LA ROCCA DI GIOIOSENAGGIO – POESIE & RACCONTI

ACCORDINO ANTONIO

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  • LA ROCCA DI GIOIOSENAGGIO – SAN GIORGIO / GIOIOSA MAREA – POESIE & RACCONTI

    ACCORDINO ANTONIO -

LA SOLITUDINE DELLA VERITA’: https://youtu.be/Q4OlPXRxw-4 UN VILLAGGIO DI PESCATORI: https://youtu.be/vtc1qEmyVn4

Scritto da: Blog Admin il 8 Giugno 2016

LA SOLITUDINE DELLA VERITA’: https://youtu.be/Q4OlPXRxw-4
UN VILLAGGIO DI PESCATORI: https://youtu.be/vtc1qEmyVn4

 

LA SOLITUDINE DELLA VERITA’: https://youtu.be/Q4OlPXRxw-4
UN VILLAGGIO DI PESCATORI: https://youtu.be/vtc1qEmyVn4

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Scritto da: Blog Admin il 8 Giugno 2016

https://youtu.be/vtc1qEmyVn4

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https://youtu.be/sW06gJWzbUE

Scritto da: Blog Admin il 4 Aprile 2016

https://youtu.be/sW06gJWzbUE

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Scritto da: Blog Admin il 4 Aprile 2016

https://youtu.be/sW06gJWzbUE

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www.lanaggioto.it

Scritto da: Blog Admin il 13 Settembre 2015

https:///La Solitudine della verità

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IL BRIGANTINO

Scritto da: Blog Admin il 23 Agosto 2015

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https://www.change.org/p/regione-sicilia-pubblica-istruzion…

https://www.youtube.com/watch?v=ACkKz56YCS8

LA LUMACA

Sono andato a San Giorgio, l’ultima volta in ordine di tempo, il 31 del mese di maggio e con mio cognato, abbiamo fatto un giro in macchina.
Ho il pallino della memoria ed ho girato un video per rivedere quando sono stanco e nauseato del mondo che mi circonda, i tratti del mio villaggio, ove sono nato e cresciuto fino all’acquisizione del diploma di scuola media superiore, il militare e seppure la realtà m’indigna, rimango incantato di questa terra, del mare, dell’aria pulita e della campagna verde, anche se sono indotto a credere che le villette, le case a schiera che deturpano le colline, occludono il letto dei fiumi, a seguito di un avvenimento disastroso, voleranno in acqua.
Ho visto, o meglio rivisto, lo stupro di un territorio abbandonato nelle fauci dei lupi mannari, di amministratori corrotti e deficienti, costruzioni che mostrano arroganza e nessuna bellezza, oscurando quanto di bello c’era, i suoi orti, i pozzi, le barche, la semplicità della natura.
Le case con il campo di calcio dei pulcini dopo la chiesa, il Bar dello sport di Bracco, che il mare, le mareggiate hanno corrotto, e chissà per quale Dio, non ha tirato in acqua.
Il fiume, torrente, è incorniciato dai cassonetti della spazzatura e da chissà quante altre porcherie, prima di quel che resta, del Brigantino e Petralonga, è una vera e propria depravazione, si può benissimo dire uno scasso con rapina in pieno giorno, sicuramente con la complicità di qualche Ente Pubblico importante, o di chi anziché chiamare a difesa la legge, lo possiede e convive con Esso.
Il Demanio Marittimo, o chi per esso, ha probabilmente concesso, non certo senza un compenso oltre che decoroso, la strada e l’arenile con la spiaggia ed il mare, ove era allocato il Bar – ristorante – mostra di pittura permanente, dello scrittore Ennio Salvo D’Andria, ed alla sua morte, fatto implodere dai nipoti per averlo vestito con un pesante cappotto di cemento armato, proseguendo verso quel che fu il mondo di Nino Buttò e Maruzza Camarda e figli, e con la loro venuta nel villaggio, divenuto l’allevamento di polli di Nino Currò, chiudendo i confini e lasciando l’accesso libero fino a petralonga. La concessione o meglio la speculazione fino al mare, è un oltraggio pubblico, una mortificazione all’intelligenza delle persone, dei cittadini. Un Ente Istituzionale, non può concedere un territorio di interesse pubblico, mettiamo caso che sia stato permesso, a privati per costruirvi villette, chiudere la strada con cancelli, catene e cani feroci, è un abuso, è dichiaratamente fuorilegge, fortunatamente una bella tempesta di acqua e vento con onde grosse ed alte fino alla statale, ha ridotto i manufatti in macerie, in scheletri arrugginiti.
La costruzione per il ricovero barche, seppure chiamata in giudizio è ancora operativa, evidentemente le forze in campo, la magistratura con i suoi articolati è stata preponderante ed adesso è stata trasformato in appartamenti per le vacanze. Il Brigantino, fornito di concessione, insisteva su uno zoccolo di mattoni e cemento, il resto della costruzione era eretta con pareti e tetto di legno, nel rispetto dell’ambiente, alla morte del Professore i nipoti in collaborazione con il mare, l’hanno affondato. Io mi sono chiesto fin da ragazzo con i pantaloni corti, e continuo a tutt’oggi che sono adulto, su quale Bibbia personale, hanno giurato gli uomini pubblici, gli amministratori della cosa pubblica, gli uomini delle forze dell’ordine e della Magistratura, le autorità competenti, i responsabili, con quale legge o regolamento, autorizzano questo miserabile scempio, voglio sperare, non certo per interessi personali. La lumaca è un volgare invertebrato, appartiene ai molluschi, striscia sul piede ed utilizza la conchiglia a difesa delle condizioni climatiche sfavorevoli, ha un carattere cauto, timido, al segnale di pericolo, abbassa le antenne e si ritira. La bava che secerne, ha una composizione complessa, composta di sostanze attive che la rende un ingrediente cosmetico unico. L’aminoacidica del collagene, ha un elevato contenuto di glicina, idrossiprolina, prolina e acido glutammico, con una proporzione simile, per i primi due aminoacidi, la caratteristica le rende più vicina al collagene dei vertebrati che degli invertebrati.
La bava di lumaca possiede molteplici modelli di attività antiossidante, sia di tipo enzimatico che non enzimatico. L’azione antiossidante, agisce in due livelli, sia riducendo la formazione dei radicali liberi, sia nel sequestro degli stessi. Il meccanismo è implicato nella protezione cellulare dei danni mediati dalla formazione dei radicali liberi indotti da irraggiamento. La radiazione può diminuire i livelli di antiossidanti endogeni
ed aumentare il danno ai tessuti, la bava, può prevenire i danni e i segni cutanei causati da foto-invecchiamento secondario, indotti dalle radiazioni, aumenta la sopravvivenza dei fibroblasti. I Magistrati, gli uomini della giustizia, le forze dell’ordine, i responsabili della cura del territorio, della convivenza pacifica dei cittadini, hanno il dovere, l’obbligo, di tutelare e fare riparare il malfatto, lo fa la bava di un volgare invertebrato, non vedo perché non possa farlo, la scienza di questi uomini, la lumaca non percepisce nulla dalla sua attività, i Funzionari pubblici, gli uomini al servizio della comunità, sono ricompensati ed a volte lautamente.
I Sagnuggioti, anch’essi, per alcune loro caratteristiche principali, possono essere assimilati a questi invertebrati, escono fuori di casa, alzano la testa a guardare il cielo e l’abbassano immediatamente per paura della loro ombra, che una nuvola gli possa cadere sulle corna, tastano l’aria e vanno a passeggio sotto la pioggia, sull’albero di mandorlo, sulle canne intrecciate con la vite, nell’erba. Il sistema che guida gli abitanti di San Giorgio, non ha principio, ed all’incontrario, camminano sospinti dal vento, blaterano contro l’elemento, cambiano direzione, si nascondono nel buio ed evitano di prendere posizione, l’indifferenza è endemica ed anziché secernere buone parole, aizzano gelosie, vendette, manipolano le parole e le svuotano d’effetto. Il villaggio nel quale vivono, non lo meritano, il territorio, la spiaggia, l’acqua, le strade, gli alberi, specificatamente i pini, sono nemici, un arredo privo di utilità . I Sagnuggioti, aprono la bocca e non emettono suono, cancellata la memoria, vivono a loro insaputa, non leggono e non guardano le foto, non si formano. La loro parte è scolpita nelle nuvole, hanno lasciato che la speculazione rivoltasse il villaggio, sperando in un beneficio personale, insomma non vedono l’evidenza e non sentono, di parlare neanche a morte, fanno i babbi per non pagare la tassa. La loro esistenza, è un eccipiente, sono permalosi, per evitare di ragionare, di portare a compimento una civile conversazione, confondono la dialettica e scivolano sul personale, colpiti dall’effetto dell’ignoranza reagiscono aggredendo, fingono di essere intelligenti mostrandoti il titolo di studio conseguito od acquistato per meriti sportici, credono di avere superato l’esame. Il sergente, incapace di argomentare, di fare una civile conversazione, mostra i gradi al soldato, evitando di proseguire, il suo giudizio è vincente anche se fuori i canoni della civiltà degli uomini che navigano le città ed i paesi, le strade di mare e quelle di montagna. Il piacere di discorrere, mi è venuto meno, mi sono stancato di parlare con i sordi, con i saccenti, con coloro che fanno finta di sapere e non sanno, che non sentono e parlano, che non hanno coscienza, e mi fanno dubitare della loro correttezza, credo che abbiano ricevuto un privilegio, indirettamente o direttamente, hanno partecipato allo scempio e tirano fuori arguzie mortificanti. Il villaggio di San Giorgio, è stato e continua ad essere, un bottino di guerra di Gioiosa, fin da quando dal monte Meliuso, si sono divisi ed i più, notabili e proprietari terrieri, sono scesi al mare ad est di Capo Skino, hanno costruito Gioiosa Marea, all’incontrario la minoranza, i ribelli, sono andati ad ovest, ed hanno costruito San Giorgio che la Tonnara già esisteva, praticava la pesca del tonno, ed ebbe inizio la loro gelosia, hanno consumato la vendetta lasciandoli perfino sena cimitero. Il Professore Ennio salvo D’Andria che di San Giorgio voleva farne un gioiello, i Sagnuggioti, gli Amministratori, e soprattutto i parenti che hanno vissuto sulle sue spalle e ricevuto in eredità tanto valore, per rispetto e ringraziamento, non gli hanno messo sul loculo, una lapide degna della sua cultura. Ogni uomo, diceva ha il suo prezzo, non celando nella voce una gran delusione. La maggioranza dei pescatori del villaggio di San Giorgio, nell’urna elettorale, hanno preferito il partito che sulla pelle, sotto la camicia nera, portava la croce. Il professore Ennio Salvo D’Andria seppure con grande dispiacere, andò a ricoprire l’incarico di sindaco, nel comune di Oliveri, un borgo marinaro che nel 1948, era squallido al pari di San Giorgio, non aveva strade nè fognature , nè famacia, nè acqua…..” Ed io sono lieto di avergli dedicato 7 anni di intensa attività a quel popolo eccezionale che ha meritato in pieno ogni mia premura, ” ebbe a dire agli abitanti di San Giorgio, “ ho fatto quel che dovevo ed ho mantenuto le mie promesse, anche se una sottospecie di Geometra imbecille di San Giorgio lo contesta. Voi però sapete che il mio paese è questo e che avrei preferito dedicare qui, tutte le mi attività, ma Voi, per Dio! Me l’avete impedito! e poi, invasati da una crisi di autolesionismo, avete distrutto ciò che avevo fatto per sollevarvi dalla miseria e dalla schiavitù, non tutti certamente, solo la maggioranza, ed io ricordo ancora quelli che rimasero accanto a me nella lotta, recriminando quant’era accaduto. Ora stringo la mano a tutti, anche a quelli con la coda,” concluse rientrando in casa ed a mia volta, al suo pari, anche se mi macero dalla sofferenza e dall’indignazione, rientro nella mia cultura. A seguito degli ultimi avvenimenti, sia per le prese di posizione che hanno fatto recedere, momentaneamente, la chiusura della strada, gli ANIMALI che sottostanno allo spruttamento di Petralonga, Imprenditori, Ptrofessori, Ingegneri, Politici di basso rango, ignoranti e petulanti, hanno perpetrato, per vendetta, un’altra violenza, abbattuto il ceppo della poesie ” La terra del sole. “

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www.lanaggioto.it

Scritto da: Blog Admin il 27 Gennaio 2015

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IL FRATELLO DI ERNESTINO

Scritto da: Blog Admin il 27 Gennaio 2015

IL FRATELLO DI ERNESTINO

Il caro Ernestino, conquistata da circa sei mesi, la pensione,
se ne sta a guardare il cielo, l’aria lucida del mattino
che s’aggira irrequieta sulle case, per le strade, in ogni angolo.
Gli alberi nelle aiuole sulla collinetta, svestiti delle foglie.
rassegnati ai capricci, al ciclo delle stagioni, reso irrequieto dalle moltitudini

ù, irriguardose attività dell’uomo, alla rigidità straordinaria del periodo che scende,
si facevano compagnia, solleticando sottovoce, la civiltà
delle persone che transitano a piedi, in auto, in moto,
un intervento urgente degli uomini della pulizia urbana
che comandati, posteggiano l’attrezzo a due ruote,
con la scopa sdraiata a riposare, il sacco nero nel cestino,
all’ombra di un albero che orna la strada ed anziché
liberarli delle bottiglie di vetro e di plastica, dei residui
delle nottate brave dei giovani, fumano e chiacchierano,
con estrema disinvoltura, incuranti dei bisbiglii della gente.
L’inverno si è sdraiato sulla città, il freddo, con il passare
dei giorni aumenta, si rinforza, il sorriso si nasconde,
se nasce s’ingobbisce, le labbra gli fanno da cappello,
sinceramente, anche le parole rifuggiate nella memoria,
non trovano la via per uscire ed affiorano a farica.
La casa, sembra accondiscendente, per non smentirsi, mantiene il disagio

di ogni anno, non recupera nulla,
seppure i pannelli del riscaldamento presentano
un buon funzionamento, evidentemente c’è qualcosa nell’ambiente soprastante, sotostante,

di lato, il vuoto abitativo,
le mura divisorie, la copertura, credo siano inadeguate, non trattengono il calore prodotto,

insomma si battono i denti.
Il fratello di Ernestino, quello che si dice in credito verso i genitori ed i fratelli comprese le sorelle,

per avere lavorato e consegnato il salario a mamma, e vivaddio era figlio di famiglia, occupato si è sposato,

prestatore d’opera della famiglia, ha perso il lavoro, è disoccupato, lavoratore in nero,

sicuramente insoddisfatto, probabilmente incattivito dalla condizione precaria, critica,

sbeffeggia, sparla, dice malefatte, s’inventa approfittamenti, incitato, ha deciso di prendersi

cura di Ernestino, fargli del male.
Certo lo vedeva meglio, sinceramente la posizione che Ernestino avevo raggiunto,

indubbiamente si poteva considerare invidiabile, però, non teneva conto che gli era stata regalata,

è una conquista
con sacrifici e sofferenze, e perfino morte, aveva le spalle appesantito, da non dirsi, l’anima graffiata

, conserva un numero di cicatrici, un dolore indelebile, lamcimante, una presenza costante,

il fratellino di Ernestino non lo sa, gli sfugge, di certo,
il problema gli è indifferente e si è messo a punzecchiarlo,
a ferirlo nelle carni, usa armi arrugginite, improprie, con sadimo,
cerca di speculare sulla sua sofferenza, conindifferenza, subdolamente, s’intrufolava nell’intimo,

tenta un ricatto.
Il ratello di Ernestino, approfittando della stanchezza e saggezza derivanti dalle lotte del passato, d

ell’età, insomma della fragilità,
e per dirla con chiarezza, del disagio che provava a fare un’altra guerra, l’esperienza gli aveva insegnato

che si perde sempre, dunque evitava, lo scontro mirava a destabilizzarlo nella salute,

adesso che stavo meglio, che la fase critica era stata superata, l’attacco messo in atto,

lo riportava in trincea, gli toglieva la pace.
Il caro fratello, dimentico che la vendita dell’immobile ereditato dai genitori,

aveva bisogno di una revisione catastale, il saldo contestuale della fattura,

necessitava la partecipazione dei coeredi,
insomma che io non ero autorizzato, non ero in grado di accogliere, di soddisfare,

anche se avessi voluto, la sua richiesta di denaro.
La telefonata del Maresciallo della Caserma dei Carabinieri,
della sua residenza anagrafica, così si è presentato, il nome,
come si chiamasse, francamente Ernestino non l’ha memorizzato, gli diceva che stava facendo indagini,

a seguito di una querela intentatagli dal fratello, non gli lasciò scampo, colto da parossima,

trafitto al cuore, ascoltò automaticamente, che eseguiva il mandato cercando una bonaria

e soddisfacente composizione della causa.
La mente di Ernestino, scappò da ogni parte e non ebbe la giusta lucidità, non gli fece alcuna domanda,

 

gli dissi che conveniva nel raggiungere un accordo e chiudere, non ambiva a protrarre
lo scontro, a contraccare, a che il Maresciallo, che sia, gli rispose
che composta la disputa, il fratello, avrebbe ritirato le accuse,
dunque si salutarono con la promessa che avrebbe richiamato.
La costernazione indusse Ernestino, a chiamare fratelli e sorelle, cognati, nipoti, la famiglia intera,

per modo dire, per informarli,
non avevo paura, figurarsi, però il ricatto gli bruciava l’anima. Ernestino si chiedeva, perché lui,

cosa gli avessi fatto di così grave da indurlo a mirare sulla sua persona, lo aveva sempre aiutato,
fin da bambino gli era stato vicino, per quel che poteva ed a volte,
anche oltre, non lo aveva lasciato solo, si era preso cura di lui,
ed ora, si chiedeva cosa avrebbe potuto fare per farlo ragionare.

