviò verso l’autostrada.

Il ritorno a Milazzo, con l’auto Innocenti 600, che aveva comprato di seconda mano, in condizioni, molto buone, non fu agevole. La pompa dell’acqua

era ritornata a mostrare qualche insofferenza costringendolo a fermarsi; i vari meccanici ed elettrauti che vi avevano messo le mani, pur assicurando un buon risultato, invero non erano

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riusciti a mettere a punto la pressione. Il

carburatore, andava in ebollizione, dunque la tensione accumulatasi, sia per la posizione del fratello maggiore che per questo inconveniente meccanico, lo sfinì sia nel fisico che nella mente.

 

Il rientro in casa, lo calmò quel tanto da impedirgli di tenere sotto controllo, lo stimolo del vomito che l’aveva tenuto in apprensione tutto

il tempo. La caffettiera sul fornello piccolo del gas a fuoco basso, gli lasciò il tempo utile per

lavarsi i denti e rientrare in cucina a bere il

caffè. La televisione accesa, con la sigaretta nella mano destra, il libro di kolosimo, Ombre

sulle stelle, nella sinistra, si allungò sul divano

e si mise a leggere. Il sonno, invero era in agguato e senza accorgersene, rischiò di appiccare il fuoco al cuscino, se le dita indice e medio, scottatesi non l’avessero richiamato alla realtà; ed allora uscì di casa.

Gli amici Salvatore e Pippo, Pippo e Benito, seduti sui sedili sotto i ficus benjamin situati nella piazza a losanga ai margini della via Umberto, sembravano attenderlo. L’accoglienza gioiosa, ebbe l’efficacia di sollevarlo dalla miseria umana e trarlo, con la leggerezza dei burloni, in un altro mondo. Lo spazio della serenità lo avvolse; smise di imbastire pensieri, e raggiunse con la luce dei lampioni, il silenzio a cui aspirava e si addormentò nel letto matrimoniale che con qualche altro mobilio, aveva recuperato dalla travagliata

separazione con la moglie. L’ausilio dell’amico e collega di lavoro, Giovanni Cambria e del Signor Loreto Falletta titolare della ditta di Trasporti, è stato encomiabile. Loreto, oltre la guida del camion verso Bronte, il lavoro di carico, dovette sorbirsi l’isterica follia dell’ex moglie del’lanaggioto, e dunque il trasporto a Milazzo. Il

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trattamento che gli ha riservato, è stato quello di un uomo profondamente buono. Lanaggioto, gli è rimasto grato; la frequentazione gli ha concesso la sua amicizia e l’infortunio sul lavoro che l’ha costretto sulla sedia a rotelle, è un evento che colloca accanto alla morte in un incidente stradale, del figlio diciannovenne. 

 

Il ragazzo in affanno

 

Lanaggioto, evitava di ritornare a San Giorgio; rinviava con l’intento di diminuire le probabilità d’incontrare il fratello; insomma cercava di

proteggersi dal male. Il ragazzo che gli stava dentro, comunque stava in affanno a camminargli a

fianco. Lanaggioto ha un legame indissolubile con il borgo di San giorgio. La bestia travestita da donna, non poteva sbarrargli la strada. La visita al borgo di San Giorgio, ai genitori, alla sorella, restò ben poco aggrappata al telefono. Un giorno che il servizio notturno non gli aveva creato eccessivo disagio, anziché andare a gironzolare con gli amici per le strade di Milazzo, a stuzzicare le ragazze che con baldanzosa avvenenza, andavano per negozi; non facevano shopping, disegnavano musetti di rosa sulle guance dei maschietti che le camminavano a fianco; e giuocare con l’abbigliamento di qualche cagnolino seduto alla guida dell’auto posteggiata in doppia fila; accoccolato sulla soglia del negozio alla moda; lanaggioto, con un colpo secco, staccò la

cornetta e con l’auto Innocenti 650, s’immise sull’autostrada e con l’acceleratore a tavoletta, si diresse verso il borgo di San Giorgio. L’Anaggioto, comunque non intendeva creare la lite, coglieva nel fratello, la perdita di coscienza; la dignità gli si era sciolta e colata ai piedi e s’indignava. La memoria gli confidava gli anni della

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fanciullezza ad inseguirlo, per luoghi e scorribande a rischio; e seppure respinto ed a volte anche in malo modo; senza il fratello, non intendeva andare a giuocare in altro posto. La sua compagnia, gli conferiva sicurezza, accoglienza e protezione. I palischermi della tonnara che a mezza costa stavano in attesa d’essere calafatati ed impeciati per scendere in acqua, erano sorvegliati dai guardiani. Lanaggioto, incontrava difficoltà a scalare il barcone nel quale i coetanei giuocavano a carte; gli bastava anche e solo stare a guardare. I pantaloni corti, fisico gracile, filiforme, basso di statura, occhiali da miope, era bistrattato; si

difendeva ed attaccava, non si arrendeva, la caparbietà lo spingeva a lottare, a non soccombere;

a volte rimaneva sconfitto. La guerra è una questione di forza, Franco lo era e vinceva anche i più grandi. I ponti sotto la ferrovia, i palazzi in disuso della Baronia, erano i luoghi più frequentati. Il pino di piazza Ravel, il più sicuro e si giuocava pure a mosca cieca, a mascata o surdatu; un modo per fare fronte al freddo, al vento dell’inverno. Lanaggioto, in estate, con le vacanze, faceva il bagno presso “ lo scarro “ ove nonno Francesco, sopranominato Citurru, per il fazzoletto rosso che portava al collo, teneva la Santarosa e negli anni, il padre la “ barcuzza. “ Lo scarro, la barca,  era in linea con la traversa di casa, dunque veniva naturale andare in quel tratto di  spiaggia; smessi i vestiti iniziava la corsa sulla battigia dove la sabbia è marrone, finissima. L’attrazione irresistibile erano le barche all’ancora. La barca nel posto di sosta, si trasformava in cabina ed accoglieva sotto la poppa, vestiti ed accessori. Il gozzo della tonnara ancora calata, era preso d’assalto; le altre stavano a chiacchierare con l’acqua che la copriva fin sui bordi, da prua a poppa, dondolandosi con sobria

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naturalezza. Il gozzo, u uzzitttu trasportati i viveri ai tonnaroti, veniva lasciato dai guardiani di terra, all’ancora con la cima legata a terra. I ragazzi, tiratolo a riva lo spingevano a largo e la gara a saltarvi dentro, aveva inizio. Il rischio di non riuscire a salire a bordo, restare aggrappato e venire trascinato dove l’acqua è profonda, era alto. Lanaggioto, vi correva dietro; il timore che non potesse farcela, spingeva Franco a respingerlo. Lanaggioto seppure minacciato a starne lontano, non desisteva ed una volta, rischiò di finire all’ancora e non ritornare indietro, se Franco, l’amico del fratello, non si fosse accorto di

quelle manine sul bordo e non lo avesse tirato in barca.

L’Ave Maria con il rintocco delle campane della chiesa, era l’ora di rientrare a casa; oltre l’orario, il ritardo non era giustificabile e le

cinghiate sulle gambe, le spalle, ove capitasse, non potevano essere evitate. Lanaggioto svicolava verso casa, correva da nonna Santa e con la testa appoggiata sulla fadetta nera, aveva il conforto che cercava; Franco afferrato per la collottola, per un braccio, veniva messo all’angolo e riceveva una pena che non dava segno lo scalfisse; era  abituato a quel trattamento; resisteva in silenzio.

Il fratello, comunque era un esempio di crescita. Un fratello è compagnia ed orientamento. Lanaggioto, pur con molte difficoltà, non ha avuto modo di smarrirsi. L’adolescenza, non è facile; è un’impraticabilità quotidiana; una crescita con riferimenti nebulosi, incerti, che ha bisogno d’aiuto; a volte camminare si fa precario e si scivola nel vuoto; la candela ancora alta, ed ad un tratto, è spenta. Un ragazzo può sentirsi estraneo a casa propria, non si trova a proprio agio; è un fattore di crescita e non rientra nella sfera dei bisogni materiali; è la solitudine che ogni persona

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si porta dietro simile al peccato originale. Il malessere, lo spinge a guardare dal finestrino del pulmino che lo porta a casa dalla scuola, perdersi nella velocità dell’aria e pensare di aprire lo sportello ed in corsa, buttarsi; è un colpo di genio, un modo per scoprire, cosa può succedere. Un momento che la coscienza non affiora ed è finita.

Il juke-box, il grammofono automatico a gettone, suona, le gambe si muovono al ritmo della canzone, in attesa che si faccia l’ora per andare a scuola. Lo sparo è improvviso ed esplode nel locale, si sparge sulla piazza. La canzone continua, la musica ha perso il ritmo nelle gambe del’lanaggioto che

confuso si guarda attorno. Il colpo di pistola fuggito dalla stanza del bagno, mostra Mirko

riverso sul pavimento con il lavandino e la tazza del cesso sbiancati dal terrore. La tragedia ha portato alla luce, le scorie di ogni giorno che accumulate hanno raggiunto il punto di saturazione e sono esplose. L’aria del mattino, esposta alla

morte, è gelata. Lanaggioto, con gli anni bassi, ha passeggiato intorno al monumento dei caduti che al centro della piazza s’affaccia sul bar; una linea di piccole tombe di cemento, prive di coperchio, ha limitato l’entrata; la spensieratezza esce fuori a fatica, invero in breve tempo è aperta. Lanaggioto è rimasto con i fiori in mano e la bocca semiaperta; il terreno sparso in modo disuguale nel quadrato che ospita il monumento, ha perso la fertilità; è morto. I venti, hanno raccattato da sopra le torri colorate e trasportato la nocività prodotta dalle industrie che corrompono le leggi per la sicurezza ambientale. Uomini, manager che usano l’arma dei licenziamenti; abusano del potere economico e minano la salute dei cittadini e del territorio. La tragedia, risulta al’lanaggioto, inspiegabile, non metabolizzabile. Gli agi, una famiglia di rispettabili professionisti, non è

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riuscita a proteggerlo; neanche una ragazza, gli ha riempito il pensiero e Mirko, si è trascinato in una dimensione senza ritorno e molta gente, gli uomini che non hanno il dono di sapere aspettare i miracoli, ne rimangono sconvolti e non ritrovandosi un’illusione, camminano nel vuoto, confidando che la ragione riesca a mantenerli lucidi.

