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Scritto da: Blog Admin il 2 Luglio 2011
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Scritto da: Blog Admin il 14 Agosto 2010
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LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI 11.04.012.pdf 4.205K
UIl Re di Denari.pdf (application/pdf) 438K
LA VOCE DI MILAZZO
SAN GIORGIO, il villaggio perduto
Una storia intrisa di nostalgia, indignazione e rabbia, come quella del ragazzo della via Gluck. Solo che nel libro di Antonio Accordino, “ La storia di un villaggio di pescatori “, ilmiolibro.it – lafeltrinelli.it, il protagonista, Lanaggioto, non rimpiange i prati che non ci sono più, inghiottiti dal cemento della città sempre più estesa, ma un villaggio di pescatori, San Giorgio, che negli stessi anni, i formidabili, ma anche infausti per la contaminazione del territorio, anni ’60, iniziò a smarrire l’identità inalterata da secoli e modellata sui ritmi della tonnara per sostituirla con una dimensione più adatta ai richiami del consumismo, delle villette dilaganti sul territorio, del perfido intreccio affari e politica, del modernismo becero che soffoca ogni impronta consolidata di appartenenza e dilania le anime più sensibili. Qualcosa di già visto anche nella nostra città di Milazzo, pensiamo al Tono, dove Antonio Accordino opera in qualità di tecnico sanitario di radiologia medica presso il locale presidio ospedaliero. Un libro amaro, in cui filo autobiografico si scioglie in denuncia e diviene atto di accusa: “ Un potere amorale conduce all’illegalità, nuoce alla libertà ed alla democrazia, frantuma il tessuto sociale e rende l’uomo una merce di scambio”. Si, perché tutto quello che di generoso e solidale era stato era stato promosso a San Giorgio per rendere più agevole la dura vita dei pescatori sembra dissolversi: il professore Ennio Salvo D’Andria, scrittore, poeta e pittore, socialdemocratico, che nella creazione della cooperativa aveva visto la garanzia della dignità e del riscatto sociale dei pescatori finisce sepolto “ in un loculo senza lapide e con il nome scritto di mano nel cemento”. Tutto il mondo di Lanaggioto pare così sfarinarsi, lui che credeva che “ i diritti e i doveri appartengono a tutti, i privilegi a pochi … “ e che la ricompensa di ognuno “ è di avere lavorato nell’interesse di tutti”. Rimasto il Museo della Tonnara un sogni inappagato, Lanaggioto si sente un estraneo nel “suo” villaggio. Di questo libro colpisce il grido di dolore di un uomo e di uno scrittore che non si rassegna all’imperante volgarità del nostro tempo e rivendica le ragioni del retto pensare e del retto agire, nel rispetto dei valori della persona e della natura. ( .……..)
Prof. Filippo Russo
LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI
(SAN GIORGIO MAGARO )
( MUSEO DELLA TONNARA)
Di
Accordino Antonio
Il villaggio di San Giorgio, s’allunga sulla linea costiera Messina Palermo e cioè dalla valle del Saleck a pietra lunga, dunque al traforo di Capo Calavà.
La rocca che scende a strapiombo sul mare, mantiene territorialmente, la frazione di San Giorgio, estranea al Comune di Gioiosa Marea, tanto che ha indotto Lanaggioto a credere che questa tutela fosse un’ingiustizia amministrativa.
La barriera naturale, infatti avrebbe indotto qualsiasi Istituto che opera nell’interesse generale dei cittadini, ad un accorpamento più idoneo.
Questa dipendenza, dunque non è altro che un’annessione ossequiosa ai dettami dei Signori della guerra. La prova concreta è il conseguente abbandono. Una punizione che l’amministrazione di Gioiosa Marea ha praticato disinteressandosi perfino dei bisogni più elementari della frazione.
I Rappresentanti locali, a loro volta, hanno brigato per il tornaconto personale eludendo il loro dovere, il rispetto del proprio territorio che è un principio inderogabile.
Lanaggioto, studente, ragazzo di belle speranze, si ribellò a questo comportamento indegno e lanciò l’idea che San Giorgio dovesse distaccarsi dal comune di Gioiosa Marea e gestirsi in autonomia. Le teste gloriose del borgo, ne risero con sarcasmo, soggiogati dalle promesse, scartarono la richiesta.
VICO BRINDISI
La guerra aveva condotto il soldato Carmelo Accordino, nella Sicilia governata dal Capo Boero. L’incontro con una ragazza del luogo di nome Francesca detta Gina, ammaliò il giovane Carmelo da convincerlo a prenderla con sé. La magia dell’amore l’aveva tanto colpito che sentiva il vuoto intorno farsi sempre più profondo ed allora decise di fuggire con la ragazza e condurla a San Giorgio.
I genitori Santa Canfora e Francesco, non avevano procreato femmine, dunque Gina fu considerata una figlia inaspettata.
Lanaggioto risultò il secondo della futura nidiata e la casa di Santa Canfora e Francesco Accordino che ospitava i genitori, fu la sua residenza.
La vico Brindisi, odierna via Trieste che fu via Roma, spalle alla montagna, sottostà alla stazione ferroviaria con il blocco manovra e l’abitazione della Famiglia del Capo Napoli.
Le abitazioni schierate sulla sinistra della vico Brindisi, sono separate dal muro sul quale è collocata la ferrovia. La strada che li separa da esso, si distacca dalla viabilità che sottopassa il ponte e sale verso la statale. La casa della Famiglia di Cola Lo Presti è preceduta da un orticello di qualche metro quadrato. Il pescatore vi abitava con la moglie Giorgina, i figli Franco e Lucia ed in seguito Maria e Sarino.
I fabbricati si succedono l’uno all’altro senza spazio e proseguivano con la Famiglia di Pietro Salmeri, la moglie Marianna e le figlie Francesca e Tindara.
Francesca, amoreggiava a segni, dal davanzale della finestra e dalla soglia della porta, con il figlio del Capo Napoli che le rispondeva dalla finestra dell’abitazione sopra l’ufficio della stazione ferroviaria.
Lanaggioto, incuriosito, soggiogato da quel parlare senza parole, chiese che gli fosse svelato il mistero e con gioiosa femminilità, fu introdotto nel giuoco.
La distanza d’età fra Francesca, la più grande e Tindara, la più piccola, le faceva sembrare l’una la madre dell’altra.
Pietro Salmeri, svolgeva l’attività di autista di Camion. Ogni mattina con il buio che andava diradandosi, accompagnava la moglie in campagna e poi si recava in ditta. Il trasporto di materiale per costruzioni era il lavoro preminente. La spiaggia nei pressi della foce del torrente del ponte di ferro, era costituita di un’alta percentuale di ghiaia e la raccolta effettuata,contribuì in modo rilevante, alla sua erosione.
Marianna, la moglie, accudiva gli animali domestici, liberava gli altri dalla notte e lavorava la terra, ritornando a sera con il marito.
L’abitazione successiva era quella della Famiglia di Francesco Accordino che precedeva quella della sorella Peppina, dunque la vico Brindisi era interrotta ed attraversata dalla via Zara che proviene dal torrente del ponte di ferro e sfocia in piazza Ravel.
La vico Brindisi, proseguiva oltre la via Zara, con il panificio, la civile abitazione e la bottega di generi alimentari con terrazzino sulla via Pola, di Ciccino Natoli, oggi Bar al Muretto.
L’ala destra di Vico Brindisi, a fronte della sinistra, comincia con il fabbricato di don Mico con la nomèa di ospitare gli spiriti e che fu sede del partito di Ennio salvo D’Andria. Il piano fuori terra, diviso dalla strada che costeggia il muro, confina con un terreno arido, polveroso, sul quale lanaggioto, il califfo, Buzzo ed altri eletti, eseguirono riti e malefici, con rane e lucertole, in nome dei morti che avevano dimora oltre la porta dai contorni rosicati, di una vecchia abitazione abbandonata. La strada chiude ad angolo e s’allarga nel giardino di agrumi con deposito di pertinenza dell’abitazione in locazione, di Salvatore Pittari detto Balici, lasciando arrampicarsi per la scarpata della ferrovia, un viottolo scosceso che accoglie i passeggeri ritardatari, pericolosamente, ai binari ed alla stazione.
Il fabbricato di don Mico, è seguito da un terreno incolto, occupato da un albero di fico della specie catalogna ed un altro con piccoli frutti bianchi, dunque l’ala destra della vico Brindisi prosegue con una costruzione semidiroccata, senza tetto, con porta e finestra a tutt’oggi incompiute, quasi in faccia all’abitazione di Francesco Accordino.
Gli Squamani l’hanno usata a fienile e stalla per il cavallo che faceva da motore al loro calesse per correre ai Palazzi dei referenti che al rumore degli zoccoli, s’avvicinavano alle finestre protette con grate di ferro panciute, per ascoltare quanto spiato, dei comportamenti, dei movimenti dei pescatori, prendere ordini ed organizzare, provocazioni e sabotaggi.
La casa semidiroccata, ha accettato e preso a dimora, un albero di fico dai grossi frutti bianchi che occupa lo spazio con petulante padronanza. I rami che si alzano verso l’interno, accarezzano le finestre della casa oltre il confine, con il vento scorticano la muratura e gli infissi, quelli affacciati sulla strada, mostrano con allegra esuberanza le loro leccornie.
Il muro divisorio che separa la casa dall’orto con l’arancio ed il nespolo, ospita amorevolmente gli alberelli di San Giuseppe in un tentativo di rassicurare la strada, e lancia con ammiccante allegria un affettuoso saluto, oltre la via Zara, nell’orto con un albero di fico, in esso graziosamente allocato.
I passanti, attratti dai suoi piccoli e succosi frutti bianchi, con cupidigia s’alzano sulle punte dei piedi e provocatoriamente buttano il seno oltre il recinto, stuzzicando ed incitando l’invidia del fabbricato di un piano fuori terra che con afflato, rovescia sul terreno di sotto, l’odierno Rivendita di Tabacchi con Enalotto di Giuseppe Cicirello, caldarelle di bile perché lo tiene abusivamente, fuori dalla strada maestra.
Lanaggioto, per oltre vent’anni, ha percorso la vico Brindisi, diretto al mare azzurro e sul quale, affascinato vi si affacciava a rincorrere le onde ed i gabbiani nel cielo, ad ascoltare le litanie dei tonnaroti all’acqua in attesa del passaggio dei tonni, a cercare un contatto con le isole eolie, a scrutare la penisola di Milazzo con la candela in mano ed osservare la rocca sulla quale sorge il santuario della Madonna nera del Tindari.
Lanaggioto, dunque ha la residenza anagrafica nel borgo marinaro di San Giorgio.
Il villaggio di pescatori, è il suo approdo naturale, il porto sicuro e non esiste compromesso che possa minare la sua appartenenza.
Lanaggioto, ha un legame indissolubile col suo borgo ed è l’unico che resiste ad ogni tempesta, ad ogni male che la società gli ha riservato.
Lanaggioto, costretto a lasciare il suo borgo per lavoro è comunque presente sul territorio.
Lanaggioto, ha negli occhi ogni strada, orto, fabbricato, dunque ogni volta che vi ritorna e vede il suo territorio soffocare sotto la speculazione, l’incuria degli Amministratori e l’acquiescenza degli abitanti, l’anima gli si scora, ne è sconvolto e ne soffre in modo indicibile. La sofferenza gli fa scoppiare le carotidi, la giugulare ed un grido di bestia ferita gli prorompe dal petto e fra i denti bofonchia della necessità d’imbracciare un lanciafiamme e mettere a fuoco i responsabili.
Lanaggioto, in fondo non è un violento e reclina ammonendoli che un giorno dovranno risponderne ai loro figli e che non abbiano a vergognarsene.
IL CORVO
Lanaggioto, ogni mattina con l’infanzia per mano, armato di mezzo filone di pane di grano duro imbottito d’acciughe salate, usciva di casa, oltrepassava la via Pola e si dirigeva verso la spiaggia a salutare il mare. Un rito propedeutico, propiziatorio, che ha mantenuto fin quando è rimasto al villaggio e l’ha trascinato ogni qualvolta vi faceva ritorno.
Lanaggioto, dunque avanza con la sabbia che gli tiene indietro il passo ed ad un tratto s’accorge che un corvo vola nell’aria leggera, tiepida che il sole concede in prestito al giorno che esce dalla notte irrequieta, insonne, mareggiata e lo segue a tentoni con lo sguardo.
I corvi non erano frequentatori abituali della spiaggia, s’avvicinavano alla barche occasionalmente. Il villaggio coltivava vigneti, uliveti, agrumeti e manteneva nella valle del Saleck, Cicero, Marotta, querce e varietà diverse di alberi. La campagna era coltivata ed i volatili, non avevano la necessità di cercare il cibo oltre la loro area perimetrale. I familiari dei pescatori, mogli, sorelle, figlie, a piedi raggiungevano le case coloniche della valle, barattavano il pesce e ritornavano a casa, cantando, con la faddetta, il quadrato di stoffa che tenevano davanti legata ai fianchi, gonfia dei prodotti della terra.
La distanza della valle con la spiaggia, dunque era irrisoria ed il corvo, con un volo a planare, conquistava il cielo di San Giorgio. Il corvo scendeva a valle ed a mano che giungeva sulla spiaggia, con cerchi sempre meno ampi, sorvolava le barche a cercare la più stanca. La barca bagnata, aveva lavorato la notte, dunque aveva un’alta probabilità che fosse fornita della preda che cercava.
Il corvo nero, andava in cerca di Siu, il panetto bianco di grasso animale che i pescatori usano spalmare per lubrificarli, negli strozzi dei remi e sulle falanghe, i legni sui quali tiravano le barche per farli scivolare meglio. Il panetto di grasso, faceva gola al corvo, è una prelibatezza, uno sfizio del quale il pennuto non sa farne a meno. I pescatori erano a conoscenza di questo vizio del corvo ed allora tentavano di sottrarlo alla sua voracità.
I pescatori, credevano che l’angolo del triangolo sotto la poppa fosse il punto più sicuro ove il corvo non avrebbe potuto mettere il becco o gli artigli. Il corvo, amava il panetto di grasso bianco ed intendeva consumare quel pasto così saporito che non si fermava di fronte agli ostacoli che i pescatori gli frapponevano.
Le barche sulla spiaggia, immobili sotto il sole del mattino, sonnecchiavano in un tentativo di recuperare la fatica notturna.
Il mare, lentamente, con dolcezza si cullava nel suo moto, conversava con tono quasi fraterno con la battigia, con chiare
frasi di pacificazione con i mestieri ammassati sulla sabbia. La nottata era stata dura ed il pescato fruttato non era stato gratificante.
Lanaggioto, camminava senza fretta e con i passi accompagnava alla bocca ed addentava con morsi voraci, il pane di frumento imbottito d’acciughe salate condite con olio delle olive di Marotta ed origano di Fetente. Il pane ben stretto in mano, raccoglieva Lanaggioto in un atteggiamento quasi sacerdotale.
I movimenti delle mani verso la bocca erano lenti e misurati quali i morsi e la masticazione esercitata per provare il massimo del gusto.
Il verso del corvo, il suo cracchiare ad un tratto lo distrasse inducendolo a fermare la masticazione, il passo ed obliquando la testa, volse lo sguardo verso l’alto a scrutare lo spazio azzurro attraversato da qualche nuvolaglia insignificante per individuarlo, seguirlo e tenerlo sotto controllo. Il sole che sbiadiva l’azzurro e la miopia che l’affliggeva, gli confusero la vista, impedendogli di scorgere l’uccello. L’impegno nell’individuare il volatile gli toglieva il piacere del pane con le acciughe, la lingua con le sue papille irrequiete, reclamava la specialità. Lanaggioto dunque riprese l’operazione, ritornando a mordere il pane imbottito, ritrovando nella bocca, un gusto ancora più pieno. La dolcezza che ne ricavava, invero gli aveva fatto dimenticare che il pane ed acciughe, gradualmente si era ridotto nelle mani e dunque fu costretto a dedicarvi più attenzione. Le dita che stringevano il resto del pane si erano avvicinate così tanto che nell’attacco e strappo, rischiavano di cadere vittime dei denti. La mozzatura delle dita non rientrava nel suo dialogo quotidiano, il suo programma era diverso e certo il trauma, non rientrava nel piano.
Un altro cracchiare, più vicino e più delicato, lo costrinse ad un morso incontrollato, dunque a strappare un grosso boccone e con la bocca pericolosamente gonfia, con il mento sollevato e l’arcata dentaria impegnata in movimenti impari, indagò i fili dell’aria sopra, di lato in avanti e non senza affanno, mise a fuoco l’intruso.
Lanaggioto, vide il corvo scendere di quota e dirigersi verso la poppa della barca in secca., cercò un contatto con l’uccello ma l’occhio sfuggente lo tenne in disparte. Un barriera di linguaggio e costume li divideva e rimasero estranei.
Lanaggioto, con il resto del pane che teneva con le punta delle dita della mano destra, si sentì a disagio, dunque scese ad un compromesso, si distaccò dall’uccello e lo addentò fino a confonderlo nella bocca col palatino, le guance, la lingua, gratificando le papille, evitando una inutile sofferenza, quindi pulendosi le labbra con il dorso della stessa mano, ritornò a guardare verso l’alto a cercare la presenza dell’uccello. Il corvo, resosi conto di non essere osservato, colse l’occasione della distrazione e con un colpo d’ali misurato, scese sul tavolato che fa da pavimento alla barca occultandosi alla sua vista.
Il profumo che emanava il panetto di grasso nascosto nella barca, era travolgente. Il corvo, ammaliato, con l’olfatto posseduto, oserei dire in modo vergognoso, con grande sprezzo del pericolo, s’infilò sotto la prua.
Lanaggioto, distrattosi per eseguire l’operazione dell’ultimo boccone, ritornato a cercarlo, non lo trovò a solcare lo spazio nel quale navigava baldanzoso. L’impresa, insomma gli risultò dannatamente fuorviante. La lingua a leccarsi le labbra, rivolse gli occhi al cielo, raccolse la luce del sole e ritornò a terra con la visione confusa, pensando d’averlo perduto, dunque ritornò con lo sguardo alla barca, s’incuneò negli spazi non occupati, circuendo i mestieri, sbirciando a destra ed a sinistra e non scorgendo neanche il pur minimo battito d’ala, pensò che l’uccello si fosse allontanato.
Le lampare, le barche sula spiaggia, schierate a breve distanza l’una dall’altra, non mostravano tracce della presenza del corvo.
Le onde che giuocavano con la battigia, a mò di chiacchiericcio, offrirono al’lanaggioto, uno spunto, un motivo da raccattare ed
anche se confuso, indicativo che piegò al suo scopo, insomma corruppe l’istinto ad assecondarlo obbligandolo a dirgli che il corvo stava operando sul luogo, si affannava a raggiungere quanto prefissatosi e cioè la conquista del panetto di grasso animale dei pescatori.
Lanaggioto, dunque si convinse che l’uccello fosse sulla barca della sciabica che accarezzata dai raggi del sole, cullata dal mormorio della risacca, china su se stessa riposava. La barca della sciabica invero sopportava nelle sue viscere, l’accanimento del corvo nero. Lanaggioto, dunque si ordinò di sabotare qualsiasi disegno dello’ospite indegno. Il corvo infatti, s’accaniva sulle tavole, le alzava dal loro alloggio e lascinadole fuori posto, con irruenza e pedanteria andava oltre ed introduceva il becco in ogni spazio, capovolgeva, beccava le murate, incurante dell’intimità della barca di legno. Il corvo, con l’olfatto saturo del profumo del panetto di grasso, nella foga di stanarlo, perse l’orientamento. Il panetto, avvolto nello straccio di juta, riposto nella sassola, nel cucchiaio di legno che serve a togliere l’acqua della lavatura delle opere morte, evaporò la miscellanea di odori dei quali era impregnata, destabilizzando l’olfatto del corvo. L’uccello, dunque cercò di ritrovare il profumo del panetto. Il profumo lo accarezzava e gli sfuggiva, non riusciva ad individuare l’angolo nel quale si nascondeva. Il panetto, avvolto nella juta, cullato dalla sassola, gli restava occulto, dunque s’accaniva a trovarlo e più cercava, più andava fuori dalle penne del collo e della coda. La ricerca si faceva sempre più spasmodica ed affondava il becco, gli artigli nei compartimenti che sottostanno al tavolato, negli elementi longitudinali, verticali, nelle lineee portanti che strutturano la barca, nei fori che da prua a poppa conducono al leggio, al buco di scarico. Il profumo gli volava intorno, si faceva sempre più struggente.
Il panetto, comunque gli restava lontano, la sua fragranza, la dolcezza lo stressava ed a causa dell’impotenza ad averlo, sbavava dalle graticole del naso. L’ossessione famelica gli faceva tremare il becco in un modo incontrollabile, la rabbia lo soverchiava e l’olfatto era talmente arrossato che pareva ferito, quasi sanguinante ed ecco che ad un tratto, stremato, con il nero delle penne deturpato da macchioline bianche , specie in
prossimità delle estremità, rimase intrappolato negli attrezzi della barca. Il coppo, il cono con la bocca ricavata da un ramo d’ulivo o da un filo d’acciaio e la trappola di rete legata ad esso, nel tentativo di fermare la sua furia, gli catturò la zampa destra impigliandogliela nel sacco, fermando la sua ricerca. Un’imboscata che imbestialì il corvo e lanciando epiteti irripetibili contro i pescatori, con la pazienza boccheggiante, quasi rasentando la pazzia, nella presunzione che bastasse un ultimo sforzo per impossessarsi del panetto di grasso animale, con la forza della disperazione, con un furioso strattone della zampa sinistra, scanzò il coppo e senza crederci liberò la destra dalla trappola. Gli attrezzi della barca, ammucchiati sull’ancora ed alle corde di canapa, posti a protezione dell’ingresso del sottoprua ove era nascosto il panetto di grasso animale, facevano buona guardia. L’arredo della barca è un ausilio indispensabile per la pesca. Il pescatore aggancia ed issa, cura e dispone il pesce per evitare che si deteriori, gli attrezzi puliti, dunque vengono sistemati nella barca. Il catu, il secchio di zinco, bbuccatu, coricato sul fianco, stava agganciato al croccu, il gancio di ferro per issare i pesci in barca.
Il croccu con il manico di legno, per evitare che si sfili e vada perduto è stretto con molte giravolte nella caloma, tenera e malleabile, colorata di rosso con la cima, per sicurezza, legata alla murata. Il secchio di zinco, di media grandezza, si era appena appisolato, disturbato nel leggero sonnecchiare, balzò a sedere e capovolgendosi con la bocca in alto, insomma ritornando allo stato normale, involontariamente gli sferrò un colpo. Il corvo restò senza fiato ed a becco aperto, rantolando, intravedendo il proprio bottino, non esitò un momento e si buttò a capofitto nell’oscurità del triangolo della prua. Il corvo, scansò il dolore che gli causava l’unghia rotta del primo dito della zampa destra, la forte contusione al sottocollo e l’infrazione alla punta del becco inferiore e s’avventò sul panetto di grasso avvolto nella juta con la sassola a cullarlo. Il corvo, dunque sollevò con gli artigli, il succulento panetto di grasso animale avvolto nella juta e volò sulla palla della barca. Lo liberò dall’involucro e con il becco, sollevatolo in alto, lo elesse a simbolo del piacere.
Lanaggioto, lo vedeva gongolare e soffiare dalle nari sputando sangue nero nell’acqua del mare, creando chiazze bituminose, inquinando la riva, con un’arroganza spaventosa.
Il pane di grano con acciughe, ad un tratto gli s’affacciò in gola con un conato di rigetto. Lanaggioto, indispettito, corrucciato, indignato raccolse lo stato dell’uccello in un’offesa personale, dunque chiamò in armi il guerriero che teneva in sonno e lancia in resta, partì ad affrontare la bestia nera.
Lanaggioto, giurò che il corvo avrebbe pagato per l’infamità commessa sotto i suoi occhi e per quelle commesse nella trurpitudine del silenzio. Il suo sacrificio sarebbe stato un omaggio alla festa del Santo. Il guerriero, dunque armato di tutto punto, perfino calzando l’elemetto, con accorti movimenti, saltò sulla poppa della barca, sulla sciabica ammassata e scivolando sul cordolo di sinistra, usò a trampolino di lancio i banchi che sostengono le murate ed avvolto in una luce bianca e gialla raggiunse alle spalle la bestia.
Il corvo, ignaro di quanto stava avvenendo alle sue spalle, con gli artigli avvinghiati alla palla incastonata nella pala che sovrasta la prua della barca, si deliziava nella libidine bestiale e non percepì l’arrivo del guerriero che con un colpo di scimitarra bene assestato, dal basso verso l’alto, con metà collo, gli staccò la testa. Il guerriero, con un altro fendente, gli recise le zampe avvinghiate alla palla scagliando il corpo accanto alla testa che con il becco aperto e gli occhi stralunati, s’affannava sulla battigia alla ricerca del panetto che gli era caduto sui granellini della spiaggia, dunque saltò dalla barca. Un attimo e lo afferò col becco, gli smise la livrea e lo adagiò vicino al panetto che pareva fosse entrato in un processo di fermentazione, di divisione e ricomposizione, avviandosi ad assumere una non chiara formazione fisica. Lanaggioto, attratto dal travaglio del panetto animale, aveva quasi dimenticato il corpo che alla cieca e sui monconi, allungava il resto del collo alla ricerca della metà attaccata alla testa, emettendo lievi richiami. Lanaggioto, dunque si distrasse dal panetto, si girò verso la testa glaba del corvo e gli recise il becco compreso il naso, dunque abbattè il movimento claudicante e dissennato del corpo, lo spogliò delle penne e con estrema lentezza, oserei dire con grazia, li spezzettò, lo raccolse nella lama e lo scagliò nelle acque azzurre, ai pesci che passavano, sperando addirittura che ritornasse il piscisceccu che qualche settimana prima aveva fatto una capatina in spiaggia. Una barca conzalora, appena tornata dalla pesca e tirata in secca, stava scaricando l’acqua della pulitura e Giurgittu stava scurciannu, privando della pelle rugosa, un pardu, un piccolo squalo che Pietro Russo gli aveva regalato a ringraziamento dei molteplici lavoretti di cucitura nei mestieri. Giorgio, dunque eseguendo l’operazione piegato su se stesso per la cifosi patologica della colonna dorsale della quale era affatto dalla nascita, allungando leggermente lo sguardo sul mare nel pulirsi il naso con il polso della mano destra, s’accorse che una capra che casualmente pascolava sulla battigia, si dibatteva sbattendo zoccoli e coda nell’acqua, preda dello squalo definito dai pescatori locali, babbu, cioè innocuo. Lanaggioto, dunque restò per alcuni minuti ad osservare l’acqua azzurra, ove aveva lanciato il corvo con la macchia scura che si allargava sotto l’impeto di una caterva di bollicine e ritornò verso il panetto.
Il Siu, il panetto di grasso animale, intanto pur con lentezza, e sofferenza, per la beccata del corvo fortunosamente attutita, pur se a fatica, cercava di rimarginare la ferita, addirittura a cancellarla. La ferita era scomparsa non senza lasciare segno. Il panetto, aveva affrontato l’attacco del pennuto, dunque limitando i danni. Il panetto di grasso, insomma si mostrava al’lanaggioto, trasformato, raggomitolato, intrecciato a nerbo, aveva ricreato l’anima animale che albergava in lui, preservando la sua integrità ed offrirla ai pescatori.
Gli uomini, invero esaminando quanto hanno inscenato, non meritano questo rispetto. Hanno stabilito che le specie non a loro simili, sono un elemento da sfruttare, ingrassare e consumare, ed a volte anche senza ritegno, in modo disordinato ed anche controproducente alla propria salute. Il panetto di grasso animale, con un lieve sorriso di compiacimento ed affetto, accarezzò la mano sinistra del guerriero e con la coda innalzata nel rito della specie, ritornò a farsi cullare dalla sassola, pronto ad alleviare la fatica dei pescatori.
Il guerriero, commosso s’inchinò a lui che si ritirava sotto la poppa, smise l’armatura e lentamente rientrò nella società civile.
MAESTRA D’ARTE
La sorella di Francesco Accordino non si era sposata e fino a qualche tempo addietro, aveva avuto ospite in casa Rosa, la figlia della sorella Caterina, morta prematuramente. Le donne di casa Accordino, erano maestre nell’arte di filare la canapa e cucire reti da pesca. La luna, nelle serate calde, le accompagnava con il suo chiarore osservandole lavorare fino a notte fonda. Peppina Accordino, con i piedi appoggiati sullo scalino intermedio della sedia che ne constava di tre, costruiva le reti da pesca. Lanaggioto la osservava lavorare e si sentiva attratto da quel giuoco di mani e maglie che circondavano le canne. Le maglie uscite dalle canne s’allungavano nella rete che legata con giravolte alla spalliera della sedia ne misurava la lunghezza. Le maglie si susseguivano per grandezza secondo la posizione che assumevano nel mestiere. Lanaggioto, seduto al fianco seguiva il lavoro della zia cercando d’imparare il gergo di quell’arte, La zia Peppina con esperienza e maestrìa cuciva le reti, maglie e maglie e lanaggioto incantato si perdeva nelle sue mani con le dita che con sapienza giravano il filo intorno alle canne chiudendole con un nodo ben stretto. La zia Peppina, insomma con quel prestigiare di dita, lo spingeva nella passione e Lanaggioto la inseguiva incantato. Il genio di famiglia, lo chiamava e probabilmente sarebbe riuscito ad acchiapparlo se non fosse stato distratto da un evento, possiamo dire, miracoloso che un giorno di tramontana, lo prelevò sulla strada e lo condusse nella cattolica.
Lanaggioto era così tanto legato alla zia che l’accompagnava perfino nei borghi marinari di Gliaca, Brolo e Capudiranni, cioè Capodorlando per la consegna dell’opera ultimata, al padrone di barca che gliel’aveva ordinata.
Il mezzo di trasporto per raggiungere i borghi era il treno, però la scelta praticabile era di andare a piedi.
Le scarpe, erano un privilegio e non molti le possedevano e chi ne aveva un paio, cercava di risparmiarle, di usarle il meno possibile, nelle occasioni indispensabili che comprendevano matrimoni e morte. Il viaggio d’andata per lanaggioto, era quasi un giuoco. La famiglia del padrone di barca, li aspettava ed aveva in serbo una sorpresa, un dolce preparato in casa ed il giuoco con le figlie, lo entusiasmava.
La loro semplicità, l’accoglienza affetuosa, gli ricompensavano il viaggio a piedi. Lanaggioto, in quella comunità di pescatori, si sentiva gratificato e se non avesse seguito la zia, non avrebbe avuto l’opportunità di fare la loro conoscenza e ne avrebbe sentito la mancanza.
La fatica si svegliava nel ritorno e diventava pesante.
Lanaggioto, comunque seppure soverchiato dalla stanchezza, proseguiva superando il bisogno di prendere fiato, sedersi sul muretto che costeggia la strada.
La zia Peppina, robusta e di bassa statura, esprimeva la forza di una montagna, senza le reti in spalla, andava a passo di marcia
e lanaggioto non osava deluderla e le stava dietro. Lanaggioto, affiancava la zia ed al minimo rumore, girava la testa a guardare, lei capiva e rallentava il passo. Lanaggioto, aspettava con ansia che passasse il ferrovecchio per dargli un passaggio sul carretto. Il raccoglitore di ferro vecchio, ritornando dal suo giro, trovandoli sulla strada, li prendeva a bordo e compensava, anche se in parte, la strada percorsa.
L’INCONTRO.
Lanaggioto, in su il masso d’arenaria nell’angolo del terrazzino del negozio di alimentari, emporio, di Ciccino Natoli, guardò il mare in burrasca, i gabbiani che s’affannavano a volare contro il vento di tramonatana, girò lo sguardo a destra ed a sinistra della via Pola, dal torrente del ponte di ferro a piazza Ravel. La strada deserta era spazzata dal vento ed allora scese e lentamente s’aincamminò verso il grande pino che svettava sul margine del prato lottando a trattenere i rami in ordine, osservando piazza Ravel, il palazzo delle poste con sulla sinstra la loggia ed il palazzo della tonnara, a centro il ponte della ferrovia ed a salire, la Santa Croce. Il palazzo sulla sinistra, era governato da Lucchese che stava in agguato dietro la vetrata del balcone, all’impiedi in pigiama, per richiamare con la sua abituale acidità, i ragazzi che stavano a giuocare nella piazza.
Lanaggioto, magro, di bassa staura, con maglietta e pantaloni corti, forse intimorito dal vento di tramontana che spazzava la strada e la spiaggia, si fermò sotto il pino. Un minuto e decise di avviarsi verso la chiesa. La sabbia, le cartacce ed altri rifiuti minuscoli, spinti dalla forza del vento, volavano in aria a guisa di aeroplanini. La sabbia gli pizzicava le gambe punteggiandogliele di rosso e seppure sofferente, con il vento che lo spingeva indietro, non demordeva. Il pino di piazza Ravel, con i rami più lunghi, quasi abbracciava il piccolo al suo fianco che semipiegato sul sedile di cemento, pareva soccombesse, incoraggiandolo a resistere. Lanaggioto, arrancava sulle gambette deciso a non arretrare, seppure la difficoltà lo invitava a ritornare a casa, proseguì la sfida camminando sul margine più esposto della strada, nel rettangolo del campo di calcio. Le case nuove, la chiesa e la cattolica, gli sembravano irrangiubili e per di più non c’era nulla che lo attendesse o che in coscienza, in quella zona potesse interessarlo se non quel senso indecifrabile di un richiamo che non ha una voce od una spiegazione, è un segnale impalpabile, non plausibile che prende e avvia verso un luogo che non è conosciuto o sembra che sia ed appena è svelato, appare in una prodigiosa semplicità, ed ad un tratto, senza un cenno, avviso o parola, si sentì fisicamente sollevato. Una mano delicata, prese la sua e Calogera, la sposa del Signore, in un miracoloso viaggio, lo condusse con sé nell’edificio dell’Azione Cattolica ove era in preparazione la recita per la festa del compleanno di Padre Antonio Sferruzza, il Parroco del villaggio di San Giorgio.