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LA SOLITUDINE DELLA VERITA’

Scritto da: Blog Admin il 7 Agosto 2014

LA SOLITUDINE DELLA VERITA’

Una magia della mente che ha bisogno di coraggio

 

L’Antica Gioiosa Guardia, fu fondata sul territorio di Monte Meliuso , in Sicilia, da Vinciguerra D’Aragona, eletto sotto il Regno di Federico III D’Aragona, che aveva facoltà di costruire torri e fortezze, a difesa dalle invasioni dei pirati.

Il Vescovo di Patti, vantava diritti sugli uomini del Meliuso, consistenti nel poterli impiegare Nove giorni all’anno, a servizio del Monastero e cioè, tre giorni, per zappare la terra, tre giorni per il raccolto e tre per mietere il foraggio, inoltre aveva pure diritto alla decima sul pescato della tonnara ed ancora, per la Festa del Santo Patrono, avevano l’obbligo di portare sulla testa, rami e legna d’Alloro.

Gli abitanti di Gioiosa Guardia, dopo un’invasione di cavallette che distrusse la loro agricoltura, e l’ennesimo terremoto che la rase al suolo, nel 1783, furono costretti ad abbandonare la città nella quale avevano stabilmente vissuto ed a scendere a valle, e così nel XVIII secolo, poiché non era unanime la scelta del sito in cui edificare la nuova e non essendo riusciti a risolvere i contrasti che vi nacquero, si separarono, si trasferirono ai piedi del monte, alcuni ad Ovest ed altri ad Est, della rocca di Capo Calavà.

La maggioranza, capeggiata da Nobili e Proprietari terrieri, decise di riedificare la città, in una zona denominata “ Ciappe di Tono , “ allora di proprietà della Famiglia  Giardina di Patti e fu fondata la nuova Gioiosa, chiamata Gioiosa Marea.

Uno dei fondatori, fu Don Diego Forzano che fece trasportare la statua del Santo Patrono, San Nicola, nella nuova e, secondo la leggenda, convinse gli scettici, smontando la porta di casa e portandola dove doveva essere edificata la chiesa a lui dedicata

Le quattro chiese, esistenti nella vecchia città d’origine, furono costruite nella nuova.

La statua della Madonna commissionata al Gagini, è conservata nella chiesa di Santa Maria, allora chiamata del Giardino.

Giuiusa vecchia, con i suoi ruderi, è meta di numerose escursioni, ha un panorama che toglie il respiro ed offre ai Turisti l’impareggiabile spettacolo, delle isole eolie, del Famoso Monte Etna e perfino di Cefalù.

La minoranza dei cittadini di Gioiosa Guardia, dunque si insediarono nella zona di  “ Chianu Cuntinu, “ verso il cicero e fondarono San Giorgio, e per questo furono definiti ribelli e sottoposti sotto l’amministrazione di Gioiosa Marea.

La frazione di San Giorgio ed il Comune di Gioiosa Marea, dopo l’antica e brusca separazione, da cui ebbero origine, non riuscirono più a stabilire buoni rapporti.

L’amministrazione di Gioiosa Marea, non si curò dello sviluppo di San Giorgio, fu assolutista ed arrogante, insomma fascista, lasciò la frazione, addirittura senza cimitero.

 

IL CONTADINO PESCATORE

 

La barba, i capelli lunghi, gli incorniciano la faccia, gli occhi curiosi,

s’agitano in quel bianco, cercano l’azzurro del cielo, la casa sul monte.

La memoria gli scivola lungo il crinale, nelle fratture, nelle fessure dei ruderi, s’allontana, ritorna sulla strada che ha percorso fin da ragazzino,

anni lunghi, infiniti, la piazza è ormai deserta, l’ombra del sole è cresciuta,

e la luce s’aggira dispettosa in fondo, sulla spiaggia, sull’acqua  del mare.

Un pensiero si alza dalla sdraio sulla quale sonnecchiava,

si scioglie sulla lingua, un brandello, una striscia, non riesce a ricomporlo,

disperatamente lo cerca, forse si è fermato, lo aspetta e prosegue,

lo insegue  sulla spiaggia, raccoglie una manata di pietre lisce,

seduto sulla battigia, glieli scaglia dietro, rincorrendolo con lo sguardo

e si tuffa nei cerchi, aggirandolo, esausto, si lascia cadere sulle spalle.

Il suo incedere, le lente movenze delle anche, conferisce alla figura,

qualcosa di caratteristico, unica, la storia  presenta le sue credenziali,

sicuramente una provenienza  lontana, la cultura, la memoria è andata

perduta, si dichiara vinta, le origini cancellate, ed arriva un’onda, s’alza, salta sulla battigia, le rondini hanno preso il volo, libere nell’aria, ritornano a casa.

Un dito nella sabba  a disegnare un sorriso, l’antico contadino pescatore,  sereno si siede in esso, è un sonno, un sogno che naviga sull’orizzonte, sale con passi leggeri sulla montagna. ed osserva le isole, la bellezza del creato.

 

 

 

UN INVEROSIMILE RITORNO

 

 

Un giovane, non può tenere il domani in mano, osservarlo e non utilizzarlo,

non è un giocattolo, ha diritto di usarlo, manipolarlo e vezzeggiarlo.

La partenza non è stata facile, solamente una necessità per non cadere preda dell’inutile diletto,  di oziare sulle spalle della famiglia, e trascorrere, giornate, serate a passeggiare, chiacchierando di calcio e ciclismo.

La strada, è trapunta di cocci di bottiglie, raccoglie cani randagi, bestie armate,

facce sfregiate, sporche, demoniache, delicate, la difesa è un obbligo

per la sopravvivenza,, devi scendere in guerra anche se non sei un guerriero, devi imparare, essere pronto per affrontare,  l’amico che ti cammina di fianco.

Una società di lestofanti, lupi, e tamburini, atei e credenti, di diversi, di altre religioni che non hai studiato, delle quali sei estraneo, vengono e ti soffocano

Ho vagabondato, per città di mare e di montagna, conosciuto persone d’onore, malfamata e senza velo, con un bastone intarsiato, di figure, carico di simboli,

il  rispetto non è una carta di credito, è un viaggio a piedi nudi, senza chiedere ho ottenuto quanto mi spettava, non sono pieghevole, neanche un bastardo, però conosco la viabilità, so scansare le buche, auto, carri sportivi, moto

con il casco e  la morte a bordo, ho avuto paura, subìto ferite ed umiliazioni, ogni attività che ho svolto, è conservata nel mio zainetto da viaggio, riconosco che lungo il cammino, ho perso un sacco di sogni, recuperarne qualcuno,

anche se malandato, è una soddisfazione una vittoria.

Stavo in viaggio sull’autostrada, non certo per diletto, in contrada Cicero, all’improvviso, mi è saltata in collo, una striscia di case con la coda, allineate

in faccia al mare, del colore che si alza sul mare e colora di rosso, mischiandosi all’azzurro, sollevando una polvere, un pulviscolo di stelle, sublime, meraviglioso, forse è una chimera pensai, rimasi colpito, un bagliore

mi ha penetrato gli occhi, una saetta è scoppiata nel cielo, le nuvole

volarono impazzite,  un raggio d’amore mi ha penetrato il petto

ed ho fermato il mio piede che accelerava, sono accostato alla barriera protettiva che inebetita accettava i raggi di sole

e luccicando si contorceva in quel silenzio dorato.

Sono sceso, pericolosamente ho attraversato, curioso ho guardato il borgo,

riconoscendo la località nella quale sono venuto al mondo,

il giorno vestitosi di un bel colore morbido, mi ha accompagnato allo svincolo, uscendo,  ho ritrovato la vecchia strada, sono andato alla casa genitoriale, passeggiato, comprato un pacco di caramelle menta, alla rivendita,

ho salutato sena risposta, forse sorpresi mi hanno guardato,

ed ho proseguito verso il mare, la marineria, stranamente

sembrava attiva, rinata, un giovane con un cane pastore al guinzaglio,

correva per il prato, sinceramente mi è sfuggita l’identità dell’uno,

non ho capito chi fosse l’animale, la commozione, mi ha tolto

l’orientamento, l’equilibrio e sono fuggito verso la statale

fermandomi a lato della cabina in disuso dell’Anas,  sono sceso

nel terreno eletto a cimitero, che ascrisse a carico dei pescatori,

una condanna penale che li trascinò nei vari gradi di giudizio  e poi amnistiati.  ritrovando nei morti, la mia identità ed ho ripreso il viaggio.

 

 

IL MARE

 

La mano dell’uomo, sconsideratamente, ha cercato di carpire la sua anima, violando l’abbraccio, il principio che equilibra gli elementi che la natura accudisce amorevolmente fin dalla creazione.

Ho gridato, protestato rabbiosamente, nulla è accaduto, qualcuno ha sorriso,

un altro applaudito, la maggioranza ha proseguito scrollando le spalle, dichiarandomi sovversivo, invitandomi ad andare a casa, a studiare, minacciando ritorsioni, denunce e perfino la galera, una detenzione infinita. Gente che non sa od ha dimenticato che il mare, la terra, gli elementi sopra, sotto, che ci abbracciano, sono parte integrante del mondo nel quale viviamo, sono i nostri compagni di viaggio, i nostri amici o nemici, secondo il bene, male, il nostro comportamento, insomma le azioni che intraprendiamo.

La tartaruga, per il ciclo della riproduzione, ritorna sempre nella sua spiaggia, ove è nata, altri fuori del genere umano, rispettano la legge della natura, l’uccidere è un fine per procacciarsi quanto è necessario, lo scopo è la vita. L’uomo, con piena coscienza, sperpera, offende, stupra, distrugge, uccide, pensa solamente al suo interesse, per gli altri non vi pone un buon pensiero.

Il mare, non è un elemento rigido, né pieghevole, è liquido però ha forza, pazienza ed alla fine colpisce con spietatezza, in ogni perfezione dell’uomo, esiste un punto debole e penetra, erode, entra in casa ed il conto rimane aperto, non si chiude, le persone hanno contribuito a fare male, l’appoggio silenzioso, ha contribuito a perpetrare le distruzione ed imprecare, non vale. Una proprietà è tale, se è stata ottenuta nel rispetto della legge, la tempesta non ha qualità, non dipende dal destino, può essere più o meno forte, l’attività  dell’uomo, ne determina il pericolo, la natura espleta un esercizio,  un servizio  non rispettoso del denaro, il rischio degli elementi è che non sono corruttibili.

 

 

LA BARCA IN SECCA

 

Il cemento, ha murato la barca, in un angolo della spiaggia, credendosi vittorioso, d’avere vinto la battaglia contro il vento di ponente, l’ha incuneata

nel deserto e gli ha tolto il mare che la rendeva gioiosa, felice, navigava, pescava, passeggiava ed ora rivolta alla ferrovia, alla montagna, è impazzita, ha perso il controllo dei remi, gli strozzi  si sfilacciano, si lasciano scivolare

sullo scalmo, mortificati osservano le murate scrostate, che evacuano stoppa. La barca in secca, è stata disarmata, la cupidigia dell’uomo l’ha accecata, offeso la sua natura, l’ha ridotta ad uno squallido disegno rendendola inutile.

Ha rotto le geometrie che contengono la sua struttura e l’ha abbandonata,

l’erba non le cresce accanto, ha perduto l’attesa, la speranza che un giorno,

un anno, tre o quattro, qualcuno, il vecchio od un nuovo padrone, la rimetta

in acqua, venga a prenderla per andare a pesca anche di diporto, a galleggiare con il vento in poppa e magari con a bordo una ciurma di ragazze divertenti.

 

L’AGRITURISMO

 

 

 

La nomèa di cibi naturali, di una cucina casalinga, mi ha coinvolto con fratelli, cognate e nipoti in vacanza, a consumare una cena genuina, e siamo andati

in un agriturismo situato sulla collina, a poca distanza di casa, dal villaggio.

La strada era perigliosa, non per la salita, un tracciato senz’asfalto, probabilmente ristrutturata ed aperta con la promessa dell’intervento comunale, a seguito dell’inaugurazione, ed abbandonata alla buona volontà.

L’ubicazione dell’Agriturismo, il posteggio precario inadeguato all’afflusso turistico, mi lasciò alquanto perplesso, non lasciava presagire nulla di buono, per addomesticare la percezione di una brutta serata, lanciai una battuta scherzosa, alla comitiva che avanzava alle spalle, piuttosto che prospettare

un pensiero nero, che il digiuno poteva essere una penitenza minima, le volte che mi era capitato erano state tante, alla scoperta della specialità plastificata, mi aveva indotto ad alzarmi, pagare ed andare via con la rabbia.

La barriera di legno che segnava il confine verso la valle ed in fondo il mare, sinceramente fu un lieto evento, il panorama era superbo, le isole eolie, Stromboli scoppiettante, richiamava l’anima all’allegria.  alla  santa serenità.

La cucina casereccia siciliana, i  piatti tipici, preparati con prodotti freschi dell’orto, antipasti di verdure, pane casereccio, vino padronale di vigne proprie

e maccheroni di farina di semola, confezionati a mano dalla nonnina, portarono al tavolo, una danza di odori e sapori ed a sorpresa, con il servizio,

la delicatezza e la simpatia dell’amica Cristina, figlia di Biagione, insuperabile, esuberante ala, della locale squadra di calcio, rinomata nel circuito dilettanti. L’antico frantoio, rimesso a nuovo senza distruggere il vecchio, al’’uopo  adeguato, ci accolse con estrema pazienza e ci lasciò scendere a valle

con un’ excusatio non petita, impegnandoci a ritornarci, con la strada asfaltata.

 

 

LA PESCA DEL TONNO

 

< LA MATTANZA >

I pescatori di San Giorgio, sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati dalla salsedine, praticavano la pesca del tonno, accompagnando le ore sul mare, in attesa del tocco dei pesci, cantando litanie con l’intento di farsi amici i Santi del cielo che in terra i Signori, pensavano ad ampliare i loro possedimenti.                     La diceria dell’apocalisse, si era infranta nell’alba ed i pescatori, con il secolo per mano e le membra ridotte a brandelli, andavano per mare a calare conzi e nasse, tirare la sciabica ed altri mestieri.