 

Lanaggioto, ragazzo, sulla spiaggia di San Giorgio, in compagnia di Puccio e Franco, gli amici

inseparabili, ha costruito una capanna di felce con una finestra aperta sul mare; il sole si alzava e vi camminava dentro a piedi nudi. Lanaggioto,

vestito di sole e di mare, ha attraversato il

mondo; si è fermato sulle onde a prendere respiro

ed ha ripreso il suo viaggio; ha infilato le mani nelle tasche dei pantaloni e del giubbotto di carta gialla ed ha scoperto un mondo non usato, rimasto in fondo; vi ha trovato nel momento dell’estrema necessità, il coraggio che gli ha salvato il

tracciato della strada; il frutto che ha coltivato e raccolto, conteneva ancora, il sapore buono della semplicità; lo spazio gli ha conservato gli odori e gli ha liberato gli anni.

La lotta per l’esistenza è una corsa all’ultimo respiro; è tremenda, toglie il sonno; la crescita alleva nelle viscere, un male stagionale che colpisce ogni generazione.

Lanaggioto ha scoperto sulla propria pelle, la barbarie della società; l’ha lottata ma non l’avrebbe vinta; l’impotenza l’ha indotto a trasformarsi in guerriero, ed ha aperto un fronte di guerra; si può cadere nell’eccesso, imbracciare le armi per concretizzare le idee di libertà e democrazia. Lanaggioto ha usato le armi della civiltà e della parola; i diritti conquistati, invero sono evaporati, dispersi; non è un pentito; pensa che le nuove generazioni dovranno

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ricominciare ancora una volta; la lotta per i diritti e la democrazia non ha mai termine;qualcuno arriva e cerca di levarli, cancellando anni di battaglie e morti, ragazzi anche se vivi, distrutti; dunque per non farsi spogliare, hanno bisogno di ricevere un’altra preparazione. I genitori, debbono smettere i panni del Santo protettore, hanno l’obbligo di esercitare il loro mestiere con la saggezza del guerriero; la cultura, non è un tradimento del progresso; è un metodo che

apporta il beneficio della civiltà. Un ragazzo, ha bisogno di sentire l’autorevolezza per rafforzare il carattere, altrimenti cerca sollievo altrove e

la caverna lo inghiotte facendogli credere di

essere entrato in un paradiso di fiori e di luci.

La concessione di un permesso dopo l’altro è un errore che lo conduce al male; è da escludere l’autorità, l’imposizione; conduce all’intolleranza e basta poco per entrare nella guerra con le armi.

 

Lanaggioto, è riuscito a trarre dal centro delle cellule, l’energia accumulata negli anni e si è rialzato; ha svestito dell’armatura il guerriero e con la forza della saggezza del Santo, ha ripreso il cammino. Ha rivisto il mare che la polvere ed i grattacieli, gli avevano occultato. Le facce delle persone hanno smesso di mettergli paura; la durezza, la bruttezza che li caratterizzava allo scopo di mettere terrore, si sono allentate ed esprimono anche dei sorrisi; gli permettono di passeggiare senza costringerlo a guardare intorno, per paura che il vicino sia un nemico.

Lanaggioto ha pensato che ha visto molto, e subito altrettante angherie e tragedie; insomma tanto male e poco bene e sebbene quest’ultimo è una goccia infinitesimale, è sufficiente a che il mondo continui a girare.

 

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Un nuovo fronte

 

Il padre del’lanaggioto, seppure in condizioni di salute precarie, non sa stare con le mani incrociate sulla schiena; ha bisogno di fare qualcosa di utile per la famiglia; crede ancora di possedere vent’anni, dunque agisce con tale spirito, andando in sofferenza.  Ha cominciato a lavorare che aveva appena imparato a camminare; non si è lesinato, lottando a che la sua famiglia

conducesse una vita decorosa senza mettere al servizio di alcuno, la propria dignità. I sacrifici, le privazioni, l’usura di un lavoro a

forza di braccia, gli hanno minato la salute. I

rattoppi, le insufficienze, l’età avanzata, con

periodici ricorsi a cure tampone, l’hanno costretto al ricovero d’urgenza  nell’Ospedale di Patti. L’incapacità di autonomia nei movimenti, l’ha inchiodato al letto con aghi e tubi; l’obbligo a dipendere da un personale non sufficientemente

rispettoso del malato, gli ha aperto un nuovo fronte; credeva di avere superato le trincee di ogni guerra; insomma la degenza si è trasformata in una lotta continua; costretto a ripiegare in retrovia, ha un peggioramento. L’arroganza del Medico di turno, le infermiere inefficienti, hanno portato lanaggioto, molto vicino alla lite; sommati alla notizia che il fratello, un infermiere professionale, non ha reagito alle difficoltà del padre; ha eluso la presenza dell’ambulanza, rimanendo seduto nella sdraio a quattro passi di distanza, hanno reso lanaggioto, oltremodo iracondo. Il comportamento del fratello di fronte al malessere del padre, oltre ad essere deprecabile è indegno; segna il punto più basso nella scala umana; un figlio, un operatore sanitario, non può. Il decadimento ha esaurito qualsiasi emivita. Lanaggioto, non riusciva a concepire il livello;

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era un’immagine non identificabile, un orizzonte inquietante. Lanaggioto si sentì risucchiare in quel sistema di città che l’aveva arruolato a forza; ove a dettare la legge è la società che grida e la civiltà è calpestata nel silenzio degli astanti; ogni ragione espressa con educazione, resta inascoltata; le spalle al muro, è costretta a sciogliersi in mille rivoli; evapora per la vergogna prima di toccare terra. Lanaggioto, ne era uscito distrutto e non voleva rientrarci. 

 

Lanaggioto, invero andava convincendosi che doveva riprendere le armi e scendere in campo. Il

guerriero, con la preoccupazione che lo tirava per mano, piano, con risolutezza, iniziò a sciogliersi

dalla compagnia del Santo; tendeva a prepararsi ad un attacco che ormai considerava imminente. L’armatura, cominciò a vestirgli il corpo fino ai piedi, le mani con movimenti a scatti si prepararono ad imbracciare le armi; la mente si

mise in stato d’allerta; dunque il rischio di uno scontro fisico con il fratello, si stava facendo sempre più concreto.

Le dimissioni dall’Ospedale ed il coma vigile del padre, inchiodò la famiglia a mano che rientrava dalle località nelle quali conduceva la propria esistenza, in attesa intorno al letto. La morte, non trasporta il tempo, la sofferenza non conta; lascia ogni cosa nelle mani dei viventi che non perdono tempo per approfittare dell’occasione. La Farmacia locale, oltre al costo delle bombole d’ossigeno, si faceva pagare un inusuale deposito quotidiano, aprendo un contenzioso, invero molto increscioso. La titolare con la famiglia, era stata per anni in affitto nella casa che fu di Francesco e Canfora Santa, andata in eredità al fratello del padre. Salvatore Accordino, l’aveva ristrutturata elevando un piano fuori terra, alienando il primo e

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lasciando il superiore nella disponibilità personale. La residenza nella città di Reggio Calabria per svolgere il servizio di Agente di Pubblica sicurezza, nella sede Prefettizia, gli permetteva la presenza nel borgo, saltuariamente ed in determinate occasioni, dunque lanaggioto aveva conosciuto e constatato che il rapporto del padre con questa famiglia, titolare della Farmacia, era molto amichevole. Le farmacie di Milazzo e delle città di residenza di Pippo, di altri parenti, dichiaravano che la tassa di deposito giornaliero,

era una pratica scorretta. Lanaggioto, dunque non si capacitava di questo comportamento, della

mancanza di rispetto. La  morte del padre, per insufficienza cardio-respiratoria, interruppe il

respiro nel quale i  familiari stavano affogando nell’osservarlo impotenti e comunque evitò un ulteriore inasprimento nel rifornimento dell’Ossigeno. Lanaggioto, seppure nella pesantezza dell’armatura, aveva resistito; sul passo del

confine, invero scoprì che un altro fronte si era aperto. La mancanza di un loculo nel cimitero di San Giorgio con la conseguenza che Carmelo Accordino, fosse seppellito in quello di Gioiosa Marea, mandò lanaggioto in escandescenza. La guerra santa, era pronta, era sul punto di scoppiare.