La struttura del palco era stata terminata, per completare la sala, dunque mncavano le sedie che sarebbero state trasportate dalla chiesa. Le catechiste affratellarono lanaggioto e gli fu affidata una particina. Lanaggioto partecipò alle prove e recitò con serietà e misura. La recitazione gli era congeniale, s’immedesimava con naturalezza, nella parte. La comunità cattolica, lo incluse nell’organigramma e lo riempì di gioia. Il Seminarista Peppe Alibrandi, in seguito lo impreziosì della sua amicizia e lo coinvolse in molte iniziative. Le veglie Pasquali, gli diedero l’occasione di leggere le parabole, i salmi del Vangelo. La voce suadente, appassionata si esaltava nel porgere le sacre scritture, il suo viso s’illuminava. L’effetto della spiritualità, veicolata con maestria dal parroco don Antonio Sferruzza, esprimeva la purezza del suo animo. Il sapere della croce, segnava il suo cammino a diventare un soldato di Dio. La ragione degli uomini, si conserva nei principi e lanaggioto, gratificava la sua indole impegnadosi nell’osservanza quotidiana. La persona sana è rispettosa di se stessa ed assicura gli altri. L’esempio è il valore delle parole e nulla è sufficiente a spiegarle. Le strade alzavano una barriera e tentavano di farlo deviare. Lanaggioto, superava la timidezza e camminava con passo normale superando le persone sedute sulla porta a chiacchierare che gli intralciavano il cammino. non si sottraeva alla loro vista e si faceva coraggio con il saluto. Le persone adulte, lo incuriosivano e li osservava, restando ai margini. La compagnia dei coetanei, la partecipazione ai giuochi, lo attraeva. La litigiosità dei coetanei, l’arroganza degli adulti, lo infastidivano ed allora preferiva il mare e sognare i suoi abitanti.
IL MARE DI SAN GIORGIO
Lo specchio d’acqua che gli stava in faccia, era un’attrazione intrigante che non gli lasciava altro spazio. Le onde che si rincorrevano fino a riva con i riflessi del cielo, della luna, del sole, veicolavano colori che lo esaltavano e con la fantasia, s’insinuava nella flora, giuocava con gli abitanti che appena lo vedevano, uscivano dai nascondigli dov’erano nascosti, e par che lo aspettassero, interrompevano ogni competizione e lo accompagnavano. Il richiamo che esercitava sulla sua psiche era incontrollabile ed ogni giorno che la scuola lo metteva in libertà, con gli attrezzi da pesca che si costruiva, adattava ed a volte inventava, percorreva per ore la linea di costa, con pazienza e curiosità. Le onde lo accoglievano con uno sciabordìo festoso ed affascinato, con la lenza in mano, gli ami con l’esca di lumache pescava in piedi sulla battigia fino a che la madre lo chiamava, gli gridava di andare a studiare.
Le lumachine, allungavano la testa e le antenne dai bordi della scatolina, lo guardavano e si ritiravano.
Lanaggioto, le aveva raccolte la mattina nei cespugli di canne che affioravano con le pale di ficodindia lungo il reticolato della vigna della Baronia ove sorge l’odierno campeggio Cicero. A volte, con la scatolina con i bavalaggi intirizziti dal freddo del mattino, attraversava la strada e scendeva sulla spiaggia sotto il cancinnittu accanto alla colonia diurna che allungava i bracci dei bagni fino a mezza costa e l’alba vedeva i pescatori a tirare la sciabica con la cunnana e spalle alla montagna. Le corde calate erano tante ed andavano raccolte in tempo. La spiaggia era lunga ed alta ed i pescatori sudavano fatica sotto i mestieri. Le mareggiate, l’erosione causata dal malgoverno del territorio, ha cancellato il quadrato di cemento con le traverse di ferro erette agli angoli a tenere il tetto di latta nell’intento di proteggere dai raggi del sole che s’insinuavano nelle fessure a colpirtli, i bambini ospitati, con la cucina ed il deposito a fronte strada.
Il piccolo cancello di tavole di legno, deteneva la chiusura dell’imbocco del viottolo che sottopassa la ferrovia, conduce alla strada nazionale e dunque al palazzo Baronale. Il cancinnittu, divide la vigna dalla pineta nella quale è stato costruito l’omonimo ristorante con annesso spazio per suonare e ballare. Il cancinnittu, era il punto di riferimento dei pescatori in mare con i mestieri ed il sentiero riservato per gli arrembaggi del Camperi delle terre della Baronia.
Il Caporale del Barone Ruffo, con il fucile in spalla, i cani al seguito, dopo avere insidiato le ragazze, le donne a giornata nelle terre del padrone, scendeva nel villaggio a provocare i mariti, i pescatori che tentavano di circuire i bisogni naturali del vivere quotidiano, cercare di prendere fiato e non cadere sulle ossa degli ginocchi e dei piedi in attesa di varare la barca, calare i mestieri a pescare.
I nodi, aggrovigliano il letto, creano intralcio nella lenza. La distanza di cala e profondità non è sufficiente per una buona pesca e va raccolta. Il bisogno di sciogliere i nodi è primario, la lenza necessita che sia liberata.
I pescatori, conoscono la pazienza e l’arroganza del Caporale, si esaurì con la faccia nella sabbia, in un ciuffo di canne secche, sul margine esterno della strada verso il mare, a breve distanza del Cancinnittu. Le donne ripresero il loro naturale respiro e la pace ritornò silenziosa sul villaggio.
Lanaggioto, solleticato dal tocco dei pesci sottocosta, si eccitava e con la paura nella mano a tirare in secca il pesce, il braccio gli tremava fin nella scapola. La bellezza e la delicatezza dei colori lo stupivano ed emozionato stava a guardarli girare nell’acqua del secchio.
Lo scarro, lo scavo nella sabbia attraverso il quale la barca veniva tirata in secca, era un posto di pesca. Lanaggioto, prendeva posizione a prua della Santarosa, la barca di nonno Francesco e pescava. La punta, la spiaggia in direzione della chiesa, ha una linea di costa più ampia. La corrente ha allungato la spiaggia e creato una virgola. L’incavo sottostante ove la corrente spezza il mare, le onde s’attorcigliano, accarezzano la battigia e si calmano, è la reggia più pescosa di jaule.
La petralonga era il suo posto ideale e si estraniava dal mondo.
Lanaggioto si metteva a sedere sul rettangolo di pietra che dalla spiaggia scende in mare e con le gambe penzoloni iniziava una battuta di pesca che l’acqua limpida gli mostrava in ogni suo attimo e non riusciva a venirne via che per mancanza d’esca. La petralonga, gli dava l’illusione di stare su una barca all’ancora con la poppa semiaffossata nella sabbia. La sua grande aspirazione, era quella di salire su una barca di legno, navigare sulle onde e pescare.
Le alghe, si allungavano e si allargavano, ne disegnavano il fondo. Le pozze bianche si aprivano simili a specchi e la precchia, viriola, sparagghiuni, con lenti e sinuosi movimenti, morsicando le cime delle alghe, entravano ammirandosi e con non curanza, mostravano i colori stupendi della livrea insinuandosi dolcemente negli occhi e nell’anima del’lanaggioto che stupito li osservava senza riuscire a staccarne lo sguardo.. Lanaggioto, sotto il sole che sale ed i raggi si riscaldano e si fanno cocenti, entra in simbiosi con i pesci. L’atmosfera si fa sempre più bella, è una magia ed il tempo scivola travolgendo le ore. La scatolina vuota dell’esca, lo invitava all’uscita, non aveva scampo e con irosità, raccoglieva la lenza e scendeva nella piccola baia a lato, lungo il perimetro dello scoglio. La linea disegnata dall’acqua, nella trasparenza dell’ombra, coltivava le padelle. Lanaggioto, a fatica ne staccava una, due e le mangiava con l’acqua rinfrescandosi la bocca secca dalla calura. La polpa del mollusco, misto all’acqua salata del mare, si esaltava in un sapore di freschezza e genuinità che dire insuperabile non è sbagliato e con i vestiti bagnati, percorrendo la battigia, ritornava a casa..
L’altro sistema che adoperava per la pesca, era quello con la tavola costituita da un trapezio isoscile con la base capovolta all’esterno per navigare e da una più piccola in assetto naturale all’interno, unite l’una all’altra in parallelo con un asse di legno. Secondo il pecorso, la tavola si drigeva a destra od a sinistra allontanandosi verso il largo e distendendo la lenza.
Un altro sistema, era la pruppara. Il percorso, intercalato da soste, comprendeva un capo all’altro del villaggio. La linea di costa era lunga, ed il percorso era irto di ostracoli nascosti sul fondo marino.
L’informe triangolo di legno appesantito da un foglio di piombo con gli ami adagiati ed infissi alla base in parallelo, tirato verso la riva, sfilava sul fondo con lo strato di siu spalmato che con il
suo biancore e profumo, attraeva ed affascinava il polpo che con cupidigia allungava i tentacoli e vi si sedeva a consumare lo spuntino, ignaro della trappola.
Lanaggioto, sentendo la pruppara appesantita si preparava appoggiandosi sul piede destro, allungandolo al pari in avanti la mano ad imprimere alla lenza un forte strappo agganciando così il polpo.
La pesantezza della pruppara, era il segnale che il mollusco era a bordo e continuava la raccolta della lenza. A volte la pesantezza s’allentava ed era il segno di un falso allarme o che la pesca era perduta. Se il grasso mostrava i segni dei tentacoli, la conclusione era che lo strappo era stato precipitoso altrimenti la causa era addebitata alle alghe od ad una grossa pietra che ne ostacolavano il transito sul fondo ed a volte addirittura a bloccarla.
Le paranze nella pesca con le reti a strascico, sradicavano, sconvolgevano il fondale, raccoglievano e trascinavano qualsiasi cosa incontrassero sul loro tragitto depositandolo fin sulla riva.
Lanaggioto, dunque per disincagliare l’attrezzo, era costretto a cercare un modo, il più idoneo per recuperarla e tirava e mollava andando a destra ed a sinistra ed a volte anche scendendo in acqua. Lanaggioto, ne aveva sempre scongiurato la perdita, averne un’altra era molto difficoltoso. Il rischio di perdere la pruppara non era trascurabile, comunque oggi con gli ancoraggi delle barche da diporto, dei manufatti di cemento messi in acqua nel tentativo di spezzare le correnti ed arginare l’erosione, hanno reso questo tipo di pesca, non più praticabile eliminando di fatto ogni rischio.
Gli ostacoli artificiali, i frangiflutti, sono degli espedienti per aggirare la causa delle erosioni che sono figli dell’abbandono e dello stupro del territorio.
La spedilitica, l’associazione politico-speculativa, ha malgovernato il territorio, sfruttando e depauperando la natura con un interesse privato nella cosa pubblica. L’ingordigia è l’unica ragione che ossessiona l’uomo che cerca di nasconderla con operazioni inefficaci e soprattutto non è che un altro espediente per continuare la ruberia.
Le correnti del mare, nel loro moto continuo ed incessante, scavano e scavano, scovano nella fortezza costruita dalla scienza dell’uomo, un punto debole ed entrano, penetrano fino nell’entroterra e si riprendono quel che gli è stato tolto ed altro.
L’uomo ossessionato dal potere della ricchezza, ha perso la ragione acquisita e non riesce a fermarsi. La cura è ridare alla natura il rispetto che gli è stato tolto, lo stesso che pretendiamo per la nostra persona. La cessassione di questa violenza, potrebbe avere un esito positivo, altrimenti la terra ci seppellirà e la responsabilità ci appartine perché continuamo a concedere fiducia agli sciacalli della politica. Il mare è stato trasformato in un deposito dove è naturale scaricare qualsiasi scoria ed è una grande gebbia nella quale i pesci sono allevati in gabbie.
La dismissione della tonnara, ha sconvolto il borgo marinaro ed ha interrotto il ciclo dei pesci ed i pochi esemplari rimasti non arrivano alla maturità che sono già nei menu dei ristoranti. La nuova metodologia di pesca, ha condotto al risultato che la sopravvivenza dei tonni è irrimediabilmente compromessa.
Gli esperti, giuocano con le parole credendosi intelligenze eccelse, all’incontrario non convincono e pare che abbiano perso l’intelletto. Il loro valore è oppresso dalla consulenza e cancellano principi e titoli di studio conseguiti.
La tonnara con le barche nere, riempiva l’orizzonte e la pesca dei tonni, regolava le stagioni dei pescatori del villaggio di San Giorgio. La tonnara praticava una pesca naturale ed ogni anno era una festa. La pesca del tonno con i suoi simboli ed i suoi riti, riempiva di gioia e rispetto del mare, i ragazzi ed il villaggio.
La sera, i pescatori scendevano dalle barche e ritornavano a casa, sostiuiti dai guardiani di terra qualificati gendarmi del Padrone. I guardiani di terra, erano addetti alla sicurezza notturna della tonnara all’acqua e perseguivano chiunque abusivamente pescasse nello specchio ove la tonnara aveva diritto di calare.
Il pescatotre che ritornava a casa, era accolto con gioia. La famiglia lo abbracciava con lo sguardo e lui li salutava estraendo dalla faccia bruciata dal sole e dalla salsedine, un sorriso simile ad un bagliore di luna, e dalla borsa del pranzo, lasciava cadere nella vasca della cucina, un tonnetto, un pisantuni che la mamma, la nonna, pulivano ed affettavano e fritto in padella, spigionava un superbo sapore di mare. I figli seduti a tavola, in un silenzio religioso, aspettavano il genitore che terminasse di lavarsi, osservavano la madre che lasciava i fornelli, lo aiutava e gli dava la biancheria pulita.
I figli, senza d’istinzione d’età, aspettavano che il padre fosse pronto e si sedesse a tavola, dunque aveva inizio la cena.
Lanaggioto aveva mille cose da chiedergli e mangiando giuocava con le parole che gli saltavano sulla lingua. La curiosità di conoscere lo svolgimento dell’attività della tonnara, cozzava con la fatica del padre e si distraeva. Il timore d’infastidirlo, lo manteneva in silenzio ed alle poche parole del padre, raccoglieva sensazioni, emozioni che nella sua mente diventavano racconti.
Lanaggioto, dunque cercava d’imparare il mestiere di pescatore, ed andava a pesca per la spiaggia. Lanaggioto, non camminava a piedi nudi, calzava le scarpe e questo non era usuale nel villaggio e per di più per la spiaggia con l’inconveniente che i granelli di sabbia, di soppiatto gli saltavano nelle scarpe pizzicandogli il plantare, costringendolo a fermarsi per mettere fuori, l’ospite fastidioso.
Il problema più grave, comunque era l’acqua del mare, la salsedine gli mangiava le scarpe che subivano un veloce deterioramento che lo mettevano in apprensione.
I tempi erano piuttosto grami. La famiglia numerosa, sopportava a fatica una spesa aggiuntiva, dunque era causa di grande precoccupazione.
Lanaggioto era conscio della situazione, vi poneva molta attenzione ma senza scarpe non riusciva a camminare. La precauzione di non bagnarle era inutile, la salsedine colpiva comunque ed era continua, veloce e silenziosa.
Lanaggioto, dunque si sedeva a sciogliere le scarpe e si puliva i piedi. La lenza calata tenuta in mano, osservava il mare. Un riflesso nell’acqua catturava la sua attenzione e con il cuore che gli saltava nel petto, aspettava il tocco del pesce e scrutava i colori cangianti del mare. le onde che si rincorrervano, nella sua immaginazione, nascondevano banchi di pesci che bisticciavano a chi dovesse mangiare l’esca della lenza.
Le ore si dileguavano, l’ombra del sole al tramonto oscurava la spiaggia ed il buio scendeva sul mare. La precoccupazione coglieva la madre che lasciava uno dei mille lavori che stava facendo dall’alba e correva a cercarlo, chiedeva ai fratelli dove fosse finito. Il ritorno del’lanaggioto verso casa era carico di minacce. I coetanei e qualche adulto, all’improvviso uscivano dall’ombra delle strade, degli orti, delle case e con sadismo, chiudendolo in un recinto invalicabile, lo accompagnavano nelle mani del genitore ed aspettavano con un sorriso beffardo che la cinghia si levasse a colpirlo sulle spalle, nelle gambe.
L’amore, la passione, comunque non lo distoglievano e restava con il desiderio di saltare a bordo di una barca.
Lanaggioto, con la lenza in mano, pescava ed osservava, stava in attesa che una barcuzza con la cartenna del conzo sulla poppa, uscisse a calare e vogasse verso Fetente, nella barra ove la tracina si era allocata graziosamante ed i pettini aveano trovato un habitat naturale nel Bastimento colato a picco nella guerra delle eolie. Il caso scelse la barcuzza di Stefano La Rosa che in età militare, s’arruolò nella polizia stradale. Una ciurma improvvisata di ragazzi senza lavoro che avevano deciso di andare a calare un conzo di un centinaio di ami. Lanaggioto, alla vista saltò quasi nell’acqua gridando, richiamando la loro attenzione e la barca scese a riva. La sua richiesta fu accolta e fu preso a bordo. Lanaggioto, euforico si mise a disposizione di Stefano e dei ragazzi della ciurma. Le sarde negli ami, penzolavano dal bordo della cartenna. Lanaggioto, ospite della barcuzza, stava prono sulla poppa ed osservava le onde del mare infrangersi nello scafo. Lanaggioto, a secondo della frequenza dei raggi del sole, raccoglieva negli occhi una miscellanea di colori, dipingendosi a volontà, un giorno fuori dall’ordinario, non uguale agli altri. L’azzurro si faceva argento e poi viola, bianco, rosso e verde, indaco, altri nascevano spontanei, si assemblavano e si sviluppavano in uno spettro indefinito. Lanaggioto, si lanciava in un volo rasente l’acqua, in un tuffo senza respiro fino a toccare il profondo solco del fondo marino, si rifugiava in una mano immensa, e raccoglieva recondite sensazioni, espressioni innaturali che gli occhi non riuscivano a trattenere. Le cale si susseguivano per racimolare una quantità di pesce sufficiente, in una gara contro il tempo. L’incontenibilità dell’emozione, a sera si avvitò su se stessa e condusse lanaggioto nella realtà di un allontanamento all’insaputa di genitori e fratelli, e dal dolore si piegò fino a terra.
Un conto era il campo di calcio, i luoghi abituali di pesca, sotto l’occhio dei fratelli, coetanei, degli abitanti del villaggio, a portata di voce della mamma, tiranneggiata dalla sua ansia. La mancata presenza dai luoghi conosciuti, all’incontrario era identificata ad una scomparsa e la famiglia, spinta da pensieri pesanti, andava in fibrillazione.
Lanaggioto, una mattina, dunque si armò di coraggio e con circospezione, non poca fatica, riuscì a varare la barcuzza del padre ed andò a pesca di seppie, nelle vicinanze dello scarro ed a pochi metri dalla linea di costa.
L’acqua azzurrra, trasparente, era di una calmarìa che si offriva a berla. Lanaggioto, dall’alto della barca, vedeva la ghiaia del fondo ed i pesci nuotare, giuocare, rincorrersi in libertà che il desiderio della pesca era oltrepassato dal godimento del paesaggio. Lanaggioto, dunque non aveva bisogno dello specchio che usano i pescatori per questo tipo di pesca. Le seppie erano ferme, adagiate sul fondo, erano belle, grasse e forse depositavano le uova ed allora calò l’ontru. Il cilindro di piombo con l’esca avvolta intorno, con alla base la crocchia di ami rivolta in alto, scese lentamente e si fermò nel mezzo del loro accampamento.
Una seppia, allungò la chela a tastare l’esca e lanaggioto pensò che fosse stanca ed aspettasse che fosse tirata in barca, dunque tirò l’ontru verso la barca con un colpo dosato agganciandola alla ranfa. La chela infilzata, resistette e la issò in barca e ricalò l’ontru ripromettendosi di essere più accorto, di non essere precipitoso, di aspettare che la seppia potesse essere infilzata negli ami anche con le chele più corte, più robuste che quella lunga e più debole e ne pescò un’altra. La seppia tentò più volte di sganciarsi. Il pescatore aveva preso le giuste misure e gli risultò impossibile svincolarsi e pescò la terza.
La gioia della pesca si scontrò con la paura che il padre potesse sorpenderlo in acqua con la barca. La seconda ne uscì vittoriosa e lo riportò allo scarro. Lanaggioto, dunque sistemata la barca in secca e nello stesso identico modo di come l’aveva presa, mise nel secchio le seppie, si tolse gli occhiali e scese sulla riva e con le mani a coppa e si bagnò la faccia. Il cato con le seppie in mano, dunque corse a casa e quasi gridando che dall’emozione la voce non gli usciva, le consegnò alla nonna che li raccolse con un gran sorriso.
Lanaggioto, ormai con il cipiglio del pescatore, alla richiesta di Quinto di fare una barchiata, una passeggiata con le amiche universitarie, sorpreso, insidiato, non ebbe la forza di dirgli di no, prese coraggio ed accettò superando la paura del padre.
L’escursione allo scoglio di Patti, fu per lanaggioto, un’impresa fantastica. La barcuzza si dondolava fascinosa ai piedi, quasi amoreggiasse con lo scoglio. Una barriera di micro molluschi,in un giuoco di bollicine, lo incorniciavano in una sorpresa continua. Le onde s’alzano, cadono aprendosi in una miriade di sorrisi, spinte da un grazioso venticello si sciolgono e scivolano con un tenero bacio ed è la primavera che fiorisce e spruzza di luce l’amore che sta per nascere dall’oscurità.
Lanaggioto, dunque con la barcuzza, carica all’inverosimile delle ragazze di San Piero Patti, trasporta la brigata verso riva. Lanaggioto alla voga e Quinto all’intrattenimento, la compagnia godeva dell’allegria e della bellezza di un pomeriggio di mare calmo, dirigendosi verso l’aria profumata degli scogli della Gargana che si nascondono sotto la superficie dell’acqua.
Il passaggio di un motoscafo, trasformò il mare piatto in onde minacciose.
La barcuzza ondeggiò paurosamente e le ragazze che in buona parte non sapevano nuotare, si trasformarono in scomposte figure urlanti. Quinto che si era speso con successo nel canto e nelle imitazioni, vuoi per la stanchezza, per l’oscurità che scendeva sulla spiaggia, spaventato scoppiò in lacrime. La
passeggiata stava per prendere una china pericolosa. La barcuzza aveva perso il suo ritmo e sotto la spinta delle onde navigava disordinatamente incutendo paura alle ragazze che tentavano di sfuggire al pericolo adottando un comportamento disordinato. Lanaggioto, tentava di governare la barcuzza, assecondando le onde, sorridendo e richiamando alla calma le ragazze nell’intento di tranquillizzarle.
Quinto, con gli occhi fuori dalle orbite, incita Lanaggioto ai remi, ad essere forte, invita le amiche a non muoversi, a stare ferme ed in silenzio che le onde sarebbero ritornate alla bonaccia, avrebbero ripreso il loro ritmo naturale, e la navigazione sarebbe ripresa senza altre turbolenze e sbarcati che la riva era vicina.
Quinto con le mani avvinghiate al banco, alla tavola che trasversalmente divide la poppa dalla prua, dunque scivola in ginocchio e con gli occhi inondati di lacrime, si rivolge alla Madonna del Tindari, invocando la sua protezione.
Lo sbarco sulla spiaggia, sciolse d’incanto ogni paura e la cordata superò a gambe in spalla la risacca, lasciandosi cadere esanime, sulla rena.
Lanaggioto, sollevato s’allontanò con la barcuzza verso lo scarro. Quinto e le ragazze, salirono a bordo del pulmino che l’aspettava posteggiato ai margini della strada e s’allontanarono lentamente.
Lanaggioto, comunque rimase impigliato in quel pomeriggio con Quinto e le ragazze e per molti anni, non riuscì a vincere la paura. La brutta esperienza, è una ferita che malvagiamente gli affiora imbrigliandogli i filamenti del cervello. Ha cercato di
gestirla, credeva d’averla superata, girando l’angolo, l’ha incontrata, era in agguato ed allora ha preferito trascorrere i pomeriggi all’ombra del pino di Ciccio Spinella, sdraiarsi nell’erba profumata ad osservare una miriade d’insetti,farfalline, volare da un fiore all’altro, correre nel campetto e coni coetanei, prendere a calci un pallone, evitando di andare in spiaggia ed a sera con il buio che nasconde la palla, ritornare a casa, sudato fino alle mutande.
Lanaggioto, ha raccolto in questo pomeriggio, ed ha accatastato negli anni, la paura che la società gli ha prodotto, tentando di mantenerla sotto controllo per non soccombere, comunque ha compreso che ogni evento è diverso ed ha bisogno di una lenta stagionatura.
Lanaggioto, in qualsiasi circostanza, ha avuto rispetto della propria esistenza. Ha sentito la sicurezza venirgli meno, ha saputo riprendere le redini in mano, non ha lasciato che la coscienza andasse in fuga ed ha vinto le minacce.
Lanaggioto non è un pescatore, andando dietro il nonno Francesco, il papà, ha imparato a manovrare i remi al ritmo delle onde. Il mare è una distesa che non si può imbrigliare.
L’eco della tramontana è minaccioso, le onde s’infrangono sugli scogli, sbattono sulla battigia, oltrepassano la rocca, sradicano qualche cespuglio che esce a sorpresa riempiendo l’aria di schiaffi d’acqua. L’uomo è impotente, ha bisogno di assecondare la natura, godere della sua bellezza ed allora lanaggioto raggiunge la Funtanenna, infila la testa nella nicchia scavata nella roccia e beve una buccata, un sorso d’acqua leggera, dal tubicino di latta ed estasiato, attraversa e raggiunge il pilastro della
galleria artificiale ed osserva le onde che s’alzano e con violenza s’infrangono sugli scogli di Boi fino a Calavà e li rincorre nella
baia oltre il traforo e li vede ingobbite rumoreggiare e precipitare allargandosi sulla battigia in una immensa carezza e Lanaggioto, ha raccolto i brividi che gli corrono sulla pelle, le sensazioni spettacolari e ritrova il coraggio che la società gli toglie. Il maestrale che urla, l’inverno con il suo ritmo alterno, sono la memoria di un’infanzia in lotta, nella volontà di crescere con un domani carico di promesse e si addormenta con a fianco la speranza.
IL VILLAGGIO DI PESCATORI
I pescatori del villaggio di San giorgio, col secolo scampato alla diceria, sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati dalla salsedine, praticavano la pesca del tonno cantando litanie alla Madonna ed al Santo Patrono.
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, appesantiti dal bisogno di sopravvivere, hanno persorso gli anni rincorrendo l’evoluzione delle stagioni, aspettando la tonnara.
La loro indole, consta di una leggera alterazione e si accompagnano l’uno all’altro in un legame perverso con la proprietà di avvicinarli ed allontanarli seza portarli a collidere. La loro caratteristica è la sonnolenza, e così percorrono strade e traverse, piazze e torrenti, in silenzio corteggiano le case, e sopravvivono al presente.
Il muro sul quale corre la strada ferrata, attraversa e divide a metà il villaggio tenendo a monte i contadini che coltivano le terre e badano alle besti, ed i pescatori a mare con le barche ed i mestieri.
La Baronia, dispensatrice di lavoro, con i loro palazzi distribuiti sul territorio secondo un disegno preordinato, mantiene sotto un pedissequo controllo, le terre e gli uomini con le bestie ed i mestieri.
La strada statale, costeggia i rilievi collinari allontanandosi ed avvicinandosi al mare.
I pescatori, chiusi nello specchio d’acqua, in balia del clima e del mare, non hanno alcuna sussistenza, una pur minima certezza nel domani.
I contadini all’incontrario, a prescindere dall’andamento delle stagioni, hanno di che mangiare e dunque sono ritenuti dei privilegiati.
I pescatori, insomma in una rivalsa insensata, hanno dichiarato guerra ai contadini e sfogano su di essi la loro miseria. L’avversione è tale che li hanno soprannominati Vinnani, denominando allo stesso modo, la strada sulla quale insistono le loro case e non soddisfatti, gli hanno interdetta la discesa a mare.
I pescatori, escono di casa con il passaggio del treno merci, alle quattro del mattino, con buumula e quartari, cati ed ogni altro tipo di recipiente che adagiano in fila da sinistra verso destra, intorno alla conca della fontana, per la raccolta dell’acqua, e vanno a pescare, arrabbattandosi con i conzi, le nasse, la sciabica, con la pesca costiera, in attesa della stagione della riproduzione dei tonni.
Palazzo della Baronia, situato nel centro del villaggio con a destra piazza Ravel ed a sinistra la chiesa, è la residenza stagionale per la pesca del tonno ed è accudito e mantenuto in ordine per ogni occasione, dalle fidate cameriere. I pescatori del borgo di San Giorgio, guardano il Palazzo con speranza, seguono con interesse i movimenti che in esso si sviluppano. La tonnara è la mamma di ogni pescatore e senza l’imbarco sono perduti.
I coloni, approviggionano la residenza con la raccolta dell’ortofrutta e con i cani a seguito, girano per la proprietà. La guardia è serrata, implacabile ma non sempre riescono ad impedire ai pescatori di alleggerire i morsi della fame ed ai contadini a giornata di non appropriarsi di qualche prodotto della terra.
I pescatori, con la camicia ed i pantaloni rattoppati, legati alla cinta con una cordicella che comunque non riusciva a mantenerli a debita distanza dalle ginocchia, con la cicca della sigaretta incuneata nell’orecchio destro, tiravano la cunnana, spalle alla muntagna.
Il principio di dividere che ha contraddistinto nei secoli il potere, ha reso gli abitanti di San Giorgio, figuranti della propria esistenza, e con la speranza di racimolare un privilegio, si spiano a vicenda, insomma le case di destra sono invise a quelle di sinistra, nella stessa traversa la dignità è diversa.
Il borgo, diviso per fazioni, convive con un equilibrio che sfugge alla ragione.
I pescivendoli, gli Squamani ed il Rais, sostenevano la proprietà dei mestieri, insomma erano un’unica corporazione che pesava sulla miseria dei pescatori.
I pescatori privati del diritto di uomini, camminano per la spiaggia, il prato, con il basco in mano e la coscienza appesa alle nuvole.
Il potere, usa contadini e pescatori a guisa d’attrezzi di lavoro. La mancanza di coraggio è una grave colpa, di dignità, il basco in mano, pronti al Voscenza Binidica.
Il Villaggio di San Giorgio, con il giogo della Baronia sulle spalle, non si è distratto neanche in un gesto naturale ed ha preso la forma di un grande sacco nel quale alla bisogna, il potere può pescare a piacimento.
La Baronia, con le redini in mano, detta le regole degli abitanti del villaggio, osserva col binocolo i pescatori sulla spiaggia, in barca sul mare ed ascolta il canto dei contadini che faticano sotto il sole, si riparano nella baracca degli attrezzi, nella stalla con le bestie, dai rigori dell’inverno.
La montagna, seguiva l’astro nel cielo che l’oltrepassava e non comprendeva che non era lui a proseguire ma lei ad andarsene, allontanarsi coinvolta nel moto rotatorio.
Il sole, osservando il sistema del pianeta che girava, scavalcava la ferrovia ed il giardino di alberi da frutta ornamentali e rivolto verso il mare, profondeva sul palazzo pennellate di luce di incomparabile bellezza, dipingendo di splendidi colori i vetri smerigliati della finestra a nicchia che si apriva sull’androne.
Le Nobildonne del Casato con il Cavaliere, il portone di legno ed il cancello di ferro, l’uno accostato verso l’interno e l’altro al muro portante, seduti in enormi sedie di legno impagliate di zammara verdognola, trascorrevano i pomeriggi, celiando, sorseggiando spremute d’arance raccolte nella villa, dolcemente accarezzati dai colori del tramonto, protetti dai guardiani di terra che simili a cani azzannavano chi s’avvicinava, perfino i ragazzi che sfuggita loro la palla dal campo di calcio che comprendeva anche la strada oltre i pini nani nel piazzale del Palazzo, cercavano di raccatarla per continuare il giuoco.
I pescatori del villaggio di San giorgio, schiavi della miseria e della sopraffazione, dalle provocazioni e dall’arroganza della corporazione degli Squamani, non riuscivano ad alzare la testa ed ogni tentativo di sollevarli aveva i giorni contati.
Il bene della comunità, il raggiungimento di un obiettivo comune, era inficiato dalla mancaza di coraggio e dalla cura del proprio orticello.
LA TONNARA DI SAN GIORGIO
L’anno 1100, il Conte Ruggero D’Altavilla, pose la Tonnara sotto la podestà del Monastero dei Monaci Benedettini di Patti.