Le barche nere della tonnara, riposte nei capannoni, asciugandosi,  attendevano la prossima stagione.                                                                                      I pescatori, con il pensiero rivolto alla tonnara ricoverata nei grandi magazzini, con pazienza, muniti dell’esperienza acquisita, osservavano il mare, le nuvole nel cielo e le isole, intendendo leggere l’evoluzione del tempo, interpretare i segnali della natura, affidando la propria sorte, alla Madonna ed al Santo Patrono, sperando che l’anno scorresse veloce e ritrovasse la grazia che il precedente, sinceramente,  non era stato generoso.                                                                                                           L’esistenza è un prato sparso di trappole e quando la stanchezza s’impossessa anche delle caviglie, la vigoria  è insufficiente per ritrovare i piedi e gli esseri, colpiti dalla debolezza, sono indotti  a mettersi nelle mani dei potenti.                                                                                                               L’anno 1100, il conte Ruggero D’Altavilla, in possesso di un progetto distributivo, ritenne opportuno, porre la Tonnara, sotto la podestà del Monastero dei Benedettini di Patti.                                                                                                             L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico, evidentemente, non munito di un amorevole intento, non produsse alcun sollievo ai tonnaroti che per questo, dicevano di lui, che aveva “ ‘a vucca monna, mancia a du ganasci e non s’affua mai “ e cioè  con la muscolatura della bocca allenata in un lento movimento masticatorio, riusciva a mangiare lentamente, tanto, oltre il doppio del normale ed inghiottiva senza alcuna difficoltà, mantenendo il respiro, adeguatamente regolare, insomma sapeva condurre i suoi affari con furbizia, non lasciava ad altri, neanche una briciola, sfruttava i pescatori, circuendoli con l’arte delle promesse, non concedendo loro, nulla di concretamente soddisfacente.                                                                                                               I pescatori di San Giorgio, sopravvivevano rincorrendo i mesi invernali, aspettando la stagione della pesca del tonno, misuravano i giorni, con il numero dei buchi inseriti nella cinta che stringevano i pantaloni, e quasi sempre, se non avessero fuorviato con una cordicella di canapa, erano costretti perfino a tenere le brache con le mani.                                                                                          La stagione della riproduzione dei tonni, era alle porte e dunque il loro passaggio nel golfo, imminente.                                                                              La speranza, alle prime luci dell’alba, si alzava ed iniziava i voli di prova per librarsi nell’aria e risarcire con una buona annata, i sacrifici, le sofferenze  patite dai pescatori e le loro famiglie, a ripetere la festa che il villaggio attendeva ogni anno.                                                                                                                     La tonnara di San Giorgio, nel 1375, per un disegno che non ci è dato di conoscere, non fu calata e barche, palischermi ed ogni attrezzatura, rimasero a deposito, ricoverati nell’oscurità dei grandi magazzini.                                            La custodia dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara, dunque fu demandata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano la rotta dei tonni.                                                                                                                La genia Padronale, rincorrendo in un giuoco perverso, di successioni, vendite e donazioni, imbastendo ad libitum, avvenimenti di casta, oscuri e comunque miranti all’occupazione di un potere sempre più alto e fiorente, elusero, semplicemente tolsero dal loro forbito chiacchiericcio, per molti anni, addirittura secoli, l’attività della tonnara, la quotidianità alla quale si affidavano i pescatori,  lasciandola  a degradarsi nei grandi magazzini.                                                     I pescatori, alla notizia che la tonnara non sarebbe stata calata, si sentirono colpiti al petto da una palla di cannone, rincularono per metri e metri, disperati, ruotando le braccia, riuscirono a riprendere l’equilibrio, cadendo pur tuttavia, con il sedere per terra.                                                                                      Una mano a spingere, lentamente, doloranti, si sollevarono appoggiandosi sulle ginocchia.                                                                                                               Il fiato grosso, la testa messa a bollire in una pentola sul fuoco grande, increduli e con la lingua incapace di espellere una parola, indagarono Monte Meliuso a guardia del golfo, rivolsero lo sguardo sul mare e senza alcun attrezzo a portata di mano e di cervello, si diedero a vagare per le strade, il prato, la spiaggia, i campi.                                                                                                                              La raccolta dei mandarini, i frutti in crescita, ancora verdi, adatti per la produzione di oli essenziali, inaspettatamente, creò nei pescatori, nel villaggio, uno spirito nuovo, un clima diverso si liberò nell’aria, dunque spinti da questo impulso impareggiabile, si armarono di un altro coraggio e ripresero il cammino interrotto.                                                                                                                            La mano destra e la sinistra a pulire gli occhi incrostati di dolore e salsedine, smisero a coltivare la malasorte, raccolsero le membra stese ad asciugare, richiamarono la memoria dei mestieri e decisero di non mollare la vita, di lottare per ogni secondo del giorno e della notte.                                                                            Gli antichi guerrieri scesi dal Monte, si alzarono dalla sabbia, scansarono con rabbia, l’amore ed il bisogno per le barche nere chiuse nei magazzini, spazzarono la fuliggine che gli si era depositata nelle pieghe del cervello e le disgrazie che sporcavano la bellezza del paesaggio e con determinazione, acchiapparono i giorni, anche quelli sciancati, resi invalidi, un nutrito numero, e scivolarono in acqua con le barche, in una burrasca, una tempesta e l’altra, ritornarono a calare e vivere della pesca con la sciabica, con i conzi e le lampare, di dentici, triglie e minutaglia, di occhibenni e mirruzza, tracini, pardi e piscivacca, spatuli, piscispada e capuna, tunnacchiola e pisantuna, certo non riuscirono ad ingannare gli anni oscuri che governanti mendaci, con subdola indifferenza e mala grazia, scaricano sulle spalle dei più deboli considerati un utile attrezzo a perdere, però riuscirono a resistergli.

Il lavoro, ha la caratteristica di rendere l’individuo, libero, parte della comunità, pieno di dignità, è una soddisfazione che comincia il giorno che i piedi s’accordano a camminare, ed imparano a mantenere il corpo in equilibrio, e dura se asseconda con saggezza, i profitti, le esigenze del Padrone.

La speranza che sarebbe venuto un giorno migliore, pur malmessa, comunque riuscì, per tutto il tempo, a mantenerli in piedi.

Il filo che tenevano fra le mani ed avvolgevano in una carezza fra le dita, però era talmente consumato , divenuto tanto sottile che una brezza leggera, bastava a schiaffarli per terra, “ nta na cantunera, “ in una qualsiasi murata, effimera protezione.

L’alba con i raggi del sole, spuntava sul mare e li riscaldava, colorandoli della strana luce dei lottatori suonati e li spingeva a rimettersi in cammino, spolverandosi con una mano, il posteriore, stirandosi i gambali dei pantaloni.

Il cielo, corrucciato o sereno, in un verso o nell’altro, comunque secondo il suo disegno, con lo sguardo ammiccante, di umore nero, li teneva sempre con il respiro corto, insomma era pronto a mozzare, a spegnere loro, qualsiasi velleità canora. I pescatori, scivolavano sulle onde infide, imprevedibili, sperando di non cadere preda dell’elemento, assecondandone con pazienza, il movimento, senza arrendersi, trascinando i mestieri, senza tuttavia rinfrancarsi, ricavandone, saltuariamente, qualche piccolo, pellegrino, beneficio.