Il cimitero per il quale Carmelo Accordino  aveva lottato e che aveva contribuito a fare nascere,  non poteva accoglierlo; aveva esaurito ogni posto. Una sorpresa che a dire sgradita, è dare uno schiaffetto sulla faccetta del sindaco;  una prospettiva assurda, una conclusione inaccettabile. Un atto immondo che mirava a cancellare la battaglia svolta subendo le relative conseguenze penali. Carmelo Accordino che aveva lottato e pagato affinchè SAN GIORGIO avesse il suo luogo Sacro, è respinto, costretto a prendere la via del cimitero di Gioiosa Marea. Un atto inconcepibile, insopportabile, ineseguibile. Un’altra rivolta doveva essere intrapresa per evitare quest’affronto. L’intervento dei fratelli

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del’lanaggioto, Pippo e Santino, presso il Sindaco di Giosa Marea, fu veemente ed irrifiutabile. Il Signor Sindaco in carica, allora al suo primo mandato, trovò un accomodamento; un’allocazione fino alla costruzione dei loculi in progetto, assumendosi l’impegno che il primo costruito, fosse a lui designato; comunque   reso disponibile  per accogliere le spoglie di Carmelo Accordino. L’ Amministrazione Comunale in persona del Sindaco, si sarebbe assunta l’onere; insomma avrebbe preso in carico il costo, mettendo fine all’atto impietoso di un ostracismo strisciante ed ottemperando inconsciamente, ad un postumo, pseudo risarcimento. 

L’ unico rimasto, degli Uomini del Comitato d’occupazione della terra sulla collina di San Giorgio, dunque ha ottenuto la promessa che

riceverà la sua giusta accoglienza; ha riconquistato il posto per l’eterno riposo, per il quale aveva lottato. La targa apposta sulla

sinistra del cancello d’ingresso, seppure dopo circa 50 ‘ anni, testimonia l’impresa, invero la lista,  ne ha lasciati fuori diversi ed il motivo è inspiegabile se non alla luce di una lettura mascherata, raffazzonata, miope, vista la sentenza recuperata dal Professore

Peppe Alibrandi. La promessa del Sindaco, comunque rimase nella parola; una volta, quella dei Galantuomini, invero era racchiusa in una stretta di mano  e non mancava mai d’essere rispettata. L’uomo d’onore, assolveva a quanto stabilito all’incontrario di quanto si verifica nell’odierna quotidianità; insomma il Sindaco, ha dimenticato le costumanze antiche.

Il padre del’ lanaggioto,  rimase Ospite nel loculo provvisorio, nella Cappella della Famiglia Sampieri, oltre il mandato; nel secondo è stato necessario, l’intervento di un amico al quale non era in grado di fare un’ulteriore promessa e scoppiò il miracolo. Il Sindaco, l’Amministrazione comunale di Gioiosa Marea, oberati dai molteplici impegni di bilancio, aveva fatto cassa; insomma aveva venduto ogni loculo costruito, dimenticando la promessa di riservarne uno per Carmelo Accordino. Il Sindaco, gli Amministratori, sotto la pressione

del potere economico, sono stati indotti a mancare alla parola; ogni loculo per i piani costruiti,  era stato assegnato, occupato; insomma il cimitero di San Giorgio è stato trasformato in un Mausoleo,

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restringendo al minimo le possibilità per chi economicamente debole. La terra è stata presa d’assalto e l’occupazione è stata capillare. Ogni famiglia con la madre, il parente, il familiare morto, in attesa degli altri componenti, è padrone di una costruzione; l’amico che conta, ha diritto  ad essere esaudito; i meno influenti, allungano la lista, e smaltiti, se del caso, per ultimi;  la parola, dunque  diventa secondaria. La promessa perché venga mantenuta, necessita della raccomandazione politica, dunque la ricerca del padrino; è fondamentale per ottenere il sacrosanto diritto conquistato.

Il fratello del’ lanaggioto, Santino, insomma è stato costretto a ricorrere all’amico politico affinchè il Sindaco soddisfacesse l’impegno assunto; e sebbene tutto questo, Carmelo Accordino, è stato situato

in alto, nell’angolo più retrivo, impervio dei loculi costruiti. Il pavimento in pendenza, impedisce un alloggio adeguato alla scala, 

mette a rischio di una caduta rovinosa con conseguenze impensabili.  Il familiare, i figli, un membro della famiglia, che voglia fargli visita, che intenda portargli un fiore, non è messo in condizioni autonome. Una scala a forbice di comoda apertura, con l’altezza adeguabile,

fornita di un automatismo equilibrante in modo che non crei dislivello e mantenga una posizione stabile, sarebbe l’ideale. La scala in dotazione al cimitero, è sbrindellata, insicura nella struttura ed irreperibile. L’assessore locale, l’Avvocato Salmeri, dice che il comune non ha neanche i soldi per comprare e cambiare quattro lampadine fulminate, nei lampioni. La pavimentazione del corridoio, la stradina che allinea i loculi, è ripida, pende verso il mare ed aumenta l’instabilità della scala. Il rischio è aggravato dalla sindrome vertiginosa con la quale  lanaggioto, con la dipartita dei vent’anni, s’accompagna. Il quadro,  insomma è di enorme paura; il rischio di precipitare è molto elevato. Il PADRE del’ lanaggioto,  dunque salvato dall’Ostracismo, è quasi messo a parte, alla sua Famiglia che è  impedita ad avvicinarsi alla sua TOMBA. Lanaggioto, è stanco, stressato di subire siffatte vessazioni, affronti, mortificazioni. L’ipotesi di un Mausoleo, invero lo stuzzica; un piano terra per la famiglia intera, risolverebbe ogni problema. Il timore che non trovi spazio, addivenire a compromessi, invero lo frena; il denaro, è risaputo,

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riesce a comprare anche il paradiso; insomma farebbe il giogo dell’Amministrazione, del Sindaco.  Lanaggioto non crede che agli uomini civili, sia utile, ragionevole, farsi guerriero, armarsi e scendere in guerra per ottenere i diritti più elementari che una convivenza civile consente. La possibilità di potere andare a visitare il padre, senza pericolo, per lanaggioto, è un diritto che non ha bisogno di una guerra; va rispettato.

 

La Politica che fa impresa con il denaro dei contribuenti, è illegale. La politica che considera la cura del territorio, i bisogni della gente, accessori della parola, secondari alle persone, è pirateria.

L’ Amministrazione della cosa pubblica non deve avere un interesse

personale; elevarsi a padroni di un bene collettivo, è appropriazione indebita. Il Sindaco, che non svolge le funzioni ascrittegli, tradisce il

mandato che gli è stato affidato, dunque in questi casi, è obbligatorio che entri in funzione un meccanismo automatico, un intervento di estromissione, un sistema idoneo per restaurare la legalità violata.

 

Il ferragosto Gioiosano

 

Lanaggioto,  ha un ricordo del giorno di ferragosto, di qualche anno fa; dire increscioso è meno che niente; è di terrore.

Il ferragosto Gioiosano, è famoso per i fuochi, e quella sera, anziché andare per le strade di montagna che l’anno precedente avevano percorso con difficoltà e che l’imperizia e l’arroganza  di alcuni imbecilli, stava trasformando  in passione, lanaggioto, con il fratello Pippo e famiglia, il  cognato Aldo e famiglia, è andato a Capo SKINO. Il complesso turistico alberghiero che sorge sull’omonima rocca alle porte di Gioiosa Marea, ha un’invidiabile vista sulla città e sul mare, invero  l’enorme manufatto di cemento,  ha appesantito e destabilizzato il costone; le frane, si mangiano la strada statale sottostante creando un enorme disagio alla viabilità; gli enti preposti alla stabilità, promettono e si rincorrono l’uno con l’altro; non rendono giustizia al territorio; limitano le persone nella circolazione che sono costrette, per lavoro od altro, a muoversi con molta

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cautela,  con dispendio di tempo e denaro; per vie secondarie. Un giuoco che gli anni,  senza alcuna difesa, hanno trasformato in una guerra delle parti, scalzando dalla soluzione, la ragione.

Il Direttore,  Rosario Salmeri, nipote di  “ Rasi MAU, “ che lanaggioto chiama affettuosamente“ Maestru “ per la sua aria pulita, seria, li ha autorizzati a vedere I FUOCHI, dal terrazzo del locale. Il ritorno però si è trasformato in un problema complicato;  l’interruzione per la frana,  ha creato un ingorgo mastodontico; la statale superaffollata, era divenuta impraticabile. L’esperienza acquisita dal Cognato, con  l’andare per montagne, li trasse in salvo. L’appartenenza al CORPO FORESTALE, risolse l’intralcio,  dunque lo seguimmo; ci introducemmo in un territorio sconosciuto. Il cemento copriva ogni

metro quadrato di territorio; la Campagna, era scomparsa sotto Ville, enormi muri di contenimento; la strada si contorceva intorno e

sprofondava verso il mare di San Giorgio in un percorso infernale. Una guida a precipizio, appesantita da uno stress pauroso, senza la forza di aprire la bocca per gridare qualcosa, un aiuto, forse una preghiera. Il Rappresentante del Popolo, ha l’obbligo ed il dovere di provvedere al benessere dei cittadini, del territorio, alla stregua di un Padre di Famiglia.  La classe politica, ha aggirato il significato della stretta di mano, le promesse si confondono e le parole, non sono altro che acqua fresca, anzi direi marcia. L’elezione del  Sindaco di Gioiosa Marea, è stata sentita al pari di una ventata di freschezza, di gioventù; la speranza di una discontinuità assoluta con il passato, con la speculazione, muore qualche mese dopo,  dimostrandosi, pedissequamente un mendace.

Lanaggioto, non si stanca mai di dire a Giuseppe, ai compaesani, che quelle colline sopra il borgo, appesantite da ville e piscine, arriveranno a mare; è solo una questione di pioggia.