L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico, comunque non portò alcun sollievo ai tonnaroti che per questo dicevano di lui che aveva a vucca monna, la bocca molle, mancia a du ganasci, mangia doppio del normale e non s’affuca mai, cioè inghiottiva con facilità, sfruttando i pescatori, circuendoli con l’arte delle belle promesse senza mai condere nulla di concreto.
La tonnara di San Giorgio, nel 1375 non fu calata e barche, palischermi ed ogni altra attrezzatura, vennero messi a ricovero nei magazzini. La custodia dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara, fu demandata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano la rotta dei tonni, nella stagione della riproduzione.
Il Re Martino, al termine di molteplici beghe nobiliari, nel 1407, concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la Tonnara, aveva diritto di calare.
Il Re Ferdinando, nel 1503 fregia Berengario Orioles del Titolo di Barone di San Giorgio.
Flavia Orioles, nel 1600, andata in sposa a Francesco Mastro Paolo, porta in dote Baronia e Tonnara.
Giovanni Mastro Paolo, nel 1720 lascia in eredità al Comventi di San Francesco di Chiavari in Palermo, Fondo e Tonnara che nel 1751, cede a Cesare Mariano D’Amico.
L’anno 1775, la tonnara torna a calare nell’antico sito ad Ovest della pietra Gargana.
La tonnara, constava della sola camera della morte ove si compiva la mattanza ed era legata alla terra ferma, da u n masso di sabbia e ghiaia, semiaffossato nella spiaggia.
La tonnara di San Giorgio, con l’inscatolamento di parte del tonno, ha caratterizzato per quasi un Millennio, il villaggio di pescatori, rendendolo uno dei siti più famosi.
La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecento anni dopo, cessa di calare ed è rimessa a dimora. Il Casato l’ha relegata dietro le immense porte di legno dei magazzini e si è spenta nel respiro lieve delle onde che da riva indietreggiano con la risacca consumando la sua storia nel mormorio gioioso dei granelli.
Il Santo Patrono, veniva portato in processione a fermare il mare in burrasca che aveva eroso la strada ed avanzato nel giardino di agrumi di Don Nunzio ed addirittura minacciato la strada ferrata, raccoglieva qualche preghiera, tante imprecazioni colorate e ritornava sull’altare a sonnecchiare rischiando perfino di bruciare al fuoco delle tante candele votive messe sotto la pancia del drago.
Il Santo guerriero, esautorato del potere e con le vestigia affumicate, addirittura rese a diceria, insomma non era più in grado di offrire alcun miracolo ai pescatori del villaggio. La generazione che avanzava, chiedeva un domani diverso, un’aspettativa di vita più consona al progresso dei tempi, dunque spinse i genitori ad armarsi del coraggio che gli era mancato in gioventù e li costrinse ad emigrare.
La tonnara a dimora nei magazzini, nel 1973, circa dieci anni dopo, ha usufruito di un finanziamento pubblico, tirata fuori e calata.
La ciurma era raffazzonata, infarcita di qualche anziano pescatore e di molti ragazzi, Pippo Accordino, Pietro Providenti fra gli altri soprannominandosi “ I Fanatici del Bastardo “, dal nome della barca sulla quale erano stati imbarcati, che assolto il servizio militare, disoccupati, aspettavano il primo treno buono per seguire la rotta dell’emigrazione.
Lanaggioto, ha visto nella ripresa di questa attività, uno sfratto, il varo di un grande progretto speculativo.
La guida fu affidata al Rais Rosario Canduci, profugo della Libia, coadiuvato nelle vesti di sottorais da Giovannino Salmeri detto Custuleri.
Il Rais Rosario Canduci, insomma dal ponte di comando del Palischermo San Francesco, accompagnò la tonnara alla definitiva dismissione.
I Rampolli del Casato, in breve cedettero terre e palazzi e con il Capitale raccolto, navigarono verso mari più prosperosi.
La pesca tradizionale del tonno, non era più proficua, altri metodi di pesca erano entrati nel mare e le rotte spezzate.
La politica, indossati i vestiti dell’impresa edile, avviò la speculazione stuprando il territorio del villaggio.
Gli immobili, caduti in mano alla Spedilitica che naturalmente, confidando nell’assenteismo degli Enti preposti alla tutela, si è disinteressata dei vincoli ai quali erano sottoposti, iniziò l’opera demolitrice, sventrandoli e saccheggiandoli.
La Spedilitica, insomma mise in scena la spoliazione della tonnara e del territorio del villaggio di San Giorgio.
Le barche, i palischermi, i galleggianti e le ancore, sparsi ai margini del prato e la spiaggia, abbandonati nell’incuria più totale, assistettero impotenti all’abbattimento dei magazzini nei quali erano ricoverati nei mesi che non stavano in acqua.
I turisti ed i passanti, scorgevano i relitti coperti di sabbia e di spine, e con negli occhi la misura del degrado del villaggio, continuavano nell’indifferenza il loro viaggio.
Gli abitanti di San Giorgio votati a rinnegare la storia marinara, godevano della speculazione che gli concedeva in cambio della propria casa o del terreno, qualche appartamento arredato e fornito dei nuovi ritrovati della tecnica.
Il progresso avanzava e quel che rappresentava il vecchio, la storia era un intralcio e dunque cancellato.
La Spedilitica, entrata in possesso di ogni spazio, ha costruito liberamente, scavalcando le regole, demolendo la storia dei pescatori di San Giorgio. Lanaggioto, in visita al villaggio, andava a salutare le barche, i palischermi, abbandonati sul prato.
Lanaggioto, offeso mortificato, correva chiamandoli per nome e gridava, Cabanenna, Muciara, Burdunaru, Caiccu, Uzzittu, Santa Rita , San Franciscu, San Giorgio, Santa Flavia, Bastardu, Maria S.S. , incitandoli a resistere, non riuscendo a credere che una storia millenaria potesse perdersi nell’indifferenza, ed esausto, cadeva in ginocchio e rivolto alla rocca nella quale insisteva l’antica chiesa della Madonna del Tindari e sulla quale è stata costruita la cattedrale di marmo, con la voce rotta dal dolore le gridava: “ ridammi la mia infanzia. “
Il villaggio di San Giorgio, ospitava una gara a carattere regionale di Gokart, la prima organizzata nel borgo.
Il San Giorgio ed il Santa Flavia, adibiti a palcoscenico per gli eventi estivi, ad un tratto cominciarono a mandare da sotto la carena, un sottile fumo bianco. Le grida di Salvatore Salmeri, il figlio di Maria Lo Presti e Pippo, impegnati a lavorare nella pizzeria Number One di Rocco, sfuggendo alla zia Lucia che l’aveva in consegna, che tentativa di allertare del pericolo gli adulti, non sortirono al cun effetto, anzi furono ritenute il capriccio di un ragazzino irrequieto e Stefano La Rosa che aveva posizionato le balle di fieno lungo il circuito, chiuse l’allarme buttandovi alcune manciate di sabbia.
I Palischermi della tonnara, appaiati sotto la Cattolica, covavano un leggero, incompresnibile attentato.
Una mano invisibile, con accortezza e spregiudicatezza, nel disinteresse generale, sottacendo l’inquietitudine di Salvatore, stava mandando in fumo i resti di una storia millenaria.
Il San Giorgio ed il Santa Flavia, nello svolgere della competizione, svilupparono il fuoco. L’oscurità della sera, mostrò al cielo le lingue devastatrici, e la nottata fu illuminata da un enorme falò.
L’alba accolse le autobotti dei Vigili del fuoco a spegnere gli ultimi bagliori che si levavano dai palischermi che per un tempo immemorabile avevano resistito alle più terribili intemperie.
La Spedilitica, la società di politica ed edilizia, aveva messo le mani sul villaggio di San Giorgio trasformamdo il borgo di pescatori, in un cantiere a cielo aperto, senza rispetto delle leggi che regolano lo sviluppo urbanistico e la tutela paesaggistica di ogni agglomerato civile.
Il Santo Patrono del villaggio di pescatori, San giorgio, abbagliato dalle pietre colorate del mosaico che lo incorniciano, con la spada lanciata sulla testa del dragone ed il cavallo che recalcitra sulle ginocchia, non ha tentato neanche un abbozzo di sana reazione.
La battaglia era volta alla vittoria del drago, dunque incapacitato, rimase assopito, contenuto in un insano riposo sulla facciata del bianco agglomerato turistico.
Le ancore del 1600, andarono ad ornare le ville di politici ed affaristi.
Lanaggioto, inorridito di fronte al saccheggio, chiamò alle armi il guerriero e si scagliò contro l’Ente preposto alla tutela del paesaggio e dell’ambiente. L’indifferenza, è un animale potente e per vincerla, i pallettoni od i bazooka, non sono efficaci.
La speculazione politico affaristica, dunque sconvolse le linee architettoniche e paesaggistice del villaggio con la realizzazione di alloggi turistici, seppellendo sotto colate di cemento ogni riferimento dell’antico borgo.
Gli abitanti di San Giorgio, confusi ai nuovi residenti, hanno perso visibilità, ne è rimasta la nomèa e della cultura marinara se n’è persa la memoria.
LO SCRITTORE ENNIO SALVO D’ANDRIA
La guerra aveva appena sbiadito i bollori di sangue e la gente piangendo i propri morti, cercava di sollevarsi dal dolore e dalla fame.
Il 1948 aveva introdotto nel paese la democrazia. Il nuovo sistema raccolto nei principi della Carta costituzionale, era legato con nodi trasversali al regime assolutistico appena sconfitto, dunque faticava parecchio ad affermarsi.
Gli uomini nominati a governare erano ancora impigliati nel vecchio metodo, dunque l’attività e la vita delle persone non riusciva a svolgersi liberamente.
Ennio Salvo, nato a Patti, ha seguito gli studi classici a Firenze ove si è occupato di bibliografia ed antiquariato del libro.
Ennio Salvo D’Andria è scrittore, poeta e pittore. La sua pittura, è costruita con la penna Bich che ne delinea i tratti, riempie ed alleggerisce i colori.
Lanaggioto, non riesce a staccarne lo sguardo attraversa la realtà e viaggia sollevandosi dalla quotidianità del borgo, da quel mondo ristretto, uscendo dal presente e viaggia in territori e spazi surreali.
La libertà e la bellezza di quelle opere, raccontano storie misteriose che oltrepassano il potere sopraffattore che mantiene l’uomo asservito alla miseria.
Ennio Salvo ha la passione per la politica ed il Partito SocialistaDemocratico lo nomina segretario della sezione di San Giorgio.
L’impegno di Ennio Salvo è di trasformare il villaggio di pescatori e dare loro una visione del futuro meno disperata, più serena.
Ennio Salvo, intende sottrarre la bellezza del borgo marinaro, dalle mani di persone bieche e saccenti, che amministrano con la mente obnubilata.
Il dispensatore di lavoro, usa contadini e pescatori, a guisa d’attrezzi. Il suo programma, dunque è una lotta contro l’inciviltà e la barbarie, è dare dignità ai lavoratori e lavora con lena al suo riscatto.
Ennio Salvo, per la sua barbetta bionda che gli incornicia il mento e per la sua cultura, è chiamato dagli abitanti di San Giorgio, Prufissuri Barbitta.
Il Professore Barbitta, ha assunto il nome d’arte, D’Andria con il quale nel 1939, ha dato alle stampe il romanzo I Picciotti di Gibilrossa, giudicato da Blasetti, la migliore opera di quegli anni ed ha vinto il Premio Nazionale per soggetti cinematografici.
Ha inoltre pubblicato il romanzo, Sicilia un giorno, edizione che è andata distrutta nell’alluvione dell’Arno.
Una ricerca del Professore Giuseppe Alibrandi, ne ha scoperto una copia nella disponibilità della Biblioteca di Livorno.
Ennio Salvo D’Andria, è stato Direttore e Redattore Capo di Pandemonio ed altri giornali, di Agenzie di stampa e di Premi Oscar per la moda, dunque sono seguiti articoli politici su quotidiani Italiani e Stranieri, saggi e racconti.
Il Castello di Sammezzano in Toscana, è stata la sua residenza lavorativa. La terra natìa la cullava nel cuore ed ad Ella tendeva per darle l’onore che meritava.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, per la comunità dei pescatori di San Giorgio, semianalfabeti, attrezzi da lavoro, era la fonte politica e culturale.
Il suo carisma umano e culturale, attrae i giovani e ne raccoglie parecchi, e riesce a seminare nella coscienza di alcuni, il valore della dignità ed il principio della libertà.
Il fascismo aveva intimorito gli animi, privandoli della libertà, la Democrazia Cristiana aveva sbiancato la camicia nera e vi aveva attaccato la croce piegando la ragione nel confessionale.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, sotto il simbolo del Partito Socialista Democratico, con il suo insegnamento, seppure con indicibile fatica, era riuscito ad infondere nei pescatori, il necessario coraggio a lottare per i diritti ed il proprio benessere.
Le sue parole, il loro significato profondo, avevano penetrato la scorza dell’ignoranza.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, era riuscito ad ottenere la Delegazione Comunale, la firma per la Costruzione del Cimitero e la costituzione della Cooperativa.
IL CIMITERO DI SAN GIORGIO
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, non avevano nel proprio territorio, un luogo consacrato per seppellire i loro morti e dunque erano costretti a trasportarli nel Comune di Gioiosa Marea al quale erano stati sottoposti che dista circa otto, dieci chilometri.
La distanza non creava nocumento, il pericolo era insito nel vento di tramontana che nel periodo invernale spazza con veemenza inusitata, la strada. Il traforo di Capo Calavà che divide la comunità di San giorgio dal comune di gioiosa Marea, si trasformava in un inferno ed impediva l’attraversamento. I pescatori di San Giorgio, a piedi e con la cassa in spalla, erano imnpediti a percorrerla, rischiavano che il vento li precipitasse sugli scogli sottostanti, dunque erano costretti a trattenere in casa, a volte anche oltre cinque giorni, il caro estinto.
La costruzione del Cimitero nel territorio del villaggio di San Giorgio, dunque era una necessità, un’urgenza non procrastinabile, all’incontrario gli Amministratori di Gioiosa Marea, non la ritenevano un’opera primaria.
I Signori Amministratori, incarogniti nel potere, respingevano qualsiasi approccio e rifiutavano perfino l’ascolto. I bisogni dei pescatori di San Giorgio, evidentemente non rientravano nei doveri dell’Amministrazione comunale ed erano scartati e mandati al macero.
I pescatori di San Giorgio, riscontrata infruttuosa, inutile l’ennesima domanda, mortificati nella dignità di cittadini, costituirono un comitato di lotta.
L’anno 1948, i componenti del comitato, un gruppo di pescatori in maggioranza giovani, guidati dallo scrittore Ennio Salvo D’Andria, occuparono un fazzoletto di terra brulla, incolta, sulla ripida collina in contrada Cicero di proprietà del Barone Ruffo, con la determinazione di usarla per costruire il Cimitero di San Giorgio.
Il villaggio di San Giorgio, non avrebbe più trasportato i propri morti nel Cimitero di Gioiosa Marea. Gli abitanti del villaggio di pescatori, avrebbero dato degna sepoltura ai morti, nel proprio territorio.
La morte di Rosaria Bertuccelli, ne propiziò l’occupazione e la
bara con la morta fu sepolta nella fossa scavata all’ombra di un castagno, prendendo concretamente possesso del terreno.
La Baronia, allertata dalla corporazione degli Squamani, sollecitò l’Amministrazione comunale di Gioiosa Marea. Le Autorità militari interessate, comandarono l’intervento della forza pubblica sulla proprietà.
L’Autorità Militare, accorsa immediatamente in loco, constatata la situazione, intimò ai rivoltosi di uscire dalla proprietà e trasportare la morta nel cimitero del comune di Gioiosa Marea.
L’occupazione della collina, significava porre in discussione la proprietà privata, inclinava l’equilibrio delle classi e l’effetto era ritenuto disastroso.
L’Autorità dello Stato, doveva ripristinare il principio della proprietà privata. La distanza che passa dal capo alle braccia, non poteva essere accorciata, insomma bisognava riporre le chiavi nella tasca del Padrone.
Un manipolo di pescatori, non poteva mettere in discussione, il potere costituito.
Il potere dello stato, con la fascia a lutto sul braccio sotto la camicia, era ancora munito della necessaria spietatezza per usare
la forza delle armi e riportare l’ordine.
I pescatori del borgo di San Giorgio, con le barche in acqua a remare, gli attrezzi a pescare, erano allerta, stavano con le orecchie rivolte alle correnti che scendevano dalla montagna,.
Il Presidio sulla collina, era vigile giorno e notte, manteneva senza distrarsi, il territorio sotto controllo.
I Delatori, al soldo del potere, non lasciano nulla al caso, sono all’opera per dividere, iniettare timore e paura nelle famiglie e nella comunità.
La corporazione degli Squamani, è specialista, un professionista in questo tipo di servizio. La squadra bene addestrata, sa corrodere le componenti più deboli fino a renderli dei vigliacchi.
La faccia, una maschera incolore, tramano, lanciano mazzi di ortiche e camminano rasente i muri, origliano dietro le porte e le finestre, non lasciano traccia. Hanno l’odore nauseabondo di vomito e di fogna.
Tindaro Agati, posto a guardia lanciò l’allarme con la Brogna. Il suono diffuso dalla conchiglia marina, colse i pescatori sulla spiaggia a pescare con la sciabica. Le forze dell’ordine, armati fino ai denti, si dirigevano verso la collina. I ragazzi del comitato, lasciarono i mestieri ed accorsero a difendere la fossa con la
morta nella cassa sotto il castagno. La popolazione, ha bisogno di coraggio per conquistare i propri diritti e la dignità non si compra al supermercato.
La sciabica in acqua a tirare viene lasciata in mano agli anziani ed i pescatori in lotta, corsero verso la collina.
I corpi bruciati dal sole e dal sale, affamati di rispetto, con determinazione, a piedi imboccarono il torrente del ponte di ferro. Il letto di ciotoli e pietre che costeggia il vigneto della Baronia a sinistra e le terre con l’uliveto a destra, accompagnò i pescatori dal mare fino alla collina, al suono di alcune spontanee, sporadiche bestemmie che la vallata confuse con i versi dei volatili stanziali e di qualche uccellaceo di passaggio che aveva trovato molto accattivante la località e si era ritagliato uno spazio.
L’arrivo sulla collina, dei Carabinieri della Tenenza di Patti, trovò i pescatori schierati a difesa della bara con in prima linea, Nunziatina Russo, la figlia della morta.
Gli uomini in divisa, comandati da uno Stato che seppure costretto a dismetterla, indossava sotto la pelle, la camicia nera, non riusciva ad accettare l’atteggiamento ribelle dei pescatori. La lotta per la costruzione del cimitero di San Giorgio, era un diritto sacrosanto. Lo stato alimentato da un moto di rivalsa sper la sconfitta subita, non ammetteva cedimenti.
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio che inizialmente si erano mobilitati a fianco dei pescatori del comitato, alla vista dei Carabinieri in armi, erano fuggiti a gambe levate.
Le forze dell’ordine, comandati a riprendere possesso della proprietà privata, erano determinati.
La lotta del comitato dei pescatori sulla collina brulla, accerchiati dai Carabilieri, con il moschetto puntato in faccia ed il colpo in canna, era impari.
I Carabinieri, minacciavano i pescatori di sparare se non avessero liberato la terra della loro presenza. I pescatori del comitato, non retrocedevano, la loro resistenza rasentava l’incoscienza.
Il loro coraggio è un atto di nobiltà che la società coglie in un numero sempre più ristretto di uomini che sistematicamente sono definiti dei folli.
I pescatori del comitato, senza la richiesta di alcun profitto personale, s’immolarono per servire il bene comune.
I pescatori del comitato, in compagnia della figlia sulla cassa della madre morta, abbandonati a se stessi, incalzati dai continui assalti dei Carabinieri, non arretrarono di un passo, resistettero senza mostrare alcun tentennamento. Il giorno con la lingua penzolone e la testa in fiamme, dunque si allontanò, uscì dai confini in lotta e dallo spazio intorno e lasciò entrare il buio. La notte infarcita di tanta precarietà, si era llungata sulla collina nascondendo le facce arrossate, le labbra secche dei pescatori e l’indomani sarebbe venuto ancora più carico di preoccupazione. La prospettiva non era buona e dunque ognuno si preparava ad affrontare un altro giorno di guerra, senonchè la trattativa si offrì ad accogliere il diritto dei pescatori di San Giorgio per avere la facoltà di costruire su quel terreno il camposanto per i cari estinti del villaggio.
Gli uomini in divisa, dunque disabilitarono le armi e gli fu ordinato di mettersi a riposo.
Il comitato di pescatori, insomma aveva conquistato il diritto di costruire sulla collina, il cimitero di San Giorgio.
Il Cimitero del comune di Gioiosa Marea, non avrebbe più messo a dimora un abitante di San Giorgio. L’ostracismo che colpiva i suoi abitanti a prendere posto per il riposo eterno fuori dal suo territorio era stato abrogato.
Il diritto però, doveva risarcire la legge del padrone e la vendetta prese posizione.
Il Comitato di pescatori, furono indagati e sottoposti al rigore della legge.
La costruzione del cimitero, richiese agli Amministratori comunali, una lunga vacatio. L’applicazione dell’accordo risultò di una travagliata metabolizzazione. La sua realizzazione impiegò circa dieci anni e qualche tempo dopo, l’ala sud di sinistra, franò nel torrente. La ricostruzione, influenzata dalla politica, poisizionò le bare in loculi diversi dagli originari e Francesco Accordino e Canfora Santa, ascesero miracolosamente ai piani alti lasciando il loro posto a defunti con la parentela allocata nella parte del potere in vigore.
I componenti del comitato, indagati furono costretti a sostenere i vari gradi di giudizio con spese legali che per le scarse risorse dei pescatori, erano insostenibili. Il resto degli abitranti di San Giorgio, si rifugiò nel bisogno personale. L’indifferenza avrebbe raggiunto il colmo se non fossero intervenuti gli emigrati con un sostanzioso contributo.
Il processo, alla fine dei vari gradi di giudizio, condannò a pene variabili ed amministiati i componenti del comitato, dunque successivamente riabilitati.
LA COOPERATIVA GIUSEPPE ACCORDINO
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, costituì la cooperativa Giuseppe Accordino, intendendo sollevare dalla miseriapescatori di San Giorgio.
La cooperativa fu denominata a Giuseppe Accordino per onorare la memoria del Marò disperso in guerra, figlio di Francesco e Santa Canfora.
I pescatori iscritti nella cooperativa Giuseppe Accordino, per prima nella provincia di Messina, aveva ottenuto gli assegni familiari ed era previsto l’acquisto di pescherecci per assicurare loro un lavoro tutto l’anno.
La cooperativa Giuseppe Accordino, con la sua a ttività avrebbe spezzato il nodo che teneva legati per il collo, i pescatori ai pescivendoli.
Gli Squamani ritenevano che il pesce pescato gli fosse dovuto e senza fare il prezzo, lo caricavano sui mezzi e lo depositavano in magazzino per la vendita.
Gli Squamani, dunque secondo la loro benevolenza, con comodo, determinavano il prezzo del pesce.
I pescatori, detratta la spesa dell’esca, tolta la parte della barca, del mestiere, insomma per fare il conto, non avevano bisogno di ricorrere alla striscia di carta gialla che avvolge il pesce né del mozzicone di matita nera che di solito usava Turi Buzzanca per scrivere le misure per costruire porte, finestre e tavoli.
Il Marò Peppino, era il secondo dei fratelli Accordino. Il primogenito era Carmelo, il padre del’lanaggioto.
La guerra è una ffare per gli Industriali ed i Governanti che si servono dei figli del popolo, per sopraffare altri simili, gloriarsi della vittoria ed acqusire potere e ricchezza.
Il Marò Peppino, chiamato in guerra, lasciò il villaggio, la pesca, le avventure amorose e con gli anni carichi di vigore e di speranza, partì a servire la patria.
Santa Canfora, nella sua casacca nera, aspettò che il figlio disperso in guerra, tornasse a casa.
La speranza che il secondogenito fosse vivo era uspportata dalle zingare che bivacchiavano sul marciapiede, davanti la porta di casa.
La madre del’lanaggioto, Francesca detta Gina, osò contrastarle
La battaglia, sembrava averle allontanate. L’effetto durava qualche giorno. La petulanza delle donne e la debolezza di nonna Santa, le riportava sulla soglia.
Una madre non si rassegna alla perdita del proprio figlio e raccoglie ogni notizia, la coltiva e si culla in essa per non morire disperata. Un a polmonite, in età avanzata, con il respiro le tolse l’ultima speranza.
I Riatteri, ovvero i pescivendoli Puglia, Garito detto Salera, Cicirello, Barbera, tenevano i pescatori con il collo nel cappio del bisogno, della necessità di sbarcare il lunario.
La corporazione dei pescivendoli, gli Squamani con depositi e punti vendita, conducevano a piacimento l’acquisto del pesce.
I pescatori di San giorgio, dunque erano loro ostaggi.
Gli erano debitori dell’esca e dei Mestieri non erano padroni, insomma non avevano alcuna capacità di contrattazione.
La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, era sotto i mestieri gestiti da Calogero Pancheri ch’era il capo barca dei padroni.
La marineria contava una ciurma numerosa e dal cianciolo alla sciabica, pescava per conto del Rais Rosario Salmeri detto Mau, del fratello Carmelo e della corporazione dei pescivendoli. Gli Squamani ed il Rais erano collegati con la Baronia che manteneva in mano le redini del villaggio di pescatori.
Il pescatore Francesco Accordino, era padrone di barca e calava conzi e nasse.
Il nonno del’lanaggioto, dunque pescava per conto proprio e mal sopportava l’arroganza dei pescivendoli, arrivando addirittura a ritirare il pesce pescato messo in vendita sulla pista. Gli Squamani senza alcuna concorrenza, avevano lanciato il prezzo al massimo ribasso. L’offerta mancava di rispetto, era un affronto alla dignità del lavoro. Francesco Accordino inoltre non accettava l’incognita di ricevere la somma, alle calende greche. Il tempo di pagamento, veniva talmente dilatato che superava la decenza della conta dei numeri.
La cooperativa Giuseppe Accordino, l’istituto appena nato, sarebbe stata la casa dei pescatori del villaggio. I pescatori di san Giorgio, si sarebbero liberati del pesante fardello imposto dagli Squamani. La grande speranza di spiccare il volo verso la libertà, però rimase stampata sulla carta. I pescatori, impauriti dagli Squamani, recedettero dal loro impegno e la cooperativa senza la loro forza, esaurì la propria attività. La pista restava senza pesce ed i più coraggiosi che lo mettevano in vendita, non ricevevano alcuna offerta. Gli Squamani non compravano ed il pesce andava perduto. La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, intimiditi, hanno preferito distruggere il lavoro svolto dal Professore Ennio salvo D’andria e consegnare il proprio futuro nelle mani dei Padroni. La cooperativa, rimasta senza coraggio, non serviva i pescatori. Il sogno dei pescatori di San Giorgio, schiacciato nelle murate delle barche, nelle mura degli orti, cadde nei pozzi e si estinse.
I pescatori di San Giorgio, andavano per mare e ne uscivano nella notte senza aver visto il giorno che li aveva accolti ed accompagnati. L’indifferenza era tale che neanche il verso di un corvo gli faceva alzare gli occhi al cielo.
Il giorno si svegliava per conto proprio e non era un richiamo per i pescatori di San Giorgio. Il loro passo era dettato dal clima. La scossa ad accelerare, arrivava con la stagione primaverile. La tonnara li svestiva dell’apatìa, iniettava in loro una vitalità diversa.
I pescatori di San Giorgio aspettavano la stagione della pesca del tonno per riconciliare l’andamento del resto dell’anno e ritornare a sperare.
La tonnara era la mamma e nella stagione che pescava, il villaggio si sollevava. La miseria, comunque restava nelle case. Le condizioni d’ingaggio avevano bisogno di essere rivalutate. La contrattazione in vigore andava rivista. Il trattamento economoco era divenuto insostenibile e quello umano degradante.
La Baronia, non rispondeva alle richieste di un adeguamento economico. Lo sciopero dei pescatori della Tonnara, dunque diventava sempre più pressante. Il sindacato era debole ed incerto, diviso, non dava affidamento.Alcuni esponenti, brigavano con la Baronia e cospiravano con gli Squamani minacciando ed intimorendo i pescatori.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ammaestrò i pescatori all’unità. La loro forza avrebbe determinato la vittoria. La battaglia economica per un slario adeguato, per la dignità dei lavoratori, per la serenità delle famiglie entrava nei diritti fondamentali di ogni essere umano. Lo scioperao aveva bisogno della massima determinazione. I pescatori della tonnara, i Tonnaroti non dovevano piegarsi alle minacce, le singole promesse non avevano carattere unitario, dunque andavano scartate. Il Professore Ennio Salvo D’Andria non si era risparmiato e quei pescatori senza istruzione, avevano compreso l’utilità dell’unità per portare fino in fondo la battaglia.
Lo sciopero dei pescatori della tonnra, ebbe un travaglio doloroso e causò molta sofferenza.
Il Professore Ennio salvo D’andria, fu accompagnato in questa impresa, dal sindacalista Messina. Gli altri del sindacato, denominati i difensori dei diritti dei lavoratori, a braccetto con gli Squamani, boicottavano lo sciopero e parteggiavano per la Baronia.
Il Padrone, istruito ed allenato a sostenere il proprio potere, non molla di un millimetro. Lasquadratura dell’intelligenza gli fa vedere il potere e non comprende che il risvolto, concedere qualcosa non è una debolezza, è un guadagno.
I pescatori della tonnara, i Tonnaroti, seppure sotto minaccia, armati del coraggio dell’unità del Professore Ennio Salvo D’Andria e del sindacalista Messina, s’imbarcarono nello sciopero. I pescatori più determinati, sostennero i vacillanti e convinsero gli altri della lotta per la rivendicazione ed assieme resistettero e non si fecero piegare dalle minacce ed acchiappare dalla paura. I pescatori della Tonnara, avevano scelto i diritti che distinguono l’uomo dalle bestie.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, conclusa la trattativa, assegnati gli emolumenti, sperò che questa lotta avesse contribuito a dare la speranza a quella gente, che fosse avvenuto in loro un cambiamento.
Il giro di boa non avvenne, la gioia della vittoria non superò la prova di civiltà. I pescatori di San Giorgio, dopo qualche passo, persero l’euforia e rientrarono nel recinto dell’ordine costituito, ritornarono sui propri passi e con il basco in mano si allinearono alla legge del padrone.
Il coraggio della dignità, passa per lo stomaco e capita spesso che a vincere è quest’ultimo anche se rimane comunque vuoto.
Il benessere dei pescatori di San Giorgio, cozzava con la testa della Baronia e con quella degli Squamani, dunque ripresero il cammino che gli era conosciuto. Chi ha vissuto camminando con il mento chino sul petto, pur avendo la possibilità di alzarlo non ci riesce e per salutare, automaticamente tira il basco dalla testa.
La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, ricusarono i compagni e senza vergogna rientrarono nei ranghi. Gli altri, i soliti quattro portatori sani di dignità, sbarcati dalla tonnara, furono costretti a trasferirsi in altri siti di pesca del tonno, emigrando in Calabria, Tripolitania od a cercarsi un altro lavoro in altri continenti, lasciando le loro famiglie e le loro case.
Il padre del’lanaggioto, Carmelo Accordino, si è portato sulle spalle, per molti, troppi anni, la macchia di scioperante che lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Il lavoro l’ha cercato e trovato, andava ovunque senza arrendersi alla sofferenza ed ai sacrifici e non gli è mai mancato mai.
Ogni uomo ha il suo prezzo soleva dire il Professore Ennio Salvo D’Andria, non celando nella voce una grande delusione.
L’Impegno profuso a favore dei pescatori di San Giorgio, non fu ritenuto meritevole. La maggioranza dei pescatori del villaggio di San Giorgio, nell’urna elettorale, preferì il partito Democratico Cristiano che sulla camicia nera portava la croce.
Il partito Socialdemocratico, non rientrava nella visione degli abitanti del villaggio di San giorgio, dunque seppure con grande dispiacere, andò a ricoprire l’incarico di Sindaco, nel comune di Oliveri.
Un borgo marinaro che nel 1948, era squallido al pari di San Giorgio, non aveva strade e fognature, né farmacia, né acqua.
“….E io aono lieto di avergli dedicato 7 anni di intensa attività a quel popolo eccezionale che ha meritato in pieno ogni mia premura. Ebbe a dire agli abitanti di San giorgio, il Professore Ennio Salvo D’Andria.
Ho fatto quel che dovevo ed ho mantenute le mie promesse, anche se una sottospecie di Geometra imbecille di San giorgio lo contesta.
Voi però sapete che il mio paese è questo e che avrei preferito dedicare qui tutte le mie attività. Ma Voi, perdio! Me l’avete impedito! E poi, invasati da una crisi di autolesionismo, avete distrutto ciò che che avevo fatto per sollevarvi dalla miseria e dalla schiavitù. Non tutti certamente. Solo la maggioranza. E io ricordo ancora quelli che rimasero accanto a me recrimando quant’era accaduto.
Ora stringo la mano a tutti, anche a quelli con la corda, concluse il Professore Barbitta.