I pesci mancavano, non abboccavano, sfuggivano alle reti, agli ami, alle luci, e quando riuscivano a trarre dall’acqua il pesce, la quantità di pescato, neanche pareggiava la spesa dell’esca, il debito s’accumulava al pregresso, ed una burrasca dava loro il colpo di grazia, li faceva secchi e completava l’opera messa in scena, inseguendo  le linee dell’imperscrutabile progetto divino.                                                                                                                                                                                           Il mare in tempesta, i venti che roteavano nel cielo accompagnati da lampi e tuoni, improvvisi scrosci di pioggia, mettevano a repentaglio, la quotidianità, non certo esaltante della famiglia, che preoccupata per il ritardo della barca, con i piccoli e gli anziani al seguito, si raccoglieva sulla spiaggia, disperata, accompagnando l’osso ioide nel ballo per i singhiozzi irrefrenabili, pregava la Madonna, scrutava il mare scuro, sobbalzando ad ogni spruzzo di luce, di acqua, attendendo il ritorno del marito, del padre, del fratello.                                             I pescatori, scampati alla violenza della natura, con l’insicurezza in spalla,a piedi scalzi, segnandosi la fronte, esploravano la spiaggia, andavano per cantuneri e barche in secca, di massu e scarru, fumando, ascoltando il rumoreggiare delle onde, del vento, cercando un dialogo, sonnecchiando, scrutando l’orizzonte, le nuvole, cercando un contatto, di cogliere una confidenza, una voce premonitrice, una raccomandazione benevola, covando nel petto, il grande evento, che la tonnara tornasse a calare, allo scopo di rimettere in ordine, la propria identità.                                                                                    La ricognizione della spiaggia, li riportava a casa, con una manata di pietre piatte, tonde, di forme diverse, con un tronco d’albero che la sciumara aveva sradicato e condotto in mare e poi stracquato, un ramo, che il moto delle onde, il vento, la sabbia, aveva forgiato in strane forme.                                                                       Le pietre, i legni con fattezze impossibili da decifrare, venivano coniugati dalla fantasia e rese a fattezze riconoscibili, somiglianti.                                                                Il pescatore, seduto nell’orto, al riparo della curiosità saccente di qualche coetaneo, scava, modella , estrae, rincorrendo i propri pensieri,  perfino oltre le nuvole, ed introduce nel legno, nella pietra, luoghi, lineamenti, identità, personaggi, riempiendo la miseria, la disperazione, di sogni, accompagnandosi, canticchiando vecchie litanie.                                                                                         L’estro artistico è la distanza che separa l’uomo comune dal sogno, è lo strumento che arma la mano e le imprime il coraggio di osservare, vedere ed entrare  nel  mondo invisibile, ed ammaestrare, lampi e  tuoni, pioggia e vento, la tempesta, raccogliendoli dentro una gabbia di luce bianca, gialla e verde intenso,  estraendo gli elementi birichini e rendendo gli altri, mansueti, disponibili a sfogliare i colori più belli e donarli, con la sapienza necessaria, alla capacità della persona.                                                                                                         Il pescatore, sinceramente  innamorato, esplorava il tronco, il ramo, la pietra e con cautela, con il coltellino, lo scalpellino, passeggiando nell’ombra del fico, lavorava l’elemento, secondo il disegno che gli correva nella mente, poi, forse stanco di stare in piedi, bisognoso di nuova energia, andava a sedersi sulla piccola sedia impagliata, con la spalliera poggiata al tronco dell’albero, poggiava le braccia e quel che teneva nelle mani sulle cosce, e con gli occhi socchiusi, lanciava lo sguardo nello spazio, davanti, in alto sopra le case che pareva s’aggirasse intorno al sonno, dunque  modellava, creava profili di avi, statue di Santi e Madonne, curiosi Angioletti senza capelli, con qualche ciuffetto sulla nuca, forse a compensare la mancanza di barba sul mento, la bocca aperta con le labbra pronunciate, forse a declamare un sermone alla sterminata platea di uomini e donne ed anche bambini, che corrono sulla spiaggia e senza alcuna preparazione, si lanciano in acqua rischiando di annegare.                           L’anziano pescatore, con pazienti ed oculati movimenti, confezionava un papuri, un antico bastimento e le sere scure, paurose, lo faceva navigare sopra le teste, sulle facce curiose, dei bambini seduti per terra nella grande stanza d’ingresso di casa, raccolti intorno alla conca, estraendo dalla pieghe della mente,  cunta, favole, semplici avvenimenti, caratteristicamente rassomiglianti alla realtà quotidiana.                                                                                                               I contadini, lavoravano la terra ed ogni sera, dietro l’oscurità,  rientravano in famiglia accompagnando ogni stagione, con fraterna accondiscendenza.                                        La nuvola che straripa ed inonda la giornata, non metteva loro, alcuna soggezione, all’incontrario dei pescatori che in acqua, non avevano neanche la forza di alzare gli occhi.                                                                                                          I contadini ed i pescatori, ad ogni modo, erano strumenti del padrone ed era molto evidente che i primi occupassero un posto più in alto nella scala sociale, avevano ricevuto in dotazione, il trattamento più favorevole, meno avvilente , in breve condusse i pescatori, ad impastarsi d’arroganza ed armarsi di un paleo odio verso i Vinnani impedendogli di scendere al mare.                                                          I pescatori, al limite della sopportazione, certe serate che uno spicchio di luna, spuntava nel cielo, e dichiarato un evento di festa perché pareva si portasse sulle spalle, la giornata sminchiata, diittata, rammollita, che avevano sopportato, delusi, sconfitti,  chiamavano  la Madonna ed il Santo Patrono, a rispondere e con veemenza, misto a preghiere,  esprimevano in libertà, la loro rabbia, il loro scoramento e lanciavano loro, in un rincorrere continuo, una caterva di bestemmie, innominabili, da graffiare anche l’udito.                                                                     Le Santità, è risaputo che sono invisibili, inafferrabili e per mantenere la speranza che qualcuno delle eccellenze, si accorgesse della loro miseria, incappasse in loro, gli scagliavano contro chiamandoli per nome, uno per uno, più e più volte, colorate bestemmi, credendo che così, per un verso e per un altro, li obbligassero a non estraniarsi, ad ascoltarli e prendersi cura di loro, na ‘nticchia, un po’.                                                                                                                      A volte, rientrando in casa, da quell’inutile vagabondare, chiusa la porta, gli appariva un riflesso nell’oscurità, gli si manifestava uno strano movimento delle nuvole, costringendoli a ritornare in strada, qualcuno, qualcosa d’indefinibile, li chiamava fuori a guardare, a taliari nei fili della notte, restringendo le palpebre,  rimpicciolendo gli occhi, allungandoli fin dove non distinguevano più nulla.                                   La mattina, con la mente stravolta ed il pensiero ancora più avvilito, la sigaretta spenta riposta nell’incavo dell’orecchio destro, ritornavano sulla spiaggia, a cercare una traccia, a scrutare le acque, il cielo, le nuvole, con la speranza che un Santo si fosse accorto della loro disperazione, comunque tenendo sott’occhio, il Palazzo, la residenza del Padrone.                                                                   Il palazzo, la sede stagionale del padrone, era affidato e custodito, continuamente, ogni santo giorno,  per tutto l’anno, senza interruzione, da due giovani contadine, concesse orgogliosamente dal padre, raccomandate dal prete della chiesa locale, in somma collocate a servizio, segregate sotto le alte volte, nelle immense stanze ed androni, in attesa che uno o la famiglia intera,  chiunque  fosse del casato, rientrasse.                                                                                             Le cameriere, dunque inseguivano i giorni e le notti senza perderne alcuno, stabilmente accudivano il corredo del palazzo, ed a volte, certe mattine, che                                       i contadini venivano a portarle il sostentamento, verdure, carne ed ogni altro alimento necessario alla loro sussistenza, al tocco dell’anello sulla piccola porta posta a fianco del grande cancello d’ingresso, s’affacciavano nelle panciute gabbie metalliche che ricoprivano le finestre, a vedere chi fosse. Un attimo comparivano e sparivano, aprivano lentamente la porticina e subito rientravano.                     I padroni, apparivano e sparivano, la loro presenza, s’appalesavano secondo le assegnazioni e le successioni, tale e quale a fenomeni celesti, emettendo nell’aria,  uno strano odore, un succedaneo della lenta combustione di un vecchio materiale misto ad incenso, di reazione che si sprigionavano, probabilmente a contatto con il fuoco e che sono un naso raffinato, riesce a secernere e dargli, approssimativamente,  un nome.                                                           Le contadine, dalla giovinezza passavano alla vecchiaia, da magre obese, donne dai fianchi poderosi.                                                                                                       Il prete della parrocchia, in sacrestia e nella famiglia, custodiva la loro successione,  ne era il tenutario per il padrone, non accadde mai che una cameriera mancasse la sua destinazione, eppure procreavano, possedevano terre e case pur non abitandoci.                                                                                           La tonnara, sequestrata nei grandi magazzini, chiusa dietro le porte di legno dipinte di nero, respiravano attraverso i punti luce, seguendo il passaggio dei del vapore dei treni, osservando il volteggiare dei passeri e dei cardellini sui pini nani, i gabbiani sulla spiaggia, sul mare.                                                                                I pescatori, aspettando la benevolenza della Madonna e del Santo Patrono, andavano alla ricerca delle stagioni che a mano erano scomparse, divenendo sempre più ristretti a tal punto da divenire trasparenti, con le generazioni a seguire, senza distaccarsi dalla precedente ch’era dipartita, insomma avanzando verso la soglia del non ritorno, approssimandosi verso l’estinzione.          La loro alimentazione preminente, era costituita da un pugno di fichi secchi ed un bummulennu, un manufatto di creta, d’acqua, la dotazione abituale per le battute di pesca, relegato a prua, nella zona ritenuta più fresca della barca che spinta a remi, s’allontanava dalla spiaggia del villaggio, scivolava sul mare con lenze, conzi a calare, orecchi a sostenere i rumori del mare e del vento, occhi stretti a scrutare il buio, che ormai nessun riferimento di terra era visibile, cercare l’orza, il segnale si souru con la bandiera sopra che si nascondeva, giuocando a mosca cieca con le onde masculine.                                                    L’orizzonte scrutato attentamente la sera prima, che si era mostrato calmo, non aveva segnalato, addirittura neanche un ruttino, all’improvviso scoppiò in una violenza inusitata, insomma si era tolta la maschera sotto la quale nascondeva la violenza e si scatenò.                                                                                                       La distanza, non rappresenta una misura, il mare non lascia alcuna scelta ed allora, in questi casi, va assecondato, preso sottobraccio e farsi accompagnare amichevolmente, con l’armonia della sua pericolosità, con l’unico intento di riportare la pelle a casa.                                                                                                            I pescatori, oramai rimasti con una sola stagione e mai buona, pregavano e bestemmiavano senza infilarci in mezzo un pensiero diverso, meno scombinato,             osservavano i tonni entrare nel golfo, in un numero sempre maggiore e con un’allegria misurata che poteva intendersi, anche capricciosa, nuotavano fino a riva, giuocavano con i piccoli, che addirittura, qualche giovane ingenuo, ardì di acchiapparli con un pugno di sale sulla coda.                                                                       La visitazione ed il soggiorno dei pesci, coniugava nelle forme della natura, una bellezza baldanzosa, spropositata, oserei dire irriverente verso il lavoratori del mare e le loro famiglie, insomma un’offesa.                                                                         I pescatori, in piedi sulla spiaggia, in un silenzio mortificante osservavano, neanche fumavano, la sigaretta accesa dimenticata fra le dita, respiravano a fatica, non riuscivano metabolizzare l’avvenimento, la disperazione graffiava la pazienza, scuoteva gli organi e la lucidità mentale si frantumava, sinceramente cercavano una junta di pace e di conseguenza, svestiti di ogni principio che li sosteneva in famiglia si trasformavano inveendo  in ogni direzione, contro chiunque ed ecco che qualcosa successe, il cielo s’avvicinò a loro.                                       Il passaggio di alcuni Santi, non meglio identificati, di ritorno da una lunga missione in medio, alto, insomma in oriente, sviluppò nell’aria soprastante il golfo, su quelle misere anime, un’aspettativa incredibile, impensabile, bella, bellissima, tanto da creare in quelle persone, un’occasione di riscatto, impressionante, insperabile.                                                                                                  Il transito sul golfo, sul villaggio, e poi la linea di viaggio, non proprio adeguata al loro  spazio, leggero, vacanziero, non contemplava alcun impegno, doveva considerarsi un tempo di riposo, una sosta rilassante per rimettersi dall’aggressività delle miserie delle popolazioni appena visitate, dunque imbarazzati dalla situazione del luogo, di fonte a questa nuvola grondante, preghiere e bestemmie piuttosto colorite, nell’incertezza e conquistati dalla bellezza inusuale della località, si governarono a fermarsi, ponendo in un angolo, la stanchezza ed il desiderio di tranquillità, e cercarono di trovare un buon rimedio per eliminare od attenuare la miseria bestiale che soffocava quelle povere anime di Dio.                                                                                                          La nuvola di disperazione che, soprattutto i pescatori, avevano lanciato al cielo, purtroppo non era andata molto lontana, non aveva superato la linea visibile ai santi, si era fermata ad un’altezza assai distante, tutt’al più, nella zona dove può trotterellare qualche spiritello che molti osano definire petulante, dove normalmente vi bazzicano uomini che hanno operato bene, mettendo in imbarazzo i Dignitari della terra, i Benestanti che non misurano le presentazioni delle istanze verso i Santi se esposte dalla confraternita, e non considerano, non accolgono quelle degli ultimi, dunque i pescatori, avevano slo da mangiarsi le mani anche oltre mille anni, sinceramente, non avrebbero ricevuto nessun presente.                                                                                                                                 Il passaggio di questi Santi missionari, fuori la rotta normale, che navigavano  in cerca di riposo, così a vista, a quella quota, fu la loro, diciamo fortuna, dunque per la bassa posizione, incapparono e non certo per virtù dello spirito Santo, in questa nuvola pescatora.                                                                                                   La nuvola, infatti, senza un soffio di vento, restava in un limbo con la paura di essere scartata, aggirata ed allora, respirando l’aria diversa, si accartocciò e spiccò  rabbiosa, uno spostamento inverosimile, andando miracolosamente, con tutta la stanchezza che si portava addosso, a collassarsi ai piedi dei Santi, fermando il loro passo, in sincerità costringendoli a prendersi cura di lei.                                 I Santi, non avevano alcun desiderio di fermarsi, di riprendere il lavoro, cercavano un luogo per consumare le meritare, maturate vacanze e contrariati, da quella, diciamo sopraffazione, avevano tentato, maldestramente, di virare, girare più a largo, però,  presi in contropiede, confusi per l’insostenibile sofferenza, a quel punto, scansarla sarebbe stato un atto ignominioso che se rientrasse nella procedura di scomunica per gli umani, per loro, era configurabile, un addebito non quantificabile, sicuramente sarebbero andati incontro, se non alla cancellazione di quanto di buono avessero fatto in precedenza, di sicuro avrebbero stracciato millenni di predicazione, la combustione inesorabile di libri antichi, mettendo in dubbio, sacre. riconoscenze, e senza ulteriori riflessioni, escludendo qualsiasi altra indagine, rientrarono dalla vacatio ed accettarono di prendersi carico di quell’immane sofferenza.                                                                                                                   L’urgenza di scaricare la nuvola del male incamerato, mise loro una gran  fretta e con il desiderio profondo di salvare più persone possibile, li indusse a decidere singolarmente, con un’azione non concordata, ognuno assumendo una misura diversa, senza badare al peso, senza una benedizione mirata, senza riflettere più di tanto, sgonfiandola in nano secondo.                                             La nuvola, sgonfiata alla velocità del vento, del putridume che l’affliggeva da secoli,  rovesciando e lasciando cadere nel mare, sul golfo, una grazia immensa, volta a debellare la miseria, la malnutrizione, creando un miracolo, in pratica l’abbondanza, risultò spropositata, trasformando l’evento benefico, soprannaturale in una pena.                                                                                                Le reti stracolme di pesce, non ressero fino in fondo, gli altri mestieri allo stesso modo, comunque tanto ne fu tratto che causò nella comunità dei pescatori, una inverosimile, enorme urgenza.                                                                             L’imprevedibile bene di Dio, il miracolo, non poteva andare in malora, doveva essere consumato, e prese diverse destinazioni d’uso, in parte riservato ai mesi ed agli anni scomunicati e salato, altro rivenduto ai rigattieri, a quella casta d’ingordi e malavitosi, ad un prezzo tanto basso da ritenersi irrisorio, una parte consumata in giornata e massimo il giorno dopo, il resto, per non buttare quel che rimaneva ed era tanto, direi che sarebbe stato un peccato mortale, se lo portavano dietro, in tasca e ne mangiavano come se fosse calia, ceci cotti a forno, e s’ingozzarono fino al punto di rimanere a bocca socchiusa, il cibo tra i denti, sminuzzavano, ammaestrando le mandibole in un’opera  masticatoria che le capre, che tenevano per i latte, guardavano e sognavano, imparavano una nuova pazienza.                                                                                                         L’intestino però, non abituato a questo regime alimentare, costretto a trasformare una quantità straordinario di cibo, non resse, sovraccarico, non riuscì più a smaltire ed entrò in sofferenza.                                                                       Il sistema, si scompensò, perse i rapporti e l’equilibrio, allentò, sciolse i freni e gli sfinteri, contrasse i canali, la viabilità intestinale s’ingolfò e dal più grande al più piccolo, donne comprese, furono oppressi da una diarrea urgente e non tamponabile.                                                                                                                       Le famiglie, senza che alcun componente potesse restare in attesa, con i figli in braccio ed il più grandicello a fianco, minacciati dall’urgente virulenza, correvano e si scambiavano il cacatoio e non sempre ci riuscivano, trattenendo il respiro, cercando di non gridare per “ u turcimi i stomucu “ il mal di pancia, rincorrendo una decenza cristiana, impossibile da rispettare, alla fine, s’accovacciavano contro la più vicina cantunera, un’ipotetica zona appropriata all’uso specifico, e così evacuavano,  pensando di eliminare il serpente maligno che s’aggirava nell’intestino.                                                                                                La zona di evacuazione, poteva identificarsi con una barriera di canne, di pale di ficodindia, un muretto od una saja, insomma trasformati all’occorrenza in trincea, in liberi  presidi perché erano presi d’assalto, in contemporanea, da cani e gatti, galline, in accanita competizione, sul piede di guerra per accaparrarsi il meglio che la piazza metteva a disposizione, costringendo gli umani a repentine acrobazie per evitare di finire a gambe per aria, sul defecato, aggiungendo il danno alla beffa.                                                                                                                  La lotta per la sopravvivenza, con concede pause, inducendo le varie generazioni, ad escogitare una rivoluzione.                                                                         Una popolazione che soffre di miseria, sopporta l’arroganza del potere costituito, non ha scelta e si ribella, non ha un’esistenza, la dignità è andata perduta e pensa che la morte sul campo di battaglia è una vittoria.                                 Gli anziani, debilitati, costretti a sopravvivere, stanche della continua, incessante precarietà quotidiana, che ormai si susseguiva sena interrompesi nei secoli, impotenti a cambiare, subendo sfruttamento ed angherie solo per essere nati e stare sulla terra, approfittando della situazione, decisero di porre fine a quella maledizione ingiustificata, probabilmente, ascritta nel corredo genetico.                                                                                                                             La vita sulla quale s’arrampicavano un giorno e l’altro, non era praticabile, campare a discapito dei giovani, gli pesava in modo indicibile, non volevano quel privilegio,  ed allora, credendo di dovere lasciare, una junta di speranza agli altri, si assentarono, non occuparono il  posto a capo tavola, serrarono la bocca e gli occhi, rilassarono gli sfinteri, in una rivolta alla legge del signore e dicendo di ritornare a casa, si allontanarono volontariamente.                                                                  La mattina successiva, la voce ricorrente, che s’impossessò della comunità, dichiarava che la notte, avessero stipulato un accordo preventivo e prima che facesse l’alba, s’infilarono nel letto del ruscello asciutto che segna il confine delle case del borgo, e presero la via dei monti, scomparendo dallo sguardo dei familiari e degli abitanti, volatilizzando i loro corpi, ponendoli a dimora ne rifugio assegnatogli nel camposanto della città comune.                                                                         I familiari, infatti, li trovarono con le cuoia tirate fin sulla testa, pieni di una serenità celestiale.                                                                                                      L’accordo era stato imbastito ed accettato all’unanimità, per alzata di mano come si suole dire, e senza nulla di scritto si misero in viaggio, insomma era una gita fra compagni di tanti giuochi e guerre, una briscola ed un tresette ed anche una calabrisella, e volarono via, ingannando perfino un testimone che all’ultimo momento si rifiutò di prendervi parte, il dichiarante, asseriva che qualcuno, un servizio istituzionale,  avesse brigato e programmato una strage, offeso un pugno di persone per bene, in un cieco accanimento, privandoli della lucidità mentale.                                                                                                     Sinceramente, se ne andarono senza alcun rancore,  il dispensatore di lavoro, la cerchia di contadini che l’unica parte che sanno recitare bene è quella di camminare a testa bassa e dire sempre di sì, in definitiva, sono fratelli, fanno parte del giuoco, hanno una identità diversa, ognuno ha la sua e basta.                                             Il buon pensiero, è un elemento dell’uomo che si è formato nel lungo cammino verso la civiltà, però non ha preso la residenza in tanta gente, è ritenuto un consumo improprio del cervello e credono di stare leggeri.                                                La scelta estrema di dipartire, di andare ad occupare il loculo disposto all’uopo, inconcepibilmente, è stata si, una refrattarietà, un’intolleranza per il comune senso della vita, però è stata soprattutto, un atto di libertà, di saggezza, in breve sono andati dove l’aria è superflua  e la terra è un succedaneo del corpo. La prima decade del mese di Settembre, è la ricorrenza della festa della Madonna, i fedeli lasciano le loro case, ovunque si trovino e vanno in pellegrinaggio a chiederla d’intercedere per la salute propria e dei familiari e che ritornassero  le stagioni  e magari un tantino prospera.                                                                              La Madonna, recuperata a seguito di una mareggiata, sulla spiaggia sottostante, ed a forza di braccia issata nella grotta, dai pescatori locali, ben presto divenne meta di venerazione per le guarigione accreditate e che la scienza ritiene in spiegabili.                                                                                                La Madonna della rocca, restava dunque, per i pescatori l’ultima speranza ed a mezzo il buio che s’apprestava ad aprire il mattino, a piedi scalzi, alcuni anche sulle ginocchia, appoggiandosi l’uno all’altro, facendosi coraggio, salivano alla chiesa e si  prostravano ai suoi piedi, il respiro corto, gli occhi arrossati, invocavano la sua misericordia, che portasse equilibrio nella mente del Padrone ed indurlo a calare la tonnara.                                                                                                La preghiera in un farfugliare di parole, li avvicinava a Lei, le accarezzavano le vesti, i piedi del bambino che teneva in braccio, staccandosi a malincuore per ritornare a casa, a riprendere la guerra quotidiana per la sopravvivenza, attendendo che scoppiasse il miracolo.

< Lo sbarco della Madonna >

 

Ogni anno, s’illudevano che fosse l’ultimo, speravano che la condanna in contumacia, si fosse estinta e ridato loro il lavoro della tonnara.

La Madonna, osservava i loro volti scavati, bruciati dal sole e dalla salsedine, cosparsi di sabbia ed alghe, e si chiedeva chi fossero, cosa volessero.

Le voci rauche, cavernose, quel parlare spezzettato, in un sillabario indecifrabile, la mettevano a disagio, tento di comprendere, cercò perfino nell’orto degli ulivi, oltre le scritture, chiese lumi ai tanti Santi nelle nicchie, non le giunse alcuna spiegazione, una risposta alla sua interrogazione.

L emani adunche a lisciare le vesti, a toccare il bambino, forse, pensò, un modo subdolo per accattivarsi la benevolenza, la confidenza, la fiducia, ed ebbe paura, il terrore le saliva fino alle orecchie, credendo che volessero distrarla e rapirle il bambino, stringendolo forte al petto, si tirò più che potette, quanto le fu possibile,  indietro, e dal piedistallo tremolante, con il rischio di cadere, gridò loro: “ Andate, andate a lavorare. Vade, vade retro, “ intendendo fossero strumenti del diavolo e non gli tirò contro , le candele ed i candelabri, per opera di carità.

I pescatori, incapaci d’intendere, stanchi, doloranti, l’uno a braccetto dell’altro, in uno spasmodico  sodalizio, lentamente, appoggiandosi alla parete, retrocedettero verso l’uscita, a tratti  girando la testa per evitare di andare a sbattere nella colonna, nel portone e con la speranza che gli correva e si alzava nelle mani, sbarcarono, osiamo dire, sulla scalinata, scontrandosi con il raggi del sole che li prendevano di mira e gli crocifiggevano gli occhi.

I giorni s’aggravano e senza pietà, cadevano nella strada,  a sera, la speranza prendeva il volo e bestemmiando, s’aggrappavano ad una nuvola, alla prima che transitava quasi ad accarezzare, il villaggio, forse in un ultimo disperato tentativo, raccogliendo un loculo di fiducia, vedendola dirigersi verso la località di residenza della Madonna, le lanciavano con uno sforzo sovrumano, , sulla groppa, dove capitava, il nulla che li legava, che li separava dall’estinzione.