 

La rivendita di Giuseppe

 

Lanaggioto,  una domenica mattina, è ritornato al borgo, salutata la madre, si reca alla rivendita; entrato rimase appiedato. La vista al bancone di un

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giovane sconosciuto, l’ha sorpreso; non di meno pensando potesse essere un nipote, si è avvicinato ed ha chiesto dell’amico. La risposta, non è più qui, gli giunse agli orecchi, infastidita; la intese scontrosa, dunque senza chiedere altro, salutò ed uscì in strada. Il borgo era casa sua, andare da Giuseppe, andare a comprare qualcosa, alla bottega di don Vincenzino, era un modo per entrare nel tessuto sociale, riprendersi il prato, le strade, le case dove era cresciuto con la speranza negli occhi, nelle mani, in ogni parte del corpo. L’Anaggioto, dunque accese una sigaretta,attraversò la strada e si fermò sotto i

pini, titubante se andare verso il  centro, fare quattro passi; decise di ritornare a casa per

chiedere alla madre, di Giuseppe. La notizia che l’amico avesse venduto la rivendita, invero non lo sorprese, conosceva le sue intenzioni, comunque a lasciarlo basito è stata la risposta del proprietario. La sigaretta nelle dita, si sedette sulla sedia di plastica situata dietro l’anta chiusa della porta d’ingresso. Un alacre rovistare in un vuoto di pensieri, in un brontolare di sentimenti che gli appesantivano la visita ai genitori, al borgo di San Giorgio; il giro quotidiano si era collassato. La testa penzolone verso le punte delle scarpe, navigava a mezz’aria; la mano con calma, s’avvicina alla bocca e fuma, in un assente automatismo che quasi elide ogni percezione, estraniandosi perfino con tutto quello che l’esterno, la strada, la ferrovia, portano.

Lanaggioto, ad un tratto è punto dal calore della sigaretta, sbatte la mano nel tentativo di far cadere la cicca dalle dita; dunque alza la testa

ed in cerca di conforto volge lo sguardo nell’orto incolto, oltre la strada. Il muro di pietre sciolte, scosto dai piedi dell’edificio bianco a due piani fuori terra, di civile abitazione,

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mantiene il confine; il vecchio nespolo in esso inglobato, si erge con vigore. Il fiorente albero di Natale e l’arancio che a mezzo col fico, spartivano il muro perimetrale della costruzione rimasta senza tetto e con l’apertura di porta e finestra incomplete, sono stati estromessi; il resto, è chiuso dal cancello di ferro con la rete metallica. L’orto a fianco, in faccia al cancello, sulla strada che incrocia la traversa dove insiste l’abitazione dei genitori, non ospita più l’albero di fico dai succulenti frutti che attraeva quasi con cupidigia, le mani dei passanti; è un misero quadrato di terra, chiuso con un muretto e passo

d’ingresso di un eventuale giardinetto. Le

costruzioni di donna Nunziatina e la bottega di

ciabattino di don Filippo, con il fazzoletto di sabbia, su cui si apriva una finestra che faceva da sportello per la consegna delle scarpe riparate, hanno lasciato spazio ad una mastodontica costruzione di cemento armato. Lanaggioto, trafelato, confronta l’incompiuta e cerca conforto, nella casa di Maria Natoli che incastonata in un’altra costruzione a più piani, adibita per la sosta dei vacanzieri, chiude la curva. La strada, dunque si distacca e gira per proseguire fino  a punta o ciumi lasciando un corto braccio, a congiungersi con quella che a destra, scivola sotto il muro della strada ferrata, e si allaccia al tracciato che da piazza Ravel conduce alla nazionale ed alla via dei Vinnani. L’edificio di destra, dopo l’abitazione di Caloriu Canduci, è stata la  residenza di Salvatore Pittari detto Balici; sulla sinistra, un’appendice in muratura, posta nell’angolo dell’agrumeto, l’aveva adibito a deposito, di cassette, ghiaccio ed attrezzi vari.

La nuova costruzione, elevata a più piani, occupa ogni millimetro di spazio; il massimo della cubatura; sfida il cielo e le altre costruzioni

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viciniori; invero le vecchie, hanno subito una trasformazione miracolosa. Lanaggioto, insomma sentì l’arroganza della politica sbattergli in faccia, quasi a rompergli il setto nasale e l’arcata zigomatica di sinistra. Lanaggioto, soverchiato dall’indignazione per la perdita  di ogni minima pudicizia, si disse nei denti che  Salvatore, l’Assessore comunale, aveva saputo capitalizzare il suo potere. Lanaggioto, dunque per la curiosità dell’enorme sviluppo, sia per andare a sentire cosa dovesse dirgli Margherita Ceraolo, la titolare della cartolibreria Senso Unico che aveva nella sua disponibilità diverse copie dei suoi

libri di poesia, si alzò per andare a vedere; percorse in lungo la traversa, a verificare l’estensione dell’edificio sulla via Pola. Gli orti, con gli anni, uno dopo l’altro avevano ricevuto la sanatoria; acquisito l’autorizzazione all’edificazione, avevano mangiato la strada interna e si erano messi in linea con la casa  da punta o ciumi  della famiglia Russo ed inconsapevolmente sul fronte opposto, con la chiesa. Il torrente che prende il nome dal ponte di

ferro, scende dalla vallata a destra della collina sulla quale è stato costruito il cimitero,

e sfocia in mare; per dare il passo alla strada che dal bivio conduce nel borgo, mantenendo sulla destra la bretella e le ultime barche rimaste a pescare, è stato ingabbiato in un cilindro di cemento. Il 1948, l’anno della battaglia per la conquista della terra per la costruzione del cimitero, il letto del torrente, era stato la scorciatoia per correre a proteggere la terra occupata, dall’assalto dei Carabinieri. Una linea retta, libero di ogni orpello con l’uliveto che vi cresceva sul margine, rigoglioso di frutti. Ogni anno era concimato con i resti del tonno in scatola prodotto negli stabilimenti della tonnara; anziché

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distribuirli ai pescatori ch’era molto buono e la fame era tanta. Lanaggioto, con Franco, il fratello maggiore, nelle conche degli alberi, vi nascondeva coprendole con un leggero strato di terra, le trappole di rame con esca di pane. I passeracei, che volavano intorno, scendevano a riposare od a giuocare, beccavano l’esca e cadevano in trappola. I giorni di calia, scorrevano veloci; anziché entrare, si marinava la scuola e si andava per i campi, per la spiaggia, sotto i ponti della ferrovia a giuocare; la bella giornata, chiamava a stare all’aria aperta ed il torrente era il tracciato più breve per raggiungere la statale che

manteneva filari di pini con frutti di sapore prelibato. La speculazione, lo ha invaso, sconvolto, ostruito e distorto scaricandogli sopra e nelle vicinanze la sua arroganza di cemento ed asfalto, materiali di scarto, lasciando che la  vegetazione lo rendesse più selvaggio e nascondesse le loro nefandezze; insomma il letto è asfaltato a macchie, raffazzonato, rattoppato, bucato, è divenuto impraticabile; l’hanno ostruito e reso impraticabile, non percorribile.

La strada che a destra conduce ai residence ed all’hotel Saint George, ed a sinistra al CONAD, è affiancata dall’entrata di un lungo capannone in cemento armato, adibito a probabile deposito di bibite ed acque imbottigliate; la visione e qualsiasi viabilità è inesistente. La possibilità di raggiungere a piedi, il cimitero, dunque è da escludere. La percorribilità è stata interrotta.

 

La via Pola, oltre la casa di Don Pippinu Russo, a seguire di un centinaio di metri o forse più, in linea, insisteva la casa con terrazzino, nella quale abitava la Professoressa Peppuccia, madrina del fratello del’lanaggioto, Pippo, sposa a Vittorio, emigrato in America. L’attesa del ritorno

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del marito, si protrasse senza alcuna notizia, accudendo le due bambine, frutto del matrimonio; a pari distanza, dunque la bottega con terrazzino, di don Ciccinu, ed infine, le case basse a margine del torrente che scende alle spalle delle case dei “ Vinnani “ ove erano allocati i guardiani di terra della tonnara; oltre, la chiesa e le altre case denominate nuove, seppure infarcite con un bel numero delle case primiere che alla morte dei genitori, i figli non hanno inteso rimettere a nuovo e con altra cubatura; magari per

dispersione degli eredi o per non avere raggiunto un accordo sulla destinazione. Il borgo, insomma continuava a seguire la linea tracciata dal padrone; il solco della divisione.

L’impresa politica, non arretra di un passo, pur sottoposta a sequestri e condanne, continua imperterrita nei suoi traffici. Il suo corso ha eliminato orti, pozzi, alberi di fico; ha occupato qualsiasi quadrato di spazio libero. La Santarosa, la barca conzalora di Francesco u citurru, la barca della sciabica di Caloriu u Bancheri e le altre, legate agli alberi di fico, venivano messe al riparo dal vento di tramontana e di libeccio, che nei mesi invernali, sferzavano con furia il villaggio di pescatori; con la marineria estinta, i proprietari, hanno inteso imbrigliare i mostri dell’infanzia, nel cemento armato; i venti, rabbiosi vi cozzano, cercano una crepa e si abbattono sul progresso che non ha  rispetto per la natura.

 

La lettera del Prof. Giuseppe Alibrandi

 

Lanaggioto, avrebbe mangiato volentieri, una mezza granita di limone. Il Bar Capriccio, è uno dei pochi locali che non usa la limonina, la polverina che sa di sentina; introdotta, per motivi

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inconcepibili, da una legge comunitaria; e prepara la granita, con il succo del meraviglioso agrume e con la ben nota, maestria siciliana.