IL SOGNO SCHIACCIATO
La cooperativa Giuseppe Accordino, mantenne sul prato, a circa tre, quattro metri dalla strada, in faccia all’odierna Cartolibreria Senso Unico, la rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello a lato del Bar Capriccio, il simbolo del lavoro svolto dal Professore Ennio Salvo D’Andria.
La pista, un quadrato di cemento con due pali di legno sul lato rivolto alla strada, legati in cima da una corda di canapa, era un sogno di libertà e democrazia. I pescatori depositari di dignità e rispetto, non avevano dimenticato, non si erano arresi, ci credevano ancora e per molti anni vi fecero riferimento e dunque depositavano il pescato sull’incementato in attesa della contrattazione.
I pescivendoli Salvatore Pittari detto Balici e Nino La Rosa, pur appartenendo alla casta degli Squamani, si differenziavano da loro. Il potere economico, li collocava ai margini e tentavano la compravendita del pesce.
Gli Squamani planavano ai bordi della pista ed approfittando della posizione di Salvatore Pittari e Nino La Rosa, iniziavano una gara di offese e mortificazione, costringendoli alla rissa.
La loro forza economica ed organizzativa non gli permetteva neanche di litigare e dunque erano costretti a ritirarsi.
SALVATORE PITTARI detto BALICI
La carretta di Salvatore Balici, andava a forza di braccia, sotto l’acqua e contro il vento. Il clima non era mai clemente.
Il portabagagli della bicicletta con alcune cassette di pesce azzurro, polpi e seppie, qualche altra specie che racimolava con la barcuzza con le rizzelle, la rete per la pesca sottocosta, una mano
a tenere le cassette e l’altra sul manubrio, scalzo, con la camicia legata con un nodo sulla pancia abbondante, i pantaloni a mezza gamba, spingeva, arrancando saliva lungo il margine di sinistra della strada a sfiorare il grosso fusto degli eucaliptus ntacchianata di Patti, offrendo a squarciagola, la sua merce, il pesce alle donne delle case di destra piuttosto che a quelle di sinistra ch’erano sparute.
Nino La Rosa, si recava a Librizzi in motociclo, a vendere il suo pesce che non si differiva molto da quello di Salvatore Balici.
Le peripezie che la quotidianità offriva loro, accomunati in un andare difficoltoso, su una strada accidentata, ha fatto pensare al’lanaggioto che a dichiararli fratelli gemelli, l’uno pieno, l’altro magro, di uguale e bassa statura, non era una stupidaggine.
Salvatore Pittari, più sanguigno, grintoso, con la responsabilità di una famiglia numerosa, non si arrendeva e lottava, cercava altri modi per non soccombere alle angherie di quei canazzi.
La bicicletta a fianco, accompagnato dal tintinnìo delle monetine nella tasca destra dei pantaloni scesi sotto pancia, osservava con curiosità il mare sottocosta.
La statale per Calavà era il suo punto d’osservazione, la spiaggia, il mare, gli scogli, i luoghi preferiti. Salvatore Balici, conosceva le abitudini, i rifugi dei pesci e cercava negli scogli, nelle insenature, aguzzava lo sguardo nell’acqua e con la memoria esaminava le strisce bianche, le macchie argentee, scure.
La bicicletta posteggiata dietro il deposito degli attrezzi, della casa cantoniera, sul lato che non fosse visibile dalla strada, con cautela scendeva il ripido viottolo fin sulla spiaggia, s’avvicinava alla battigia, lanciava in acqua qualche pietra, osservava l’effetto e ritornava alla bicicletta arrampicandosi con le mani ed i piedi.
Il fiato che gli penzolava per la lingua, si metteva a cavalcioni sulla bicicletta e con forza, quasi a rompere la catena, partiva.
Il nascondiglio non doveva essere distante, ritornava poco dopo ed era appesantito.
La prudenza di chi trasporta un carico pericoloso, con circospezione scendeva in piaggia, camminava, si fermava e si eclissava dietro una roccia.
Un’ultima occhiata nell’acqua, era il momento buono, innescava e correva, andava a velocità sostenuta, sembrava inverosimile, eppure quasi volava, insomma era lontano quando lo scoppio della bomba sconvolgeva le acque del mare. Le braccia e le gambe in un sincronismo perfetto spingevano i remi nell’acqua e la barcuzza appariva nello specchio di mare con i pesci a galleggiare. La raccolta era veloce, un impegno meticoloso per evitare che i pesci, andassero a fondo e lavorava di gran lena con il coppo. Lo specchio a portata di mano cercava cefula, jaiuli,
fin sotto lo scalino che affonda la spiaggia.
Una mattina che il buio chiudeva la strada, Salvatore Balici, inforcata la bicicletta, s’allontanò di casa. Le scarpe non erano un abbigliamento usuale nel suo vestire, dunque non
vederlo a piedi scalzi, era un avvenimento e la strada ancora addormentata, si svegliò di soprassalto che lanciò per aria il terriccio e l’acqua piovana che ristagnava nella pozzanghera in faccia alla casa di Giuvanninu Palettunaru che uscendo per andare in spiaggia a calare la sciabica, fu costretto per evitarla, a girare l’angolo velocemente, imprimendo al suo corpo piuttosto pesante, un’impossibile piroetta.
Il giorno trascorse per le donne di casa ntacchianata di Patti, senza sentire la voce di Salvatore Balici e acuendo l’udito, ascoltarono la strada chiedendosi dove fosse andato.
Nino La Rosa, di ritorno dal suo giro, si meravigliò che non l’avesse incontrato. Il pesce era poco e l’aveva venduto in fretta, non ci badò e proseguì. L’ora di pranzo era trascorsa e la famiglia, non si preoccupò non vedendolo rincasare. A volte, scaricava le cassette vuote dal portabagagli e non entrava in casa, ripartiva mancando il pranzo. Il suo arrivo, non passava inosservato, era comunque rumoroso.
Le caratteristiche dissacratorie che lo accompagnavano spingevano perfino le galline che passeggiavano nell’orto, sotto i limoni, gli aranci e mandarini, ad affacciarsi inorridite sulla catena sciolta che fungeva da cancello. Quel giorno, non si palesarono ed il silenzio non disturbato, si prolungò dilatandosi a dismisura.
La prima a mettersi in allarme, fu la moglie che con il pranzo pronto, chiamò in tavola e Salvatore non occupò il suo posto. La Signora Pierina, gridò Sabbaturi, Sabbaturi credendolo nell’orto. Il marito non si presentò ed allora preoccupata andò a chiedere a parenti, amici, conoscenti. Il villaggio di pescatori, non l’aveva
visto. Nino La Rosa, la medesima risposta. La Signora Pitruzza, continuò ad andare in giro e chiedere se qualcuno avesse visto il marito. La risposta non cambiava e non si dava pace ed allora sguinzagliò i figli per spiaggia e monti, incitò ogni figlio, dal più grande al più piccolo, maschi e femmine indistintamente, Santinu, Ciccinu, Giuvanninu, Pina e Nunziatina.
La figlia minore, Pina, alle grida della madre, corse dietro ai fratelli all’incontrario di Nunziatina. La più grande, s’affacciò alla finestra, uscì di casa, entrò nel giardino di agrumi, giuocò con il cane bastardo che stazionava nei pressi e con la tranquillità che
la caratterizzava, rientrò in casa ed andò a sedersi e si mise a
lavorare di cucito. La sorella più piccola, Pina, mal sopportava la seriosità della sorella più grande e non mancava di stuzzicarla.
La sua affidabile responsabilità, la metteva a disagio e la trasformava in una scimmia dispettosa, dunque ritornò indietro e trovandola seduta a lavorare di ricamo e cucito, con i piedi sulla cassapanca in faccia alla finestra, di soppiatto le si avvicinò
e le diede una scrollatina da sotto la gonna facendole saltare il tombolo. Pina pensò che avesse sulle gambe il gatto ed allora con la sua estrosità, afferrò un pugno di nuvole dal davanzale della finestra e gliele lanciò in faccia, dunque le infilò la mano destra a pugno sotto la gonna nel tentativo di colpire sotto la pancia l’animale che le faceva le fusa. L’impresa era andata a vuoto, il gatto rientrava dalla strada e sotto lo sguardo minaccioso della sorella, Pina arrotolò nelle mani, l’energia che aveva in corpo ed alla stregua di un segugio, si mise in cammino alla ricerca del padre.
Pina camminava a passo svelto, con uno sbattere di ali nel petto, quasi correva, tentava di volare, il fiato grosso la fermava, percepiva qualcosa di pesante e riprendeva.
L’aleggiare non l’abbandonava ed altrepassò petralonga, gli scogli e con varie peripezie giunse a Fetente. La mancanza di spiaggia, la costrinse a ritornare indietro ed esausta si lasciò cadere sulla battigia. Il mare la bagnava fino al bacino con gli spruzzi che le pizzicavano la faccia ed ad un tratto, le sembrò che un uccello marino, la stesse dilaniando di beccate e spaventata si alzò e riprese la ricerca.
La sera scese a controllare le rizzelle ammonticchiate a prua della barcuzza di Salvatore Balici tirata in secca.
La raccolta delle notizie dei ragazzi a piedi, in bicicletta, costituì un indizio per la discesa in mare delle lampare.
La balilla, il calesse, le biciclette per la statale oltrepassarono Petralonga, Boi fino a Calavà, e con le lampare continuarono le ricerche fino all’alba. Salvatore Balici, raggiunto dai richiami, emerse dagli scogli con i primi raggi del sole che si alzava sul mare. Gli ematomi, le ferite non gli permettevano di camminare ed i pescatori lo issarono nella barca e lo trasportarono al villaggio, dunque con una barella improvvisata, creata con remi e teli per le reti, fino a mezza costa da dove gli amici Squamani, lo accompagnarono a casa in Balilla.
La luce del giorno che ormai sorvolava il giardino di agrumi, per non mortificarlo, spazientita, corrucciata, voltò le spalle alla processione e si nascose in una spianata di nuvole. Il sole
esplose poco dopo nel cielo, il tempo di caricarsi d’energia e dimenticato l’uomo del giorno, aprì il cielo e ritornò a riscaldare le strade, la spiaggia ed il mare, disperdendo le nuvole ovunque, senza alcun discernimento. La gente calzò la maschera e con nelle orecchie “ mulinciani, pumaroru, corse dietro il carretto trainato dal vetusto somaro Angelino ed entrò nella quotidianità liberandosi del male degli altri, inventandosi un’attività in onore della famiglia.
Lanaggioto si alzò dal marciapiede dove si era seduto con l’acquerello ed i fogli per dipingere e si sedette sulla soglia di casa ad osservare il sole nel cielo che si era sciolto nell’acqua, nei colori del disegno, dipingendo un’ombra sulla faccia del bambino.
L’avventura di Salvatore Pittari detto Balici, fu infarcita di supposizioni e smentite che si annullavano e si esaltavano in un susseguirsi di sequestri ed avvertimenti, di rapina, caduta accidentale, che si fosse abbattuto con le proprie mani. La causa rimase ignota. A bocca chiusa si vociferava che i mandanti fossero gli amici. Gli abitanti del villaggio presi dal loro travaglio quotidiano, ripresero il sentiero tracciato e proseguirono il loro viaggio.
Il cambiamento del proprio itinerario, è un andamento diverso dal quotidiano. Ogni persona è consapevole del suo stato, rompere l’equilibrio, implica battaglie, lotte furibonde che
conducono comunque a sofferenze. La vittoria o la sconfitta sono effimeri sensazioni. Lo spirito si perde e nulla cambia.
LA BARACCA DI LEGNO
Ogni estate, raramente ne mancava una, il Professore Ennio Salvo D’Andria, scendeva a San Giorgio ed andava ad abitare sulla collina, oltre l’aqcuedotto comunale nella casa parenterale denominata Malamura.
La casa parenterale, era la sua residenza stagionale, si trascinava sulle spalle, una causa civile ventennale ed alla sua morte, fu lasciata cadere in rovina.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, insediatosi nella casa di Malamura, scendeva nel villaggio di pescatori per le provviste in compagnia di uno dei figli di Carmelo Accordino.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ha con Carmelo Accordino ed i figli Franco, Pippo, Santino ed anche con Lanaggioto, un rapporto familiare.
I fratelli Accordino, dunque s’incaricavano di trasportare sulla spiaggia i pezzi componibili della baracca di legno. I ragazzi del borgo, sotto la direzione di Pippo Molena ch’era il più adulto, Rocco Ducati ed altri, li coadiuvano nel trasporto anziché andare per agrumeti e vigne con il rischio di cadere preda dei cani e della scupetta, del fucile del Caporale della Baronia. I ragazzi, alla chiamata, accorrevano e prendevano parte all’impresa, con allegrìa.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, aveva progettato e costruito in un giuoco d’incastri le pareti, il tetto, la porta e la finestra, dunque trasportati i componenti sulla spiaggia, la baracca veniva assemblata sotto la linea di mezza costa, alcuni metro sopra lo scarro della barcuzza di Carmelo Accordino.
La baracca di legno, in mezzo a quel deserto di sabbia e la compagnia di qualche barca, appariva alla strada, una cattedrale.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, eretta la baracca, invitava i ragazzi a Malamura, qualcuno s’incaricava di portare qualche secchio di sabbia da spargere sul terrazzino davanti la porta d’ingresso, comunque con gratitudine ed amicizia, donava loro qualche spicciolo, una mini bottiglia d’amaro, un profumo pubblicitario, un brandy al più tenerario che imitando gli attori di films, per apparire adulto e forte, beveva di colpo rimanendo a bocca aperta e senza fiato provocando negli astanti risate ed in qualcuno l’occasione per prenderlo a pugni sulle spalle.
Il ritorno al borgo, per i ragazzi si trasformava in un giuoco a chi arrivava prima in piazza. Una corsa a perdifiato nella quale Lanaggioto evitava di cimentarsi. L’aria infra il chiaro e lo scuro, con le frequenze dei raggi del sole che s’allungavano rilasciando effetti sconosciuti, creavano nella visuale del’lanaggioto, strane forme, gli acuivano l’udito che con l’ausilio dei versi degli uccelli, lo strisciare dei rettili nella vegetazione, lo circuivano con vocine, richiami che lo facevano pentire di non avere preso parte alla gara con i coetanei e se la dava a gambe levate, convinto di avere alle calcagna un nugolo di spiriti, di fantasmi che ammaestrati dal crepuscolo, prima di scendere nelle tenebre, tentavano d’imbastire un giuoco perverso con i suoi sensi.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ogni mattina, si liberava dalle pareti domestiche, e s’insediava nella baracca sulla spiaggia, s’immergeva nell’acqua e passeggiava nel sole.
La baracca di legno, è un’attrazione e gli amici accorrono, prendono il sole e si bagnano, giuocano a carte e chiacchierano.
L’ombra della baracca che s’allunga sulla spiaggia secondo la posizione della terra col sole, crea un ombrello naturale e la sabbia si fa tiepida ed invita a sostare chi si è liberato dalla professione svolta tutto l’anno e trascorre un tempo di ferie al villaggio, residenti nelle città viciniori che per l’occasione venivano a trovare il Professore, l’amico Ennio Salvo, insomma la frequentazione di artisti, persone di cultura allietava la baracca sulla spiaggia del villaggio di San Giorgio.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, a sera, carico di sole e di sale, a volte in compagnia di qualche amico per la cena, di un ospite, lasciava la Baracca sulla spiaggia, a piedi percorreva la strada Vinnani e raggiungeva il bivio che congiunge il villaggio alla statale, attraversava il ponte detto del Pecuraru, lasciava a lato la casa di padre Risica, fu prete di San Giorgio, entrava nel sentiero che sale lungo il costone di roccia e ritornava a Malamura.
Il costone, non s’allungava per molto e poco dopo la roccia, lasciava il campo libero alla valle. Una folta vegetazione, alberi di fico ed agrumi, con orti e vigneti, la caratterizzava e ne nascondeva i confini. Il viottolo che vi si apriva, era affiancato da eriche rigogliose che in silenzio, senza alcun fruscìo accompagnavano il Professore ed eventuali ospiti od accompagnatori, fin quasi sotto l’abitazione.
Un incidente stradale, alcuni anni dopo, gli concesse di camminare appoggiato ad un bastone, in seguito, a causa dell’aggravarsi della motilità della gamba, lasciò il Castello di Sammezzano, la casa di Malamura e prese residenza in un piano terra, in faccia al mare con l’ombra di un grande gelso davanti ed all’angolo, la residenza ed il negozietto per la vendita di attrezzi per la pesca di Onofrio Russo detto Pennisi.
Il Professore Ennio Salvo D’andria aveva energia da vendere, tanto che diede alle stampe, il romanzo dal titolo, Undicesimo comandamento.
Altri lavori sono rimasti inediti ed alla sua morte, sono caduti in mano di familiari, ignoranti e fannulloni che li hanno nascosti alla conoscenza degli altri.
La cultura, non è carta straccia, sono le mani improprie che sono incapaci di coglierne il valore e ne fanno perdere ogni traccia.
L’INDIGNAZIONE DEL’LANAGGIOTO
Lanaggioto, ha frequentato il Professore Ennio Salvo D’Andria, negli anni ed è indignato soprattutto contro i nipoti oltre agli abitanti di San Giorgio.
Il nome del Professore Ennio salvo D’Andria, circolava per casa ch’era bambino.
La famiglia del’lanaggioto lo conosceva e gli era molto legata. Il padre del’lanaggioto gli è stato compagno di lotta per il cimitero e la tonnara tanto che quando è ritornato in Toscana, lo ha nominato segretario della sezione locale del partito Social Democratico.
Carmelo Accordino, non ha mai svolto attività politica, conosceva la forza del lavoro e con puntiglio reclamava il rispetto dei propri diritti.
Il giornale di partito che gli arrivava a casa era per lanaggioto, un’occasione per informarsi.
Il villaggio di San Giorgio non offriva ai ragazzi che lo spazio del suo territorio. La libertà di un ragazzo si misura sull’opportunità di fornirsi di cultura. Lanaggioto, amava la conoscenza ed in segreto scribacchiava, i libri di scuola non gli bastavano, erano ristretti, aveva bisogno di andare oltre quel sapere e coi risparmi racimolati dagli zii in licenza dall’arma, da nonna Santa, andando a Patti per la scuola, visitava la libreria Piccione e galoppava con la fantasia distraendosi tanto che Pippo, il fratello minore, soleva chiamarlo mangiacarta.
Le risorse economiche erano molto esigue e per la famiglia, dopo le elementari non era facile far continuare gli studi ai figli. I gradi d’istruzione superiore si tenevano nelle scuole a Patti.
La madre intendeva che i suoi figli studiassero e non spuntassero gli anni con la pesca.
Lanaggioto ha frequentato la scuola media rompendo i legami di classe e la madre lo ha messo a dimora in casa di Ottavio Canfora, cugino di nonna Santa. Franco, il fratello maggiore, vi era stato in precedenza e come lui anche se in modo meno traumatico, con l’anno che si apriva ai bei giorni, preferì viaggiare col treno, a piedi e rinunciare all’ospitalità di cugino Ottavio. La mancanza dei luoghi conosciuti, di una diversa libertà, probabilmente lo indussero a concludere quel tipo di esperienza pur senza interrompere la frequentazione anche dopo avere trasportato i libri di testo a casa.
Franco, all’uscita di scuola, invece non vi fece più ritorno.
La ricerca di nonno Francesco, fu lunga ed affannosa ed alla fine lo scovò a San Giorgio, nascosto in una casupola fatiscente,
usata per il ricovero e deposito attrezzi agricoli, nei pressi del ponte di ferro.
La casa di cugino Ottavio Canfora, gli si era ristretta, il borgo gli offriva molte più possibilità di scorazzare, di giuocare a carte. L’iscrizione presso l’Istituto di Avviamento Professionale, non gli suscitò molto interesse ed ebbe una frequenza limitata, costellata di risse coi compagni e con l’addetto all’ingresso. La bicicletta con la quale raggiungeva Patti, gli fu rubata.
L’incontro per una soluzione con il probabile ladro, si dimostrò
un agguato. Franco affrontò a pugni, gli avversari, il compagno responsabile, mandandolo in Ospedale, minando la quiete della famiglia. Carmelo Accordino, ch’era costretto per lavoro a stare lontano da casa, insomma decise d’affidarlo al Professore Ennio Salvo D’Andria che lo condusse con sé a Firenze nel Catsello di Sammezzano.
Il rapporto di amicizia della famiglia Accordino con il Professore Ennio Salvo D’Andria, dunque era datato ed è proseguito in successione fino a Santino.
Lanaggioto, incuriosito dalla presenza degli artisti, dal loro parlare, ascoltava, intimidito dalla loro cultura, si avvicinava alla baracca e si teneva in disparte.
Il pittore Jack Friling aveva dipinto un totano sulla fiancata della poppa della barcuzza del padre per omaggiarlo per la pesca copiosa che distingueva Carmelo e per ringraziarlo per i totani ricevuti.
Lanaggioto, era incuriosito dai colori e dalle linee della sua pittura, dall’intensa espressione che sprigionava dai suoi occhi e d’istinto lo affratellò ai grandi pittori.
Il Maestro Gianni Consolo, frequentatore della Baracca del Professore, anni dopo a trascorrere un giorno in spiaggia sotto il sole, accorgendosi che il totano dipinto da Jack Friling a poppa della barcuzza, andava sbiadendosi, vi si dedicò a rinnovarne i colori.
Lanaggioto, un pomeriggio, scansò la timidezza che lo tratteneva e salì sulla collina, nella residenza estiva di Malamura, al seguito del fratello Santino con l’intento di fare
leggere al Professore Ennio Salvo D’Andria, i pensieri che negli anni gli erano sbocciati nella mente, trascritto su fogli e che chiamano poesie.
Lanaggioto, seguendo il viottolo alle spalle di Santino, raggiunse Malamura. La residenza estiva del Professore Ennio Salvo D’Andria, con il balcone dalle ante aperte, s’affacciava sulla valle fino al mare.
La casa elevata un piano fuori terra sopra un magazzino, era attaccata alla civile abitazione della famiglia Baragona e si
accedeva proseguendo verso destra ove scalini in pietra, conducevano al terrazzino sul quale si apriva l’ingresso.
L’abitazione della famiglia Baragona, restava sul viottolo.
La famiglia, braccianti agricoli, contava tre figli, Maria con la mente obnubilata, Peppino un po’ meno, comunque autonomo e soprattutto di una forza muscolare pari se non superiore a quella di un bue muschiato e soddisfava nell’attività, il padre e la madre. Il più grande Luigi, sposato, lavorava in muratura ed abitava a San Giorgio.
La domenica pomeriggio, Peppino, finito il lavoro nei campi ed avere pranzato, essersi lavato, sbarbato e profumato, con il vestito della festa, scendeva al villaggio di pescatori e siccome l’unico divertimento, era la partita di calcio, s’aggirava lungo la linea di porta a guardare.
I ragazzi della sua età e qualche più adulto, non contenti dell’andamento della partita, ma soprattutto spinti dalla loro normalità alla ricerca di un altro divertimento, lo circondavano e lo punzecchiavano con insulse battute ritenute spiritose.
Peppino, con un evidente deficit mentale, lavoratore della terra, della categoria dei Vinnani, non comprendeva il comportamento di quelle persone e soprattutto non sopportava che gli stessero addosso. Peppino tentava di evitare la loro pesantezza con parole
incomprensibili, di rispondere a quelle aggressioni con goffi
movimenti del corpo. L’ilarità dei molestatori, dunque raggiungeva l’apice, costringendolo a liberarsi di loro con violenza e riprendere la via di casa.
LA POESIA DI MALAMURA
Lanaggioto, messo piede sul terrazzino, sulla sua destra scorse la valle ed il mare che cercavano la sera. Le luci del villaggio, della penisola e delle barche a pescare, si accendevano cercandosi in un cielo indeciso a seguirli e sentì la poesia del creato entrargli
nel sangue e nella mente con una profonda carezza amorosa da togliergli il respiro.
La campagna lussureggiante di coltivazioni, alberi da frutta, brulicava di versi d’ogni specie. Malamura, assopita nel profumo delicato della sera, è un sogno, un’esistenza galleggiante che veleggia su rotte imperscrutabili.
La natura incontaminata, esalta l’uomo e lo mantiene a mezz’aria in un succedersi continuo di sensazioni, di emozioni uniche che incitano a godere della serenità, della bellezza che profonde senza sosta.
La società che allevia i bisogni quotidiani, si è appesantita di meschinità, di aggressività. L’uomo in corsa, lanciato alla conquista del potere, ha perso la capacità di guardarsi dentro. La città, l’ha espropriato di quella condizione di leggerezza, di semplicità che vede nel vicino, un amico. L’ingordigia di acchiappare privilegi è il suo governo ed ha perso il limite del bisogno.
Lanaggioto, dunque entrò in casa a salutare il Professore Ennio Salvo D’andria ed oltrepassata la soglia di Malamura, si trovò immerso in strane figure striate di colore nero e rosso, giallo, di fiori in germoglio, maltrattati da mani maldestre, incuranti della loro bellezza.
Le pennellate simili a sciabolate, esplodevano e si distendevano raccogliendosi in uno spazio profondo.
L’infinito terminava in cornici dorate, bleu, grigie, bianco latte, apparentemente create per disintegrarsi e lasciare che uomini ed animali, volatili, potessero entrare e navigare a proprio agio. La sensazione che vi fosse presente una mano invisibile pronta a sconvolgerne all’improvviso i tratti, era quasi palpabile.
Lanaggioto, scorgendo il Professore Ennio salvo d’Andria, si porse a salutarlo sulla soglia e nel girarsi per uscire in terrazzo, fu sorpassato da una folata di vento, un volo leggero, un allegro sciabordìo.
Lanaggioto accolse graziosamente, nel padiglione auricolare, il verso della Ciavola, il rumore leggero del mare che s’infrangeva dolcemente sugli scogli ed in un baleno, si ritrovò accovacciato ai piedi della torre. Una nave armata di fasce colorate con a bordo un equipaggio dalle forme indefinite, con grandi occhiali azzurri, solcava le onde del mare ed era già approdata.
L’esercito sbarcò con le onde ed entrò nella torre ove la Ciavola nidificava.
Lanaggioto, raccolto a riccio, si sentì sollevare a mezz’aria e stava quasi per scivolare in acqua, sugli scogli sparsi a semi cerchio, in maggior quantità sulla destra.
La Ciavola, carica di una collera spaventosa, s’avventò gridando su quei soldati e li rigettò in mare. Il resto dell’equipaggio della nave che stava ormeggiando a breve distanza dalla torre, sulla spiaggetta di sinistra, accorse via terra, in aiuto dei compagni ed imbarcati fuggirono precipitosamente, probabilmente consci del disturbo arrecato.
Lanaggioto, osservò la nave allontanarsi con l’equipaggio privo degli occhiali, scomparendo verso lune bleu e rosse, verdi montagne arrotolate, in una luce cangiante, dunque smise di volteggiare e persa la leggerezza, appesantito ritornò a Malamura cercando la poesia della natura.
La mente gli proiettava esempi di visioni, un’eversione di colori, insomma la bellezza delle pennellate non scorreva nelle sue parole ed ecco che nei fili della sera, sente farsi vicina la voce di nonno Francesco che al centro della numerosa cerchia di familiari, parenti ed amici, a memoria, racconta le storie di Orlando, del Conte di Montecristo, dei libri proibiti che nascondeva in una cassettina sotto il letto matrimoniale.
Il cielo di Malamura, ecco che ad un tratto, esplode in una manciata di fiori, il terrazzo aperto sul golfo con lo scoglio di Patti, la Rocca della Madonna del Tindari, si riempe delle voci dei pescatori del borgo che maturano i loro diritti, che si assumono il coraggio della battaglia. Lanaggioto, con l’ansia che cercava di sopraffarlo, dunque cercò conforto nella memoria, con cautela si peritò di scivolare sulle opere di Jack Friling che coprivano le pareti, le ante delle porte, della casa del Professore Ennio Salvo D’Andria e con i brividi che gli correvano sulla schiena, uscì nel terrazzino e si sedette sul muretto a sedile con le spalle verso il borgo.
I pioppi posti a guardia dell’ingresso e misuravano la facciata della casa, accoglievano l’aria leggera che scendeva da Monte Meliuso e Lanaggioto sentì nella mente i pensieri accavallarsi.
Il bisogno di costruire una chiara presentazione dei suoi lavori per porli al Professore Ennio Salvo D’andria, lo mise in disputa con le corde, la lingua e le guance.
Le frasi gli restavano sui denti e confuso tirò dalla tasca i fogli scritti e li pose sul tavolinetto di pietra che faceva servizio sul
terrazzino confidando che Santino ne avesse parlato al
Professore Ennio Salvo. Lanaggioto, guardava i fogli di carta con i pensieri e le parole che aveva partorito ed ad un tratto, colto da una ventata d’inutilità, pensò di rimetterseli in tasca. La creazione pittorica dalla quale ne era uscito con affanno, rendevano i suoi lavori impresentabili.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ecco che uscì di casa ed entrò sul terrazzino, s’accese una sigaretta e si sedette sulla poltroncina di vimini e guardandolo serioso, con un breve sorriso, gli indicò una macchina da scrivere su un tavolinetto poco discosto dicendogli: “ Vai e ricordati che non danno da mangiare “.
Lanaggioto, gli sorrise grato della sua disponibilità e si mise al lavoro. La sua scrittura era difficoltosa da gestire e per renderla comprensibile aveva bisogno di essere trascritta ed intraprese il viaggio a ritroso trasportandosi il cielo.
Lanaggioto, con il resto della luce che si era distribuita altrove, insomma al chiarore di quella artificiale, stanco, comunque soddisfatto, portò a termine il lavoro.
Lanaggioto, insomma, resi i suoi pensieri, leggibili dalla scrittura della macchina, con tomorosa umiltà li consegnò al Professore Ennio Salvo D’Andria
L’odore del mare che saliva e si accompagnava a quello della campagna, avvolgeva i fili della sera in una stoffa leggera che venne a ballare creando un’atmosfera mozzafiato.
Lanaggioto, dunque intimidito da cotanta bellezza, s’avviò verso il tavolo che Santino aveva apparecchiato.
Un vassoio posto nel centro, conteneva fettine di pescespada cotte sulla brace, inumidite col salmoriglio composto di origano di Calavà e con olio d’oliva di San Giorgio.
Lanaggioto, seduto alla destra del Professore Ennio Salvo D’Andria, deliziato dal profumo, rimase a guardare e si costrinse a trattenere le mani a servirsi che la fame lo spingeva alla fretta.
La bontà della cucina di Malamura, gli fremeva su ogni papilla e ritornò al borgo dentro una favola, accompagnato dalla maestosa orchestra della natura.
IL PINO DI PIAZZA RAVEL
Il borgo dei pescatori di San Giorgio, senza la speranza della della tonnara, con l’emigrazione che aveva estinto la Il borgo dei pescatori di San Giorgio, senza la speranza marineria ch’era stata un vanto nella gara delle barche con i borghi rivieraschi per la festa del Santo Patrono, relegato nella sua lunga e larga spiaggia, con le barche senza mestieri, con gli anziani che vagano accosto ai muri degli orti, o stanno seduti sulla destra della porta di casa, a consumare il giorno, a sonnecchiare e fumare, aspettare il buio per andare a letto e magari nottetempo, allocarsi sulla collina che iragazzi del ‘ 20 guidati da Ennio Salvo, avevano conquistato ad eterno riposo, i ragazzi che andavano a scuola, con i pomeriggi lasciati a giuocare a carte sotto i ponti, nei palazzi semidiroccati della Baronia, nella saya, qualcuno con una manciata di lavoro nella muratura, con la barcuzza a pesca costiera, scontava l’insostenibilità dei tempi.
Gli Squamani, chiusi nei loro affari, spiavano ed imbastivano trappole per i più deboli, sorvegliavano la proprietà privata e vietavano ai ragazzi, anche con la pioggia ed il freddo, l’entrata nel loro circolo con la televisione ed il calcio balilla.
L’albero di pino in piazza Ravel che Ciccio Spinella armato di garofano nell’incavo dell’orecchio destro e radio a tutto volume in spalla, aveva salvato dalla famelicità delle pecore di Turi Buttò detto Janco e dai buoi del suo compare, dunque divenne il loro ricovero all’aria aaperta.
Il pino di piazza Ravel, rivolto a sinistra verso il prato e la via pola, dietro la quale si schiera il borgo, dunque accolse sotto la sua chioma, in una protezione sonnacchiosa, i ragazzi randaggi di San giorgio. I pini ormai alti, con la loro belleza ornano e decorano il prato ed in fila la via pola e d’estate con l’ombra danno refrigerio ed ospitalità a locali e vacanzieri. Le gelaterie, i Bar, le tavole calde e di ristorazione, affacciati su di essa, hanno approfittato della loro disponibilità e graziosamente vi hanno riversato tavoli e sedie ed una struttura in legno prolungando il servizio oltre le mura delle costruzioni altrimenti mal goveI pini donati dalla forestale, per mesi erano stati lasciati a macerare sul prato. Un gruppo di ragazzi, considerati scansafatiche, oggi Bamboccioni, distraendo Turi Canfora che del Comune, era custode del Cimitero, addetto al motore a scoppio per evacuare dalle vasche sulla spiaggia le acque della fogna, li hanno interrati e messi a dimora nel prato che ospitava i pali con la corda per stendere la biancheria al sole, il fosso della discarica a cielo aperto. Gli anni successivi, i ragazzi ormai con la responsabilità dell’età, andarono a cercarsi un lavoro che il territorio non offriva ed emigrarono verso le città, all’estero, lasciando il borgo e gli amici. Lanaggioto, nei sporadici ritorni al borgo, osservando la crescita dei pini, i robusti tronchi e le folte chiome, sorride entusiasto, dice che quella generazione, pur con la sua turbolenza, aveva lasciato al villaggio, una magnifica pineta, seppure altri tentavano di ascriversene il merito.