I resti, i residui rinsecchiti, di loro ormai ridotti al fumo di un fuocherello alimentato saltuariamente con qualche ciuffo di paglia sottratto al cavallo dei pescivendoli,  dalla coffa dell’asino di Agatino, il raccoglitore di materiale ferroso, cartacce, canne, una  vecchia  e rancida coda di sarda, il tutto addolcito con qualche soffio lieve, leggero di frase di preghiera rimastagli in  memoria, per fare in modo che la richiesta, l’antica e sempre la stessa, fosse accettata.

Il tempo proseguiva senza voltarsi, scivolava sulla sabbia e sulle teste, s’aggirava sulle colline e sul mare, in atto, sempre corrucciato e con una dirittura esemplare, incrollabile.

Il miracolo, l’unico canto che poteva liberare il giorno fin dall’alba, non si alzava, non si sollevava dalla nebbia nella quale navigava, restava in sospensione, non si presentava sulla terra dei pescatori e nulla, proprio una brezza, soffiava da sotto i fluenti baffi del Rais.

La sua presenza, in effetti circuiva i pescatori, il suo rumore roboante dello sfintere anale, inverecondo quanto si vuole, insufflando senza alcun riguardo, l’aria circostante, con sincerità li sollevava da terra, li metteva di buon umore.

I pescatori, pur schiacciati a terra, appiattiti nella sabbia, scomparendo uno dietro l’altro, amalgamandosi con le alghe perdendo anche l’identità,  erano dunque solleticati a non disperare.

Il calore del giorno, li caricava quanto bastava, li estraeva dai loculi che sostavano nell’aria libera, muovevano qualche passo, articolavano le giunture delle braccia e delle gambe, delle mascelle, si sollevavano sulla sabbia più sottile, alla grana millimetrica, alla ghiaia così da trarre il beneficio che serviva loro per sentire il soffio naturale che circondava il mare e la terra, che scendeva dal cielo e non farli sentire in una piatta solitudine, diciamo, ancora in esistenza.

L’aria però, pesava sulla loro fragilità ed erano costretti a rimettersi a riposare nei loculi  che all’occorrenza si aprivano accorrendo il loro aiuto.

L’eternità, con la mano tesa ed un sorriso beffardo, li tallonava, li guardava in tralice e con una vocina sottile, li chiamava e sapientemente spiegava loro, ch’era inutile resistere,  specchiandosi nei vestiti lisi, logori, rattoppati, inconsistenti e quasi li allineava sulla battigia, nel catrame che si era raccolto, alleggrendoli con la pietra pomice, il sonoro suono d’allerta del Rais, però aveva la capacità d’incitarli a non farsi abbindolare e riprendevano il respiro.

La loro identità, la trasparenza,il comportamento fotofbico, l’armamentario nel quale risiedevano,  sinceramente non invitava nessuno a dargli in prestito, neanche un centesimo, una ripresa era ritenuta impossibile, era impensabile che potessero usufruire non del domani, ma neanche della sera.

Il solco che appariva nella microscopica dimensione della sabbia che si compatta a ridosso della battigia, e si attorciglia, si fa tortuoso nel momento della risacca, segnalava il loro passaggio, l’acqua però non gli concedeva alcuna possibilità di esistere, immantinente lo cancellava.

A volte, capitava che nell’avvallamento oltre la duna che divide la battigia dalla spiaggia, comparisse una linea frastagliata, di granelli umidicci, bavosi, una traccia del loro transitare, un lieve ribollire con lievi, inconsistenti, emissioni sulfuree, un messaggio della loro presenza, un  segnale lanciato ai Santi per dire che ancora sostavano sulla terra, in condizioni indescrivibili, comunque vegeti e che il giorno agognato, nello scoppio del miracolo, non si dimenticassero di estrarli.

I pescatori, dopotutto non desistevano, credevano nella loro salvezza ed a calmar’a di vento, esalavano odori strani, molto simili a quelli dei Padroni, insomma anche loro oramai, si credevano fenomeno celesti.

La fame è un bestia terribile, molto più aggressiva di quella espressa dagli animali randagi e per tentare di frenarla, di tenerla a bada, in gabbia, possibilmente di notte ed un pizzico di luna che silenziosamente, fa compagnia e soprattutto non fa la spia, non si specchia e sonnecchia sulle nuvole, un pugno di di ragazzi e qualche adulto, sotto la guida di tutti i sensi, evitando di fare qualsiasi rumore, con il coraggio lanciato avanti, entravano, per tre, quattro passi, quanto necessario, nelle terre che i contadini coltivavano da millenni, racimolando qualche grappolo d’uva, una mela, una pera, un mandarino, arancio, qualche frutto che offriva la stagione, a volte qualche grossa anguria, fichi, pomodoro ed a volte piselli e fave.

Il caporale, il cane del padrone, nascosto, era in attesa per aizzare i canidi, insomma la piccola ruberia, anche di un frutto non proprio commestibile, comunque utile a mantenere la dentatura pulita e per quanto possibile, il tubo digerente sveglio, con gli stimoli allertati a recepire un sale minerale, una vitamina, insomma a dare del colore alla pelle che andava prendendo un colore molto vicino al giallo, che incartapecoriva ogni giorno di più, tanto che spaventava le donne di casa ed i bambini scappavano, sinceramente neanche questa era facile.

I guardiani, non lasciavano scampo, proteggevano con ogni arma, la roba del padrone, la più inutile, nascosti nelle gebbie d’irrigazione, nelle canne, nei filari delle vigne, uscivano all’improvviso, li attendevano al varco ed al minimo fruscìo, al leggero pidiari, saltavano fuori ghignando, con i sigaro stretto fra i denti, aizzando i cani che ammaestrati all’uopo, quasi volavano, pregustando un polpaccio, un braccio, na natica.

La filosofia selvaggia che attanaglia i guardiani, è una componente fondamentale in ogni società evoluta, organizzata per lo sfruttamento dell’uomo, allo scopo di arricchirsi velocemente con il minimo dispendio di energia.

L’uso è impiegato con una logica ferrea, è uguale per tutti, non c’è distinzione fra i ceti, a qualsiasi livello, forse salendo, è più specializzata, servono il Padrone e se è necessario ed a volte, anche senza, uccidono senza scrupoli, stuprano, seviziano, pescatori, randagi, giovani che lottano per  i diritti civili, per il lavoro, la democrazia, del rispetto degli uni con gli altri, sia privati che pubblici.

Le fucilate dei guardiani, dei canidi, comunque non sortivano alcun effetto, i pescatori conoscevano la loro ferocia e non potendoli affrontare, si davano immediatamente alla fuga, saltavano muri e reticolati ed a gambe in spalla, guadagnavano velocemente la strada, magari perdendo parte di quel che erano riusciti a prendere, e correvano a nascondersi nelle barche, sotto le reti da pesca, in una precaria sicurezza.

Qualcuno meno lesto, tradito da una storta, restava indietro, sapeva che i compagni non potevano aiutarlo ed allora lottava fino allo spasimo, con le unghia e con i denti, contro l’animale sottraendosi miracolosamente alle fauci, lasciando lo scorno in mano ai canidi che scaricavano la rabbia sui cani e non gli sparavano, per non interrompere il giuoco.

Il Caporale, il guardiano, è l’appendice animalesca del padrone, ha sviluppato un potere atavico che con forme sempre più sofisticate ha attraversato le epoche, gratificando il potere.

L’ordine del padrone, le linee guida, sono stati il suo alveo naturale, allevato, cresciuto in questo sistema, non ha avuto bisogno e mai reclamato alcun diritto, gli erano concessi e dunque non hanno alcuna scienza, non possono considerare, la fatica, i sacrifici di coloro che i diritti, anche il più piccolo lo hanno conquistato con morti e feriti.

I diritti sono di tutti, i privilegi di alcuni e vengono dimenticati, hanno bisogno di altre battaglie.

I  giovani, le nuove generazioni, vissuti in una, diciamo, agiata deresponsabilizzazione, non hanno la pelle dei padri che a loro volta, indeboliti dall’età e sinceramente convinti che le lotte sostenute, i sacrifici, le conquiste non gli sarebbero state sottratte, con lucida pacatezza, simulano un accordo con il garante che gli batte la mano sulla spalla, facendo credere che la sicurezza ottenuta, per la situazione precaria del momento, è il massimo.

Il Re Martino, dunque al termine di molteplici beghe nobiliari, nel 1407, concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la tonnara aveva diritto di calare.

Il Re Ferdinando,  nel 1503, fregia Berengario Orioles del titolo di Barone di San Giorgio.

Flavia Orioles, nel 1600, andata in sposa a Francesco Mastro Paolo, porta in dote Baronia e tonnara.

Giovanni Mastro Paolo, nel 1720, lascia in eredità al convento di San Francesco di Chiavari in Palermo, fondo e Tonnara che nel 1751 cede a Cesare Mariano D’amico.

Le feste comandate, erano una buona occasione per avvicinare il Rais, fargli gli auguri e chiedergli notizie sulla tonnara.

I pescatori, l’omaggiavano, gli portavano in regalo, un gallo ruspante, allevato per la casa, nel tentativo di ammorbidire i suoi modi piuttosto bruschi, irritanti, arroganti, per avere in cambio, una speranza di lavoro.

Il Gallinaceo, era stato sottratto, consapevolmente, anche se per un fine supremo, dalla bocca dei bimbi, della famiglia e non poteva essere tradito.

Il Rais, però non si smentiva, arraffava con malagrazia, quanto gli era stato portato in dono e borbottando maledizioni e bestemmie, in ogni direzione, con la moglie a fianco a reggergli la spalla, e chiudeva loro, la porta in faccia senza neanche dire grazie.

La Tonnara, era un chiodo fisso nelle carni del Rais e la domanda dei pescatori, un colpo a conficcarlo di più, penetrando la colonna vertebrale, forse la dodicesima dorsale, la quinta lombare, insomma aprendo lo spazio intervertebrale, fra un metamero e l’altro, creando un’ernia ed anche tre, aprendo uno spazio, una porta alla materia di uscire, scherzare avanti, di lato, intorno ed invitando l’osso ad adagiarsi dove capitava, mandandolo fuori senno, aizzando il carattere che di per sé era malo, non era cristiano.

I pescatori, anziché ricevere un po’ di conforto, invece, venivano ulteriormente bastonati e mortificati, e così, prendevano la direzione della spiaggia che il ritorno a casa non si prospettava accogliente, per nulla rassicurante, la paura della moglie che non riusciva a sfamare i figli, lo travolgeva, gli toglieva anche il respiro ed allora, scambiava qualche mugugno con la capra, tirava quattro calci ai cani randagi che lo guardavano dal basso in alto, senza abbaiare, come a chiedergli, cosa volesse da loro, lanciava pietre, digrignando i denti, sbeffeggiando il loro verso, contro gli uccelletti, passeracei, qualche cardellino affacciati dai buchi per nidificare, dell’edificio della chiesa, sinceramente era talmente ridotta male la loro condizioni, era evidente che rassomigliassero a fuochi fatui, perfino i cani, costretti, per evitare che gli potessero pestare una zampa, gli lanciavano un lamentoso abbaiare, intimiditi abbassavano le orecchie , incrociavano le zampe anteriori al petto, e porgevano loro, le scuse sulla lingua.

Una mattina di un giorno uguale a mille altri, insomma uno qualunque, che alzatosi era passato e proseguito in silenzio, senza lasciare una traccia qualsiasi, qualcosa parve svegliarsi nel creato.

I morti incartapecoriti, e gli estinti più recenti, probabilmente istruiti, conoscitori dei fenomeni, interpretato quanto stava per accadere, posero le carte da giuoco negli appositi contenitori, riponendoli  nel cantuccio all’uopo riservato, lasciarono i loculi ed in una lunga, infinita processione, sbarcarono sulla spiaggia.

Il mare, in verità, aveva brigato fin dalla sera prima, con alcune onde a cresta di gallo, sicuramente venute da fuori, certamente non si erano mai viste da quelle parti, insomma sconosciute ai più, nella notte, probabilmente per una digestione molto difficile, si era gonfiato, rimasto agitato, alzandosi ed abbassandosi per alzarsi ancora ed anche gridare, calmandosi sotto l’alba, accogliendo ed ospitando perfino un comunità di gabbiani che mancavano da non si sa quanti anni, scomparsi, ritenuti estinti, certo si vedeva ancora, in lontananza, verso la pietra, qualche ciuffetto, destreggiarsi, non ancora vinto, con qualche residuo impeto di arroganza, insomma un arrogante nano,  però, niente di eclatante.

Un palmo, forse due, sotto il cavallo della battigia, una striscia di granellini di sabbia, graziosamente s’arrampicava con l’intento di venire allo scoperto, con le manine, scavava la fascia fangosa, bisbigliando, intendendo, forse, raccontare l’ultima fase di una guerra sotterranea, riuscendo comunque a mantenere compatta la sottile, fine, scura stratificazione di sabbia, impedendone, la manifestazione fangosa, l’acqua restava limpida, l’azzurro era magnifico che il desiderio di berla, a lunghi sorsi, si faceva sempre più stringente.

Il verso frastornato, terrorizzato di un merlo, improvvisamente, si lanciò dal Monte tagliando l’aria, una lama così affilata che non manifestava alcuna scia, scese velocissimo giù per la vallata di Majaru, percorse in linea,  il letto del torrente alle spalle delle abitazioni dei Vinnani, costeggiò il muro della chiesa, svolazzò radente la saja alzando un enorme polverone e con un forsennato, strenuo sbattere di ali, planò sulla spiaggia, un attimo a prendere fiato ed energia, voltando gli occhi, girando la testa ad addunarsi, a sincerarsi della situazione,  trafficando con le zampe, aprirsi un varco e s’immerse nei granelli, scomparendo negli strati sottostanti.

I pescatori, ormai in attesa, comunque sorpresi, spalancarono gli occhi ed i padiglioni auricolari e seppure dominati da una grande confusione, s’accorsero che il cielo si apriva nella sua bontà infinita.

La faccia corrucciata, non proprio distesa, del miracolo, indusse i pescatori, ad avvicinarsi con cautela, cercarono nell’aria un passamano a cui appoggiarsi e con la testa alzata, in un fiera sofferenza, si spostarono, dirigendosi verso il palazzo.

La notte, aveva scaricato nel cortile della residenza stagionale della Baronia,  dei Padroni della Tonnara,  un Ometto dall’aria sofferta, accolto con sollecitudine e sottomissione, dalla cameriere.

< Il Palazzo Baronale – I Resti >

 

L’Ometto, il Signore, non era molto amico del sonno ed aveva preceduto l’alba, avviando una indolente ispezione del palazzo, girando per le stanze, androni e scale, finendo, inavvertitamente, scontrandosi a causa di un angolo acuto, con l’abbondante seno della cameriera anziana, uscita da un sogno diabetico e stava scendendo le scale per andare in cucina, a bere.

L’Ometto, resse all’impatto, sinceramente  gli sarebbe piaciuto farsi cullare e magari schiacciare un sonnellino, però  si trasse indietro e rinculò verso la parete, accettando la genuflessione sul bacino e l’inchino della donna, e nel riprendere  il suo girovagare, le ordinò di sistemargli avanti il portone d’ingresso, un tavolo con le sedie e s’avviò entrando nel cortine interno., s’avvide di una palma spennacchiata che svettava rabbiosa contro il cielo e tentò un approccio amichevole.

La palma, risedeva  in quel luogo da secoli, conosceva le linee, i cerchi, i rettangoli che il giorno disegnava alzandosi dalle acque del mare ed i sussurri, rumori, voli ed atterraggi della notte anche oltre il borgo, il Casato gli era conosciuto, perfino nelle  molteplici, insondabili e dispiegate meraviglie, custodiva i primordi, l’estate e l’inverno di ogni componente che si era succeduto, le acque nelle quali si tuffavano  e  la terra per la quale cacciavano, insomma era la memoria vivente dei nati, morti e viventi di quel regno, dunque se lo  trovò ai piedi, si trattenne, certo la terra tremò, smosse qualche zolla, però  non gli mollò neanche una radice sulla faccia.