L’appendice del locale, oltre la strada in fondo a destra, sotto i pini, manteneva un tavolo circondato da numerose persone sedute ed in piedi. Lanaggioto desunse che si stesse svolgendo una partita a carte; interminabile, che comincia col

patto della durata di qualche ora e si trasforma in una battaglia all’ultimo centesimo. Lanaggioto, scese dal marciapiede ingobbito dalle radici del

pino che sotto la sorveglianza di Santa Canfora, aveva spiccato la naturale esuberanza verso il cielo; ed oltrepassò l’unico dei tre massi d’arenaria usato per ancorare la tonnara, rimasti per anni a guardia dell’ultimo tratto della vico Brindisi, l’odierna via Trento; uno a destra, nell’angolo dell’orto di Marianna, l’altro a sinistra accosto al forno ed il terzo a lato del terrazzino della bottega di Ciccino Natoli. Lanaggioto volle credere che fosse quello in prossimità della strada, sul quale ancora ragazzo montava per guardarsi intorno e decidere verso dove dirigersi in cerca dei coetanei. Il  preferito, dunque leggermente inclinato sulla sinistra, osservava il sedile di cemento e lanaggioto piegandosi a sua volta sul fianco in uno sberleffo, estrasse dalla tasca della giacca, il pacchetto delle sigarette MS, ne trasse una, la infilò in bocca e con l’accendino in mano, a piccoli passi, girando la testa verso l’angolo di giuoco del Capriccio, s’introdusse nel folto degli alberi. La distanza, non gli rendeva identificabile i contendenti, invero l’osservazione gli raccolse la presenza di Franco, Nunzio, Gioacchino, altri non visibili e qualche cassaintegrato, che si era introdotto ed assuefatto alla compagnia del borgo. Lanaggioto, accese la sigaretta, e s’avviò verso la

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cinta di oleandri per dirigersi sulla spiaggia.

La memoria, d’improvviso gli si aprì e si ricordò di Giulia, la figlia di Salvatore, il fratello più piccolo che l’aveva informato ch’era atteso, in cartoleria; insomma andò a vedere cosa dovesse riferirgli Margherita. La busta gialla che gli porse a nome di Peppe Alibrandi, lo sorprese e lo incuriosì tanto che uscì senza chiederle dei suoi libri di poesia; dunque attraversò la strada, entrò nell’ombra dei pini, ed aprì la busta che conteneva la barca solare del museo egizio che a primo acchito scambiò per la nave punica del museo di Marsala, ed una lettera che il Professore Alibrandi aveva inviato al sindaco di Gioiosa Marea nel giorno del FAI. I Sangiorgioti ed i Gioiosani  sostenitori dell’arte, delle tradizioni e dell’ambiente, dice si augurano che il Palazzo Cumbo Borgia, sia restaurato e racchiuda, il MUSEO della TONNARA di SAN GIORGIO. Il Professore Giuseppe Alibrandi, dunque incita il Sindaco, ad attuare il suo programma se la parola d’onore non è acqua che scivola nelle falde arse del territorio e lo invita a che possa inaugurarlo nella giornata del FAI. L’idea del Megaporto, programmato dall’Amministrazione Comunale di gioiosa Marea, continua il Professore Peppe Alibrandi, è l’ennesimo delitto perpetrato ai danni del territorio e dei suoi abitanti. Questa è l’occasione di destinare i Fondi del porto, al MUSEO della Tonnara di San Giorgio, alla sistemazione ed alla cura della sua spiaggia, della condotta fognaria e del depuratore mai entrato in funzione, di quella idrica e creare aree attrezzate per accogliere civilmente i turisti. L’Avvocato di grido, scelto per il porto, esperto sui Fondi Comunitari PIOS, destinati alle aree museali del mare in Europa, che impari a rispettare la cosa pubblica, riscopra la vecchia delibera del

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Commissario Corvo, sul Museo del mare e curi i rapporti con la Soprintendenza che ha vincolato il

Palazzo Cumbo-Borgia del Tardo ottocento,e sventi gli appetiti che ha apparecchiato con il Piano Casa, il Presidente del Consiglio Cavaliere Berlusconi. Il Sindaco con i suoi consulenti e Tecnici, non può esporre il territorio alla violenza delle mareggiate per fare cassa. Lanaggioto, colto da un moto d’imperio,s’introdusse fra le righe e vi aggiunse: “ La natura si ribella, le correnti che sono state rotte, tendono a ricostruirsi ed irrompono nella striscia di spiaggia indebolita, creando grossi danni ed i guai

non finiscono mai. L’uomo non può arrogarsi il diritto di deturpare e sconvolgere la natura. ”

Lanaggioto, dunque riprese la lettera del Professore Peppe Alibrandi.  “ Il Megaporto o porticciolo, è una sottrazione di territorio che ridisegnerà il Borgo Marinaro di San Giorgio. Un MUSEO, con la sua valenza storico-culturale, i servizi delle varie agenzie e società, operanti a vario titolo, amplierebbe e qualificherebbe l’offerta turistica e culturale del territorio comunale. Il territorio non è un bene di consumo, è un bene pubblico. Lanaggioto, a quest’affermazione non riuscì ad esimersi dal battergli le mani. Il prosieguo della lettera dove diceva che il territorio è sottoposto al rispetto del metodo democratico, di una scelta collettiva, nella valutazione d’impatto ambientale, nel calcolo costi-benefici, lo lasciò alquanto interdetto. Lanaggioto, pensa che il territorio ha diritto al rispetto e qualsiasi altro orpello, è un accordo speculativo. Lanaggioto, dunque lasciò parlare il Professore Giuseppe Alibrandi. Un territorio, ha diritto di essere gratificato, richiede legittimamente, che San Giorgio usufruisca della

sua storia. La cultura del Borgo Marinaro di San

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Giorgio ha pari dignità e quanto vale la tradizione dei Gioiosani, la ricetta del Murga insieme al Murgo, credo valga quella della “ FRITTA, “ l’antico modo di servire il tonno bollito e steso sui graticci condito all’aceto e menta di cui i Cumbo Borgia mai facevano mancare per San Pietro, la primizia ai gaudenti Romani, a partire dell’Ottocento. Il Sindaco di Gioiosa Marea, comune sì ricco, di Audiorium, Antiquarium, Museo d’arte Sacra, Borgo Marinaro, della Murga e del Murgo, promosso e sostenuto da un gioioso e combattivo Sito Gioiosano che perora perfino il riutilizzo del Basolato, si rammenti che la cultura è pluralista,

multicentrica, dunque se diffusa sul territorio, può provvedere a fare “ Le strade dei Musei “ che uniscono i Borghi marinari di San Giorgio e Gioiosa Marea “ e “ Le trazzere regie “ che uniscono la montagna alla Marina. Un porticciolo che compensi i Gioiosani della spiaggia persa sotto lo SKINO e Cani-Cani, non è un metodo di civiltà, è un sistema per continuare a stuprare il territorio e l’Avvocato Amato, patrocinante il Megaporto, il SINDACO di Gioiosa Marea, per una volta ricordino che la storia, è le fondamenta sulle quali camminiamo, non hanno saputo conservare una sola barca dell’Ottocento ed in questo meno bravi degli Egizi moderni. “ Il Museo della Barca Solare, “ è costruito nel deserto, nel luogo delle Piramidi di Giza dove è stata ritrovata, la stessa barca con la quale gli antichi Egizi immaginavano di raggiungere la loro “ CASA nel REGNO dell’OLTRETOMBA, “ che noi andiamo a risollevare con la nostra moneta, godendoci il loro mare e l’acqua del Deserto,  meno salata di quella di San Giorgio.

 

Il Museo della tonnara di San Giorgio, ha il sito nel Palazzo Cumbo-Borgia del tardo Ottocento vincolato dalla Soprintendenza ai Beni Culturali ed

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il Borgo marinaro, i cittadini di San Giorgio di Gioiosa Marea, avremo un “ Monticchiello “ in meno, racconto all’Avvocato Patrocinante Amato, “ di quel paesino della Toscana dove son partiti con la Grande lottizzazione lungo il sentiero dei Cipressi che sale a Monticchiello, fermata dalla

Soprintendenza Nazionale e ridimensionata dalla Magistratura. Il Professore Asor Rosa se ne accorse e cominciò a scrivere su La Repubblica fino a che il Monticchiello si ridusse ad un monticchiello. ”

 

Lanaggioto, terminata la lettura, ebbe un moto di stizza; oltre trent’anni dopo, è stata ripescata

l’idea del Museo della tonnara e si consolò quel tanto per non lanciare in aria una sonora bestemmia, prendendo una sigaretta dalla tasca e mettendola in bocca; dunque s’accinse ad andare alla macchina per conservarvi la busta gialla del Professore Giuseppe Alibrandi.