L’Associazione per la difesa dell’ambiente e della salute, recita che difendendo questi valori, possiamo avere la certezza di un presente ed un futuro migliore, ma evidentemente gli Amministratori comunali di Gioiosa Marea, mancano di questa cultura.
La bella pineta, con le sue radici si è fatta invadente, ha cominciato a creare qualche problema agli ingressi dei locali, al pavimento del marciapiede per i passanti. Un albero di pino in prossimità dell’ingresso del locale Number One, forse era cresciuto troppo, la struttura ne risentiva ed allora gli è stata resecata la chioma. I pini all’interno dei locali, dei marciapiedi, erano divenuti ingombranti, invadenti, e dunque avevano bisogno di un trattamento. L’occasione è presa a prestito e la veridicità dell’argomento, dice Lanaggioto, si trasforma in speculazione. Il giorno delle Palme, nel disinteresse generale, insomma ha consentito agli scienziati della politica, di autorizzarsi a mettere sotto controllo la situazione. Il pino in faccia alla Rivendita di Tabacchi che Santa Canfora aveva protetto e curato, aveva affisso un bando di appalto dei lavori in corso. Questi Benemeriti Amministratori del Comune di Gioiosa Marea, che solo alcuni mesi prima, non avevano i soldi per cambiare una Lampadina ai lampioni che lasciavano la strada al buio, all’improvviso hanno stanziato oltre100 mila Euro di denari pubblici per rifare il marciapiede minato dalle radici dei pini. Gli occhi del’lanaggioto, sono corsi intorno constatando che avevano iniziato col resecarne alcuni, su altri avevano infierito sulle radici ed affogati in una colata di cemento, altri ancora di averli potati a prezzemolo che è sconsigliato da chi della natura ne ha fatto una professione; insomma non è stato un bel vedere.
Lanaggioto si chiede se i pini potevano essere salvati alzando, allargando il marciapiede ed agevolando i passanti con degli scivoli. Lanaggioto, è indignato di quanta stupidità ed arroganza, alberghi nella mente di chi ha per scopo la cura del bene comune. Lanaggioto, con ira dice che gli Amministratori hanno oltrepassato la misura. Il denaro pubblico non deve servire per gestire un interesse privato. La strage dei Pini della via Pola di San Giorgio, è fuori dalle regole civili e non più sostenibile. Una strage portata a compimento, nel solito, inequivocabile colpevole silenzio di una comunità affetta da cronica imbecillità.
La gioventù studentesca ed operaia, accampata sotto il pino di piazza Ravel, oltre a cercare di mettere a buon frutto la loro presenza sul territorio, tentava di evadere e rallegrare la serata noiosa, distraendosi, osando una scrupolosa indagine sulle forme delle ragazze del calendario trafugato dalla parete della sala da barba di Jack Salmeri. Le dispute su calcio e ciclismo non trovavano uno sbocco e s’impigliavano nel fanatismo, fino alla’alba. Le giornate più fredde, richiedevano qualcosa di diverso. A passo di marcia, cantando a squarciagola, raggiungevano il bivio con la strada statale. La lampadina sotto la coppa con il braccio che si dondolava al palo, era presa di mira ma non una pietra riusciva a centrarla. Un atto di ribellione che intendeva lavare l’offesa degli Squamani. Il ritorno sotto il pino, carichi di spavalda euforia, isitgava all’accensione od a ravvivare il fuoco lasciato da Nino La Rosa e Nino Tannarita. Un colpo di genio equestre ed il prato in prossimità del pino, si animava di uno spettacolo scintillante. Il fuoco alimentato con rami d’ulivo, cassette del pesce inutilizzabili ed altro materiale combustibile, all’improvviso, scansando la rabbia, la mortificazione, con un nitrito di cavallo in calore, l’aria, subiva una immediata e veloce elettrizzazione. Un’impennata parossistica, incitava alcuni a ravvivare il fuoco, altri a correre a perdifiato nell’immondezzaio e recuperare le bombolette spray che Jack il barbiere aveva consumate sulla testa dei clienti. Qualcuno ritornava con in mano, due o tre. Qaulcun altro, lamentandosi cercava di sottrargliene, almeno una. La disputa terminava ben presto con un unico lancio nelle fiamme, innescando una serie d’esplosioni spettacolari. I fermagli, le strisce di cassetta, i resti dei legnetti, sotto l’urto d’aria sprigionato dal gas residuo delle bombolette, schizavano in aria e velocemente scendevano, creando una pioggia incandescente. Ciccino detto Califfo, rapito dai fiori di fuoco che scivolavano dal pino, ballando e battendo le mani, gridava: “ l’albero di Natale, l’albero di Natale. “L’allegria, però aveva una breve durata. Le stupide dispute per ammazzare la noia, non mitigavano la sofferenza, la mortificazione. I ragazzi, umiliati dalla corporazione degli Squamani, per non continuare a bisticciare sul nulla, dunque si determinarono a costituire un Circolo con lo statuto di ricreativo, sportivo e Culturale.
La civiltà, attraversava il villaggio senza toccarlo. La cultura non concedeva benefici alla comunità di pescatori.
Il pensiero predominante negli abitanti, era quello di evitare che si rompessero gli equilibri in modo che ognuno continuasse ad usufruire dei privilegi consolidati. L’ingresso nella scuola elementare del maestro Leonetto di Patti, in sostituzione della maestra Consolo, collocata in pensione, dunque costituì un affronto per Mario, il figlio maggiore della maestra Caleca, direttrice della scuola. La vendetta di Mario, si scatenò durante lo svolgimento di una festa, nei locali dell’Azione Cattolica L’incapacità della madre a fare rispettare il suo diritto di autoctono gli bruciava a tal punto che fu indotto ad aggredire a pugni e calci, l’intruso sotto gli sguardi dei presenti.
Il maestro Leonetto, seppure con moglie, figli ed anni diversi, evitò lo scontro e senza timore occupò la cattedra. Il corso scolastico con le sue innovazioni ne trasse beneficio ed anche il borgo respirò una ventata d’aria pulita.
Lanaggioto, con la sua curiosità innata, la voglia di conoscenza, approfittò del cambiamento e con l’aiuto del maestro Leonetto, riuscì ad uscire dal classico recinto dell’ordinamento scolastico che stabiliva classi specifiche per ogni appartenenza sociale. Lanaggioto, insomma acquisì una visione più aperta della società, più civile e democratica, in contrapposizione allo stato soporoso del villaggio. Lanaggioto, dunque tirò fuori la sua energia e si fece artefice del rinnovamento del villaggio. Le lapidi di marmo appese sulla destra e la sinistra della porta d’ingresso del posto di telefonia pubblica in piazza Ravel, rischiavano di perdere il nome, cognome e grado. Le lettere di bronzo, l’uno dopo l’altro si staccavano dal marmo e precipitavano a terra. Lanaggioto, organizzò incontri e manifestazioni, intendeva mettere sotto gli occhi della gente frettolosa, il degrado nel quale era tenuta la memoria dei morti della patria.
La manifestazione, ebbe il risultato di spingere le forze politiche, in occasione delle elezioni comunali, di condurre in piazza, la scolaresca delle elementari. I maestri ed i candidati, sempre gli stessi da più legislature, non dissero dei principi, del senso della patria., insomma la storia non faceva parte del loro bagaglio culturale. Le lettere delle lapidi, in effetti non subirono alcuna manutenzione ed molti anni dopo, il progresso raccolse qualche briciola di dignità, insomma gli amministratori della comunità eressero sul prato, a memoria degli eroi, una sudicia espressione scultorea, una obbrobriosa accozzaglia di ferraglia.
Lanaggioto, s’arrabbiava ed interveniva anche con articoli sui giornali all’incontrario della vela, il foglio locale che rimaneva bianco, anzi divenendo nel tempo giallo. Un articolo sul foglio del supplemento del Corriene di Messina, sul mancato rispetto del diritto alla salute, all’igiene ed alla viabilità, incappò nelle ire del potere e con un bliz abusivo, fu sequestrato dai Carabinieri dimentichi che hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non ai Governi.
La libertà d’espressione era stata calpestata, però non suscitò alcun allarme nella coscienza del responsabile della vela, un educatore edotto più a nascondere che a svelare la verità.
La costituzione e l’esistenza del Circolo Ricreativo Sportivo Culturale, dunque era considerata dal’lanaggioto un fondamento per la convivenza e lo sviluppo dei ragazzi del villaggio di pescatori, insomma un buon esempio per la verità e la democrazia. Lanaggioto ed i soliti quattro, innescarono questa bella idea coinvolgendo anche i più riottosi a farne parte. Il calcio ne fu la leva, la squadra richiedeva un impegno finanziario che ogni volta, a racimolarlo non era facile e diventava sempre più difficile e mortificante. La soluzione per non dipendere dalla benevolenza della gente e dei familiari, era quella di offrire qualcosa in cambio e da questo scaturì il pensiero di creare una compagnia teatrale e sopperire con gli incassi alla mancanza di risorse per l’equipaggiamento ed i viaggi, senza tralasciare il divertimento e la soddisfazione della recita ed addirittura di coinvolgere le ragazze. L’idea era superba, magnifica, ma non semplice da realizzare, dunque era necessario un forte impegno di ognuno. La memoria riportava a guerre e divisioni. Gli Squamani erano portatori di discordie, divisioni e se una, qualsiasi decisone, capitava che dovesse passare per loro mani, poteva definirsi morta in partenza, dunque era obbligatoria una vigilanza assoluta nella scelta delle persone. La base fondamentale per partire, era il reperimento dei locali per la sede.
Lanaggioto e Giorgio Puglia, s’incaricarono di andare a parlare con il parroco don Antonio Sferruzza. I locali dell’ex Azione Cattolica nei quali ci avevano bazzicato per anni, nei periodi di unità sociale e secondo la convenienza dei rappresentanti degli Squamani, erano il massimo che si potesse ottenere, dunque era richiesta ai due una forza di convinzione della bontà dell’idea e della fermezza delle persone.
La richiesta a don Antonio Sferruzza doveva avere i crismi della serietà ed una compatta responsabilità. Il permesso di usufruire dei locali della sede dell’ex Azione Cattolica, seppure ben visti dal Sacerdote, non era affatto scontato.
Gli Squamani erano gli esecutori territoriali. L’appannaggio per la festa del Santo Patrono, dipendeva dalla loro volontà. Ogni aggregazione sportiva, manifestazione era chiusa nelle loro mani e si erano concluse tristemente. Lanaggioto e Giorgio con alle spalle i compagni che pur di ottenerne la concessione, erano disposti a mettersi in ginocchio, quindi bussarono al portoncino e salirono le scale guardando in cima preoccupati.
Il borgo doveva una risposta a questi ragazzi. Il bisogno di un’aggregazione sociale e culturale era coinvolgente. La politica doveva restarne fuori. Gli uomini se ne appropriano abusivamente, si vendono perfino la dignità pregando il Signore, per raggiungere il potere.
Il circolo, dunque doveva essere libero da questa gabbia, con il diritto di nascere e crescere con le proprie forze, senza alcuna pastoia.
Il parroco don Antonio, li accolse e li ascoltò con affetto misurato.
La testardaggine di Giorgio, era la parte più colorita della sua personalità, l’esperienza una garanzia. L’interesse per la comunità era preminente. Lanaggioto era un ragazzo di belle speranze, ragazzino aveva il cipiglio dell’adulto e non si tirava indietro di fronte a qualsiasi difficoltà. Lanaggioto era un tutore integerrimo delle regole nell’interesse comune. Lanaggioto e Giorgio erano un connubio agguerrito. La benedizione e la disponibilità di Padre Antonio Sferruzza era fondamentale e la sua protezione altrettanto efficace per evitare l’ingerenza degli Squamani.
Il Parroco don Antonio Sferruzza, ascoltò con attenzione Giorgio e Lanaggioto e con un sorriso lieve, disse di volersi fidare ancora una volta di loro, sperando che onorassero l’impegno assunto e di frequentare la chiesa.
IL CIRCOLO RICREATIVO SPORTIVO CULTURALE
I locali dell’ex Azione Cattolica, dunque furono la sede del circolo ed ebbero in uso, oltre la metà del piano terra, il resto rimase in appannaggio alle spose del signore ove svolgevano l’attività di asilo infantile e catechesi. Il circolo quindi, preso possesso della sede, si riunì per eleggere la dirigenza ed il presidente. Le riunioni per la designazione del presidente, si erano protratte per diverse settimane nei locali della scuola elementare. La sera che la moglie del maestro Leonetto, impartiva loro la lezione di musica teorica, in una pausa, si appartavano nel corridoio e mettevano a confronto le loro opinioni mettendo sotto la lente di ognuno, i vari candidati. I ragazzi secernevano i più affidabili e disponibili e nel compendio degli uni e degli altri in una medesima persona, alla fine, nel turbinìo delle proposte con l’una o l’altra componente, mancante, si presentò e prese vigore, il nome del maestro Angelo Accordino.
Gli Squamani, invero si erano messi all’opera per disfare l’iniziativa, dunque anche se il maestro Angelo Accordino suscitava dubbi ed apprensione nel’lanaggioto, risultava l’unica persona più aderente alla loro richiesta.
Le persone che lo conoscevano, dicevano che le doti di affabulatore non gli mancavano, i bene informati, che aveva esperienza di recitazione, che il teatro gli era congeniale e questo gli conferì una forza decisiva, dunque era una risorsa.
Lanaggioto, conosceva il maestro Angelo Accordino, in modo indiretto, dalla sorella Anna che lo aveva quale insegnante, dal postino che facilmente scambiava destinatario, comunicandogli la sua esistenza e dal suocero raccontato dai coetanei.
Il protagonista, insomma era il suocero che appariva sulla soglia della casupola dell’orto oltre la via Nazario Sauro, con una coperta a quadri vaiopinti sulle spalle. I ragazzi passando nei pressi diretti verso il Brigantino, lo chiamavano credendo di poterlo giuocare. L’uomo, li inseguiva, lanciando loro sfide all’arma bianca. Lanaggioto, lo conobbe in seguito alla frequentazione del Brigantino, instaurando un simpatico rapporto ed un giorno provò perfino, la sua mitica astuzia battagliera in una simpatica sfida a mani nude.
Il maestro Angelo Accordino, aveva la residenza in fondo al villaggio, sulla destra del torrente di Magaro sulla strada che proseguiva verso petralonga. La mattina, andando a scuola in auto, si fermava nella rivendita di tabacchi di Pippo Cicirello per comprare il quotidiano la gazzetta del sud. Il maestro Angelo Accordino, insomma non era un frequentatore del borgo. L’abbattimento della filiera di pioppi frangivento che proteggevano la sua casa sostituendola con un enorme muro in cemento, rese evidente il suo stato. I Pioppi, evidentemente non lo proteggevano a sufficienza, dalla tramontana, proveniente da Calavà e petralonga. L’indirizzo sociale dell’Amministrazione comunale, gli era congeniale, dunque tentò varie candidature.
La considerazione che questa Presidenza potesse esaltarlo e spingerlo alla conquista dello scanno politico, mise in agitazione i ragazzi. Lanaggioto, pensò al foglio giornalistico La Vela, per farsi pubblicità, ora che la bacheca era stata trasferita dalla postazione telefonica nei pressi del pino e soprattutto, si vociferava che il suo uso avesse fornito un’informazione distorta della storia marinara del villaggio di pescatori.
La compagnia teatrale con la sua cultura ed il vantaggio economico derivante, era un allettante fiore del circolo, dunque lanaggioto accettò la sua nomina. Il circolo aveva bisogno del
suo servizio, lasciare andare quest’opportunità, avrebbe avuto un
effetto negativo sul progetto. Il suo acquisto era utile, adesso però serviva tenerlo sotto controllo ed impedirgli di creare divisioni. Lanaggioto, insomma non è stato astioso ed anche se con molte riserve, scelse il lato migliore per il circolo, dunque fu preso appuntamento con il notaio. Il maestro Angelo Accordino, invero accompagnò con molto impegno e sacrificio, il gruppo teatrale e diede un impulso alla frequentazione di maschi e femmine che restavano lontano. L’abitudine di andare in chiesa
e ritornare a casa era una penalizzazione, adesso si parlavano, scherzavano, ed intrattenevano rapporti più intimi. I loro spettacoli con Musco, Pirandello, Verga, richiamavano molto pubblico. Gli incassi andavano a gonfie vele e la squadra di calcio utilizzava le risorse compiendo imprese che riempivano il borgo di orgoglio. Il circolo, con le sue inizative, era un richiamo, un punto di riferimento per i villaggi rivieraschi e di montagna, insomma il villaggio di San Giorgio, cominciava a riprendersi l’influenza che un giorno esercitava e che il comune di gioiosa Marea gli aveva sottratto manu militare. Il successo aveva domato o così sembrava, il maestro attuando i principi dello statuto. I soci fondatori conoscevano le sue debolezze e gli impedivano qualsiasi azione contraria. Il Circolo, si era trasformato in una realtà culturale e sportiva concreta, radicata nel tessuto sociale del villaggio di San Giorgio. l borgo, non offre opportunità di lavoro e dunque raggiunta l’età, la maggioranza dei ragazzi si assunse la propria responsabilità.
Il servizio militare gli ordinò la partenza ed il lavoro li disperse. Lanaggioto detto Dutturi per via degli occhiali, Vincenzo Zampino, Santino Pittari detto Buzzu, Ciccino Pittari detto Califfo, Nino Russo detto stu..stu..dio Bat ed alcuni altri, insomma migrarono.
IL BRIGANTINO
Lanaggioto, ritornato a casa in congedo dal servizio militare in condizioni fisiche e psicologiche, diciamo non eccellenti, insomma debilitato, in breve, con le spremute d’arance calde e ben zuccherate, di nonna Santa, si mise in piedi ed una mattina, cercando di recuperare la gioia che gli si era rattrappita nelle guance, scese sulla spiaggia a rinnovare il rito al mare e proseguì per la battigia raccogliendo pietruzze di vari colori, levigate dall’acqua. Lanaggioto camminava e con le pietruzze in mano, osservava le onde che si distendevano l’una sopra l’altra fino a riva e v’immergeva la mente in quella magìa che l’aveva ammaestrato negli anni. Lo spirito del guerrieo era debole e camminando zoppicava. L’orizzonte che tratteneva sospese le isole, lo incitava a lottare, a sorridere e riprendere il cammino interrotto. Il passo recuperava energia e continuava sollevato verso petralonga ed ecco che ad un tratto, alza la testa e s’accorge che sull’arenile si svolge attività lavorativa.
Il Professore Ennio Salvo, Pippo suo fratello, Nino, Filippo Currò e qualun altro, stavano rassettando una spianata di cemento.
L’arenile fra il torrente di Magaro e petralonga, all’inizio del pollaio di Nino Currò, stava accogliendo le fondamenta per la costruzione di un Bar-Ristorante-sala di ballo.
Lo scrittore Ennio Salvo D’Andria, insomma su uno zoccolo in muratura, nel rispetto dell’ambiente e della natura, vi eresse una struttura in legno che chiamò Brigantino.
La bandiera tricolore issata nell’angolo sopra l’insegna del Bar, richiamava l’attenzione dei viaggiatori in transito sulla statale.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria seduto sulla poltrona di vimini nel salottino con le spalle al mare, con i gattini Chinotto e Tamarindo sulle ginocchia, conversava con gli amici. e qualcuno lo rimproverava che le sue idee, avevano partorito comunisti.
Carlo, il fratello del Professore, da poco tempo in libertà dalla casa circondariale di Patti nella quale era stato rinchiuso per truffa e che aveva impegnato i risparmi del’Lanaggioto, per fargli ottenere la revisione del processo nell’indifferenza dei fratelli, intratteneva con l’opera 47 alla pianola, Black, il cane bastardo, nero con strisce bianche sul muso e sulle orecchie, sistematosi sulle zampe posteriori a lato della soglia d’ingresso della terrazza che s’affacciava sul mare.
Il figlio più grande di Carlo, Franco, cresciuto a Sammezzano con il Professore, aiutava la madre in cucina. L’altro figlio Nuccio, bighellonava tutto il giorno facendo capolino per l’ora dei pasti. La famiglia di Carlo, insomma si era graziosamente allocata nel locale del Professore e ne traeva sostentamento.
L’interruzione della musica, pareva mettere Black in allarme
che alzava la palpebra dell’occhio destro, sistemava il peso del suo corpo robusto sull’incementato e guardava Carlo con un
cipiglio interrogativo.
Mister Ciccio Brunone di professione cuoco, vecchio amico del Professore Ennio Salvo, emigrato in Scozia, venuto in vacanza, con la sua cucina e la musica di Beatles e Rolling Stones, accese il locale facendo esplodere l’estate.
Gli avventori, incuriositi si fermavano, onoravano la cucina e decantavano la bellezza del paesaggio, la quiete del luogo e chiedevano dei quadri esposti sulle pareti del locale.
Il Brigantino, ogni sera era in festa, la gente vi accorreva gioiosa ritrovandosi a chiacchierare in amicizia e leggerezza, mangiare e ballare fin sotto l’alba.
Il villaggio di San Giorgio, dunque si svegliò dal sonno dei giusti imparentati e divenne un luogo di turisti.
La Baronessa Calcagno, da lì a poco, sutta i pigna, dal Cancinnittu, nella striscia di terreno che s’allunga a coda di topo fino al bivio con la statale, a fianco della ferrovia, costruì il ristorante La Pineta con annesso spazio aperto per il ballo e delle villette che mise in vendita.
La via Pola fu un fiorire di locali Bar – gelateria, tavole calde e ristoranti. Il villaggio di pescatori, dunque si avviava a trasformarsi in un centro turistico.
Le famiglie più intraprendenti, fecero a meno di qualche stanza od addirittura si trasferirono nel vano sistemato a ripostiglio, liberando la casa per dare accoglienza ai vacanzieri, insomma si attrezzarono all’uopo.
Lanaggioto, con l’alba che avanzava ed usciva dalla notte, terminato il servizio nel locale, s’avviava verso casa a riposare. Black, il cane lo accompagnava camminandogli a fianco, proteggendolo dai numerosi cani randagi, un esercito a quattro zampe, imprevedibile e con robuste mascelle che occupavano il prato. Gli uomini, usano gli animali per divertimento e poi se ne disfano senza pensiero abbandonandoli dove capita. Gli Enti latitano, gli addetti non se ne curano ed ecco che si trasformano in armi pericolose.
La sua presenza, con la grinta a fior di muso, manteneva a debita distanza, i suoi simili sciolti da vincoli e lo rasserenava.
Una sera che lo scirocco passeggiava sulla terrazza del Brigantino e s’aggirava sornione sulla spiaggia ed intorno, accompagnando per mano gli avventori a cena e gli ospiti a bere e conversare, una voce rauca, ieratica, sequestrò il caldo nei bicchieri di vetro, ammutolì i commenti sottovoce su Michele Sindona, il Banchiere fedele servitore di monsignor Pullano, Vescovo di Patti, fondatore della Banca di Messina e che rese industriale la città, scomparso dai suoi domini e ricercato.
Lanaggioto, sorpreso si girò a vedere in faccia la persona che criticava il lavoro svolto nel locale.
Lanaggioto, si dedicava al servizio dei tavoli in collaborazione con il fratello Santino. L’abitudine di chiacchierare e scherzare con i convenuti, alla critica indecorosa, s’arrestò quasi senza fiato allertando il guerriero ch’era in sonno, slacciando il fodero delle armi, pronto per lanciarsi all’assalto dell’intruso maleducato.
Lanaggioto, comunque cercò un ammorbidimento nelle note della musica, si trattenne per comprendere il motivo dell’accidia, e nel riconoscere Ciccino Cicirello detto Mocu, avvinghiato alla spalliera della sedia, che lo apostrofava con gli occhi fuori dalle orbite, pensò che avesse qualche problema di controllo, era probabile che cercasse di scaricare la stanchezza accumulata nella città ove svolgeva la sua attività e se ne rammaricò. Il ritorno nel villaggio in vacanza, normalmente riserva un abbraccio, nell’incontro con i compaesani, dunque indusse Lanaggioto ad una riflessione. Il padre di Ciccino Cicirello apparteneva alla corporazione degli Squamani e l’arroganza espressa dal figlio, ne era il marchio. Gli anni evidentemente, non erano riusciti ad insegnargli che il diritto non è deleterio, fa parte del dovere e la rivalsa è la cattiva luce della coscienza. L’equilibrio che la città gli aveva inclinato, l’aveva indotto a trasformarlo in un’occasione di vendetta verso il secondogenito di Carmelo che aveva lottato per stabilire che i diritti appartengono a tutti, e lo classificò un rigurgito.
Lanaggioto, insomma decise che non era meritevole di una risposta e soddisfece la sua esigenza.
Qualche settimana dopo, in occasione dell’uscita del libro del Professore Giuseppe Alibrandi La testa del Dragone edito dalla Pungitopo di Marina di Patti, ciccino Mocu, rinvenne da sotto i pini circuendo i tavoli del Bar Capriccio e si scatenò con una critica bavosa e Lanaggioto ebbe la misura del suo valore.
Il male indugia l’uomo in un portamento innaturale se il pasto della storia risulta indigesto e Ciccino Cicirello, per perdonarsi avrebbe bisogno che un miracolo si verificasse all’insaputa della ragione.
L’OFFERTA DELLA CITTA’
Lanaggioto, con la stagione estiva che si allontanava oltre i monti e lasciava il buio a misurarsi con il mare, anziché parcheggiarsi all’Università sulle spalle dei genitori e fossilizzarsi nel villaggio semideserto, insomma insofferente a bighellonare, stanco di partecipare a concorsi superaffollati, aspettare l’ora di pranzo e cena della mamma, ha chiuso libri e curricula nel vano inferiore della credenza di nonna Santa e con un pugno di sogni in tasca, ha lasciato il villaggio.
Lanaggioto ha l’imbarco alle cinque del mattino. La stazione di San giorgio è disabilitata. Il sorvegliante con gli occhi gonfi ed una lanterna in mano, costeggiando i binari, ritorna dal semaforo lentamente.
Il treno passeggeri ha le caratteristiche di un mezzo per il trasporto di animali. Il costone di rocca bianca nascosto l’ultimo scorcio del borgo, lo ha lasciato con il collo allungato sul finestrino e la speranza a guardarsi le mani.
La città ha l’attività per soddisfare i bisogni, concede l’opportunità di ritagliarsi uno spazio nella società. Il lavoro è un mezzo per sentirsi utile e crearsi su questa terra un soggiorno stabile e soddisfacente.
Lanaggioto, dunque con negli occhi le onde azzurre, la spiaggia con la sabbia di granelli colorati, si è messo in cammino per mettere a frutto i suoi studi, soddisfare i bisogni e le aspirazioni. La città con la supponenza e lo strapotere, in realtà arruolò Lanaggioto a combattere una guerra senza quartiere e la sopravvivenza sopraffece ogni altro desiderio.
La città è bella e la sofferenza si confonde nelle luci. I cittadini ne hanno fatto l’abitudine, appaiono tranquilli. Il problema cova sotto lasfalto e se si perde il rispetto di se stessi, si potrebbero commettere le più insane e tumultuose azioni. Se per caso il bubbone scoppia, lo stupore attraversa la città per qualche minuto ed i governanti par che si accorgano che il serpente circola indisturbato.
Il Tempio con l’antenna in mano, nega con violenza che la città è in guerra ed accusa di calunnia e sabotaggio, chi asserisce l’incontrario. La battaglia è in corso e Lanaggioto ha l’urgenza di trasformarsi in guerriero e difendersi dal nemico. Ogni giorno è costretto ad allenarsi per debellare l’ingenuità, la fiducia negli altri, per fare fronte alla mancanza di aggressività. Morte tua vita mea è il motto e Lanaggioto non ha alcuna intenzione di darsi per vinto. Ha le mani doloranti, scorticate, ferite ma non si arrende. Il bottino è la conquista di un’esistenza libera e gratificante. La sconfitta è il ritorno nella casa dei genitori. Il villaggio può attendere, ci andrà in vacanza e non certo con la nomèa di disetrore. Lanaggioto, ha subito vessazioni, combattuto sopraffazioni, ha evitato trappole, ha percorso ripide ed oscure strade, scalato alte gradinate, si è nascosto in palazzi transennati ma non si èpiegato. La sconfitta lo ha tallonato togliendogli il sonno ed il sorriso. Lo sconforto l’ha indotto a pensare che il marciapiede sarebbe stato il suo domicilio. Ha calzato addirittura una maschera bianca per confondere la morte e con le ossa della faccia, gli organi e l’anima martoriata, ha incontrato i cittadini randagi che popolano la città. La geometria del marciapiede lo conduce agli scalini della chiesa del Carmelo. Una donna con una creatura in braccia attende che un’anima buona gli lasci un’offerta. Le lezioni di catechismo, l’esempio in famiglia gli ritornano in mente e sorride. Lanaggioto per non mettersi a fuoco dalla vergogna, con la mano legata al fianco destro, accelera lievemente il passo e continua il viaggio. La gente è allegra, sorride e passeggia, guarda le vetrine, qualcuno esce dalla rivendita di tabacchi. Lanaggioto entra ed esce dalla fila di giovani, adulti, maschi e femmine ed ad un tratto è acchiappato da uno spazio vuoto. La confusione lo ha lasciato solo ed ha paura. Lanaggioto cammina in cerca della luce, qualcuno s’avvicina, s’allontana, un altro lo tallona, un altro non sa dove andare, lo evita. L’indifferenza è un male che mangia l’energia nel silenzio assoluto. Il marciapiede è ampio e nel mezzo, un uomo con la barba bionda, incolta, con le mani giunte, sta in ginocchio su fogli di cartone, un cane semiaddormentato gli fa compagnia di fianco. Il pastore tedesco, con occhio apparentemente distratto, gli controlla il piatto delle offerte. Un attore, si dice Lanaggioto e sorridendo prosegue. Nei pressi della chiesa di San Giacomo, una moto di grossa cilindrata entra nella traversa a velocità elevata, pare che faccia strike con i paletti che delimitano la strada dai negozi, riprende l’equilibrio e nessuno è offeso. Lanaggioto incontra lo spirito di Armando, il compagno di scuola che per festeggiare il conseguimento del diploma di ragioniere, prende in prestito da un amico la moto per un giro. Il pedale striscia con spavalderia il marciapiede e rovina sbattendo la testa. Le candele ed i fiori lo hanno festeggiato accompagnandolo al cimitero. Un saluto e scivola nel fumo della sigaretta che oltrepassa la spalla destra. Una ragazza minuta, seduta all’indiana, con le spalle alla vetrina illuminata di un negozio d’abbigliamento per bambini, incollata a dei fogli di cartone, strimpella sulle corde di una chiatarra classica e con un fil di voce canta una nenia. Lanaggioto lascia i randaggi sparsi per la città e con le gambe stanche, alza la testa e cerca d’acchiappare la luna con i versi dei passerotti e dei cardellini, della gazza ladra e salta sul dorso di un’acquila di passaggio. Il Santo padrone conduce alla disperazione e su ogni minuto incombe il rischio di commettere un reato, di essere ricoverato in un reparto psichiatrico. Lo straccio di un lavoro precario è un mancato rispetto dei diritti. Il dispensatore di lavoro sfugge alla legge. La busta paga, ha un ritardo insopportabile, alla firma è decurtata e non hai che accettare od andare in strada. La casta, che sia azionaria od altro, è stata allevata nel profitto ed i lavoratori sono lattine a perdere, i loro diritti rifiuti nocivi. Il loro modo è meno rude ma la forza dell’arroganza con l’ingordigia è presente ed a secondo dei periodi la distanza si allunga e si accorcia a fisarmonica e comunque esprime un principio di disuguaglianza.
IL PORTO SICURO
Lanaggioto, con gli anni rotti, aggiustati, molto malandati, abbagliato con offerte di capi di visone e sigarette di contrabbando, di feste nella città vecchia al seguito della Santa, di guadagni allettanti, ha vinto la sua battaglia, ha acquisito una certa serenità, uno spazio di libertà.
Il percorso è stato molto difficoltoso, la lotta è stata impari, minacciata con colpi di scimitarra e spari. Una gara di resistenza, la mortificazione dell’intelligenza. Lanaggiato non è caduto nell’imboscata, comunque la dignità è rimasta scossa.
Lanaggioto, dunque con alcuni giorni di risposo in tasca, uscì dalla statale 114, varcò il bivio per San Giorgio ed entrò in un territorio paradisiaco. Il clima si vestì al bello e cambiato dalle scarpe al cappello. Gli anni, oltre venti, in un decimo di secondo rifiorirono e Lanaggioto si sentì bellissimo. Il male della cità si sciolse nelle gocce di salsedine che una brezza leggera, con lievi spruzzi, spingeva dagli scogli semisommersi della Gargana, liberandolo quasi per intero da ogni pastoia, legame che lo trattenevano in città.