Il pensiero rivolto ai pescatori, rispettoso degli attrezzi ed i mezzi del dominio, di simili e diversi, insomma della specie ritenuta più evoluta, di qualsiasi rango o ragnatela, anche se infastidito, alla domanda dell’Ometto, con esperienza e sagacia, gli s’inchinò con cautela, la cultura della storia, le origini, non sono un’opzione, è una somma di avvenimenti e con un live sorriso indefinibile, gli disse: “ Voscenza sapi chinnu cava a fari. Troppo tempo è passato “ aggiungendo, sacrificando la schiena,  i guerrieri del mare non sono estinti, sono stanchi, carichi d’esperienza ed a anche se ridotti a scheletri, sono vegeti, hanno energia da vendere, “ rialzando la chioma, tuffandosi in una caterva di nuvole che transitavano danzando su una musica allegra, forse brasiliana.

La mattina,  l’Ometto, nella luce tenera che gli veniva incontro, lasciò le scale, percorse l’androne, varcò il grande portone che s’affaccia sul mare e s’assise nella grande sedia quadrata, imbottita di zammara verde che la cameriera anziana, aveva disposto che colà fosse allocata, in compagnia  di un tavolinetto di servizio ed a cerchio, in caso di viste, altre tre o quattro meno appariscenti, comunque più che altro, allo scopo di fare bella presenza, non farlo sentire solo.

La giovane cameriera, Giovanna, la nipote di Melina, licenziato i contadini, era andata in giardino e raccolte quattro o cinque arance di villa, nome locale del pompelmo, spremute  e preparate sotto la guida della zia, l’aveva portata in tavola.

La giovane cameriera, Giovanna, con sollecitudine, appena l’Ometto uscì e si sedette, sistematosi nella sedia, gli si avvicinò e gli versò nel bicchiere la spremuta , fu ben accetta e  lo lasciò a sorseggiare, andandosi a mettere accosto al portone, pronta a qualsiasi ordine le impartisse.

L’Ometto, sorseggiando con piacere la spremuta, posò lo sguardo sulla rocca, ove risiedeva la Madonna, forse intendendo ricevere la sua benedizione per il governo del territorio e dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara.

La giovane cameriera stava allerta, pronta a versagli nel bicchiere, dal boccale di vetro, dell’arte della marineria locale, manufatti in linee semplici  d’ispirazione chimeriche, il nettare, ad un tratto, alla vista dei contadini, dei guardiani in arrivo, come prese alla sprovvista, fece un passo avanti come a volere presentare loro il padrone.

L’Ometto che teneva la testa leggermente inclinata sulla spalla sinistra, con il pensiero rasserenato dopo l’incontro e la relazione dell’antica palma, intravedendo gli uomini che marciavano verso il salotto all’aperto, ebbe quasi un sussulto ed anziché rispondere al loro saluto, con irruenza, ordinò loro di aprire la Loggia, rimetterla nelle condizioni di lavorarvi e di comunicare al Rais di presentarsi,  velocemente, al suo cospetto, per comunicazioni urgenti, esigenze impellenti.

La Loggia, era un capannone, una costruzione in cemento, munita di rotaie a terra ove su carrelli, dalla spiaggia, veniva portato il pesce pescato, il  tetto attrezzato allo stesso modo, con ganci per lo spostamento dei pesci, iniziava con la pesatura, il carico sugli automezzi di quelli venduti, il resto avviato verso la cucina, i forni,  ove veniva lavato, fatto a tranci, pulito e messo a cuocere, insomma renderlo idoneo a metterlo in scatola.

Il laboratorio industriale della tonnara, oltre all’armamento, gli strumenti per il pesce, sul lato sinistro dell’entrata, aveva una zona appartata, non molto ampia, riservata e fungeva da sede amministrativa.

Un piedistallo, con gambe di metallo e legno stagionato, era posto, situato nel centro della loggia.

La sua altezza era regolabile secondo le necessità  dell’ospite di turno  che sedeva comodamente su una poltroncina inamovibile.

Un binocolo tecnologicamente avanzato, si pavoneggiava su di esso, era l’orgoglio del Padrone.

L’Ometto, libero da ogni orpello, nella stagione di pesca, con il gioiello a portata d’occhio, le lenti dello strumento sotto mano, scivolava sulle onde del mare che glia accarezzavano il naso, la fronte, insomma gli sembrava nuotasse, s’avvicinava  alle isole che gli navigavano incontro ed ammirava lo scoglio lottare con i marosi, spumeggiante, sfiancarsi senza cadere.

Abbarbicato allo strumento, con una gioia bambinesca, teneva sotto controllo, l’orizzonte con le barche allineate, gli uomini anche quando si staccavano dalle lenze e si sporgevano oltre la murata della barca per compiere i bisogni fisiologici.

La Madonna, semisdraiata sul suo giaciglio, a riposare dai pellegrinaggi, udienze e mille altre incombenze, allungandosi in uno sbadiglio, distendendo le membra , in una visione evanescente, forse indefinibile nel tempo, gli venne in mano, un messaggio, ingiallito, punzecchiato di alcune macchie, sbiadito, molto probabilmente, dalla salsedine, accettatolo, lo aprì delicatamente e lo lesse con la grazia del mattino.

Il suo volto celestiale, alla vista di quegli scheletri contorti, consumati, fatti a brandelli, riconoscendo in essi, alcuni di quei pescatori che irritata, spaventata, aveva mandato a lavorare, ritenendoli strumenti del diavolo, con una immensa dolcezza, lo sguardo pieno di serenità eccelsa, avvolse nella sua bontà, l’Ometto, e gli predispose l’incontro.

L’Ometto, abbagliato dal suo splendore, lentamente si alzò dalla sedia imbottita di zammara verde, sulla quale ogni mattina soleva sedere a sorseggiare la spremuta che gli preparava Giovanna, le corse vicino, s’inginocchiò e con mestizia, confuso,  le baciò la mano.

Il bambino, con il dito gli indicò le isole eolie, ascrivendogli una curvatura spaziale che il binocolo non gli concedeva e gli presentò Cariddi, Marta e Grifone oltre a Colapesce, insomma con le mani, gli occhi ed ogni senso, stracolmi di natura, pieno di gioia e bellezza, ed in compagnia della storia e della cultura, dunque prese possesso del golfo.

Il Rais, oppresso dalla grossa mole, tanto obeso che si confondeva con gli animali preistorici, era costretto a spostarsi con movimenti rallentati, insomma molto lentamente, e peteggiando tra le chiappe, si presentò innanzi al Padrone, salutandolo con un breve inchino, un leggero movimento della testa in basso, la mano destra poggiata alla fronte in un pseudo saluto militare.

L’Ometto, senza muoversi dalla sedia sulla quale stava seduto e senza invitarlo ad accomodarsi, con l’irritazione sulle punta delle dita, senza rispondergli sulla salute di famiglia  e senza chiedergli della sua, insomma senza lungaggini e perdita di tempo, senza trattenerlo ulteriormente, oltre il necessario indispensabile, gli conferì il comando di calare la tonnara e lo congedò, lo accompagnò con lo sguardo per qualche minuto,  muoversi mentre s’allontanava  dal cortile, consumando la spremuta che aveva ancora nel bicchiere e chiamando la cameriera che subito accorse, rientrò a passo svelto, nel palazzo che il tempo era diventato invadente.

Il Rais, a passi brevi e pesanti, con le mani intrecciate sulla schiena, peteggiando silenziosamente, senza girare la testa, senza dare un ultimo sguardo al palazzo, si fermò un attimo sul ciglio della piazza,prima d’attraversare, come a volere riflettere.

Il comportamento dell’Ometto, sinceramente gli era risultato non molto bello, difficoltoso a comprendere, insomma non lo aveva gradito.

La sapienza dell’uomo, che usa misurare il tempo senza lasciare debito, che cammina sulla pelle del lavoratore di mare, sul pescatore, lo indusse a chiudere la finestrella che gli si era aperta, ritirando e ponendo in fondo all’armadio, il pensiero che gli si era affacciato, assorbendolo nell’esperienza.

Il suo interesse, in fondo era la tonnara, il resto era fastidioso e sapeva scartarlo.

Il budello dell’acciuga per la salatura, a volte è  trasformato in esca, dunque percorse il rettangolo che separava il palazzo dalla piazza, e con una cautela sofferente, s’inchinò in avanti, tanto quanto serviva allo scopo ed emise un poderoso, roboante peto verso il Padrone, scombinando la serenità delle galline a razzolare nel rettangolo ricavato  a mezzo del posto macchina del Casato, esplodendo una bomba d’aria malsana che le fece volare starnazzando fin sulla spiaggia, alzando nel cielo un polverone.

Il Rais, oramai aveva raggiunto casa, un lampo, un riflesso, uno scrupolo lo raggiunse sugli scalini, inducendolo a ripiegare verso il deposito dell’attrezzatura per la pesca, la sciabica, le lampare, il cianciolo ed altre reti tenute in comunione con il fratello in un  rapporto continuativo con i pescatori, quindi unì le cime, sigillò lo spirito, chiuse la porta a doppia mandata, osservò con orgoglio ed arroganza,  la bellezza del giardino attrezzato con filari contrapposti ad ics, di palme, ficara, nespulare, limoni, aranci, che in estate, nella loro ombra, ospitava la famiglia in riservatezza, fuori dagli occhi indiscreti delle persone, ed entrò nella civile abitazione.

La moglie, sentendolo rientrare con una leggerezza ballerina che è tutto dire, facendosi incontro, gli chiese cosa fosse successo,  perchè sua eccellenza l’aveva fatto chiamare e non ricevendo alcuna risposta, rientrò in cucina e bevve, dal boccale la spremuta che aveva preparato la mattina che nel petto, il cuore, le cavalcava che pareva impazzito.

Il Rais, andò nella  camera matrimoniale e da sotto il letto, trasse fuori un piccolo baule, in un angolo9 del quale, avvolti in una mappina, un telo marinaro, dei grossi quaderni nei quali conservava, fin dagli avi, storia e miracoli della tonnara ed i nomi con ingiuria, soprannome in grassetto e corollari della ciurma, di padre in figlio compresi nipoti, con commenti, giudizi e comportamenti, raccolti nei secoli, con apposite crocette distintive.

Un sorriso compiaciuto, lo accompagnò nella sistemazione dei quaderni e nel riposizionamento del baule, dunque lisciandosi i baffi, pregustando il ritorno del potere, sui pescatori e le loro famiglie, si diresse verso la cucina dove Concetta, sua moglie,  si detergeva la faccia con un fazzoletto di lino bianco imbevuto della spremuta.

Il Signore, comandante delle barche nere, conoscitore di correnti e fondali, della rotta dei pesci, di regole geometrie della pesca del tonno, era rientrato in possesso del suo regno.

< Colapesce – Scilla e Cariddi >

 

Il registro spalancato sulle  ginocchia, con il dito indice e la matita rossa e blu, spulciava i nomi e soprattutto i soprannomi, intrinseca qualificazione dell’individuo,  ed annotava arricciando le labbra.

La croce era un segno di simpatia, l’antipatia si esprimeva con il vuoto, individui ritenuti malevoli, non rispettosi della sua autorità.

L’Ometto, demandato al Rais, il compito di calare la tonnara nello specchio di mare in faccia al borgo, secondo i canoni di pesca a lui conosciuti, aveva preso possesso e si era eclissato nella Baronia, con al seguito il Caporale, fucile in spalla ed una nutrita muta di cani, al seguito.

La tonnara è una trappola che i pescatori, sotto il comando e le regole non scritte, del Rais, calano ad una determinata profondità.

L’esperienza di un capo, è la sommatoria della qualità e quantità del pescato.

I pescatori, dunque attivarono ogni briciola di energia rimasta, uscirono dalle secche della spiaggia e s’avviarono alla loggia, mettendosi l’uno dietro l’altro, in fila indiana, aspettando che fosse chiamato il loro nome.

Il Rais doveva formare la ciurma per la tonnara, dunque con la speranza raccolta nelle orecchie, nelle gambe, nei piedi, avanzavano lentamente seguendo ogni chiamata.

I rimasti in cammino, con la meta svanita, raccolti in un sacco,  gridarono al loro destino maledetto e si acquattarono, sul posto in attesa che un burrasca violenta, venisse a portarli lontano, qualcuno roteava gli occhi, congiungeva le mani magari accompagnandosi con una preghiera e si perdeva nel bianco del sole, altri contagiati da una strana euforia, ammaestrati da un’effervescenza bambina, si cambiavano, rivoltavano i vestiti ed inventandosi una storia colorita, con cartelli disegnati a mano, si disperdevano per valli, e monti, circuendo borghi e villaggi, trattenendo il mare negli occhi, nascondendosi in un sogno bastardo, peteggiando con la luna piena.

La piazza, forse stanca, disperata, senza più un rumore, una parola, un passo, neanche il più leggero, ad un tratto pensò che fosse diventata superflua ed allora s’allungo nella saja, s’infilò nel canale della sera, cercò di ricordare la festa del Santo Patrono, meglio i contadini, gli artigiani con gli strumenti a mostrare con orgoglio i manufatti, i discorsi delle pecore e delle capre, degli asinelli e perfino il gracidare di alcune rane curiose che si erano nascoste nelle bertole, nelle borse dei contadini, approfittando dell’occasione e vedere l’evento, e senza appellarsi a nessuno, fu condotta per mano, dolcemente in un varco che la luna, aveva lasciato aperto, forse non casualmente, riservato proprio a lei, sinceramente non le parse vero, e senza fare un ulteriore, qualsiasi sforzo, raggiunse la sua stella, certo non tutto si presentò liscio, un occhio camuffato da squalo che aveva perso la rotta, le andò dietro per diverse dimensioni,  però ad un certo stadio, forse preso dalla vergogna, ravvedutosi, si eclissò nel buio.

I nuovi abitanti, le future generazioni, all’oscuro degli avvenimenti, sicuramente, sentendo qualcuno rimasto ancora senza pelli sulla lingua, parlare dei fatti antichi, ne avrebbe riso, pensando che la storia è un’opzione ed allora la piazza, periodicamente scende sull’orizzonte con una valigetta rossa, la mette a diposizione di chi vuole sapere, non è stata mai secreta, non ha veli e chi ha la curiosità, può consultarla, come si dice, la verità è un beneficio, è l’energia pulita che salva l’umanità, sinceramente penso che sia un delitto non coltivarla.

L’Anno 1775, dunque la tonnara torna a calare nell’antico sito ad ovest della pietra Gargana.

L’orizzonte era tornato a riempirsi delle barche nere, con grande conforto della vallata fino al monte ed inorgogliva il borgo.

I pescatori, appesi alle lenze, addossati alle murate, ansiosi aspettavano il tocco, il passaggio dei tonni pinne gialle.

L’ inseguimento era un crescendo, dal primo, a mano fino alla camera della morte, si trasformava in un grido di gioia all’unisono.

La voce vigorosa del Rais, raccoglieva con rispetto quella dei pescatori.

Il “ leva, leva, leva. Viva Santusagnoggi, Viva Madonna du tunnaru “ riempiva l’aria, il mare, e la loggia issava in alto il pallone bianco.

La mattanza, festeggiava la vita e la morte, i pescatori, gli abitanti, piangevano e ridevano, ringraziavano la Madonna.

I pescatori, bagnati, stanchi, sporchi di sangue, scivolavano sui pesci, l’un l’altro si davano pacche sulle spalle con allegria e complicità, la trappola recuperava la profondità stabilita, l’acqua si schiariva del rosso ed i palischermi, le barche, cariche dei pesci, spinti a forza di braccia, scendevano a riva.

Il Cavaliere, l’Ometto, seduto sulla poltroncina nel centro della loggia, gli occhi appiccicati al binocolo, aveva seguito tutte le fasi della mattanza ed ora, i pescatori alzarsi ed abbassarsi nella voga, a spingere coi remi il palischermo, le barche.

La compagnia si era fatta nutrita, soddisfatto parlava or con l’uno e l’altro dei compratori, con le autorità locali, con le maestranze che lo coadiuvavano, aspettando l’arrivo dei carrelli con i  pesci.