 

Una visione bellissima

 

Il pollice posato sulla linguetta dell’accendino, pronto a premerla per attivare il sistema piezoelettrico e fare sprigionare la fiammella, si girò ed azionando lanciò uno sguardo, una sbirciatina sulla strada. L’azione avviata non ebbe che il risultato di lasciarlo in sospeso sul posto. Lanaggioto, pensò che il sistema d’accensione, gli avesse creato nel campo visivo, un focus, uno strano effetto; ebbe l’impressione di una visione. Una donna con una bambina per mano, passeggiava sul marciapiede, guardandosi a destra ed a sinistra in un vano cercare. Lanaggioto, ebbe la sensazione, ravvisò in lei Agata, la ragazza con la quale aveva trascorso l’ultimo periodo dei suoi anni; assieme avevano fatto un tratto di strada, aiutandosi a vicenda ad uscire dal precedente pasticciaccio

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familiare. L’acconciatura, invero lo metteva in titubanza; ne era attratto e le si avvicinò per scoprirne l’identità. La sua attenzione non era mal riposta; scoprì in lei, la carissima amica; la dolcissima Agata. Lo sguardo li riunì e li riportò dove si erano lasciati; lei avvistatolo, gli corse incontro e lo avvolse in un morbido abbraccio. Lanaggioto, vi si rifugiò con una gioia immensa, inesprimibile; gli riempì il petto, alla stregua del congiungimento di una parte che gli mancava, e tanto profumava del suo amore, che non intendeva lasciarla staccare; addirittura chiuse gli occhi e si rifugiò nel sogno che aveva coltivato per anni e

che aveva relegato in un rapporto d’amicizia per non assumersi la responsabilità di un’altra famiglia. L’amore, gli stava giuocando un brutto

scherzo, stava riprendendo fiato e si liberava nella semplicità della prima volta. I giuochi, la semplicità degli scherzi, si aprivano nelle mani; l’intima confidenza divenne una naturale espressione dei sentimenti; le parole erano un approfondimento che confondevano il giorno; la notte navigava sulla distesa marina, oltre la finestra, in un silenzio sereno, carico di promesse; la mattina, raccoglieva gli avvenimenti rimasti a circolare nell’aria ed il timore s’alzava sul cancello di casa; appariva e scompariva, lasciava un odore d’incertezza; la tristezza cominciò a fare capolino assieme al disagio che silenzioso s’insinuava in ambo le parti, dimostrando che la ferita della recente separazione, non consentiva loro e soprattutto

al’lanaggioto, di assumersi una responsabile sofferta convivenza. La bambina era una corda che

teneva Agata, unita al marito, in un strano legame di forma. La condizione di semilibertà, inficiava qualsiasi rapporto e non aiutava lanaggioto che a sua volta sentiva il vento che gli sbatteva le ante

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dell’esistenza  sulla faccia. Il trasferimento nella città di Milazzo, dunque divenne la sua occasione. Lanaggioto lo colse con obbligatorietà; gli toglieva la precarietà del lavoro che si trascinava sulle spalle; il guerriero non ha molte possibilità di sopportazione; ha a disposizione, il bisogno della giustizia, del rispetto dei propri diritti svolgendo con impegno il proprio dovere; insomma lo accettò pensando al bisogno d’uscire dall’incertezza e si allontanò. I giorni, i mesi, nonostante tutto, gli presentarono il conto; e seppure cercò d’ingabbiarli in deduzioni, interpretazioni e passeggiate, non riuscì a

concedersi una distrazione, un cambiamento significativo; s’accorse d’esserne rimasto coinvolto, fino all’alluce. Lanaggioto, dunque con l’intento di recuperare il tempo, si tuffò nel mare tranquillo che conosceva e nuotò nell’acqua limpida della grotta; ammirò la sua  bellezza alla ricerca di una serena mattinata. Ogni piega, sfaccettatura della sua pelle, si liberò nelle sue dita fino alla piccola cicatrice sul pube, residuo del parto; nulla gli si nascose e con  spensieratezza, si lanciò in una folle corsa, con la speranza di recuperare le fila; richiamò i giorni e le sere, e si alimentò delle festicciole con gli amici e le amiche di corso; il  tentativo d’imbastire una maglia, una scarpetta, una vestito di carta, restò relegato, sul davanzale della finistra; isolato in casa; altrimenti in pizzeria, sovrastato da un’accozzaglia di voci, rumori di posate. Il pub in fondo al viale, a ridosso del mare era il loro ritrovo naturale; gli occhi socchiusi si ascoltavano con le punta delle dita; e si sorprendevano a mangiucchiare patatine, salsa e maionese, mini arancini e pizzette, in un imboccarsi a vicenda, bere la birra con la schiuma alta per giuocare con le labbra. Il giardino

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d’inverno, si ergeva a camera di compensazione; un incubo per lanaggioto; era il luogo rivelatore di un ulteriore prova d’appello concessa al marito, per il bene della bambina. Lanaggioto, con in mano la tazza del tè verde, con estrema pazienza, raccoglieva le scorie, le polveri sottili in un tentativo di salvaguardare i travagli dell’amore e si accartocciava sui ginocchi scambiando la sedia per un trampolino per lanciarsi in acqua, evitando gli scogli che apparecchiavano la spiaggia sottostante. La promessa dell’amore si celava e per qualche mese, l’esperienza rinnovava i frutti che ben presto andavano a male. Lanaggioto, afferrato dal tono della sua voce, lasciava la cornetta e quel che aveva in mente di fare e correva a casa, a trovarla; la sua chiamata era una richiesta d’aiuto e lui non riusciva a sottrarsi e seduto in cucina, mortificato, manteneva sulle spalle, l’ombra scura dell’ex che non lo era, che ritornava ed andava; dunque per non farsi strangolare, sgattaiolò fuori città, lasciò quelle strade, gli scogli ed andò via nel tentativo di non farvi più ritorno.

Lanaggioto, nelle braccia di Agata, d’un colpo si rimangiò ogni decisione e si inginocchiò nelle braccia a sussurrarle il suo amore, intenzionato a riconquistare il canto del mattino, e riuscì perfino a credere che i gabbiani si fossero levati il volo. Un altro sentiero, invero ospitava i piedi di Agata. Lanaggioto, non riusciva a capacitarsi che quest’ultimo giorno, era da escludere; il lasso di tempo trascorso, non era un intermedio e non ricongiungeva  le cime; in mezzo era entrato altro a riempimento. Lanaggioto, fermò la memoria a nuotare nella grotta, ripromettendosi che avrebbe eletto a suo elemento naturale l’acqua limpida e non sarebbe ritornato a riva. Il cammino di rientro fu precipitoso ed interminabile; il timore di doverla perdere, gli fece girare la testa e restò

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con i piedi intrappolati negli aghi dei pini; statico sul posto, cercò di evitare di sciogliersi dall’ondata di dolcezza. Agata, lo riempiva mantenendolo leggero, dunque non intendeva staccarsi. Il volto di Agata, pieno di sole e sulle labbra un delicato, dolcissimo sorriso, lo imprigionavano in una magnetica dipendenza; le si sarebbe incollato sulla pelle rivestendo la sua della morbida, lunare, lucentezza; con la durata, si caricava con sempre maggiore passione; ogni minuto che trascorreva abbarbicato a lei, l’energia gli decuplicava, centuplicava. Il bacio con il quale lanaggioto intendeva sigillare il suo amore per lei, fu deviato da Agata, con un lieve imbarazzo, nei riccioli vaporosi ed allargato con un garbo misurato, che investì lanaggioto, pari ad una tempesta di sabbia, lanciandolo in una corrente di vento di scirocco. Agata, dunque gli afferrò la mano e con atteggiamento serioso e fanciullesco, dicendogli che gli avrebbe fatto conoscere l’uomo che avrebbe assicurato un domani alla bambina, s’avviò nella strada e lo condusse in piazza ove aveva posteggiato l’auto. Agata gli presentò il padre, la madre che conosceva ed Orazio. Lanaggioto guardò l’uomo, quasi di sfuggita, gli allungò la mano a salutarlo e si accinse ad allontanarsi, aggirando perfino Agata. La pelle di Orazio, di un giallo paglierino, gli dava l’orticaria; non riusciva a stargli a fianco e si mise a debita distanza. La  delusione gli correva per ogni articolazione, avrebbe voluto dissuaderla, dirle che questa non era una scelta, dunque si rivolse alla madre ed al padre e seppure cercasse di nasconderlo, un brivido gli serpeggiava sulla bocca; una leggera afonia, gli nacque sulle corde ed il discorso, che d’improvviso gli trapelò dai denti, fu una conversazione in una lingua o dialetto sconosciuto. Un passo ancora e vinse il

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disagio ed ecco che l’incomprensibilità vocale che inarcava, ad un tratto si sciolse, prese la giusta armonia.

 

L’erudito Cicerone

 

Lanaggioto, insomma si vestì da erudito Cicerone e raccontò loro della Tonnara, del palazzo rosso, residenza stagionale del Nobile Casato,  dei padroni della tonnara, sventrato, abbandonato, reso a discarica a cielo aperto, è andato in rovina. L’Ente preposto alla tutela dei beni culturali, al vincolo paesaggistico, la Soprintendenza ai beni  culturali e paesaggistici di Messina che aveva sottoposto a vincolo l’edificio, 

rimasto dormiente a tempo; non si curò della sua tutela,  si è svegliato, uscì dalla narcosi, che la Magistratura, aveva apposto le transenne, cadendo sulle macerie, nelle rovine. I Barbari, l’Impresa della Speculazione Politica, comunque  avevano portato a termine, il progetto speculativo e la storia marinara, insabbiata. I  palischermi, galleggianti e le ancore della tonnara, erano stati espulsi dai luoghi di ricovero ed abbandonati a

decantare, sotto la Cattolica e la porta nord del campo di calcio, sul margine esterno della bretella stradale, sull’arenile; constatato lo scempio, ritornò a chiudersi nelle sue stanze e se ne dimenticò, lasciando che venisse sopraffatto dalle erbacce, che diventasse rifugio di insetti, roditori e randagi di vario colore e lignaggio.

 

Una cornice di bianche costruzioni adibite a case vacanza,  con sulla facciata, il Santo Patrono raccolto in un mosaico di pietruzze colorate, è l’efferata dimostrazione dell’impunibilità.

 

Le promesse per riportarlo in piedi e dargli una giusta collocazione, hanno percorso, attraversato periodi elettorali, legislature; nulla di buono è accaduto; il brutto è entrato con facilità; il pericolo per le persone, è un rischio costante; è presente e non avvertirà né il sindaco e né l’Ente.

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Quello che accadrà sarà relegato in quella lista dell’impossibilitati a procedere, insufficienza di prove, pena prescritta. 

 

Lanaggioto, elevato a Professore di Storia locale, ad un tratto fu interrotto nella lezione. La bambina, seguendo un deltaplano lanciatosi dal Monte Melliuso, convinse la madre di andare a vedere l’atterraggio. Lanaggioto, le corse dietro fin oltre il vecchio campo di calcio, la bretella stradale, i relitti delle barche della tonnara, semisepolti dalla sabbia e dalle spine.