Lanaggioto, tolti i vestiti duri, grintosi, arroganti della città, scende in aqcua e nuota, affonda nelle alghe, entra nelle grotte naturali e plana sulla sabbia bianca. Le castagnole lo circondano ed a velocità spasmodica, lo liberano delle scorie solleticandogli i fianchi, pulendo con le morbide labbra, ogni quadratino di pelle, facemdogli assumere un sembiante che in natura è difficile confezionare. Il movimento natatorio è leggero ed armonioso. Lanaggioto, scivola sul tappeto morbido di sabbia bianca. La pinna nobilis, che si erge dalla sabbia è tenera e fascinosa, si dondola nel flusso della corrente e lo guarda con grazia. Lanaggioto gli si avvicina con un sorriso disteso, si adagia al suo fianco e l’osserva danzare. Il porto nel quale è approdato è un grande cortile tappezzato di fiori e di fauna luminosa. La gioia gli ha aperto il cancello, entra nel mare del borgo di San Giorgio e ritrova il coraggio della dignità.
L’ANCORA NEL GIARDINO DI CASA
Lanaggioto, dopo un lungo e largo giro è approdato nella città di Milazzo ove risiede e lavora quale Tecnico Sanitario di Radiologia Medica presso il locale Presidio Ospedaliero. La città rinomata per la fiorente agricoltura e la coltivazione dei gelsomini, per scansare la disoccupazione e l’emigrazione, ha contrabbandato l’industria del profumo e del turismo, con la raffinazione degli Idrocarburi e la produzione di energia
ricavando un inquinamento mostruoso che dal sottosuolo arriva
alle stelle senza apportare alcun beneficio ai suoi cittadini. L’impresa politica cittadina, alla stregua di altre comunità rivierasche, è impegnata a costruire porticcioli privati, fontane pacchiane ed imbastire lavori per parcheggi e strade, continuarli a singhiozzo, recintarle con strisce colorate, intasando la viabilità e lasciare alle intemperie l’onere di completarle dichiarando sui cartelloni elettorali di avere mantenuto la promessa ed accetta senza condizioni i fumi, le
polveri nocive, i residui dei prodotti industriali, abbandonando la pulizia della villa comunale tanto che gli insetti, le zanzare tigri ne hanno preso possesso e gli abitanti che vi si rifugiano, i bambini che giuocano, rischiano di uscirne spregiati. Le blatte, dell’ampio marciapiede, addirittura hanno formato un tappeto orripilante. L’Ospedale che determina la salute e decreta l’onorabilità della città, è lasciato in mano ad altri che ne disegnano l’attività, la linea organizzativa e gestionale che non garantisce il futuro della popolazione. Il Sindaco, si proclama governatore del Fare ed organizza notti bianche nell’odore nauseabondo di enormi montagne di spazzatura, sperperando denaro pubblico ed appesantendo oltre la salubrità, la viabilità cittadina.
Le indagini epidemiologiche hanno una lunga gestazione e se varcano la soglia della luce, sono alterate per l’uso di strumentazioni obsolete e dunque non attendibili e scartate. Il viaggio con le polveri nocive, è una ineluttabile corruzione polmonare. I malati per l’amianto ormai terminali, covano la speranza che bonifichino il territorio ed almeno ai figli resti il respiro che a loro è stato tolto dall’indifferenza delle Istituzioni. I Vigili a dirigere il traffico respirano polveri sottili e s’ammalano di cancro, le donne aggredite dai veleni, abortiscono, mettono alla luce creature malformate.
La salute non è un animale che mangia per fame è un’industria che per ingordigia, inghiotte pazienti e famiglie.
L’impresa politica, manipola, corrompe, insomma ha il
modus operandi dei lestofanti, crea Manager, Medici che sfruttano la malattia del paziente per gonfiare il portafogli, ha scacciato l’anima, ha intrufolato le mani nella struttura pubblica e si è eretta a Padrone costruendo comparaggi e profitti, sfruttando le risorse derivate in modo privato, minaccia e mortifica le professionalità costringendo i collaboratori a misurarsi con strutture e sistemi sorpassati, malfunzionanti, che di continuo s’interrompono e restano inutilizzabili a tempo indeterminato, prefigurando contratti di indubbio interesse collettivo. I luoghi di lavoro sono carenti dei più elementari principi d’igiene e soggetti a sbalzi di temperatura che colpiscono oltre le apparecchiature, gli operatori e minano la precaria salute dei pazienti. I collaboratori sanitari, tecnici ed infermieristici, inoltre hanno a scontrarsi con l’arroganza di alcuni medici e la maleducazione di altri. I Primari inquadrati nell’ottica Aziendale, rivolti al profitto personale, non tutelano il rispetto del lavoro e della persona, erogano un servizio insufficiente costringendo i cittadini a rivolgersi allo studio raccomandato con il portafogli in mano.
Lanaggioto è provato, gli hanno rubato l’amore per la professione ed additato quale destabilizzatore del reparto, e seppure non si arrende, l’insoddisfazione gli taglia le gambe. Le denunce non hanno efficacia e le ispezioni sono annunciate in anticipo, pilotate, hanno il risultato di spreco di carta ed energia.
Lanaggioto, inoltre è costretto a combattere una battaglia quotidiana con l’orologio timbratore aspettando con il cartellino in mano che scatti l’ora esatta per evitare che si ritrovi nel riepilogo, a recuperare una montagna di minuti anche se ha anticipato l’entrata all’incontrario di alcuni che non ci sono e con la compiacenza di altri, risultano presenti.
Il minuto non trascorre, l’attesa è stressante ed aggravata da una insana richiesta quotidiana del Medico Nefrologo Sapensale.
Il Medico, arde dal desiderio di mettere un’ancora della tonnara di San Giorgio, nel giardino di casa. Le ancore del millequattrocento fornite dalle fonderie Inglesi, sono un reperto prestigioso.
Lanaggioto è conscio che questa società ha nell’apparire la sua ragione d’esistere e non si meraviglia della richiesta. La bretella che corre lungo il margine del prato e la spiaggia, ha ospitato Palischermi, galleggianti ancore ed attrezzi della tonnara di San Giorgio che la speculazione ha tratto fuori dai depositi per mettere in atto e portare a termine il proprio progetto speculativo. Le barche ed i palischermi, semisepolti dalla sabbia, coperti di erbe e spine, in decomposizione, sono state date in pasto alle fiamme. I legni rimasti, lacrimano lo scempio. I galleggianti, alcuni attrezzi e le ancore, sono stati trafugati ed abbelliscono le ville con piscina, in collina. I resti scampati agli sciacalli, raccolti, sono stati ingabbiati in una rete di plastica e lasciati a decantare sul prato, sotto le alte mura della cattolica.
La richiesta di un Museo della Tonnara, con barche ed attrezzatura ancora custoditi nei magazzini, avanzata in illo tempore, dal’lanaggioto, Peppe Alibrandi e qualche altro, non ha attecchito. Gli amministratori ed i compaesani, hanno preferito giuocare a mosca cieca e non ha raccolto interesse né firme ed ha lasciato la speranza che alcuni se ne potessero approfittare.
Lanaggioto, non è custode, né responsabile vendite e tanto meno politico, dunque non ha alcun titolo sulle ancore della tonnara di San Giorgio, è soltanto il portatore di una profonda
indignazione per chi ha permesso questa vergogna. Lanaggioto non è un professore, è un autodidatta. La scuola l’ha lasciato insoddisfatto però è convinto che la storia è la radice della civiltà. Lanaggioto lotterà a che la memoria della tonnara
non vada perduta anche a rischio di essere apostrofato con
l’epiteto di arteriosclerotico e si rammarica che le nuove generazioni ritengano che il passato sia un peso insopportabile.
Gli abitanti di San Giorgio, chiusi a coltivare il proprio orto non si sono accorti che il villaggio è caduto in mani insane ed è morto.
Una filiera di costruzioni a cuccia di cane adibite a civile abitazione è stata innestata nella vecchia struttura delle case nuove, a ridosso della scarpata della rete ferroviaria.
Gli abitanti di San Giorgio, preferiscono passeggiare a testa bassa e le mani dietro la schiena con la vergogna che gli fuoriesce dalle tasche per non veder chi gli passa vicino. La domenica va in chiesa, si confessa e ritorna a scambiare quattro chiacchiere sotto il pino di piazza Ravel, con l’indifferenza del riso e delle parole, continuando nella solita postura.
Il Dr. Sapensale, è informato del saccheggio e cerca l’aggancio per entrare in possesso dell’ancora per il giardino di casa.
Lanaggioto è stanco, mortificato ed ad un tratto gli salta sulla bocca una provocazione. L’estate è agli sgoccioli, gli dice, la sera scende presto ed i turisti sono partiti, vada a San Giorgio con il Suv fornito di carrello e prenda il suo trofeo. Questa è la sua occasione, può sopperire alle braccia di sei, otto tonnaroti, con una pala meccanica, vedrà che non se accorgerà nessuno e se puta caso qualcuno dovesse passare nelle vicinanze, stia tranquillo, non la disturberà, ha gli occhi ma non vede.
LA BARCA A VELA
La città di Milazzo dista da San Giorgio circa venti minuti, mezz’ora d’autostrada ed una domenica, con i panni stesi al sole e con la speranza che l’inquilina del quinto piano non li rilavasse con l’acqua dei suoi, lanaggioto, ha preso l’auto e si è messo in marcia verso il villaggio di pescatori.
Il borgo marinaro di San Giorgio è la memoria della sua infanzia, il luogo nel quale ritrova la speranza per non cedere il passo. Il villaggio ha l’ossigeno che gli manca e secondo la libertà che gli lascia il servizio, salta in auto e corre a fare visita agli anziani genitori.
La barca a vela che il collega Salvo Manciagli gli ha dipinto con i colori dell’alba, nel tentativo d’allontanare la tristezza che gli camminava a fianco, lo saluta dalla parete accosto alla porta d’ingresso di casa e s’avvia verso l’autostrada e già sente il profumo del villaggio di pescatori.
Lanaggioto, posteggia l’auto accosto l’orto del nespolo e dell’arancio all’angolo con la via zara, saluta il padre che sul marciapiede s’ostina ad imbastire le rizzelle, le reti per la pesca sottocosta, per i figli che al rientro, arraffano i pesci più pregiati e lo lasciano sotto il sole, a pulire la barca ed i mestieri, lo invita a non perderci il respiro ed entra in casa a salutare la mamma
che s’arrabbatta intorno ai fornelli per preparare il pranzo. La rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello sulla Via Pola angolo con vico Brindisi, è il punto di riferimento del’lanaggioto al borgo.
Lanaggioto, fa visita a Giuseppe, va a salutare il mare e ritorna a scambiare quattro chiacchiere ed anche se non ne ha bisogno compra le sigarette.
La rivendita, è un luogo di frequentazione e dunque gli offre l’opportunità d’incontrare qualche conoscente, qualche coetaneo in visita od in ferie.
Il villaggio di San Giorgio, si è perduto nelle facce che l’hanno colonizzato, nello sviluppo caotico e speculativo, nel saccheggio del territorio.
La Spedilitica, questo connubio di politica ed affari, entrato in possesso della Baronia, ha occupato il territorio e con l’arroganza dell’impunibile, ha sradicato uliveti ed agrumeti, la vigna, ha reso le strade, i confini naturali indistinguibili, ha cancellato gli orti ed i pozzi che governavano la quotidianità delle famiglie, ha applicato criteri indecenti per le costruzioni delle case. La speculazione si è spinta oltre la ferrovia e la statale, sbancando le colline, riempiendo le vallate di asfalto e cemento, insomma ha devastato il territorio nel silenzio della legge e di chi è preposto alla sua osservanza, rendendo pericolosa la viabilità e la connessione dei cittadini.
Il villaggio di pescatori, con l’alba che nasceva, ha accolto nel suo territorio, con la leggera allegria che li caratterizza, un Somaro con la borsa della posta a tracolla che distribuiva santini e con la faccia abbronzata, propinava agli abitanti di San Giorgio un miscuglio miracoloso di erbe della valle del Saleck, raccolte dalla madre, imbottigliate e commercializzate con l’ausilio della confraternita delle Spine Sante.
Il Somaro ha uno sguardo penetrante, scarpette di serpente agli zoccoli ed è fornito di grosse mascelle. Il Somaro è venuto dalla contrada dell’Acqua Santa, nella stalla della chiesa locale, ha scavalcato la bontà di padre Rocco e con il santino e la pozione miracolosa in mano, dichiarava di operare per il bene pubblico, nell’interesse della comunità, dunque è accettato dagli abitanti di San Giorgio e reso potente tanto che la Confraternita lo ha premiato conferendogli in prima istanza, la licenza di scuola media inferiore ed in seguito, il diploma di Geometra per meglio operare nell’impresa.
La Spedilita, dunque ingabbiò, pescatori e contadini acquisendo la proprietà del borgo e della collina. Il ricatto del licenziamento sulla bocca, i lavoratori, sorbendosi improperi e minacce, percepivano un salario dimezzato e con molti mesi di ritardo con il silenzio sulle labbra. La famiglia reclama i suoi diritti, lo stomaco borbotta e senza lavoro la patria muore.
Gli appartamenti erano venduti sulla carta previo versamento di un anticipo sulla parola che veniva sistematicamente aggirato. La data della consegna dell’immobile si protraeva perfino di anni. Le cambiali a garanzia che scontati in blocco accendevano il mutuo a pagare, costringevano gli acquirenti, per non subire l’onta del protesto, a farvi fronte in qualunque modo, abrogando quanto concordato, tacitando il conto con ulteriori aggravi di spesa, ingoiando il rospo, insomma vessati, sottoposti a mille gabelle, non vedevano il momento di uscire da quel vortice infernale. La consegna dell’appartamento, con il calvario alle spalle, manca della firma del contratto e contava di un’ulteriore, incresciosa dimenticanza. Gli appartamenti situati ai pini fuori terra, erano privi della scala d’accesso e naturalmente si sfiorava la tragedia.
Il Somaro, unto con l’acqua Santa, sin da bambino trafficava con i santini, un giuoco innocente che lo elevò dalla condizione, ben presto rifiutò di mangiare erba e si confezionò una circonferenza considerevole. Gli uccelli, vedendolo faticare in quel rozzo trotterellare verso il mare, evitarono gli alberi del luogo e volarono sulle montagne, le lucertole ed i serpenti si alzarono di ben tre spanne al rumore degli zoccoli, fuggivano quasi volando per evitare di essere calpestati all’incontrario dei Toponi che lo seguirono cantando e ballando.
La mancanza di rispetto degli uomini e del territorio, della bellezza della natura, non ha indignato alcuno. Gli abitanti di San Giorgio continuavano a camminare nella traccia antica, senza distaccarsi di un metro quadrato dal vecchio sentiero, insomma la corda al collo gli si è incollata tanto che non è più un ornamento, ma una parte integrante del corpo.
Lanaggioto, era insofferente ai confini del villaggio, l’orizzonte gli stava stretto, insomma aveva la necessità di camminare, conoscere e confrontarsi con la società. Un viaggio in cerca di lavoro, un inseguimento amoroso, una scorribanda in città, di
ritorno, conobbe l’animale nella Rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello e per scherzo gli disse che intendeva ristabilirsi nel villaggio e cercava qualcuno che potesse agevolargli, senza procurare troppo disturbo, il disbrigo della pratica di cambio residenza. Lanaggioto, era insofferente ai confini del villaggio, l’orizzonte gli stava stretto, insomma aveva la necessità di camminare, conoscere e confrontarsi con la società. Un viaggio in cerca di lavoro, un inseguimento amoroso, una scorribanda in città, di
ritorno, conobbe l’animale nella Rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello e per scherzo gli disse che intendeva ristabilirsi nel villaggio e cercava qualcuno che potesse agevolargli, senza procurare troppo disturbo, il disbrigo della pratica di cambio residenza.
Il Somaro, con il cipiglio del padrone, gli rispose che non gliel’avrebbe mai concessa. I suoi precedenti, non lo raccomandavano.
Lanaggioto, al seguito del compagno Carmelo Mobilia, alle elezioni comunali, a riempimento della lista, si è candidato nel partito comunista, dunque era stato relegato negli indesiderabili.
Lanaggioto, era vocato per la politica. L’impegno di ogni individuo, è di lavorare per soddisfare i bisogni della comunità. L’indirizzo applicato, all’incontrario persegue il soddisfacimento degli interessi personali, e questo cozza con il suo ideale.
L’esperienza a seguito della gioventù Aclista, lo ha allontanato da ogni attività, ha deciso di non iscriversi a nessun partito o movimento.
I diritti assieme ai doveri, sono la dignità dell’individuo, i privilegi appartengono ad una minoranza e dunque vanno combattuti.
La corsa con la bandiera in mano e restare lontano a guardare quelli che lottano, ed accaparrarsi la poltrona non è una vittoria.
Lanaggioto, dunque ha deciso di coltivare la sua idea camminando a fianco degli ultimi, delle persone più deboli. Ogni pensiero è personale, esprime la propria cultura e le persone che vogliono imporre agli altri, la propria idea, hanno perso la misura, sono integralisti e mancano della civiltà della democrazia.
Lanaggioto, coltiva il diritto degli altri e considera la faziosità, il timore dell’individuo di essere scoperto con le mani nella patta.
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Lanaggioto, compagno candidato, dunque dal balcone del palazzo della posta, approfittò dell’occasione per richiamare i compaesani che ascoltavano in piazza Ravel, ai diritti ed ai doveri, di munirsi di coraggio e comunque di rispettare gli altri. Il discorso fu molto applaudito, di contro gli risposero che non potevano votarlo perché comunista.
Lanaggioto non se ne meravigliò ed il giorno dopo saltò sul treno e riprese il suo vagabondaggio.
Lanaggioto, dunque con sarcasmo ed un sorriso beffardo, s’inchinò all’animale e chiamandolo Onorevole s’avviò verso la spiaggia. Il Somaro Onorevole, con il potere nelle mani, lo inseguiva ragliando. Lanaggioto accelerava il passo e lo additava agli alti pini, agli oleandri, alle gazze ladre che avevano colonizzato la pineta richiamati dai cassonetti trasbordanti di spazzatura, con ISSO, secondo l’espressione di disprezzo che usava il padre verso i lestofanti.
Lanaggioto, chiama l’animale, Onorevole per distinguerlo dagli altri lavoratori.
Questa specie animale, purtroppo è diventata incombente nel panorama politico. La popolazione dei villaggi e delle città non ha più libertà di scelta, è indotta all’accettazione del male minore. La comunità, insomma si è arresa al malaffare, lasciandosi stuprare nel silenzio del peccato.
Lanaggioto, comunque reputa degradante che le persone si offrano ad osannarlo ritenendolo addirittura un uomo inviato dal Signore.
Lanaggioto conosce il male e non vuole che altri ne abbiano a soffrire e nell’impotenza s’indigna.
Lanaggioto, ritornando a San Giorgio, è pervaso dal disagio, si sente fuori casa e cerca rifugio nella rivendita a scambiare quattro chiacchiere con l’amico Giuseppe.
Gli avvenimenti locali si associano in modo burlesco all’informazione dei giornali che nel cestello mostrano la loro valenza. Il giuoco della schedina del lotto, comunque sopravanza ogni altra speranza.
L’apertura della domenica mattina, è molto trafficata e Giuseppe ha già i capelli a chiodo dalla stanchezza nervosa. La moglie è impegnata in casa con l’anziana madre e dunque Giuseppe non ha lo spazio per fare una passeggiata sulla spiaggia. Lanaggioto non demorde, spera che la moglie, accudita la madre, scenda e lo metta in libertà. Lanaggioto, dunque col passo sulla soglia e la sigaretta in mano, inspirando ed espirando, lancia la cenere prodotta, in strada con un colpo secco del dito che sorpassa a malapena il tappetino d’ingresso per la pulizia delle scarpe ed usato in modo distratto dagli avventori, che immancabilmente finisce sul terrazzino, e con lo sguardo, esplora la strada, lo spazio intorno in modo superficiale e rientra ad aspettare un’improbabile disponibilità di Giuseppe.
La notizia gli perviene dal cugino Gioacchino detto Cunnuruni, figlio di Turi Canfora, fratello di nonna Santa, con un intercalare di soffi di naso e tirate di gola e gli è confermata da Nunzio Nigro detto Ridolini, in un’incomprensibile suono per l’intervento di tracheotomia.
Il fratello più grande, Franco ha litigato con Francesca che è la primogenita delle tre figlie.
Il Bar Capriccio, con le carte in mano, è stato il teatro della rissa e non è stato di certo edificante né per l’uno che l’altra.
Il padre, non ottempera ai doveri derivanti dalla separazione consensuale dalla moglie, che lo obbliga mensilmente a versare gli alimenti e rimanda, adduce pretesti, giustificazioni inattendibili.
La pensione della madre non basta e le figlie reagiscono.
Lanaggioto, mortificato, cercando di nascondere la rabbia che gli arruffa i radi capelli, si disse che l’aria malata di Milazzo, aveva attraversato il mare e raggiunto il borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, ipotizza che il fratello abbia perso la lucidità e con essa la dignità di uomo e padre.
Il fratello, ha lasciato moglie e figlie credendo di ascendere un sogno celestiale ed è caduto preda di una femmina canina che
ha infestato il borgo d’ingiurie e minacce, insomma strazia le persone e fa scempio della dignità delle famiglie, dunque non gode di rispetto.
La paura che il padre, di questa situazione, potesse averne nocumento, mise in allarme Lanaggioto e Concettina.
La cardiopatia, l’insufficienza respiratoria, la sofferenza diabetica che lo affliggevano, rischiavano di aggravare le sue condizioni di salute.
Franco chiamato alle proprie responsabilità, ha reagito con la forza su Concettina ed ha perfino abbozzato un tentativo sulla madre.
Il Maresciallo dei Carabinieri che conosceva Franco persona seria e dignitosa, costernato per il comportamento indecoroso, è stato costretto a diffidarlo.
La memoria dell’uomo rispettoso, difensore della legge, del professionista meticoloso, è per gli amici un confuso ricordo e sbalorditi serrano i denti, incollano le labbra l’uno all’altro e proseguono. Lanaggioto, dunque prevede che dovrà scendere in guerra.
Lanaggioto, insomma si rese conto che la vico Brindisi si era trasformata in una discarica a cielo aperto ed allora, saluta l’amico ed esce dirigendosi verso il mare.
Ha il bisogno prepotente di sentire il suo profumo ed attraversa la pineta imboccando l’apertura fra gli oleandri che nascondono la strada di mare.
La traccia fra la spiaggia ed il prato, creatasi ai tempi della costruzione della strada principale, coperta da un sottile manto d’asfalto a perdere, è stata trasformata in strada secondaria. La bretella rotabile, è buia ed irregolare, ed è lasciata sotto la protezione della luce lunare, delle candele e fumi dell’attività della Raffineria di Milazzo che ne cambia l’oscurità e veicola zollette di catrame assieme alle pietruzze di pomice delle isole che si riversano sulla spiaggia. Lanaggioto, nell’attraversare gli oleandri che recintano la pineta e ne delimitano la strada, ha perso, gli è sfuggito dalla nuca, il senso di prudenza che abitualmente conserva, ed ha rischiato di essere travolto da un’auto in transito. Il vuoto ed il groviglio di rami che invadono il margine della strada, hanno minacciato la sua incolumità. Un riflesso rimasto qualche centimetro indietro, all’ultimo istante gli ha allertato la coscienza e gli ha trattenuto il passo nel viottolo. Il bisogno di smaltire la notizia, l’aveva smarrito. Il controllo del guerriero in arme, gli richiese un’enorme energia, dunque recuperato il comando, attraversò la strada per dirigersi sulla spiaggia.
Gli anni maturati, si schiacciavano l’un con l’altro creando un rumore infernale ed allora scavò una buca in prossimità del cespuglio di canne a guardia del pozzo del depuratore che ingabbiato in una robusta rete metallica nasconde la sua inefficienza, e li mise a decantare sigillandoli con erbe e spine secche che coprono lo schienale dell’arenile e spingendo sui calcagni, corse fin sulla battigia. La forza del mare, il movimento delle onde gli attenuò la lotta, piegò le ginocchia sulla sabbia e con lo sguardo rivolto alla Madonna del Tindari, respirò a pieni polmoni riportando il guerriero nella ragione. Le barche da diporto, la barcuzza, lo accolsero con un tripudio di gioia e la notizia si sciolse in un episodio che quotidianamente attraversa la gente.
Un fischio leggero, ad un tratto penetrò l’aria azzurra e la nonna Santa, gli venne in soccorso, gli avvolse la testa nella fadetta e gli donò il confortò dell’amore.
La nonna, alta nella casacca nera, i capelli argentei raccolti sulla nuca, gestiva con mano materna la casa, gli amici. La vico Brindisi, insomma era un luogo pulito, senza insetti e senza un filo d’erba selvaggia. La crescita proseguiva con armonia e non presentava complicazione nei sessi, la sera sulla spiaggia, l’innocenza si librava nei volteggi separando il grano dalla pula, l’infanzia corse serena.
La stazione ferroviaria con i treni in partenza per il dottore, per l’emigrazione, in transito, dettavano il ritmo della giornata. Il tempo batteva la sveglia sui binari, le ore accompagnavano lanaggioto. La pioggia, il vento, la scuola, l’estate, le vacanze, scorrevano con curiosità. Il mare, le barche in secca, qualcuna all’ancora che incoraggiata dall’acqua cercava di liberarsi dagli ormeggi, una barcuzza a pesca con le lenze a traino, l’incontro in piazza con gli amici, ogni momento era un’emozione.
Il motopeschereccio che si confondeva nei giuochi di luce creati dai raggi del sole sull’acqua, lo eccitavano, stringeva gli occhi e gli si avvicinava arrotolandosi nei cerchi informi, bianchi, luccicanti. La mente carica di sogni vi saltava a bordo. Lanaggioto, con un salto prodigioso, volava da una barca all’altra della tonnara che si dondolava sull’acqua. I tonnaroti, addossati alle murate con la lenza in mano in attesa del tocco del tonno, lo salutavano togliendosi il basco, gli offrivano una fetta di pane ed un sorso d’acqua, beveva a garganella dal foro scavato nel petto del bummulennu, dunque li lasciava alle loro incombenze e si allontanava con l’intento di circumnavigare le isole eolie fino a quella più lontana della quale non ricorda il nome. Lanaggioto, ritornato a terra, correva a mezza costa dove le ancore della tonnara stavano a dimora con le braccia ricurve e le mani a triangolo infossate nell’arenile. L’aria leggera sprigionava allegria ed i versi degli uccelli si rincorrevano nel profumo del mare.
L’umanità si è persa la salubrità della natura e si contorce nelle sostanze sintetiche, si disse e cercò di riappropriarsi della sua infanzia. Lanaggioto, dunque percorse la linea di costa per la pesca con la pruppara e raggiunta petralonga, preoccupato per l’instabilità precaria del guerriero, ritornò indietro, calpestò l’arenile che aveva ospitato il Brigantino ed attraversò il torrente di Magaro, oltrepassò la casa del maestro Angelo Accordino, protetta dall’orribile muro, salutò l’ultima residenza del Professore Ennio Salvo D’Andria e s’attardò ad osservare i Murales dietro la porta del nuovo campo di calcio che coloravano la barriera di cemento che intendeva fermare il passo al mare, evitando di sbattere sulle barcuzze abbandonate sul marciapiedi, negli elettrodomestici, nei rifiuti di vario genere, costeggiò il rettangolo di calcio in terra battuta, con luce artificiale, spogliatoi e docce, costruito secondo il trascinatore accreditato, con l’idea di creare una scuola per rinverdire gli antichi fasti, dunque entrò nel braccio che sbocca nella via Andrea Doria a fianco della cattolica, lanciò uno sguardo verso la Proloco che si fregia di cimeli della tonnara e più recente del Museo in memoria del Maestro Angelo Accordino, cercò Turinnu Currò detto Bracco, il titolare del Bar dello Sport, oltre il terrazzino, nel locale di via Nazario Sauro, per salutarlo e non scorgendolo, sopraffatto dall’ansia, si accese una sigaretta e riprese il viaggio di ritorno. Un pensiero aggrovigliato, sulla strada di mare, ad un tratto lo spinse a guardare verso la spiaggia. Le barche da diporto chiamate dal padre bagnarole, occupavano lo specchio d’acqua e come sempre guidate dall’arroganza di un pieno di benzina, le lenze a traino, navigavano senza sosta e senza rispetto per le regole di pesca, passando con spavalderia sugli attrezzi degli altri, dunque con lo sconforto sulle spalle, riprese gli anni che aveva deposti nella sabbia, ed a testa china, trattenendo i passi che tendevano a vacillare, fece ritorno nella casa dei genitori. L’ora di pranzo lo accolse con la tavola imbandita, prese posto a consumare il cibo che la mamma aveva portato in tavola e come d’abitudine, anziché mangiare lentamente, s’affrettò senza gustare gli spaghetti col sugo di totani e le rondelle fritte con le patatine, che gli piacevano tanto. La notizia del fratello, gli rovinò anche il pranzo, dunque mortificato con lo stomaco appesantito, addusse una scusa di servizio, si alzò, salutò i genitori ed alla chetichella,salì in auto, mise in moto e con cautela rotolò lungo vico Brindisi, svoltò in via Pola, lanciò un’occhiata furtiva alla saracinesca chiusa della rivendita di Giuseppe e s’avviò verso l’autostrada.
IL RITORNO A MILAZZO
L’auto Innocenti 650 che aveva comprato di seconda mano, in seguito, aveva manifestato un problema di pressione, la temperatura saliva vertiginosamente. I vari meccanici ed elettrauto che vi avevano lavorato, hanno assicurato un buon risultato ed apparentemente per qualche tempo, il problema non si era manifestato.
La pompa, nel viaggio di ritorno verso Milazzo, andò in sofferenza costringendolo a fermarsi più volte. Il percorso, insomma non fu molto agevole, dunque la tensione accumulatasi lo sfinì nel fisico e nella mente.
Il rientro in casa, gli risultò salutare, controllò lo stimolo del vomito e gli lasciò il tempo di mettere la caffettiera sul fornello piccolo del gas a fuoco basso, di lavarsi i denti e rientrare in cucina a bere il caffè.
Lanaggioto, dunque accese la televisione, si distese sul divano, che lo accolse con circospezione. La sigaretta nella mano destra ed il libro di P. Kolosimo, Ombre sulle stelle nella mano sinistra, dovevano trasportarlo in una realtà diversa, e quindi quietarlo. Il sonno ch’era in agguato, lo sorprese e rischiò di andare a fuoco
se il medio e l’indice, scottatesi, non l’avessero richiamato in tempo, alla realtà e lo convinsero ad uscire di casa. Il collega Pippo e gli amici, Salvatore, Pippo e Benito, sembrava che lo attendessero all’ombra dei Ficus benjamin che delimitano la piazza alle spalle del Banco di Sicilia e nella quale è sito il Bar Dama che sforna pesche alla crema di una bontà insuperabile. L’accoglienza gioiosa degli amici e la loro leggerezza di burloni, ebbe l’efficacia di liberarlo dell’orpello del fratello, dunque raggiunse la luce dei lampioni. Il forno con salumeria, di ritorno verso casa, lo fornì di panini e mortadella, mezza birra e completò una cena prelibata. Un programma televisivo barboso, gli sollecitò il sonno e con i passetti frettolosi del cagnolino dell’anziano ed accidioso inquilino del piano di sopra, andò a coricarsi nel letto matrimoniale che aveva recuperato con qualche altro mobile, dalla travagliata separazione matrimoniale. Il recupero è stato sofferto. L’isterica ossessione possessiva della moglie separata, non gli concedeva un sereno trasloco. Il collega Giovanni Cambria con la ditta traslochi di Gaspare Falletta riuscì con pazienza ed abnegazione a caricarli sul camion e trasportarli a Milazzo ed è stato un atto liberatorio. Lanaggioto, in questo impegno, ha visto un esempio di amicizia che lo ha aiutato a curare l’animo trafitto dal dolore e l’infortunio sul lavoro di Loreto, che l’ha costretto sulla sedia a rotelle, è stato un evento travolgente.
LA FESTA DEL SANTO PATRONO
La festa del Santo Patrono, denominata Estate in, quella sera, si svolgeva sui Palischermi della tonnara che appaiati dietro la porta del campo di calcio sotto la cattolica, adibiti a palcoscenico, ospitavano la compagnia teatrale del Maestro Angelo Accordino.
Il Maestro Angelo Accordino, con i soci Fondatori del Circolo Ricreativo Sportivo Culturale, ormai lontani, emigrati, si sentì libero, dunque colse l’occasione e mise in atto la paventata divisione. Le regole del Circolo, evidentemente gli restringevano l’orizzonte e si staccò creando l’alternativa.
Lanaggioto è un guerriero e sebbene gli sia stato raccomandato di stare tranquillo, ha seguito il sentiero di famiglia.
Ogni giorno si è inventato un approccio di lavoro, ha tentato di traghettare le stagioni con il verso semplice degli animali che liberi volano nel cielo, le trappole non l’hanno fermato, ha colto un fiore, ha ringraziato l’amore ed ha continuato con orgoglio il suo viaggio. Lanaggioto, è consapevole che il coraggio della verità è un asacrificio, dunque gli risulta faticoso chiamare il Santo con la lingua della bestia e camminarci a fianco. Il villaggio di San Giorgio è un giardino, stuprato, malcurato, comunque rimane la sua casa.