Le famiglie dei pescatori, il borgo intero, tralasciati “ i subizza di casa, “ esultanti di gratitudine, si erano incamminati, con il passo che potevano, verso la spiaggia, piangendo di gioia, pregando per ringraziare la Madonna e San Giorgio, con anziani sottobraccio, in neonati in collo, i bambini traballanti attaccati alle vesti, inseguiti e preceduti dai grandicelli, insomma nessuno era rimasto, il villaggio si era vuotato, anche i ciabattini con i picciotti, i negozianti ed i venditori ambulanti, i contadini dimentichi del divieto, confusi con gli altri, oramai erano sulla spiaggia, avevano preso possesso dello spazio intorno allo scivolo di tavole sul quale i tonni, legati, arpionati, venivano tirati i dai palischermi, un breve passaggio nell’acqua, issati e trasbordati sui carrelli che dalla loggia, percorrendo la strada ferrata all’uopo predisposta, inseguiti dai ragazzi, figli dei pescatori, in una lotta furibonda con i guardiani, attendevano uno dietro l’altro, pronti a rifare la strada all’incontrario.

I contadini,che avevano lasciato i campi, in culo al divieto di passare il ponte e scendere al mare, adesso ritornavano soddisfatti, scherzando fra di loro, verso casa, osservando la guerra dei ragazzi coi guardiani per saltare sui carrelli, per accarezzare i pesci.

Il percorso della ferrovia, sia in andata che di ritorno, era una guerra  all’assalto dei carrelli, il desiderio di saltarvi sopra e fare qualche metro a bordo, li esaltava in un modo straordinario.

I  guardiani, soprattutto di estrazione contadina,  comandati al loro utilizzo, cercavano con ogni mezzo ed in modo animalesco, d’impedire che i ragazzi, si avvicinassero, addirittura neanche di appoggiarsi al mezzo di trasporto, un giuoco che poteva diventare cruento.

La cattiveria dei guardiani a protezione del mezzo di trasporto, superava ogni ragionevole misura.

Le pedate, gli spintoni, ogni mezzo era ritenuto valido per impedire ai ragazzi di raggiungere il loro scopo, era tale la ferocia, che a mente serena, la loro attività, può essere paragonabile all’azione messa in opera, da alcuni membri che militano nelle forze dell’ordine, sotto la copertura del servizio, molto probabile, coscienziosamente  addestrati all’uopo, da una scuola malata, rimasta ancorata al vecchio regime, da alcune frange della Dirigenza, del gruppo di comando, che si credono protetti da alcuni partiti politici che sulla pelle, sotto la divisa, vestono la camicia nera.

Il giuoco consisteva nel sedersi un attimo sul carrello, provare l’ebbrezza della velocità, del vento sulla faccia, ma questo per i guardiani era un affronto, non ammissibile, la loro violenza animalesca, sopravanzava la protezione.

Il tonno sott’olio, con il marchio del Santo Patrono, era un prodotto prelibato e ben presto fu esportato in tutto il mondo.

La lavorazione del tonno,  l’inscatolamento, consegnava alla tonnara di San  Giorgio, il  primato nella fascia costiera, insomma  la sua caratteristica, rientrava in un gruppo molto esiguo e rinomato.

Il pesce pescato, l’abbondanza, non arrecava alcun beneficio ai pescatori, neanche un centesimo, i pesci in sovrannumero, se non venduti, non rientranti nella riserva dello scatolame, assieme ai suoi residui,  il padrone anziché dividerlo per rinfrescare le famiglie dei suoi lavoranti, faceva scavare delle buche nell’uliveto, e lo disperdeva in esse.

La discendenza della quale si fregiano, in piena coscienza, è un titolo abusato, che non li chiama ad occupare una poltrona, il  regno è uno solo ed appartiene a Dio, sulla terra a  regnare, sarebbe il popolo, però delega agli altri il suo potere, sarebbe meglio investirlo in modo diverso, i risultati non sono esaltanti,

ha perso, o meglio gli è stato sottratto perfino il lavoro, un diritto acquisito, con  lotte cruente e morti.

I Scuccinni, cioè i resti della cottura, lavorazione del tonno,  per metterlo sott’olio e dunque in scatole di latta, sono un misto di carne, cartilagine e pelle, un piatto povero, succulento ed in epoca recente riscoperto e messi in vendita. Il Padrone, non conosceva, non rientrava nei suoi passaggi, che questo tipo di alimentazione potesse andare bene per i pescatori, li  considerava scarto, ed i guardiani, canidi, eseguivano i suoi comandi, con cattiveria, se non violenza, sproporzionata.

Il potere se non è saputo usare è un cattivo strumento, un compagno malavitoso, dedito a fare male, a dare fuoco  anche all’acqua.

Il carretto carico di scuccinni, trainato e spinto a mano dai guardiani, partiva dalla loggia e si dirigeva verso l’uliveto.

I ragazzi, pregustando un pugno, na junta, di quel pasto succulento, circondavano il carretto e tentavano d’infilarsi nelle maglie dei guardiani.

L’assalto aveva inizio fin dalla partenza della loggia, appena girato l’angolo per immettersi nella strada per la nazionale.

La montagna di scuccinni, sistemata sul carretto, almeno un pugno, un assaggio, andava conquistato.

I guardiani usavano ogni mezzo per impedire che ci arrivassero, si scagliavano contro e colpivano in faccia, sulle spalle, nelle gambe, con qualsiasi attrezzo che tenevano in mano, con una ferocia sproporzionata.

I ragazzi, conoscevano il rischio, eppure non desistevano, si arrendevano.

Il trasgressore che cadeva in mano ai guardiani, anche se avesse il pugno vuoto, naturalmente il più debole, doveva subire una pena, l’intenzione era ritenuta della stessa portata del furto, dunque messo a terra, bastonato con determinazione e ferocia, procurare un trauma sicuramente non facile da dimenticare, per il sadico gusto di fare un male oltre il dolore, allo scopo di mortificarne la dignità, lo spirito, gli pisciavano in bocca.

L’inseguimento alla conquista della junta, del pugno di scuccinni, comune non s’interrompeva, la guerra continuava sotto gli ulivi, il carretto oramai vuoto, veniva trasformato in una trincea ed a volte, nella fossa con i resti, ci finiva l’acerrimo nemico, Filippo,  il  più malvagio dei guardiani, un contadino diittatu, scansafatiche.

Il clima mite di San Giorgio, la sua tranquillità, non è una località esposta al passaggio, il  transito è circoscritto, bisogna venirci di proposito, è un richiamo, un luogo di riposo.

I Padroni della tonnara, dunque nei mesi più freddi, vi trascorrevano un breve periodo, insomma svernavano al borgo.

La riservatezza, la distanza che mantenevano verso la popolazione, la lontananza,  li distingueva, erano talmente al disopra dei comuni abitanti, d’altronde è caratteristica naturale di questa classe eletta, che sinceramente, non so se definirli, semplicemente approfittatori dell’ignoranza, indecenti ereditieri,  illegittimi  proprietari od altro di inqualificabile, comunque indegni dell’umanità.

L’esistenza è un passaggio di compagnia, resa degna se volta al bene comune, altrimenti può configurarsi ad una perenne ruberia.

L’uso di una lingua diversa da quella del luogo, allo scopo di non fare capire agli altri che seppure camminavano di fianco a loro, fuori della cerchia, cosa dicessero, ha un significato che oltrepassa l’uso del potere.

La loro conversazione, si svolgeva sotto voce ed in un idioma, una lingua diversa, solitamente in Francese.

La curiosità è l’elemento fondamentale che aiuta a sviluppare ed ottimizzare l’intelligenza di ogni persona, senza interessi si è una nullità, e soprattutto nel ragazzo, nel giovane, è fame di sapere, cibo per la mente, nota l’insalubre comportamento degli adulti e scava per scoprire la chiave.

L’ambito nel quale vivono i pescatori è molto ristretto e quando un figliolo ha l’opportunità, casualmente di entrare,  in uno ritenuto superiore, comunque diverso dal suo, è una conquista e cerca di trarne profitto.

La frequentazione con il giuoco, con gli eredi del nobile casato, ne incentivò la scoperta, ebbe modo di leggere le carte.

I Padroni della Tonnara, Il Casato, per togliersi dall’imbarazzo,  messo a dura prova, comandò il lavoratore, collaboratore, ad altre mansioni fuori dal palazzo, eliminando così il disturbatore, il ragazzo impudente.

Il palazzo e lo stabilimento, avevano la caratteristica di una base protetta, inavvicinabile,  una zona militare, e se per caso, la curiosità spingeva qualche ragazzo ad avvicinarsi, a scrutarvi dentro, i guardiani diurni,  con uno strumento rudimentale, manovrando lunghi e filiformi pali con un cerchio metallico bucherellato in cima, suggestionavano l’incauto, intimorendolo e spingendolo a fuggire a gambe levate.

La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecento anni dopo, cessa di calare e rimessa a dimora nei grandi capannoni in cemento armato, dalle immense porte nere.

Il Casato, relegatala nei magazzini, l’ha lasciata spegnere nel respiro lieve delle onde che da riva indietreggiano con la risacca, consumando la storia millenaria, nel gioioso mormorio dei granelli di sabbia.

Il Santo Patrono, veniva portato in processione a fermare il mare in tempesta.

La ghiaia che costituiva quella parte di spiaggia, trafugata per usarla per la costruzione di agglomerati di indubbia qualità e di correttezza, eludendo la  legalità, insomma la speculazione  distrutto l’equilibrio degli elementi, aveva indotto il mare ad erodere la spiaggia, attraversando la strada, entrando nel giardino di agrumi colà fiorente, e minacciando, addirittura le ferrovia.

Il Santo guerriero, oramai privato delle sue vestigia, del potere miracoloso, nulla era in grado di fare per fermare l’avanzata, dunque  raccoglieva qualche preghiera, tante imprecazioni piuttosto colorite e ritornava in chiesa, a fianco dell’altare ove risiedeva la Madonna,  a sonnecchiare, rischiando perfino di bruciare al fuoco delle tante candele votive situate sotto la pancia, tra le zampe del drago che vittorioso sulla spada, si era dato all’arte del prestigiatore, inventandosi, nuovi giuochi, incendiando addirittura, l’aria.

I pescatori del villaggio, rimasti senza alcuna protezione, la generazione che avanzava, che chiedeva un domani diverso, migliore, insomma un’aspettativa di vita più consona al progresso dei tempi, ad un certo punto, per bisogno, per necessità, si armarono di quel coraggio che gli era mancato in gioventù, ed emigrarono.

La tonnara, nel 1973, circa dieci anni dopo, riemerse dai magazzini e fu calata.

La bella politica, credo sinceramente, con  un colpo di mano, non si spiegherebbe altrimenti, consegnò ad un pugno di Briganti, avviando di fatto, una grossa, immensa speculazione sulle spalle del villaggio, un contributo pubblico, presentandolo come un progetto di sviluppo.

I Beneficiari, a chiamarli lestofanti è semplicemente riduttivo, addirittura non ebbero alcuno scrupolo a sfruttare il lavoro della ciurma, e lasciarli senza consegnargli il denaro dovuto.

La ciurma era raffazzonata, infarcita di qualche anziano pescatore e di molti ragazzi, Pippo Accordino, Pietro Providenti ed altri che si soprannominarono “ I Fanatici del Bastardo “ dal nome della barca sulla quale lavoravano che assolto il servizio militare, disoccupati, s’imbarcarono in attesa del treno buono per seguire la rotta dell’emigrazione.

La guida, fu affidata al Rais Rosario Canduci, un profumo delle Libia se guito dell’avvento al potere di Gheddafi, coadiuvato nelle vesti di SottoRais, da Giovanni Salmeri detto Custuleri.

Il Rais Rosario Canduci, insomma, dal ponte di comando del Palischermo San Francesco, gli fu dato il compito, di accompagnare la tonnara, alla definitiva dismissione.

I Rampolli del Casato, in breve cedettero terre e palazzi e con il Capitale raccolto, indifferenti alle sorti dei pescatori del villaggio di San Giorgio, navigarono  verso mari più prosperosi.

La pesca tradizionale del tonno, non era più proficua, altri metodi di pesca erano entrati nel mare e le rotte spezzate.

La politica, indossati i vestiti dell’impresa edile, avviò la speculazione stuprando il territorio del villaggio.

Gli immobili, caduti in mano a Sedicenti imprenditori dediti alla  Speculazione, naturalmente, confidando nell’assenteismo degli Enti preposti alla tutela, che si è disinteressata dei vincoli ai quali erano sottoposti, iniziò l’opera demolitrice, sventrandoli e saccheggiandoli., insomma mise in scena la spoliazione della tonnara e del territorio del villaggio di San Giorgio.

Le barche, i palischermi, i galleggianti e le ancore, sparsi ai margini del prato e la spiaggia, abbandonati nell’incuria più totale, assistettero impotenti all’abbattimento dei magazzini nei quali erano ricoverati nei mesi che non stavano in acqua.

I turisti ed i passanti, scorgevano i relitti coperti di sabbia e di spine, e con negli occhi la misura del degrado del villaggio, continuavano nell’indifferenza il loro viaggio.

Gli abitanti di San Giorgio votati a rinnegare la storia marinara, godevano della speculazione che gli concedeva in cambio della propria casa o del terreno, qualche appartamento arredato e fornito dei nuovi ritrovati della tecnica.

Il progresso avanzava e quel che rappresentava il vecchio, la storia era un intralcio e dunque cancellato.

< IL MARCHIO DEL TONNO SOTT’OLIO – GIORGIO SALMERI -                                                    Il Palischermo – Massu d’arenaria – Ancora>

         <  San Giorgio – I Fanatici del Bastardo – Cirio >

 

IL MIO GRANDE AMORE

 

 

Il sole del mattino, le accarezza la fronte, le ciglia, si ferma, forse a  giuocare sugli occhi, riflessi variopinti, tenui fluorescenze, inaspettatamente avanzano, s’allungano e si proiettano sul petto, sull’addome, sul bacino, ha attraversato

la tela dell’ombrellone, certo sospinto da un vento sbarazzino,  la bellezza svolazza sulla sabbia, circuisce il tubo ed apre una galleria d’arte moderna. L’amore, disegna tele stupende, sorpreso rimango a guardarla, ha un sorriso abbagliante, è una fata e l’osservo incantato, non riesco a muovermi, parole

mi salgono sulle labbra, ballano sui denti e mi sento un cretino, ho tanto bisogno di lei, non so spiegare l’evento, rifletto un coagulo di ricordi, cerco

nell’a memoria, spontanei mi girano intorno, gigli selvatici, rose canine,

perfino margherite azzurre, farfalle striate di mille colori, volteggiano leggere,

le ali mostrano occhi raramente tanto belli che un grande pittore, dubito sarebbe capace di dipingere, sinceramente mi sono sentito mancare riconoscendo, l’amore, le irriverenze,  l’insostenibilità della natura e stretto nella sua corona, mi sono sciolto in battiti incontrollabili, febbricitante mi tuffo nel suo seno, nuoto per tutto il corpo, riemergo in mulinelli, affondo e riemergo, si rivoltano,

quasi volessero dissipare l’energia che mi travolge e mi rotolo nella sabbia.

Una forza sapiente, disegna a caldo sulla pelle, simboli, segni di popoli

antichi, di un mondo non ancora decifrato ed una comunità di grilli,

si lancia, inizia una serenata lunare, ho l’impressione, anzi la certezza,

di ritornare indietro, certo non ho vent’anni, sinceramente sono in ritardo,

non potrò darle quanto vorrei, però le darò la felicità, l’amore

che ho sognato, ha tanto peregrinato, il mio grande amore

è arrivato, lo tratterò bene e lo proteggerò.

 

LA SPIAGGIA

 

Le ferite si allargano, penetrano la sabbia e scaricano il male in geometrie costruite nel cemento, che si perdono nella strada, affabulando l’azzurro, escludendo i cittadini che preoccupati guardano, costernati gridano, salgono sulla barriera protettiva, che la forza erosiva del mare, certo reso inadeguata. Un giorno, una settimana, qualche mese e la natura, è dichiarata ammazzata. L’uomo, si è seduto in un tramonto, in un’alba che privati dello spazio, s’alzano e scendono, confusi, hanno perduto il regolamento, gli animali, volatili tramutati, camminano, volano senza una direzione, si fermano, riprendono, cadono,                      si alzano sconvolti, stralunati, non hanno la connessione. I versi, hanno assunto il suono di grida strazianti, allucinanti, il terreno arido non riconosce la loro esistenza, inconsapevolmente, la notte ha perso, carri di stelle, il giorno                             si è rivoltato, a tentoni attraversa la strada, cerca la piazza, si ferma,                                    la casa nella quale ha traghettato, un copioso numero di anni, ride,                              forse vorrebbe abbracciarlo, ha la porta aperta e sulla finestra, un vaso rosso. Una masnada di farabutti, ha circuito l’umanità, li ha degradati e  frantumata                     la memoria tanto che i segnali, sono scarsi, e molti addirittura irrecuperabili. Uomini carichi di preziosi titoli, spogliati per avidità, hanno perduto l’intelligenza, i sacrifici, la promessa di una cospicua remunerazione, ha tolto loro la dignità, ed ora boccheggiano sullo sportello esterno di quella banca opulenta,                              che con gli appannaggi sconsiderati, avrebbe sponsorizzato, moglie e figli,                          la famiglia inclusi i vecchi e magari qualcuno della parentela più vicina.                               La Giustizia, è farraginosa, impossibile a raggiungerla, la verità  vive sola,  muore nella bellezza della gioventù, osannata, sinceramente non è amata.