Lanaggioto, ad un tratto, si convinse che stesse

tediando Agata ed allora, osservandola con tutta la

dolcezza che gli era possibile, ritornò dai suoi genitori e continuò a declamare loro, passeggiando sul marciapiede, la storia della tonnara con la quale era cresciuto.

 

Il Palazzo dei Cumbo Borgia, Padrone della Tonnara e delle terre sopra la ferrovia fino alla statale; raccoglie nel ventre squarciato, l’arroganza della speculazione, l’impresa politica che ha mortificato la storia del borgo. Le sue macerie, sono una perenne ferita sanguinante, dunque sarebbe onorevole che il Sindaco e la sua Amministrazione, provvedessero a sanarla anziché andare a strombazzare sulla spiaggia per impiantare porti o megaporti per fare soldi. Lanaggioto, a mano che declamava s’indignava, era talmente sconvolto che non s’accorse che il deltaplano era atterrato, raccolto l’involucro nel sacco, la bambina ed Agata si erano accodati. Lanaggioto ebbe un momento di difficoltà; non sapeva cosa fare; si guardò intorno; i pali della porta del vecchio rettangolo di giuoco, erano scomparsi, assieme al San Giorgio ed il Santa Flavia, i due palischermi andati a fuoco durante lo svolgimento della prima gara di

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Gokart; gli veniva voglia di prenderla per mano e correre fino in faccia alla cattolica, sedersi per terra alla stregua di un calciatore che ha sbagliato il rigore, e gridarle con la forza che aveva in corpo quanto l’amava, che quell’uomo non era il suo e per smaltire la delusione, la rabbia, si accese una sigaretta e senza offrirne, si mise a fumare a corti respiri. Il tocco dell’orologio sul campanile della chiesa, ebbe l’effetto dirompente dell’allarme della sveglia del mattino e carico d’umiltà, premuroso, s’avvicinò ad Agata che piegata sulla bambina cercava di pulirle le scarpe della sabbia.

 

I Sagnuggioti, questi miei compaesani, riprese, continuano a camminare sulle bretelle degli amici,  a braccetto dei  lestofanti; non si spiegherebbe altrimenti, il disinteresse per la Storia Marinara, le radici, la cultura dei padri.

La tonnara di San Giorgio, è la storia marinara del borgo; ha diritto che sia onorata. Il Sindaco, cambierebbe lo stato del suo mandato, salverebbe la faccia ed addolcirebbe l’epiteto che merita. L’impresa politica, se operasse nell’interesse del bene pubblico, sarebbe ritenuta utile.

 

Lanaggioto, aveva raggiunto la massima esaltazione e si avvide a malapena che Agata tentava di salutarlo di darli un ultimo bacio; era ora di andare. I Turisti, con le vacanze ridotte al lumicino, cominciavano a dirigersi verso l’autostrada; le giornate, stavano mangiandosi il sole, dando il ben servito all’estate. Un ultimo saluto ed Agata con la famiglia, salì in auto e

girato l’angolo, si confuse con il passaggio ed il rumore assordante, di una moto di grossa cilindrata, con a bordo una coppia di draghi, uniti in un amplesso assassino. Lanaggioto, rimase in

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panne, si guardò intorno e veduto in lontananza, l’amico Giorgio Puglia, l’insuperabile, passionale, allenatore della squadra di calcio del San Giorgio, che con il suo incedere faticoso per la protesi alla gamba destra colpita da poliomelite, si dirigeva verso casa, lo rincorse a salutarlo e si accompagnò a lui ritornando dai genitori. Ogni volta, la gioia del vedersi si esprimeva in misurati sorrisi e qualche pacato ricordo; si lasciarono con l’augurio di rivedersi, comunque in piedi.

I fantasmi del villaggio

 

Il borgo di San Giorgio, la frazione di Gioiosa

Marea, ha subito uno sviluppo urbano incontrollato;

questo ha messo in crisi d’identità dei Sagnuggioti emigrati; l’assetto è stato stravolto e rende il loro ritorno, un rientro a tentoni; le case hanno perso la loro personalità e le strade sono irriconoscibili. I responsabili locali, non si sono opposti allo scempio, lasciando nelle mani degli amministratori comunali, l’esistenza degli abitanti del borgo; insomma i vizi della  politica, sommati con quelli dell’impresa, raccolte le male usanze dell’una e dell’altra, con le loro attività speculative, hanno stuprato il territorio cancellandone l’identità. I residenti rimasti, sopraffatti sono ridotti a fantasmi; non riescono ad incontrarsi e magari scambiarsi il silenzio dei pensieri e sono costretti a sopportare, oltre  ai malservizi, anche la solitudine. I turisti, richiamati per la bellezza della spiaggia, per gli ampi spazi, sono diventati un oggetto compulsivo;

il raggiungimento del maggiore profitto prestando scarsi servizi, è una malattia che conduce l’Operatore, ad un lento e continuo peggioramento, conducendolo al fallimento. Il caro affitto, i prezzi gonfiati, hanno ridotto un anno dopo

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l’altro, l’affluenza dei turisti; i servizi carenti, l’acqua salmastra ne hanno decurtato la presenza.

La pelle, sconsiglia l’uso dell’acqua, anche per la doccia; la pelle, è colta da una fastidiosa irritazione; i capelli subiscono una provocazione pidocchiosa e spinge alla fuga. I residenti, loro malgrado, sono costretti a soffrire in silenzio o votarsi al Santo Patrono.

 

L’acqua salata

 

L’antico acquedotto, aveva poca acqua; era sorgiva, buona ed era distribuita nelle fontanelle che dallo slargo di ” stradi Vinnani, ”

entrava nell’anclave della famiglia Falcone, scendeva alla ” Santa

Cruci, ” sull’angolo della strada che conduce alla stazione ferroviaria, accosto il muro della casa dei La Rosa, sotto la nicchia con croce, che conserva la Madonna.  Seguendo la strada, oltrepassato il ponte si diramava lungo la strada principale, davanti alla filiera delle case che s’affacciano a mare; dallla  punta du ciumi del  ponte di ferro al Torrente di  Majaru  che divide il borgo dal resto dell’arenile fino alla  petralonga.  I Sagnuggioti,  non avevano l’acqua in casa ed andavano a raccoglierla alle fontane. La fontana del centro, situata nel corridoio che a destra mantiene il prolungamento con tavoli e sedie della Tavola Calda NUMBER ONE,  il Parco giuochi, a sinistra il Bar gelateria con giardino, della signorina Alibrandi; era la più frequentata, dunque la  più movimentata. Ogni mattina in particolare d’estate, sotto il sole che picchiava forte, era un palcoscenico di baruffe e sceneggiate fra donne; uno spettacolo per i ragazzi. Il pino di Anaggio, situato nell’angolo di piazza Ravel, ricovero di ragazzi ed adulti, raccoglieva  le gesta di disperazione delle donne : “ tiratini i capinni, vistini strazzati e frasi irriferibili “ L’Insostenibile  Monumento ai caduti, con il palcoscenico per le rappresentazioni teatrali e canore, la pista per il ballo nata con barca e vasca con i pesci, è l’esempio di una classe politica demenziale, un’offesa al lavoro ed alla passione profusa dal Cavaliere Stefano La Rosa, mitico Capitano della squadra di calcio, attore insostituibile della compagnia Teatrale

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e di Pippo Armenio detto Molena. Il progresso  esige procedure e progetti che esulano dall’interesse del bene generale, anche se si pone sotto il profilo comune, in sostanza è la porta che avvia alla speculazione, dunque alla disattenzione più totale ai principi fondamentali della salute della gente ed alla cura del territorio e dell’ambiente. Gli Amministratori intesero costruire un nuovo acquedotto a ridosso del ponte ferroviario, nel torrente che scende alle spalle delle abitazioni ove tenevano i pozzi neri, gli abitanti della  strada  Vinnani, a qualche centinaia di metri dalla chiesa, a due passi dal mare. Lo scavo, si fermò a due o tre metri di profondità; infatti fu trovata l’acqua che fu immessa nelle condotte del vecchio acquedotto. La rabbia di quel Comunista di Carmelo Mobilia, maestro di muratura ed amante della libertà, convinto che l’acqua era di mare ed anche inquinata dai pozzi neri, volle cercare la  verità. Una sera,

seguito per curiosità da un folto gruppo di  ragazzi, di diversa appartenenza, andò a fare un blitz nel nuovo acquedotto, a prelevare alcune bottiglia d’acqua. La luce della lampadina della piazza Ravel, sotto la quale si fermarono a guardare le bottiglie, li indusse a credere che in esse vi fosse poltiglia e dunque contenessero merda. L’indomani, Mastro Carmelo Mobilia, andò a Messina e fece effettuare al contenuto delle bottiglie, le analisi di laboratorio che gli rilevarono, le tracce che temeva. L’Amministrazione in vigore, lo chiamò provocatore, comunista sobillatore. Il borgo era mantenuto diviso, dunque la parte vicina al Sindaco, proclamava d’averla bevuta e che era acqua salutare, curativa, addirittura miracolosa. La costruzione dell’autostrada, ME/PA, sulle colline di San Giorgio, scavando scoprì una sorgiva d’acqua, una vena eccezionalmente copiosa e pensò d’offrirla al comune. Gli fu opposto un rifiuto stizzito, quasi minaccioso e la società, fu costretta a risotterrarla. Il bene comune ha delle linee guida attraverso le quali drena i vantaggi; l’utilizzo di quest’acqua, probabilmente alterava degli equilibri coi quali conviveva, sosteneva un interesse che alla gente non è dato conoscere, dunque  il diniego. I Sagnuggioti salgono in collina a

prendere l’acqua per bere, muniti di bidoni di plastica, vanno  a buffa,  margherita,  ove trovano una gebbia che raccoglie il prezioso elemento. Il borgo di San Giorgio, con l’estate è quintuplicato, colonizzato e reso estraneo ai locali, è scoppiato e l’acqua manca, è

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irreperibile nelle docce, nei rubinetti di casa  e  sa di sale.