La Spedilitica, ha condotto la società alla frantumazione, ha elevato la propaganda a valore culturale, ha cancellato l’identità dei cittadini annullando il principio della legge uguale per tutti inducendo a credere che è la forza dell’animale a regolare la convivenza. Alcuni si sono adeguati e sfruttano la disgregazione, altri si sono rifugiati nella boscaglia. Lanaggioto, si è dipinto la faccia con un turacciolo di sughero bruciato, è diventato negro, ha indossato gli abiti sacerdotali ed ha festeggiato il Carnevale. Ha inventato burle, senza arrecare offesa e soprattutto non ha mai giuocato con le armi da fuoco.
Il Circolo costituito con amore e sofferenza, aveva perso l’intonaco ed il cortile era invaso di erbacce. Le porte e le finestre, private della luce avevano perduto l’espressione gioiosa che li caratterizzava.
Lanaggioto non si capacitava che un uomo potesse mandare in frantumi, il sogno di una generazione di ragazzi, uno spazio di libertà e con la nausea che gli toglieva il respirò, si sedette sul sedile di granito, nell’ampio marciapiede che corre lungo la linea laterale del vecchio campo di calcio e si accese una sigaretta.
La festa del Santo Patrono, ricorda Lanaggioto, si svolgeva ogni quattro, cinque anni che la raccolta delle offerte era ritenuta sufficiente per onorare San Giorgio e le famiglie dei pescatori. Ogni volta, era un sogno ad occhi aperti ed il villaggio era invaso dagli abitanti delle contrade viciniori. La processione del Santo in spalla, percorreva ogni strada e si fermava agli angoli delle case a conforto delle persone in tarda età ed in condizioni di sofferenza La sera, sulla barca più grande, scendeva in mare, le lampare la precedevano e la seguivano per il percorso di andata e ritorno lungo la linea costiera del borgo marinaro. La fantasia accendeva le menti e qualcuno, addirittura non si accorgeva di camminare sulle onde del mare a fianco delle lampare.
Il borgo di San Giorgio in estate era frequentato da una classe variegata di turisti. La compagnia teatrale dell’Alternativa del Maestro Angelo Accordino, con i ragazzi e le ragazze della scuola, affiancati dall’esperienza di Stefano La Rosa detto Cavaliere di professione muratore ed imprenditore Edile, Pippo Armenio detto Molena a servizio degli Squamani, rimasto inattivo per la morte per tumore di Fabio, il figlio diciannovenne, ed in seguito, venditore in proprio per le strale, appartenenti al vecchio circolo, spinti dalla passione, avevano deciso di continuare l’avventura teatrale ed inoltre per quest’ultimo, ne divenne terapia del dolore.
L’Alternativa, accompagnata da un successo straordinario, omaggiata dai giornali, aveva ottenuto l’ingaggio per la festa. Lanaggioto, con Pippo e la cognata, la seconda moglie e la sorella Concettina, stava assistendo allo spettacolo della compagnia teatrale l’Alternativa, imbastito dal Maestro Angelo Accordino e nel voltarsi a salutare i cugini Canfora, in vacanza nella casa paterna a Patti, ad un tratto, dal palco di Palischermi, alla stregua di una pugnalata alle spalle, gli giunse l’invocazione dei tonnaroti a calare la tonnara, al grido di “ San Nicola “.
La tonnara aveva varato al grido del Santo Patrono di Gioiosa Marea e la guaina protettiva del cervello, gli si escoriò e lo bruciò dalla testa ai piedi.
Lanaggioto sbalordito bisbigliò sulle labbra il nome di San Nicola, si disse che il Santo Patrono del villaggio è San Giorgio. La circolazione del sangue gli si fermò, le gambe gli divennero deboli e gli occhi con gli occhiali, gli si appannarono privandolo della visione.
Il Maestro Angelo Accordino, ossessionato dalla politica, evidentemente soggiogato dai guardiani, ha reputato più fruttuoso smettere la dignità ed omaggiarli in cambio di un gallo ed un merlo indiano, per la famiglia. Lanaggioto, in un attimo vide la miseria dell’anima di quell’uomo ed avrebbe voluto salire sul palco, entrare in scena e lavare quell’orripilante bestemmia, gridargli “ Manipolatore “ ed ogni volta, se per caso, nelle venute a San Giorgio, vede arrivare la sua alfa, gli si rivolta lo stomaco ed evita d’incontrarlo. A passo svelto, da persona ragionevole, lascia la rivendita di Giuseppe e si eclissa sotto i pini verso la spiaggia.
IL CORAGGIO DEGLI ALTRI
L’affabulatore con l’eloquenza delle parole è indubbio che attragga ed induca all’applauso.
Il teatro non può cambiare la verità della storia e se si cerca di assoggettarla, soffia, scalcia e seppure sfiancata, si alza e corre a gridare. La verità è una brutta bestia, e non esistono metodi per affogarla, alla fine viene a galla. La storia non è un’opinione eppure è stata sufficiente una raccolta di firme sollecitate dalla famiglia e da alcune maestre elementari del comprensorio scolastico per indurre il comune di Gioiosa Marea ad intestare il pseudo Museo della Tonnara sito nei locali della Proloco, al maestro Angelo Accordino, con la motivazione che con il suo teatro ha portato a conoscenza, la storia marinara del borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, dice indignato che è una sopraffazione mettere a guardia della storia del villaggio di pescatori, il tarlo che l’ha rosicata.
Il Museo della Tonnara di San Giorgio è patrimonio degli uomini, dei pescatori che hanno scritto la storia marinara del borgo di San Giorgio e si rivoltano nella tomba. Le parole del teatro del maestro Angelo Accordino sono sprazzi di quotidianità marinara, la storia della tonnara è il coraggio di un nugolo di uomini che con le loro idee e loro azioni hanno combattuto e vinto la proprietà ed il potere derivato che nella scala è ancora
più spietato e che le nuove generazioni hanno diritto di conoscere, insomma Lanaggioto considera la gratifica al maestro Angelo Accordino, un atto osceno.
I pescatori del borgo di San Giorgio, con il loro coraggio hanno liberato un sogno di democrazia ed hanno il diritto che vengano onorati. Il coraggio degli altri spaventa i deboli e non può un mistificatore cancellare la storia.
LA SCUOLA DEL TURISMO
L’estate sfuggita alla primavera con il tepore delle giornate e la delicatezza dei pomeriggi, galoppando a rotta di collo, spingeva le persone in strada a passeggiare con il gelato in mano.
Lanaggioto, accompagnato il padre sulla spiaggia con l’attrezzatura per la pesca dei totani, l’aiutò a varare la barcuzza e lo guardò allontanarsi.
La sera, con il cielo che in silenzio si vestiva di colori delicati, con il fascino straordinario che emanava, sentì con passi leggeri, entrargli nell’anima la serenità che la città gli aveva tolto, e pervaso da una grande emozione, anche se non era più avvezzo, gli venne voglia di pregare. Le mani strette l’una contro l’altra, scansò la rabbia del guerriero che gli stava a fianco e che non lo lasciava ormai da tanto tempo e si mise a bighellonare per l’arenile.
L’odore dei ristoranti, delle tavole calde, delle abitazioni in prossimità del lungomare, si espandeva sulla strada e raggiungeva la spiaggia.
Lanaggioto, con la libertà ritrovò negli occhi, la bellezza e con cautela, si mise a bighellonare e quasi per giuoco, senza accorgersene, raccolse un legnetto che gli si era appalesato sotto
il piede sinistro, un sacchetto di plastica, uno straccio a destra, insomma camminando per l’arenile, prospiciente lo scarro della barcuzza, si ritrovò a fare fronte ad una montagnola di bottiglie e bidoncini, piatti di plastica ed altri rifiuti.
L’educazione di turisti e vacanzieri è umiliante, si portano dietro quanto di più brutto hanno in città. Un territorio mal gestito, non curato, anzi resecato, con strade impossibili, che sotterra la natura è un atto di arroganza mafiosa. I cittadini che accettano l’illegalità, sono complici. La politica si è accreditata quale zona franca per mettersi al riparo da offensive giudiziarie, ritrovando assisi sullo scanno parlamentare, Onorevoli sospettati, indagati, condannati con una fedina penale più nera della pece, inducendo le persone semplici a pensare che non ci siano mani affidabili.
Il Magistrato partigiano della Costituzione, che indaga e non gli sfugge l’odore che inquina l’attività legale, scopre i nodi che aggrovigliano la politica e la Criminalità organizzata, è classificato un velleitario, apostrofato con l’epiteto di coglione e dichiarato sprecone di denaro pubblico. Il legislatore, infatti ha svuotato la legge della pena ed ha reso il reato, impunibile, dunque il cittadino ha imparato a dire che l’uno vale l’altro ed in segreto, si tiene il petulante in casa. Il popolo non è sovrano, gli è stato tolto il potere che la costituzione gli aveva assegnato e si protegge adeguandosi al clima che circola in città.
Lanaggioto, in piedi sulla spiaggia, a ridosso dello scarro della barcuzza del padre, nella sottile superbia di Giovanni Salmeri detto custuleri, nella mitezza di Onofrio Russo detto Nofriennu ritornato dall’emigrazione, e nella lentezza di Salvatore Squadrito detto squadru, sbarcato dalla nave mercantile, in pensione, nel salire la scaletta di corda del motopeschereccio di Accetta, della marineria di Marina di Patti, osserva non solo la fatica ma il rammarico per non avere avuto il coraggio di credere nel progetto del Professore Ennio Salvo D’Andria.
Lanaggioto, sedutosi sulle rizzelle ammonticchiate, coperte dal telone cerato, con la sigaretta in mano e lo sguardo sulle isole Eolie, Capo Milazzo, la rocca del Tindari, dunque cerca una soluzione. Il fumo della sigaretta pare lo seguisse nella rabbia che montava attorcigliandosi nell’aria, consigliandogli di dare fuoco alle scorie cittadine quando il pensiero gli fu sottratto e volto verso l’allegria.
Un pesce rondinella, saltò dall’acqua e gli cadde ai piedi.
La sorpresa lo fece sorridere, dunque afferrò il pesce per
la coda e s’avviò verso la casa dei genitori pensando che cotto in umido, con un pomodorino, sarebbe stata una cena delicata.
IL TERRITORIO DI PETRALONGA
Il Brigantino, alla morte dello scrittore Ennio Salvo D’Andria, avvenuta nel 1975 per cancro alla gola, cadde in mano ai nipoti Franco e Nuccio, figli di Carlo che ingegnosamente, pensarono di avvolgerlo per intero nella muratura, provocando il collasso del terreno di sabbia.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, è sepolto nel cimitero di San Giorgio. Lanaggioto, in visita al padre, notando il loculo senza lapide e con il nome scritto a mano nel cemento, fu colto da un’irritazione infernale nei confronti di Carlo, ricollegando e giustificando la diffidenza dei fratelli e per quel ciarpame che ha generato, che hanno avuto perfino il coraggio d’incendiare una delle baracche poste a fianco del Brigantino che il Professore, aveva lasciato in donazione a Santino, ripromettendosi ala prima occasione, di richiamarli al rispetto.
La spaziosa spiaggia, sulla quale insisteva il Brigantino, ed una lunga linea di costa verso petralonga, svuotata della ghiaia, dai granelli di sabbia, pietruzze colorate, indebolita dalle villette, rosicata ai piedi dalla parte del torrente Magaro, ha permesso alle mareggiate di fare scempio dell’arenile, della strada e del terreno sovrastante.
Il fantasma del Brigantino, o meglio le costruzioni private, successivamente sono state protette da una muraglia di croci di cemento calate in acqua a spezzare le correnti. La scienza degli Ingegneri incaricati, però non ha previsto che la barriera artificiale, significa trasportare altrove l’erosione lungo la linea costiera.
Il territorio di petralonga, sottostà alla strada ferroviaria e negli anni è stata la residenza di Maruzza e Nino Buttò che vi allevarono quattro figli, in pari maschi e femmine.
La cessione del territorio di petralonga, alle spalle dell’arenile sul quale insisteva il Brigantino, a Nino Currò, trasferì la famiglia Buttò al borgo in una casa a piano terra nella via Taranto e successivamente nel fabbricato ch’era stata la Rivendita di Sale e Tabacchi, di Tindara Accordino, mamma di Giuseppe Cicirello successivamente trasferitasi in via Pola angolo vico Brindisi e sala da barba di Peppino Canfora, emigrato con l’arte in mano.
Il trasferimento al borgo, della famiglia Buttò, è stato accolto con quell’aria di sufficienza che si usa nei confronti di persone non affidabili, insomma diverse e da tenere a distanza, anche se non li conosci. La bassa statura e la grassa figura di Maruzza, l’alta tonalità della voce abituata a chiamare i figli, il marito, nel passaggio dei treni, nella furia del vento e dei marosi sugli scogli, si scontrò con il silenzio compresso dei compaesani. L’incedere goffo e trasandato della madre, il portamento dinoccolato del padre che accomunava indistintamente la prole, fu oggetto di burle impietose, mortificanti che naturalmente provocavano una litigiosità verbale dissacrante ed inaudita, tanto da collocare la famiglia, in un recinto invisibile nel quale tutti scaricavano la loro stupidità e gli animali, a prescindere, si esibivano in numeri esilaranti. Nino Currò, entrato in possesso del territorio, lo adibì all’allevamento prevalente di pollame. Gli animali razzolavano a proprio agio, nella sabbia, sugli alberi di fico. La loro carne e le uova prodotte, risultarono di una bontà unica, che solleticò l’interesse dell’amico Bettino, titolare di macelleria. La costituzione della società per la vendita di uova e pollame di Nino e Bettino, nel giro di pochi mesi divenne una realtà produttiva e le richieste fioccavano senza interruzione.
La macelleria situata a ridosso del ponte Provvidenza sul margine di destra del torrente, nello slargo della porta di ferro, ai piedi della scalinata di San Francesco nel comune di Patti, era presa letteralmente d’assalto da privati cittadini e proprietari di girarrosti, esercizi pubblici. La qualità del prodotto, esercitava un’attrazione particolare e la macelleria acquisì, rinomanza e prestigio oltre le contrade della Municipalità. Nino Currò, con gli anni irrimediabilmente appesantiti, ecco che ad un certo momento, si ritrovò stanco, con il giorno e la notte senza riposo, in collisione con il naturale svolgimento dell’esistenza. Gli anni trascorsi nella solitudine, gli avevano sottratto il sorriso e la compagnia di una donna. La posizione che aveva raggiunto era invidiabile e gli assicurava una solida protezione. Una visione che subito non mise a fuoco, gli era nata negli occhi, e lo costrinse a riflettere. La donna rimasta vedova con una numerosa prole, si era armata di coraggio ed inventato il lavoro, insomma calzato stivali e pantaloni coltivava e vendeva i prodotti della terra e di allevamento, ha intrapreso il servizio di trasporto dei braccianti e dell’edilizia. Una madre provata dal dolore. La famiglia che la donna gli offriva, dunque non era una passeggiata. La donna, comunque gli scansava la solitudine, gli ridava il sorriso, e si convinse di avere la libertà di percorrere la strada ed accettò con la forza di un ragazzo, che in età adulta voleva riprendersi la giovinezza, ed estrasse l’energia giusta per rifarsi di quanto perduto.
Nino Currò, fu accolto con gioia e con la crescita e la cura dell’educazione di figli e figlie scampati al rogo della casa nella quale erano periti altri due fratellini, la donna, seppe offrirgli una compagnia generosa e serena.
La Spedilitica, il sistema speculativo della politica, dunque occupò il territorio nel quale galline e galletti, chiacchieravano e bisticciavano fino alle prime luci dell’alba, i conigli bisbigliavano accompagnati dal respiro enfisematoso di Campisi. Il primigenio del territorio che nelle serate di scirocco, usciva dalla grotta sotto la ferrovia ed impauriva le coppiette in riva al mare e perfino a sbarcare sulle isole eolie con l’ultima corrente del mattino.
La Spedilitica, dunque in barba a leggi e regolamenti, costruì in lungo ed in largo, in faccia al mare, sotto la strada ferrata, villini ed agglomerati residenziali diversamente dichiarati, occupando il passaggio che conduce alla baia di petralonga, rendendo anche il territorio demaniale, un enclave esclusivo ed impenetrabile.
Lanaggioto, non credeva ai suoi occhi e non intendeva privarsi della visita alla barca dei suoi sogni, dunque armò il guerriero e spada in resta cercò il tracciato di sabbia di colore giallognolo, adibito ad uso privato e contorcendosi spasmodicamente alla stregua di un serpente, dichiarando che il passaggio è pubblico, violò catene e cancelli che ne bloccavano il passaggio, perfino cani sciolti, costeggiando le mura delle abitazioni di vacanza sbarrati con cancelli, piante rampicanti, alberi esotici, archi e capitelli, insomma il villaggio non usufruibile ai comuni mortali, e raggiunse la lunga pietra che dalla battigia scende in acqua ch’era stata la sua barca.
Lanaggioto, osservò il grande guerriero impietrito nell’atto di saltare sulla pietra e tuffarsi in acqua per raggiungere la donna amata, con la gamba destra avanti e la sinistra a trattenere la montagna ai piedi della quale scorre la strada statale e sotto si apre la bocca della galleria della ferrovia, e con la paura che ne potessero minare le fondamenta, meravigliato, di non sentire il respiro di Campisi, addolorato ritornò indietro.
Lanaggioto, a mano che usciva dal territorio, si convinse che Campisi era stato imbavagliato e sotterrato nelle viscere della grotta di Magaro, dunque cercò la voce del guerriero e la mano sinistra a pugno chiuso, si rivolse alle case ed alla montagna, ammonendo che l’identità di petralonga, è patrimonio pubblico e va tutelata.
IL RAGAZZO IN AFFANNO
Lanaggioto, con l’intento di diminuire le probabilità d’incontrare il fratello e proteggersi dal male, rinviava il ritorno a San Giorgio.
Lanaggioto, comunque stava in affanno, non sopportava che stesse aggrappato al telefono con la sorella ed i genitori.
Lanaggioto, un giorno che il servizio notturno non gli aveva creato eccessivo disagio, anziché andare a passeggio con gli amici per il corso od il lungomare di Milazzo, a stuzzicare il cagnolino imbellettato che la padrona teneva in braccio nell’auto posteggiata in terza fila, o tirare per le orecchie in strada, i mastini napoletani di stoffa, accoccolati sulla soglia del negozio alla moda, con un colpo secco, staccò la cornetta del telefono e con l’auto Innocenti 650, s’immise sull’autostrada e con l’acceleratore a tavoletta, si diresse verso il borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, negli anni della fanciullezza, aveva ricevuto dal fratello, sicurezza e protezione, dunque non cercava la lite, però coglieva nel fratello, una sospetta perdita di lucidità e dignità che lo relegava ai amrgini della familiarità.
Lanaggioto, con il fisico gracile, basso di statura, gli occhiali da miope, non era ritenuto dai coetanei, un buon elemento per giuocare al pallone e lo tenevano in disparte.
Lanaggioto, amava quel giuoco e non si arrendeva, la caparbietà lo spingeva a lottare e dimostrava il suo valore. Lanaggioto, seguiva il fratello e nella difficoltà, Franco gli assicurava sicurezza, accorreva in sua difesa.
Secondo il giuoco, a Franco risultava irritante che lanaggioto lo seguisse e lo respingeva, a volte anche in malo modo.
Una mattina, il gozzo della tonnara, trasportati i viveri ai tonnaroti, era all’ancora con la cima legata a terra. I guardiani erano ritornati alla loggia e dunque il giuoco poteva cominciare. Il giuoco consisteva nel tirare il gozzo a riva, spingerlo verso il largo e saltarvi a bordo.
Lanaggioto, di nascosto aveva seguito il fratello e l’amico con il desiderio di partecipare al giuoco. Franco gli proibì di avvicinarsi, il rischio che non riuscisse a saltare a bordo era alto. Lanaggioto, seppure minacciato, corse dietro ai due e non riuscì a saltare, restò aggrappato e fu trascinato al largo, rischiando di finire in acqua ed annegare. Il compagno del fratello, anche lui di nome Franco, si accorse delle manine aggrappate sulla poppa e giusto in tempo, lo tirò a bordo.
Il rintocco delle campane dell’Ave Maria dettava il ritorno a casa. Il ritardo non era giustificabile e le cinghiate erano la pena ritenuta più adeguata.
Lanaggioto, il più delle volte, riusciva a scamparla rifugiandosi nelle mani di nonna Santa. Franco temprato al trattamento, resisteva in silenzio. Un fratello è compagnia, l’adolescenza è un’impraticabilità quotidiana ed il rischio di smarrirsi è dietro l’angolo. La candela è ancora alta ed ad un tratto è spenta.
Il ragazzo, cammina in compagnia del fattore di crescita, non si sente a proprio agio, la solitudine lo spinge a perdersi e basta un momento che la coscienza non affiora e salta nella velocità dell’aria per scoprire cosa può succedere. Lo sparo spezza il ritmo della musica nelle gambe, il canto è sopraffatto. La tragedia è compiuta, le scorie hanno raggiunto il punto di saturazione e l’aria del mattino in attesa dell’ingresso a scuola si è gelata sul compagno di scuola. Mirko si è spento.
Lanaggioto, per tutti gli anni fino al diploma di scuola media superiore, si è trascinato intorno al monumento ai caduti di piazza Marconi, respirando le polveri sottili della strada, osservando i fumi dell’industria in attesa di un lavoro.
Lanaggioto non ha il dono di sapere aspettare i miracoli, confida nella ragione e con Puccio e Franco, vestiti di felce, di sole e di mare, a piedi nudi, ha scoperto un mondo non usato.
Il coraggio, gli ha mostrato una traccia pulita e con le mani nelle tasche del giubbotto di carta gialla, ha sconfitto il male stagionale che colpisce ogni generazione.
Lanaggioto, ha scoperto l’impotenza della democrazia, non ha imbracciato le armi, ha usato la civiltà della parola.
La lotta per i diritti e la democrazia, non ha termine, non bisogna farsi spogliare della memoria dei morti. Qualcuno, comunque, prova sempre a toglierti i diritti conquistati, a farli evaporare.
La cultura non è un tradimento, è l’esercizio della giustizia, altrimenti la caverna inghiotte il paradiso ed i fiori di luce decadono costringendoci a camminare con l’allarme in mano per la paura che il vicino sia un nemico.
UN NUOVO FRONTE
Carmelo Accordino, seppure in condizioni di salute precarie, agisce con lo spirito dei vent’anni, andando in sofferenza.
Ha cominciato a lavorare appena conquistata la posizione eretta, senza smettere la propria dignità.
L’usura del lavoro, i sacrifici e le privazioni, gli hanno minato la salute e con l’età, le insufficienze con ricorsi a cure tampone, l’hanno costretto a ricovero d’urgenza nell’Ospedale di Patti. L’incapacità di autonomia, inchiodato ad un letto, con aghi e tubi, l’ha obbligato a dipendere da un’organizzazione Sanitaria non sufficientemente rispettosa del malato.
Carmelo Accordino, credeva d’avere superato le trincee di ogni guerra, invece ha aperto un nuovo fronte. La degenza, si è trasformata in una lotta continua, costretto a ripiegare su se stesso, ha un peggioramento. L’arroganza del Medico di turno, l’inefficienza della componente infermieristica, ha condotto lanaggioto molto vicino alla lite.
Il fratello, infermiere professionale, non ha reagito alle difficoltà del padre, rendendo lanaggioto, oltremodo iracondo.
Lanaggioto, si sentì risucchiato nel sistema cittadino che l’aveva arruolato a forza ove la civiltà è la società che grida, dunque con la preoccupazione che lo tirava per la mano, iniziò a prepararsi all’attacco che considerava imminente.
Il guerriero, iniziò a sciogliersi della compagnia del Santo e si accinse ad oleare l’armatura.
Le dimissioni dall’Ospedale ed il coma vigile del padre, inchiodò la famiglia in attesa intorno al letto.
La morte lascia ogni cosa nelle mani dei viventi che hanno bisogno di approfittare della sofferenza per trasportare il tempo, in un inusuale deposito quotidiano.
La morte di Carmelo Accordino per isufficienza- cardio - respiratoria, sciolse i familiari che impotenti lo vedevano affogare.
La collina occupata per la costruzione del cimitero di San Giorgio da Ennio Salvo, Carmelo Accordino, Carmelo Cicirello, Ciccio Spinella, Nino Danzì, Nicola Garito, Tindaro Agati, Scibilia Biagio e Canfora Salvatore, testimoniato da una targa posta con un ritardo di circa 50 anni, alla sinistra del cancello d’ingresso, ed altri mancanti, scoperti da una ricerca del Professore Giuseppe Alibrandi, è stato occupato e trasformato in un Mausoleo, dunque non era rimasto disponibile neanche un loculo per accogliere la salma di Carmelo Accordino obbligandolo a prendere la via di Gioiosa Marea.
Un trasferimento inaccettabile, per un uomo che aveva lottato e pagato per restare nel proprio villaggio. La richiesta di rispetto dei figli Pippo e Santino, al sindaco di Gioiosa Marea, recuperò un accomodamento temporaneo nella cappella della famiglia Samperi, con l’impegno di accogliere le spoglie di Carmelo Accordino, in un loculo nel progetto di nuove costruzioni con l’onere a carico dell’Amministrazione. L’ ultimo rimasto, degli Uomini del Comitato per la costruzione del cimitero di San Giorgio, dunque ha ottenuto la promessa del posto per l’eterno riposo.
Carmelo Accordino, rimase ospite nella cappella della Famiglia Samperi, oltre il mandato del sindaco e nel secondo, affinchè scoppiasse il miracolo, è stato necessario un richiamo politico al quale non poteva offrire un’altra promessa.
Il loculo che accoglie Carmelo Accordino, è posto ad un’altezza, magari raggiungibile con cautela, ritenuto pericoloso per la strada in pendenza e la scala instabile.
Il rischio di precipitare è molto elevato, impedisce alla Famiglia ed in particolare al’lanaggioto, per la sindrome vertiginosa di cui è affetto, di porvi un fiore.
L’acquisto di una scala a forbice con altezza regolabile, con un automatismo equilibratore che compensi il dislivello, sarebbe di estrema utilità.
L’Assessore locale, Avvocato Salvatore Salmeri, ribatte che il Comune non ha il becco di un quattrino tanto che non riesce a comprare la lampada per un lampione rimasto senza luce.
Lanaggioto, ritiene ragionevole visitare la tomba del padre senza pericolo, che non ha bisogno di una guerra per il rispetto di un diritto elementare.
IL FERRAGOSTO GIOIOSANO
Il ferragosto Gioiosano, è famoso per i fuochi e quella sera Lanaggioto anziché andare per le strade di montagna che l’anno precedente, per
l’arroganza di alcuni imbecilli stava per trasformarsi in tragedia, con il fratello Pippo e Famiglia, il cognato Aldo e famiglia, assieme alla moglie, sono andati a Capo Skino, ospiti del Direttore del Complesso turistico, Rosario Salmeri nipote di Rasi Mau e che Lanaggioto chiama affettuosamente Maestru, che li ha autorizzati a vedere i Fuochi dal terrazzo del locale. Il complesso alberghiero sorge sull’omonima rocca alle porte di gioiosa Marea, con una visuale sulla città e sul mare, incomparabile e seppure il vento di maestrale ha messo a soqquadro i fiori di luce a riempire il buio del cielo, è stato un magnifico spettacolo.
Il complesso turistico di Kapo Skino, è stato costruito su una montagna fragile che appesantita dall’enorme manufatto di cemento, destabilizza con frane sulla strada sottostante, creando disagi alla viabilità statale.
Le promesse di stabilità, si rincorrono senza mai rendere giustizia al territorio, in un giuoco delle parti che scalza la ragione.
Un ingorgo mastodontico causato dall’ennesima frana sulla statale affollata all’inverosimile, gestita con un semaforo, senza polizia Municipale, regolava il traffico sommando il disagio.
L’uscita dal complesso, dunque doveva avvenire percorrendo le strade secondarie di montagna.
L’esperienza del Cognato, Maresciallo del Corpo Forestale, li trasse fuori e li indusse a seguirlo per quel territorio.
Il ritorno a San Giorgio, si trasformò in un’impresa per una viabilità contorta, parossistica, estremamente pericoloso, sprofondando in un percorso infernale verso San Giorgio,
e meno male, che alla guida della sua auto, ci fosse Carla, la cognata, altrimenti per lanaggioto, non sarebbe stato praticabile.
LA RIVENDITA DI GIUSEPPE CICIRELLO
Lanaggioto, una domenica mattina in visita al borgo di San Giorgio, posteggiato l’auto davanti casa, salutata la madre, si reca alla rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello. La mancanza di Giuseppe e la presenza al bancone di un giovane sconosciuto, lo sorprese e lo fermò sul piede, non di meno nel pensare potesse essere un nipote, si avvicinò e chiese dell’amico.
La risposta del giovane, che gli giunse alle orecchie portava nel tono un fastidio scontroso che l’allarmò e lo indispose inducendolo a salutare ed uscire in fretta.
L’amico Giuseppe gli faceva da riferimento, dunque incontrarlo era un modo di entrare nel tessuto sociale della comunità.
Sapeva che Giuseppe aveva intenzione di vendere, dunque attraversò la strada, ed entrò sotto i pini per raggiungere la spiaggia, a fronte degli oleandri si fermò e ritornò indietro, a casa dalla madre che gli confermò la notizia.
Il tono infastidito del giovane gli girava nelle orecchie e non riusciva a farsene una ragione, dunque si sedette sulla sedia di plastica posta accanto all’anta chiusa della porta d’ingresso con le spalle alla stazione e si accese una sigaretta.
La testa penzolone nelle mani, con la sinistra a tenerla in equilibrio distaccando la destra per togliere la sigaretta dalla bocca, cercava di colmare lo smarrimento nel quale era incorso, appesantendo la visita al borgo.
Lanaggioto, chiuso in un’assensa sofferente, ad un tratto è scosso e riportato repentinamente nella realtà.
Il bruciore del calore della sigaretta che si era consumata, lo costrinse a sbattere violentemente la mano di lato nel tentativo di fare cadere la cicca che si era incollata alle dita, guardandosi intorno con sospetto, cercando conforto.
Guardò avanti a sé nell’orto incolto con il cancello di rete metallica, con l’albero di Stelle di Natale, l’arancio a fronte del muro della casa diroccata con il fico invadente che prorompeva su di esso, il muro di pietre sciolte con il nespolo in esso inglobato e si fermò, oltre la strada, ad osservare un misero quadrato di terra recintato da un muretto di blocchi di cemento, spogliata dall’albero di fico dai succulenti frutti che attirava con cupidigia, le mani dei passanti.
Una mastodontica costruzione in cemento armato, elevata a più piani fuori terra, occupa lo spazio ove esistevano la costruzione di civile abitazione di Nunziatina Fiorello, madre di Nino detto Romano,emigrato in Svizzera, la bottega di ciabattino di Filippo Natoli che apriva la finestra su un quadrato di terra sulla via Nazario Sauro e dalla quale consegnava ai clienti, le scarpe riparate.
Lanaggioto, corre a cercare, la casa di Maria
Natoli, e nell’angolo scopre la porta incastonata nell’imponente incompiuta e nella costruzione a più piani di Sarina Salmeri, adibita a sosta dei vacanzieri.
Lanaggioto, sentì l’arroganza sbattergli in faccia, rompergli il setto nasale e l’arcata zigomatica di sinistra e soverchiato dall’indignazione, gli scappò dai denti che Salvatore Salmeri, Assessore Comunale per meriti sportivi, aveva saputo capitalizzare il potere politico.
Lanaggioto, a questo punto si sentì obbligato a constatare fino a che punto fosse arrivato lo sviluppo urbanistico programmato dal gruppo politico nel quale si era introdotto l’Avvocato Salmeri, verificare l’estensione che l’edificio avesse preso sulla via Pola. Una fila di fabbricati, con terrazzini e marciapiedi, si allineava alla costruzione di civile abitazione della famiglia di Peppino Russo, che nascondeva l’orto con gli alberi di limoni, dei genitori del cantoniere Alessandro, colà residenti e separati dal torrente del ponte di ferro, dalla strada che congiunge la via Pola con la Nazario Sauro, dunque passava per la villetta disabitata, della Professoressa Peppuccia Carbone, al negozio di alimentari di Ciccino Natoli odierno Bar Gelateria Al Muretto, piazza Ravel e le case basse dei guardiani di terra della tonnara. Il torrente e la chiesa che dividono, il centro, questa parte del villaggio, dalle case nuove, indusse lanaggioto a desistere e dedurre che la strada interna che separava gli orti con i pozzi, dalle case, era divenuta, con gli stessi, parte integrante delle nuove costruzioni riversate sulla via Pola.
LA LETTERA DEL PROFESSORE GIUSEPPE ALIBRANDI
Lanaggioto, inseguendo i pensieri che gli si arrovellavano nella testa, ad un tratto sentì il bisogno e l’avrebbe mangiata volentieri, di una granita al limone.
Il Bar Capriccio è uno dei pochi locali che non usa la limonina, la polverina introdotta con legge comunitaria che sa di sentina e prepara la granita con il succo del meraviglioso agrume e la maestria dell’arte siciliana.
L’appendice del locale, apparecchia tavoli sotto i pini ed in disparte ne mantiene qualcuno per gli appassionati del giuoco delle carte che comincia con una durata stabilita e si trasforma in una battaglia all’ultimo centesimo. Una partita era in corso e parecchie persone si affollavano intorno, anche in piedi.
Lanaggioto, scese dal marciapiede leggermente ingobbito dalle radici del pino cresciuto sotto la sorveglianza di Santa Canfora, oltrepassò il masso d’arenaria della tonnara, trasportato colà dall’angolo di vico Brindisi, osservatorio da ragazzo del’lanaggioto, lo seguì in tralice nell’inclinazione verso il sedile di cemento, e tirato fuori dalla tasca della giacca, il pacchetto di MS, estrasse una sigaretta e se la infilò in bocca, introducendosi nel folto degli alberi a scrutare il tavolo dei giuocatori di carte.
La distanza, gli presentò a fatica i contendenti, raccolse l’identificazione di Nunzio, Gioacchino e di alcuni cassaintegrati assuefatti alla compagnia dei frequentatori del Bar Capriccio, deducendone che ci fosse anche Franco, suo fratello, abitudinario del tavolo e proseguì verso la cinta degli oleandri per raggiungere la spiaggia, con l’intento di accendere la sigaretta, quando ad un tratto, la voce di Giulia, la figlia di Salvatore, l’ultimo dei fratelli nella scala dei maschi, gli si fece avanti a ricordargli che Margherita Ceraolo, la titolare della Cartolibreria Senso Unico, alla quale aveva lasciato a vendere, dei suoi libri di poesie, intendesse parlargli e vi si diresse.
La busta gialla che Margherita gli consegnò a nome di Peppe Alibrandi, lo sorprese e senza chiederle dei suoi libri, attraversò la strada ed entrò nell’ombra dei pini aprendola ed estraendo la barca solare del Museo Egizio che a primo acchito scambiò per la nave punica del Museo di Marsala ed una lettera che il Professore aveva inviato al Sindaco del Comune di Gioiosa Marea nel giorno del F.A.I. .
“ I Sangiorgioti ed i Gioiosani sostenitori dell’arte, delle tradizioni e dell’ambiente, si augurano che il Palazzo Cumbo Borgia, sia restaurato e racchiuda il Museo della Tonnara di San Giorgio. “ Scrive il Professore Giuseppe Alibrandi, dunque incita il Sindaco ad attuare il suo programma, “ se la sua parola d’onore non è acqua che scivola nelle falde arse del territorio “ e lo invita a che possa inaugurarlo nel giorno del F.A.I..
“ L’idea del Megaporto programmato dall’Amministrazione Comunale di Gioiosa Mare, “ continua il Professore Giuseppe Alibrandi,” è l’ennesimo delitto perpetrato ai danni del territorio di San Giorgio e dei suoi abitanti.
I Fondi del porto, sono l’occasione per destinarli al Museo della Tonnara di San Giorgio, alla sistemazione ed alla cura della spiaggia, della condotta fognaria e del depuratore mai entrato in funzione, di quella Idrica e creare aree attrezzate per accogliere in modo civile i turisti.
L’Avvocato di grido scelto per il porto, esperto di Fondi Comunitari PIOS, destinati alle aree museali del mare in Europa, che impari a rispettare la cosa pubblica, riscopra la vecchia delibera del Commissario Corvo, sul Museo del mare e curi i
rapporti con la soprintendenza che ha vincolato il Palazzo Cumbo Borgia del tardo Ottocento e sventi gli appetiti che ha apparecchiato con il piano casa, il Presidente del Consiglio, Cavaliere Berlusconi.
Il Sindaco con i suoi Consulenti e Tecnici, non può esporre il territorio alla violenza delle mareggiate per fare cassa.
Il Megaporto o porticciolo che s’intende costruire, è una sottrazione di territorio che ridisegnerà il Borgo Marinaro di San Giorgio. Un Museo, con la sua valenza storico-culturale, i
servizi delle varie agenzie e società, operanti a vario titolo,
amplierebbe e qualificherebbe l’offerta turistica e culturale del territorio comunale.
Il territorio non è un bene di consumo, è cosa pubblica e va rispettato. Il territorio va sottoposto alla valutazione d’impatto ambientale e calcolo costi-benefici e di una scelta collettiva con metodo democratico, qualsiasi altro orpello è un accordo speculativo.
La cultura del Borgo Marinaro di San Giorgio ha dignità quanto la tradizione dei Gioiosani.
La ricetta del Murga con il Murgo, credo valga quella della Fritta, l’antico modo di servire il tonno bollito steso sui graticci condito con aceto e menta. Una primizia che a partire dell’Ottocento, per San Pietro, i Cumbo Borgia, non facevano mancare, ai Gaudenti Romani.
Il Sindaco di Gioiosa Marea, comune con Auditorium, Antiquarium, Museo d’arte Sacra, Borgo Marinaro, della Murga e del Murgo, sostenuto da un combattivo Sito Gioiosano che perora perfino il riutilizzo del Basolato, si rammenti che la cultura è pluralista, multicentrica, dunque diffusa sul territorio, che può provvedere a fare le strade dei Musei che uniscono i Borghi Marinari di San Giorgio e Gioiosa Marea, le trazzere Regie che uniscono la montagna alla marina.
Un porticciolo che compensi i Gioiosani della spiaggia persa sotto lo Skino, Cani Cani, non è un metodo di civiltà, è un sistema per continuare a stuprare il territorio. L’Avvocato Amato, patrocinante il Megaporto ed il Sindaco di Gioiosa Marea, ricordino che la storia è le fondamenta sulle quali camminiamo, che non hanno saputo conservare una sola barca della tonnara dell’Ottocento ed in questo sono stati meno bravi degli Egizi moderni.
Il Museo della Barca Solare, è costruito nel deserto, nel luogo delle Piramidi di Giza dove è stata ritrovata la barca con la quale gli antichi Egizi immaginavano di raggiungere la loro Casa nel Regno dell’Oltretomba, che noi andiamo a risollevare con la nostra moneta, godendoci il loro mare e l’aqcua del Deserto, meno salata di quella di San giorgio.
Il Museo della Tonnara di San Giorgio, ha il sito ne Péalazzo Cumbo-Borgia del tardo Ottocento, vincolato dalla soprintendenza ai Beni Culturali ed il Borgo Marinaro, i cittadini di San Giorgio di Gioiosa Marea, avremo un Monticchiello in meno. All’Avvocato patrocinante Amato, racconto di quel paesino della Toscana dove son partiti con la grande Lottizzazione lungo il sentiero dei cipressi che sale a Monticchiello che è stata fermata dalla Soprintendeza e ridimensionata dalla Magistratura.
Il Professore Asor Rosa, se ne accorse e cominciò a scrivere su La Repubblica fino a che il Monticchiello si ridusse ad un monticchello.
Lanaggioto, terminata la lettura, ebbe un moto di soddisfazione. L’idea del Museo della Tonnara, dunque era entrata nella giusta dimensione, nella festa annuale del FAIS.
I cittadini di San Giorgio, hanno il diritto di riappropriarsi della storia che la politica stracciona, ha ridotto in macerie.
IL CANTO DEL MATTINO
Lanaggioto, dunque pensò di andare in macchina a conservare la busta di Peppe Alibrandi. La sigaretta in bocca, il pollice sulla linguetta dell’accendino, girandosi per avviarsi verso casa, attivò il sistema piezoelettrico per accendere, rimanendo abbagliato da una visione, quanto meno esplosiva.
Lanaggioto, ebbe la sensazione che la fiammella sprigionatasi nell’accensione gli avesse colpito il campo visivo e per la combinazione di una serie di elementi, gli avesse messo a fuoco, il desiderio tenuto al buio. Il marciapiede, ospitava una ragazza con per mano una bambina, camminava e si guardava intorno a cercare qualcuno, e ravvide in lei, Agata.
Il sogno dei suoi anni frastagliati, dunque era venuto a cercarlo, e per accertarsene, con titubanza s’avvicinò per identificarla. Lo sguardo li riunì seppure l’acconciatura vaporosa, riccioluta, cercava di nasconderne l’identità.
Un grande e morbido abbraccio li riunì e lanaggioto, vi si rifugiò, chiuse gli occhi e coltivò il sogno che aveva relegato in un rapporto d’amicizia per evitare d’assumersi la responsabilità di un legame familiare.
L’amore ritornò a liberarsi nella semplicità dei giuochi, si aprì nell’intimità e divenne espressione naturale.
Le parole confondevano il giorno e la notte navigava oltre la finestra in un silenzio carico di promesse.
La pizzeria, il pub, sovrastati da un’accozzaglia di voci li occupava a cercarsi ad occhi chiusi con le punte della dita e si sorprendevano a mangiucchiare patatine, arancini e pizzette, ad imboccarsi a vicenda.
Il giardino d’inverno, raccoglieva l’ulteriore prova d’appello al marito per il bene della bambina, e l’amore si accartocciava sulle ginocchia scambiando la sedia per un trampolino di lancio per saltare sugli scogli che apparecchiavano la spiaggia sottostante.
La sua voce al telefono, era una richiesta d’aiuto ed il travaglio riprendeva.
L’ombra del marito, lo coglieva seduto in cucina ed i frutti di mare andavano a male.
L’aria leggera della sera, si alzava sul cancello ed il disagio s’insinuava nella ferita della recente separazione, la convivenza diveniva sofferenza che impediva ogni assunzione di responsabilità.
La figlia era la corda che teneva unita Agata al marito ed in un rapporto di semilibertà, lanaggioto che sferzato in faccia da quel vento rotolante, con una temperatura calda e fredda, mai ambientale, era caduto preda di un nefasto, mal di testa.
Il guerriero, ha bisogno del rispetto dei diritti con l’impegno del proprio dovere.
La giustizia che ha disposizione, non gli dà molta possibilità di sopportazione, dunque accettò di porre fine all’incertezza e si allontanò.
Lanaggioto, colse l’occasione di un lavoro non precario a Milazzo con sollievo. e sgattaiolò fuori di casa, ed evase dalla città per non farvi più ritorno senza accorgersi d’essere rimasto coinvolto fino all’alluce.
I mesi, nonostante tutto, gli presentarono il conto e seppure cercò d’ingabbiarli con lunghe passegiate, non riuscirono a distrarlo.
Lanaggioto, dunque nell’intento di recuperare il suo sogno, si tuffò nela mare e nuotò verso la grotta che gli appariva limpida e si riempì della sua bellezza.
La sua pelle si liberava nelle sue dita, in ogni piega fino alla piccola cicatrice sul pube e si lanciò in una folle corsa nella speranza d’imbastire una festa a ridosso della spiaggia fasciandola in un vestito di carta, bere birra con la schiuma alta per giuocare con le labbra.
Lanaggioto, intenzionato a riconquistare il canto del mattino, riuscì perfino a credere che i gabbiani si fossero levati in volo e rimase interdetto quando comprese che il tempo trascorso non era intermedio a ricongiungere il presente, fermò la memoria e precipitosamente uscì dalla grotta restando intrappolato con i piedi negli aghi dei pini.
La dolcezza, la bellezza di Agata lo imprigionavano e non trovava la forza di staccarsi, si sarebbe incollato alla sua pelle.
Il bacio con il quale intendeva ritornare a festeggiare l’amore, fu deviato da Agata, con garbo imbarazzato, nei riccioli vaporosi ed afferrandolo per la mano gli disse che gli avrebbe fatto conoscere l’uomo che avrebbe assicurato un domani alla sua bambina.
Lanaggioto, immerso in una tempesta di sabbia, s’avviò a seguiirla fino in piazza Ravel ove accanto all’auto posteggiata, schierati sulla fiancata, c’erano il padre, la madre, che conosceva ed Orazio.
Lanaggioto, guardò l’uomo quasi di sfuggita porgendogli la mano a salutarlo. La pelle di Orazio, di un giallo paglierino sporco, gli dava l’orticaria e si allontanò aggirando perfino Agata, mettendosi a debita distanza.
La delusione od altra avversione che dir si voglia, gli corse per ogni articolazione e seppure cercasse di nasconderlo, un brivido lo colse, gli serpeggiò sulle corde, gli trapelò sui denti e le labbra, lasciando senza interlocuzione la conversazione intrapresa dalla madre e dal padre di Agata.
L’ERUDITO CICERONE
Lanaggioto, senza profferire parola o suono alcuno con la mano destra avviò la passeggiata verso i resti del Palazzo Rosso della tonnara.
La residenza stagionale del Nobile Casato, sventrato, resa discarica a cielo aperto, era orribile a vedersi e Lanaggioto, per lo sdegno richiamò il guerriero a fianco riacquistando lo spirito e vestendosi da erudito Cicerone, raccontò loro, con la veemenza nella voce, la storia del villaggio di pescatori. Lanaggioto, si era talmente elevato a Professore che aveva trasformato la Storia Locale, non dissimile da molte altre realtà rivierasche.
La lezione, ad un tratto fu interrotta dalla bambina che aveva visto un deltaplano lanciatosi dal monte Meliuso e stava per atterrare sulla spiaggia, oltre la bretella che recinta la linea esterna del vecchio campo di calcio e vi si era diretta inseguita dalla madre con la disperazione in gola per il rischio nell’attraversare la strada.
Lanaggioto, le corse dietro rischiando di cadere nei relitti delle barche della tonnara semisepolti dalla sabbia e dalle spine, e raggiunse Agata e la bambina.
Lanaggioto, aiutò Agata a liberare dalla sabbia, le scarpe della bambina e ritornò a riprendere le fila di quel sogno.
Agata, lo guardò con tutta la dolcezza che riusciva ad esprimere e con la bambina per mano corse dai suoi genitori.
Il deltaplano era atterrato e raccolto l’involucro nel sacco. Lanaggioto, osservando Agata e la bambina allontanarsi, ebbe un momento di difficoltà, si guardò intorno e vide i pali della porta del vecchio rettangolo di giuoco, la Cattolica e traballante, si convinse che il tempo scorre e soprattutto non è mai identico.
Lanaggioto, dunque raggiunse Agata e la sua famiglia, cercando di riprendere a declamare la storia della tonnara, del Palazzo Baronale con le macerie sanguinanti.
Lanaggioto, a mano che declamava s’indignava ed era talmente sconvolto che gli veniva voglia di afferrare Agata per le mani e mettersi in ginocchio, gridarle con la forza che aveva in corpo, quanto l’amava, che quell’uomo non era adatto alla sua bambina e soprattutto non l’avrebbe fatta felice e per smaltire il furore
che lo bruciava, si accese una sigaretta e senza offrirne, si mise a fumare alla stregua di una macchina a vapore che s’avvia nella marcia.
Il tocco dell’orologio del campanile delle chiesa, ebbe l’effetto dirompente della sveglia.
Agata con la bambina per mano, tentava di salutarlo, di dargli un ultimo bacio.
I turisti con le vacanze ridotte al lumicino, cominciavano a dirigersi verso l’autostrada.
La giornata si era mangiata il sole dando il ben servito all’estate. Agata con la famiglia, salita in auto, girato l’angolo, si confuse con il passaggio ed il rumore assordante di una moto di grossa cilindrata con a bordo una coppia di draghi uniti in un amplesso assassino.
Lanaggioto, vide in lontananza l’amico Giorgio Puglia che con il suo incedere faticosamente claudicante per la protesi alla gamba destra colpita da poliomelite si dirigeva verso casa e lo rincorse.
L’insuperabile, passionale allenatore della squadra di calcio del San Giorgio, vedutolo lo salutò con l’affetto riservato che gli è proprio, la gioia di vedersi si liberava in misurati sorrisi e
poche parole ed all’angolo di casa dei genitori del’lanaggioto, si lasciarono con l’augurio di vedersi, comunque in piedi.
L’ACQUA FANTASMA – L’ACQUA SALATA
Il villaggio di San Giorgio era fornito dell’acqua che dalla montagna scendeva lungo la vallata a fianco di Malamura e circa cento metri più sotto, raccolta nell’antico acquedotto.
La distribuzione iniziava dalla fontana pubblica posta nello slargo a monte della strada Vinnani, all’ombra del ponte della statale 113.
Un tubo con margherita, era l’altra fontana posta nell’enclave ai piedi della strada Vinnani. Legato nel muro di contenimento del torrente che lambisce la chiesa, la cattolica e sfocia sulla punta, forniva la famiglia Falcone emigrata in Svizzera, ad angolo la famiglia Pipitò e la famiglia Natoli con la costruzione incastonata nel lembo superiore del muro di cinta, con cocci di vetro ed edera, del Palazzo della Baronessa Calcagno che aveva il cancello d’ingresso sulla strada che dal mare sale alla nazionale e viceversa, che fu sede della scuola elementare e divenuto proprietà della famiglia Ingrillì, trasformato in zona residenziale, denominata “ Puffi. “La terza fontana, era posta ai piedi della facciata della residenza della famiglia La Rosa, sull’angolo della traversa che conduce alla Macelleria e Bar Economico di angelo Buttò, dunque alla stazione ferroviaria, e per nicchia con la Madonna che la sovrastava, era denominata Santa Croce.
La strada che scende dalla nazionale, dunque sottopassa la ferrovia che divide il villaggio di San Giorgio in contadini e pescatori, si ferma in piazza Ravel, apre le braccia a destra ed a sinistra e schiera in faccia al mare, le residenze dei pescatori.
La via Pola, dalla punta del Torrente di ferro, alle case nuove, sul margine del prato, schierava quattro o cinque fontane.
Le residenze degli abitanti di San Giorgio, non erano fornite di rete idrica, dunque aerano costretti a raccogliere l’acqua alla fontana pubblica più vicina.
La fontana denominata del Centro, era situata nel corridoio che divide il prolungo con copertura in legno della tavola calda Number One, ed il giardino con ombrelloni del Bar Gelateria Alibrandi.
L’acqua, in un lento filo bianco trasparente, calava dalla margherita, s’infilava nel recipiente di bummula e quartari, che serviva per bere e cucinare, di catu e bagnarola per lavare, e specialmente d’estate, si trasformava in un palcoscenico all’aperto sul quale andava in scena la miseria e la disperazione degli abitanti del villaggio di pescatori, consumando un tempo altrimenti dedicato per sbrigare le faccende di casa.
Ogni mattina, sotto il sole che si faceva sempre più cocente, la resistenza decadeva, il sistema nervoso, in proporzione si alterava e bastava un gesto, un movimento non compreso, una sopraffazione all’ordine costituito dalla posa in senso antiorario dei recipienti intorno alla fontana, a scatenare una lite furibonda con tiratini di capinni, vesti strappate, gesti e parole con la
conseguente mandata in frantumi di bummula e quartari e la perdita del prezioso liquido raccolto.
Il villaggio di pescatori, quotidianamente combatteva con la penuria d’acqua, dunque la costruzione della rete idrica che introduceva l’acqua corrente nelle abitazioni, fu un sollievo generale, tanto da indurre nelle donne timorate, a credere che fosse accaduto un miracolo.
Il progresso, l’innovazione, esigono procedure snelle, la classe politica, crede che debbano essere depurate di regole e leggi, ritenute pastoie burocratiche che frenano la realizzazione dei progetti, dunque nel nome del bene comune, sono infarciti di atti speculativi e l’interesse pubblico diventa secondario.
La Spedilitica, insomma sradicò ogni fontana e riempì ogni metro quadrato di territorio, di costruzioni, di case per le vacanze, aggravando con l’estate, la sostenibilità della portata del vecchio acquedotto.
La costruzione dell’autostrada ME/PA, in contrada Cicero, rivelò una sorgiva d’acqua, una vena eccezionalmente copiosa e pensò d’offrirla al comune.
La risposta dell’amministrazione in vigore, gli oppose un rifiuto stizzito, quasi minaccioso e la società la rimise sotto terra.
L’utilizzo di quest’acqua è probabile che alterasse degli equilibri che ai cittadini, non è dato conoscere.
La politica ha delle linee guida, di una tortuosità inestricabile, attraverso le quali, facendo credere che sia un’operazione normalissima, drena e capitalizza i vantaggi derivanti dall’opera pubblica appaltata.
Il nuovo acquedotto, dunque fu costruito a ridosso del ponte ferroviario, nel torrente ove insistevano i pozzi neri delle abitazioni dei Vinnani, a qualche centinaia di metri dal mare. L’acqua emerse a due, tre metri di profondità ed immessa nelle condotte del vecchio acquedotto.
Carmelo Mobilia, comunista e maestro di muratura, convinto che l’acqua estratta dal pozzo era di mare ed inquinata dalle fogne, furioso di rabbia, lottò affinchè la verità venisse a galla.
Una sera che il cielo non ospitava la luna, lanaggioto, in compagnia di un gruppo di coetanei, seguì Carmelo Mobilia nel torrente ove era stato costruito il pozzo e nell’intento di dimostrare la verità, prelevò alcune bottiglie d’acqua.
L’attenta e meticolosa osservazione che seguì sotto la luce della lampadina di piazza Ravel, rivelò loro, senza ombra di dubbio, il contenuto.
Le voci dei presenti, alla vista della poltiglia contenuta nelle bottiglie, si elevarono in coro a dichiarare che quell’acqua conteneva merda.
Mastro Carmelo Mobilia, non contento di quanto constatato visivamente, portò le bottiglie a Messina presso il laboratorio di analisi, specializzato in materia. Il laboratorio, certificò che l’acqua di quelle bottiglie conteneva un’alta percentuale di salinità e batteri fecali.
La conferma di quanto temuto, aizzò Carmelo mobilia contro i locali e gli esponenti dell’Amministrazione, che risposero al principio di correttezza e verità, chiamandolo provocatore, comunista, destabilizzatore della comunità.
Gli abitanti del borgo che ruotavano nella cerchia degli Amministratori, li seguivano dichiarando che l’acqua era salutare, curativa, addirittura miracolosa.
Gli abitanti di San Giorgio, ornai da molti anni ed alcuni di nascosto, senza distinzione d’appartenenza politica, accomunati dal male, muniti di bidoni, bottiglie e recipienti vari, di vetro e di plastica, accompagnati con la macchina, dai figli o generi,salgono in collina a rifornirsi dell’acqua da bere perché quella di casa è inutilizzabile.
Le sorgenti di Buffa, Margherita, acqua Santa ed altre contrade, sono circondate e prese d’assalto.
La conca o la gebbia, nelle quali attraverso un tubo di zinco, scorre il prezioso elemento, è presidiata con gli occhi armati, tenute sotto controllo, non lasciano spazio al passaggio, neanche di una bottiglietta per dissetarsi sul posto.
I turisti, richiamati per la bellezza del mare, per l’ampia spiaggia, son diventati un oggetto compulsivo.
Il villaggio di San Giorgio, dunque colonizzato è reso estraneo ai locali.
L’estate riempie il villaggio di San Giorgio, di turisti e quintuplica i suoi residenti che sopraffatti dai nuovi abitanti, sono costretti a sopportare l’inefficienza, i malservizi di una politica cialtrona ed arrogante.
Il caro affitto, i servizi carenti, la mancanza d’acqua nei rubinetti di casa, e se capita che ne scorga una modica quantità, sa di sale, è salmastra, spinge i turisti alla fuga. La pelle, è colta da una fastidiosa irritazione ed i capelli subiscono una provocazione pidocchiosa., insomma l’uso è sconsigliato anche per la doccia. I turisti che sono sottoposti ad uno sforzo finanziario non indifferente, vanno in escandescenza e l’anno successivo, migrano per lidi meno costosi e più accoglienti ed a mano negli anni, hanno decurtato la loro affluenza lasciando i residenti a sopportare, a soffrire in silenzio e magari votarsi al Santo Patrono, insomma l’incapacità e l’arroganza di questa classe politica, è l’esempio più eclatante della disattenzione alla salute, alla cura del territorio e dell’ambiente.
Il villaggio di San Giorgio, nel prato a fianco del Pino di piazza Ravel ove i ragazzi trascorrevano le serate d’inverno intorno al fuoco e vi liberavano dentro le bombolette di spray a scoppiare, per scansare la disperazione della solitudine, è stato attrezzato di sedili, circondato di siepi con qualche ibiscus e l’insostenibile Monumento ai caduti. Lo spazio sotto la bretella di mare, in principio era stato munito di una vasca con barca con dentro dei pesci. L’incuria ha lasciato che la barca e la vasca trasbordassero di melma nauseabonda, tanto da impedire ai pesci di nuotare. La bonifica con l’eliminazione della barca e la copertura della vasca, dunque divenne ineludibile rendendo inutile il lavoro e la passione profusa dal Cavaliere Stefano La Rosa e di Pippo Armenio detto Molena. La trasformazione in piazzetta con palco ed orchestrina per rappresentazioni canore e teatrali, pista da ballo, è stata una bella idea, non certo quella
di mettervi di guardia delle arrugginite mitragliatrici, residuati bellici fascisti tolti da una delle piazze di Gioiosa Marea.
IL GIORNO DELL’ASSUNTA
L’estate, raccoglie i figli con i nuclei familiari e la casa degli anziani genitori torna a riempirsi di gioia ed allegria.
Lanaggioto, è andato a San Giorgio a festeggiare il giorno dell’Assunta con fratelli, sorelle, cognati e cognate, zii, cugini, nipoti e loro amici, in casa di Concettina.
La madre con la morte del marito, era divenuta più fragile ed al più lieve malessere, cercava conforto rifugiandosi in casa di Concettina.
Le condizioni di salute precarie, la sopravvenuta insicurezza, comunque le impedivano di accettare una persona che l’assistesse, dicendo ch’era in grado di badare a se stessa.
La frequenza di Anna, la figlia più piccola, limitata negli spostamenti a causa di problemi motori del figlio derivanti da ipossia alla nascita, non erano frequenti, dunque ricorreva sempre più spesso a Concettina.
Lanaggioto, temendo che potesse lasciarsi andare e perdere quel poco di autonomia che le restava, l’incitava a ritornare a casa.
Lanaggioto, nelle occasioni di visita della sorella, osservava il nipote e pensava che sarebbe stato necessario condurlo in un Centro specializzato, ottimizzato per il raggiungimento di un buon grado di autonomia che la frequenza della piscina non gli avrebbe dato.
I genitori, chiusi nella vergogna di non avere un figlio uguale agli altri, lo occupavano con la playstation, il computer o la pianola, e questo indispettiva lanaggioto ed all’ennesima prova del bambino a reggersi sulle caviglie, non resse ed accusò i genitori di irresponsabilità.
La sorella gli rispose che non aveva il diritto di entrare in casa d’altri e criticare il loro comportamento.
La verità è una brutta bestia, ha bisogno di coraggio e toglie il saluto.
Lanaggioto, mortificato, trattenne il guerriero che avrebbe voluto armarsi e scendere in guerra.
La ragione della malattia diabetica con la pazienza della ragione, lo indussero a desistere e con le mani tremanti, scese le scale che conducono al terrazzino, cercò una sigaretta e seduto su una sedia di plastica, fumò il vulcano che gli bolliva dentro, guardando il mare.
Il nucleo originario della famiglia, allargandosi subisce innesti che non attecchiscono creando alterazioni nella trasmissione del sentimento unitario.
Il pranzo di ferragosto, tenuto nella terrazza della casa di Concettina, dunque non annoverava Anna, Franco, il primogenito e Salvatore, l’ultimo dei maschi.
Lanaggioto, evitando qualche discussione sterile, ne approfittò andando in culo al diabete, caricandosi sulle spalle l’orso isterico ed alla richiesta di fare una passeggiata, di Carla, la cognata Aretina, accettò con sollievo, dunque superato il torrente di Magaro e l’arenile sul quale sorgeva il Brigantino e le case di legno, si inoltrarono nel territorio ch’era stato di Maruzza e Nino Buttò, in seguito di Nino Currò, e della Spedilitica.
Le linee architettoniche delle villette, dei rifugi per l’estate, erano piegate su se stesse o scomparse assieme agli orpelli che li abbellivano, insomma la natura aveva sconfitto l’arroganza dell’uomo ed era ritornata padrona riprendendo possesso del suo territorio.
Lanaggioto, spinto dalla curiosità di vedere la pietra allungata nell’acqua ch’era stata la sua barca, salutare il guerriero pietrificato, proseguì sulla strada di sabbia ritornata libera e man mano che andava avanti, lo sconforto e la soddisfazione gli riempivano gli occhi e l’anima.
Un masso enorme, nell’angolo di destra proteggeva una discarica a cielo aperto che la rabbia del mare non era riuscita a cancellare.
Lanaggioto, disgustato distolse lo sguardo spingendolo verso petralonga e rimase interdetto, credette che la vista gli stesse facendo un brutto scherzo.
Una colata di cemento, aveva sotterrato il guerriero di roccia e la pietra che scendeva nel mare.
Lanaggioto, gridò bastardi, hanno ammazzato petralonga, e con la nausea che gli afferrava la gola, ritornò indietro.
Lanaggioto, dunque cercò la spiaggia alta, la linea di costa sinuosa, che la natura ha disposto evitando che un elemento sopraffacesse l’altro e la bellezza riempisse l’anima dell’osservatore, sopraffatto dai pali e muretti diroccati, dei resti delle villette, s’accostò alla terra dei Costa cozzando in un agglomerato abitativo a ridosso della ferroviaria dichiarato ricovero barche, ed arrivò al torrente che il Professore Ennio Salvo D’Andria per congiungere il Brigantino alla statale 114, sulla sinistra del letto, aveva fatto stendere una striscia d’asfalto aggirando il ponte a lato del Palazzo del Marchese Forzano, lo vide boccheggiare, colpito da gravidanza isterica.
La collina sovrastante la località di Majaru, oltre il ponte della statale 114 verso Gioiosa Marea, con la curva ad esse e slargo nella roccia per dare alloggio alla fontana pubblica, e dove insistono le abitazioni della famiglia Costa e Buzzanca sulla destra ed a sinistra la residenza della famiglia Calabria emigrata in Canada con a fianco la strada romana che conduce a Monte Meliuso, è caduta nelle mani di un Ingegnere edile, frequentatore del Brigantino e stuprata. L’amore di questo Professionista, è stato tanto forte e delicato, che l’ha coperta di villette, e desiderando imporla sul mercato, impropriamente l’ha legata alla località e coniugandola al villaggio di pescatori, l’ha denominata: ” San Giorgio Magaro. “
La Spedilitica, insomma ha ripreso il possesso del territorio di San Giorgio, avviando la ricostruzione delle villette a petralonga, trasformando in B&B, la Cattolica che Padre Antonio Sferruzza aveva avuto in concessione demaniale ed eretta allo scopo di adibirla a scuola, ceduta al comune è stata venduta.
Il Tribunale di Patti, ha consegnato il Palazzo della Tonnara, del tardo Ottocento, vincolato dalla Soprintendenza per la tutela dei Beni Culturali e Paesaggistici di Messina alla Spedilitica, cioè a coloro che hanno perpetrato lo scempio.
Il Sindaco e la Regione Siciliana, non hanno ottemperato all’obbligo che la legge gli accordava, lasciando che si compisse il misfatto.
Il Sindaco, anziché andare a strombazzare sulla spiaggia per impiantare porti e megaporti per fare soldi, avallare lo scempio, avrebbe salvato la faccia ed il mandato se avesse ottemperato all’opzione d’acquisto del palazzo Cumbo Borgia ed adibirlo a MUSEO della TONNARA, e chiamato al rispetto delle promesse, ed invertire la rotta, usa le minacce.
La Spedilitica, insomma ha ripreso il possesso del territorio di San Giorgio. avviando la ricostruzione delle villette a petralonga, la Cattolica che Padre Antonio Sferruzza aveva avuto in concessione demaniale ed eretta allo scopo di adibirla a scuola, ceduta al comune è stata trasformata in B&B.
Il Sindaco, con il progetto di costruzione del porticciolo turistico, la mancata opzione d’acquisto del palazzo Cumbo Borgia per adibirlo a MUSEO della TONNARA, avalla lo scempio e chiamato al rispetto ed alla legalità, usa la minaccia anziché invertire la rotta.
Un potere amorale conduce all’illegalità, nuoce alla libertà ed alla Democrazia, frantuma il tessuto sociale e rende l’uomo una merce di scambio.
LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI
( San Giorgio Magaro – Museo della tonnara )
Dedicato al Professore Ennio Salvo D’Andria – Carmelo e Salvo Ennio Accordino
Libro pubblicato dall’autore Accordino Antonio
MILAZZO, 11 – Aprile – 2012
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Scritto da: Blog Admin il 28 Aprile 2010
LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI
(UOMINI e MESTIERI)
( MUSEO DELLA TONNARA )
http://www.il-golfo-di-sangiorgio-poesie-e-racconti.it
L’Associazione – LA FENICE ONLUS – di Milazzo è fra le realtà che possono beneficiarie della quota del 5 per mille sulla dichiarazione dei redditi e se vuoi …
lafeniceonlus.blogspot.com/ –
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Il villaggio di pescatori
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Scritto da: Blog Admin il 10 Giugno 2009
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Scritto da: Blog Admin il 10 Giugno 2009
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Scritto da: Blog Admin il 14 Aprile 2009
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Scritto da: Blog Admin il 9 Aprile 2009
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Scritto da: Blog Admin il 9 Aprile 2009
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Scritto da: Blog Admin il 19 Marzo 2009
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