 

Il giorno dell’Assunta

 

Lanaggioto, il giorno dell’Assunta, è andato a San Giorgio. L’estate raccoglie i figli con i nuclei familiari, in casa degli anziani genitori. La morte del marito, aveva indebolito, le precarie condizioni di salute della madre. Una persona che le facesse compagnia e nella necessità

l’assistesse, era una buona soluzione, invero la sua mentalità escludeva l’accoglienza di una

persona estranea in casa; si rifiutava dicendo che sapeva badare a se stessa. La condizione del

genitore anziano, invero non colpisce i figli ed i nipoti, nello stesso modo. La risposta è  inadeguata, il rispetto è considerato secondario. La solitudine, l’insicurezza, il bisogno di conforto, al più lieve malessere, induceva la madre a trasferirsi in casa di Concettina, la figlia più grande, magari con l’intento di restarci in pianta stabile. Lanaggioto, interpretando le sue intenzioni e temendo che potesse lasciarsi andare, perdesse la sua autonomia, l’incitava a ritornare nella sua casa. La figlia più piccola, Anna avrebbe potuto  andare a trovarla con più frequenza. Le visite di Anna alla madre, erano di breve durata, e distante nel tempo. Il figlio, che teneva sempre in braccio, la limitava negli spostamenti; alla nascita aveva subito un’ipossia, dunque il bambino affetto da problemi motori, viene tenuto in casa e non è abituato agli altri. Lanaggioto è molto preoccupato per quel bambino; le rare volte che riesce a vederlo constata in lui una gran forza di

volontà di mettersi in piedi, a rendersi libero dal sostegno dei genitori. Lanaggioto, crede che abbia bisogno di un maggiore interessamento, che specialisti potessero aiutarlo a raggiungere un

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certo equilibrio, quell’autonomia che altri, con problemi più gravi, sono riusciti ad ottenere. Lanaggioto, invero dubita che l’impegno dei suoi genitori, sia adeguato; prevale la vergogna di non avere un figlio normale, alla stregua degli altri; manca loro il coraggio d’affrontare la situazione e lo tengono segregato in casa, con la playstation, il computer, la pianola. Lanaggioto, non intende lasciare perdere; quel ragazzino, ha bisogno d’aiuto; stanno impedendogli d’avere un futuro, dice e non perde occasione di richiamare la loro attenzione, d’incitarli a sottoporlo a visita in centro specializzato, perfino rendendosi disponibile per un eventuale impegno finanziario.

Lanaggioto, ha cercato di spingerli a muoversi; indicandogli uno studio legale di fiducia per una richiesta di risarcimento, che convinti di averne perso il diritto, avevano rinunciato ad adire. La vergogna ha prevalso ed all’ennesima provocazione di mostrargli che il bambino riusciva a reggersi sulle caviglie, lanaggioto non resse e svuotò il sacco, perfino a scucirlo, accusandoli di miopia, di una visione medioevale. La sorella, in cambio ebbe a dirgli, che non aveva il diritto di entrare nelle case degli altri e dare ordini. Lanaggioto, mortificato, avrebbe voluto scendere in guerra e fare una pulizia radicale per chilometri quadrati. 

 

La ragione della malattia diabetica, invero lo indusse a desistere dal proposito e con le mani tremanti, si sedeva nella sedia di plastica in balcone e sbolliva la rabbia fumando una sigaretta dopo l’altra; non intendeva litigare. La pazienza della ragione, insomma l’ebbe vinta; invero riuscì a farsi togliere il saluto.

 

Il pranzo di ferragosto, dunque ha riunito figli, nuore e nipoti, con la genitrice; una famiglia

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numerosa, nella terrazza della casa di Concettina; la prima figlia femmina dopo cinque maschi; la sorella più piccola, assente abituale, quel giorno si era appaiata al fratello più grande ed a quello più piccolo. Il nucleo originario della famiglia, allargandosi è costretto a  subire attacchi; a volte gli innesti non attecchiscono; le anomalie, premono sulle vie di trasmissione del pensiero creando alterazioni psicologiche di  difficile recupero. 

La buona tavola induce a fare qualche trasgressione e lanaggioto ne approfittò andando in culo al diabete. Ogni giorno, cerca di tenerlo buono, si sacrifica per non trasformarlo in un orso isterico;

a volte gli fa tremare le mani e le gambe, lo  prende in giro e se lo trascina sulle spalle.   

 

Il pranzo, evitando qualche discussione deleteria, si concluse con soddisfazione e la richiesta di Carla, la cognata Aretina, di fare una passeggiata, fu accolta con un certo sollievo. Lanaggioto, si avviò con riserva, temendo qualche avvistamento improvviso; comunque un passo dopo l’altro, oltrepassarono il pino di Anaggio, la chiesa e lungo la strada di mare, superarono l’arenile sul quale il Brigantino con le casette di legno, aveva svegliato ed intrattenuto il borgo ed i paesi rivieraschi e di montagna; si inoltrarono nel territorio, regno di Nino Buttò e Maruzza ed in seguito, delle galline di Nino Currò. La speculazione se n’era impadronita e l’aveva occupato con una miriade di villette con muri di canne ed alberi esotici, transennandolo, impedendone il passaggio. Lanaggioto man mano che andava avanti, credeva d’avere sbagliato; ricordava ben altre linee architettoniche; gliene appariva qualcuna disabitata e qualche altra, pericolante, fatiscente. Il  sito, appariva devastato, colpito

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da un evento catastrofico. L’abbandono, gli ha

fatto pensare alla devastazione per effetto delle radiazioni susseguenti allo scoppio di una bomba atomica. Lanaggioto, ha proseguito e 

nell’accingersi a posare il piede sulla spiaggia, nell’angolo di destra, una discarica a cielo

aperto; disgustato, distolse lo sguardo, spingendolo verso pietra lunga. Lanaggioto, non si rendeva conto, credeva che la vista gli facesse un brutto scherzo; rimase interdetto, non voleva crederci e si rivolgeva alla cognata dicendole, Carlina non vedo la petralonga, la pietra che dalla spiaggia s’allunga sull’acqua. Io vedo che una colata di cemento ha sotterrato, il simbolo della località. La piccola baia aveva perduto la sua identità. Il guerriero e la pietra che scendeva in acqua, non esistevano più. Il paesaggio, la natura era stata stravolta. Gli organi di controllo per la salvaguardia del Territorio, colpiti da maculopatìa, continuano a non vedere. La nausea aumentò nel ritorno. La linea ferroviaria, era sparita dietro un lungo agglomerato abitativo, colorato, bene attrezzato. Lanaggioto, si girò a cercare un punto conosciuto, credeva d’avere perso  l’orientamento; la spiaggia alta, la linea di costa sinuosa, leggiadra, era stata cancellata dall’erosione. Lo strato che la natura ha disposto evitando che un elemento sopraffacesse l’altro, è stato annullato. L’accozzaglia di pali e muretti semidiroccati, i resti delle villette, con sarcasmo gli ridevano in faccia; la costruzione per il ricovero barche, gli solleticava la memoria riportandolo alla striscia di terra di proprietà della Famiglia Costa di Maiaru, che s’allungava a coda di rondine, fino al torrente. La zona, era chiusa in un culo di sacco. Il Professore Ennio Salvo D’Andria, per dargli uno sbocco, disegnò una strada; in metà del torrente, a ridosso dell’alto muro eretto dal Maestro Angelo

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Accordino per proteggersi la casa dal vento di ponente che i pini non lo confortavano. Il tracciato asfaltato, aggirato il ponte, sale accanto alla villa del Marchese Forzano, sulla statale 114. L’altra metà è gonfia, affetta da una gravidanza isterica; la capacità di fare scorrere la pioggia, gli è occlusa. Lanaggioto, ricordò le proteste, le denunce per quella costruzione per  ricovero barche, ed ora in quel luogo, su quella spiaggia ed in quel mare, il sindaco di Gioiosa Marea, si è inventato, il progetto di un porticciolo turistico. L’intelligenza è mortificata, il borgo cementificato e la gente in ginocchio, con la testa china sul petto, passeggia ed aspetta che si compia il miracolo. La cosa pubblica, non è un affare privato. Il dissesto del territorio, impunemente continua; non c’è autorità di controllo che riesca a fermarlo; la burocrazia anziché snellire e riconoscere la responsabilità, perpetua l’inganno. Il danno insomma rimane a carico del cittadino che lavora e paga le tasse.

Il raggiro è proseguito lungo ed a ridosso della ferrovia fino alla chiesa. Le costruzioni abbassate sulle ginocchia, con le mani sugli orecchi, scontano l’ingordigia del Leptognulo che seppure con le stampelle, percorre le strade del villaggio. L’elezione di un Sindaco più attento all’interesse publico, alla salvaguardia dell’ambiente e del

territorio, doveva essere un giro di boa; ogni cittadino libero, viveva di questa speranza, invero è stata vanificata. Il sindaco, chiamato al rispetto, colpito nella consapevolezza del fallimento, inveisce, minaccia le critiche alla stregua di male lingue; anziché prenderne buona nota ed invertire la rotta, si nasconde la faccia. La verità è dignità ed ha bisogno di coraggio; è una brutta bestia e toglie il saluto.

Accordino Antonio – Milazzo 11.08.2010

 

 

 

 

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