 

SALVATORE PITTARI ( BALICI )

< IL PALISCHERMO >

< La protesta per l’erosione della spiaggia >

 

 

LA TESTA DI SALE

 

Gli occhi socchiusi a rabbonire l’immensa distesa azzurra, le onde schiumanti che avanzano, a misurare la spiaggia erosa, la faccia incredula, stravolta dalla rabbia, incapace di manifestare l’ineluttabilità del male, di dire  la verità.

Il mancato rispetto, inasprisce la natura, il mare risolve, secondo la legge universale che regola gli equilibri e condanna, il metro sono gli errori causati.

La tempesta che sconvolge la spiaggia, è il conto in sospeso, la pena comminata in contumacia, non è un saldo, il calcolo non ha binari, i freni messi a dura prova, si sono  rotti e mostrano lo smarrimento, il pensiero labile dell’uomo, l’esecuzione perfetto di un delitto e con la stessa capacità scordato, non c’è ravvedimento, continua lo spergiuro, la ribellione, significa

che non è un’estorsione, è l’unica risposta disponibile

alla violenza reiterata. Hanno abusato del potere, i nani, seduti

sullo scanno, hanno concesso l’abusivismo, intascando mazzette

di denaro, di costruire fuori la linea tracciata, scavalcando la strada,

il limite di protezione che gli antichi abitanti avevano disegnato,

oltre, il terreno non appartiene ai palazzoni, è del mare.

Hanno creduto di potere fare quello che volevano, adesso è  l’ora della resa.

La testa di sale, è una convenzione che ha per condizione una giusta misura,

le proporzioni qualificano la conservazione, i vermi che superano la barriera, hanno un caratteristica, una conformazione esemplare, forse inusitata, l’elemento che ingurgitano, è indebolito, reso inconsistente e facilmente subisce i loro attacchi, precisi, mirati, programmati per distruggere la portata.

L’uomo, diciamo buono, integerrimo, subisce il fascino del denaro, soggiace

al male e non riesce a mettersi in salvo, qualcuno si ritiene felice del lavoro.

 

LA NOTTE SUL MARE

Il tuo sorriso, è la mia stella, splende nella notte, scende sul mare e navigo sereno sulle acque calme con la lenza in mano, posseggo il dono dell’amore. La pazienza non è più tranquilla, il pensiero sublime, ha perso ed è andato

per conto proprio, è volato lontano, fuori dal mio raggio, non è uno svago, serve a non perdere il rispetto reciproco ed allora ritengo che l’unica mossa giusta da eseguire, è di staccare dalla cassetta della dispensa,

un saluto indolore ed allontanarsi nel silenzio del mattino

ed evitare che le avvisaglie, posano trasformarsi in tragedia,

cancellando in un attimo, il tempo trascorso.

Ho tirato a riva, le lampare che incuriosite, sopraffatte, si rivoltano

a guardare il cielo, non riescono, il pensiero accomoda, succede però,

che il pesce raccolto, si disperda, la pescata è perduta, il ritorno a casa

con le membra ammollate, è una sconfitta, la comunità civile,

non accetta la barbarie, eppure il rito si ripete, sempre uguale,

ed hai voglia di pulire, lucidare, senza i sani principi, il rispetto reciproco,

è chiedere miracoli, andare in chiesa senza fede, non c’è esperienza

che valga, l’umanità, avrà il paniere vuoto, erutta violenza.

< GIOVANNI GUALTIERI – CONCETTA ACCORDINO – PAOLO ACCORDINO – EMANUELA GUALTIERI

< ANTONIO – PIPPO – SANTINO – FRANCO – Carmelo Accordino >

 

 

LIBERA NOS A MALO

 

 

La casa di famiglia, morti mamma e papà, andata via la badante, rimasta vuota,

è stata chiusa, il grande ed il piccolo dei sette fratelli, arrogantemente,

senza avere mai partecipato ad alcuna spesa corrente e molto  indifferenti,

alla straordinaria, tenendo fede al detto universale che un padre campa cento figli

e loro non riescono a servirlo, tanto più la madre, non passavano, addirittura,

neanche a salutare e se il caso, li poneva di fronte, giravano bordo,

davano le spalle ed imperterriti, continuavano a camminare, insomma

hanno deciso di vendere, non interessandosi, di quale titolarità

fosse necessaria, di quante parti di proprietà occorressero, se fosse necessaria una visura, per avanzare una simile azione, sinceramente consigliandosi talmente male di non venire                     a conoscenza che al catasto, risultava un altro metraggio, dunque inficiando qualsiasi proposta, l’operazione richiede correzione e contestualmente il saldo.

Gli esimi fratelli, dopo tante riunioni con i conti in mano, per il sostentamento,

il funerale, la liquidazione della badante, terminati sempre senza nulla di fatto,

a riscontro ci hanno inviato una lettera Raccomandata con Ricevuta di ritorno,

concedendoci, bontà loro, il diritto di prelazione ed ora che è arrivata l’estate,

diciamo la casa al mare, nell’intento di disponibilità per tutti, è rimasta vuota.

La mia indole è pacifista, evito per quanto mi è possibile, di dichiarare guerra,

sono attrezzato a farla, la capacità l’ho acquisita per sopravvivere, mi conosco,

quando comincio, ho la determinazione di ritornare vittorioso,

ed allora evito litigi, mi contraddistinguo, ho capito che non serve,

la sopraffazione è male per tutti e scanso l’incidente parenterale,

dunque ho deciso d’inventare un espediente e cioè di fare il pescivendolo

in spiaggia, così mi faccio le vacanze guadagnandoci anche un po’ di denaro

che è sempre utile, posso fare beneficienza, non risolvo l’aspettativa,

però ho la presunzione che col pensiero piegherò l’alluminio.

Ho affittato un rettangolo di suolo pubblico a margine della strada di mare,

una licenza per la vendita ed ora mi dedico allo smercio di pesce fresco,

appena pescato direttamente al consumatore, e per chi lo richiede ben pulito,

netto, senza una spina, seguo con impegno gli insegnamenti di mio padre,

certo ottenere il posto, mi è costato, non è stato facile, avevo urgenza,

dunque sono stato costretto a scendere a compromesso, i dipendenti pubblici,

infilati dentro la burocrazia, si dedicano con abnegazione all’espletamento

di questo esercizio, pare che stiano al passo, un rischio calcolato, se scoperti,

il gruzzolo che verrà alla luce, sarà una parte minimale, il guadagno,                                                   sarà sempre molto alto, saranno soddisfatti, dunque al termine della vendita,

lavato e coperto il banco, pronto per l’indomani, vado alla vicina bottega

di generi alimentari, compro un panino ed un etto di mortadella affettata

molto sottile che quasi ci litigo, un cucchiaio di giardiniera, e con il panino imbottito,

gonfio di tale leccornia, mi reco a casa, mi siedo sulla soglia,

e tenendolo ben stretto tra le mani, lentamente, con prudenza, causa  protesi,

mangio sorseggiando una birra, accompagnato da un vento di terra, leggero.

La sera vado a dormire, stavo per dire al B.& B., in spiaggia ed allegramente,

vado in culo alla famiglia che si esercita alla calunnia e mi sta a sorvegliare.

Io che umilmente mi reputo un uomo onesto, seppure appartengo al genere,

avanzi di galera, sinceramente sono abituato a lavorare, non ho mai vissuto

sulle spalle degli altri, e  mai mi sono rallegrato delle disgrazie altrui,

ho pagato  le mie ingenuità, sono abituato a sopravvivere contando

sulle mie forze, spendo quanto è nelle mie disponibilità, ho dormito

anche per strada, ho dato aiuto senza aspettarmi nulla ed oramai

che del tempo non sono oberato, sono un pensionato e conservo una mente

lucida, funzionante, ho pensato, mi è balenata un’idea brillante, comprerò

la casa nella quale i miei genitori ci hanno allevato con amore, mi sono detto,

però imbastirò una bella trattativa e diciamo pure al massimo ribasso, chiedere

non è mendicare, è  necessità, ogni cosa ha una risposta, avrei  potuto

venire loro incontro, impegnarmi in una soluzione diversa, adesso è troppo tardi,

dunque mi sono vestito da sadico, credo che si accontenteranno,

poco sarà sempre troppo, e non mi prenderò la briga di dirglielo,

non desidero scambiare una parola, aggiungo anche una sola sillaba,

mi fa venire nausea, e con la condizione sine qua non, che prima del contatto,

saldino i debiti arretrati, altrimenti non potrà aprirsi nessuna compravendita.

Sarà un’attesa scellerata, mi struggo nel disegno, però in fondo, sono baciati dalla fortuna,

li sollevo dalla miseria, sono io l’imbarazzato, sono un ragazzo semplice, amo il rispetto

e l’educazione, vendo pesce e non per diletto,  dormo sulla spiaggia aspettando

la barca, sotto la luna e la domenica, passeggio serenamente per il borgo,

saluto coetanei e chi mi conosce, salgo verso la nazionale con un sacchetto

di scaccio e “ ‘nta curva, “ mi accovaccio sul muretto  e sgranocchio, con difficoltà,

qualche fava abbrustolita, ceci e noccioline,  che ho comprato dalla bancarella

in piazza e mi dico che basta poco per essere se non felici,

almeno appagati, la  salvezza è  accontentarsi.

La sana competizione della fanciullezza, le interminabili partite di pallone,

correre nei campi di agrumi a mangiare arance e mandarini, sono un ricordo,

mi brucia il petto, forse per la velocità dei fluidi che mi circolano, ho la testa

che mi bolle, ho sempre pensato che fossero uomini d’onore, della dignità fieri,

io che sono il mal riuscito, che non mostro nulla di buono, vanto di trofei ancora peggio,

che ho perso anche con i morti, pensavo fossero di esempio, è incredibile vado

loro incontro, con i miei dolori, non penso che abbiano perso, che manchino

degli attributi in dotazione ai comuni mortali, piuttosto, credo siano stati

messi sotto sequestro, hanno perduto le redini di casa.

HO l’impressione che siano divenuti soggetti passivi, resi inutili, e forse tentano

una rivalutazione, cerchino di mettersi in evidenza, facendo i bulloni

di una vecchia macchina rimasta ferma nell’orto, sotto le intemperie, dimentichi

che il motore, potesse arrugginirsi ed avesse potuto perdere l’avviamento.

L’imprevedibilità della donna, la trama del suo disegno, rende debole l’uomo,

che per amore o  mancanza di coraggio, si mortifica e cade nella confusione.

Boh!  mi ripeto, io ho avuto il coraggio, seppure soffrendo tanto, di scegliere

ed adesso mi sento tranquillo, sono in pace e se sapessi pregare, a Dio direi,

che mantenga loro i peli, almeno sulla testa che sotto il naso, probabilmente,

gli si sono atrofizzati, i Glabi, sono vischiosi, assomigliano ad una Polpessa.

Io vendo pesce fresco che ho comprato all’alba sulla spiaggia, dalla barca amica, indipendente, non faccio la dieta, ho perso il vizio del fumo, e la sera, mi tengo leggero, mangio una granita con una brioscia e quindi vado a letto, ed aspetto con un libro aperto,

il sonno ristoratore, e sarei un uomo arcifelice se a qualcuno potesse

nascergli, spontaneo, in bocca, un fiore di campo.

 

.

< LA POLPESSA >

< Antonio Russo – Salvo – Antonio – Franco Accordino – Etna >

LUCIANO

 

I giorni di scuola, sono coriandoli di conoscenza, segni informi di un futuro incerto,

di scoperte e di delusioni, di mare  e di  campagna, di fiori e di sole,

una convivenza riempita  di corse e partite di pallone con per campo la strada,                                                         una rincorsa alle lezioni, agli esami ed agli amori, impastati  di timidezza

e riservatezza, un bacio rubato, uno scherzo ed entri nella competizione

per prendere possesso di un posto di lavoro.                                                                                                 Gli anni nel segno della semplicità, sono trascorsi, le ferite                                                                sono nascoste nell’anima ed a volte, inconsapevolmente                                                                                escono a dichiarare, che il mondo si è rovesciato, cerchi un appiglio                                    per non perdere l’equilibrio, la  gioia, il dolore, il giorno la notte                                                           che ti accompagnano sono fratelli, fanno parte di te                                                                   e non puoi disperderli per la città, sugli alberi.                                                                          Allora confondi i parenti, guidi fino alle pendici del Santuario,                                                  in coda per posteggiare nello spiazzo e prendere l’autobus,                                           Luciano, il mio compagno di scuola è in comando colà,                                                          forse per ossigenarsi dal servizio quotidiano in piazza,                                                                       mi autorizza a salire con la macchina, ripromettendoci di rivederci.                                        L’incontro in piazza, ritornando a casa, è stata una sorpresa,                                                       anche se per pochi minuti, per abbracciarci, mi ha ridato il coraggio,                               l’ebbrezza della fanciullezza che la città m’aveva tolto.                                                                     L’ho rivisto nel nosocomio dove prestavo servizio                                                                             Una raucedine, la tosse, un torace, la solita inutile terapia                                                                  ed il cancro al polmone si rafforzava, lo debilitava ogni giorno di più.                                                       I controlli, misuravano  aggravamento, oramai aveva vinto.                                                                Ho telefonavo per salutarlo, il figlio che veniva con mamma e papà,                                          mi ha risposta che aveva perduto la battaglia, annunciato la dipartita

 

L’ARROGANTE

 

L’incontro non presenta accidenti, si mangia e si beve,                                                    perfino si chiacchiera con naturalezza, sembrerebbe attenta,                                                            porge il lato sociale con uno studio particolareggiato,                                                                            a pelle non esprime alcuna sensazione precisa,                                                                                      ha  un sorriso accattivante, un interesse preoccupato.                                                                             Ha recepito una critica, e cambia all’istante, si tradisce                                                                       nei dettagli, allunga il muso a becco, l’espressione facciale                                         s’indurisce, sforna un atteggiamento rugoso, nei denti,                                                                        sulle labbra, nasconde una violenza incredibile, assassina,                                                         esplode senza guardare, in modo indiretto,                                                                      penetra nel profondo e non riesci a mettervi un argine.                                             L’immediato è la figura, la paura ti morde la mano                                                                                  La persona arrogante, non ha anima, serve il suo canto,                                                            travolge ogni sentimento, è neutra e sembra corrotta dalla miopia,                                                       le parole tagliano il tessuto di un uomo e vanno a bersaglio,                                                    scaglia orrende minacce, pare che serva un elevato antagonista,                                            non recede, è prona, scivola sulle parole che ornano la sua testa,                                             è una regina che occupa un regno confezionato con aculei dorati.

 

LA SOLITUDINE

 

L’alba non è ancora arrivata, un uomo sta seduto nel buio, sull’altopiano,                                sulla collinetta, nella vecchia casa dei genitori, ha negli occhi socchiusi,                                                i giuochi da bambino, il lavoro nei campi,cerca il sentiero                                                                  che lo conduceva al villaggio, l’amico è morto.                                                                                    Il viaggio si è protratto per anni, rincorso bisogni crescenti,                                                    ha pensato di accumulare denaro, di offrirsi il meglio,                                                                 avere prestigio nella società, ed ora che le forze                                                                             sono rimaste poche ed il lavoro richiede altre disponibilità,                                                          più intelligenze ed energie, ecco che è stato allontanato di casa,                                     anche la famiglia, i figli, le nuore, i generi, i nipoti, hanno fretta.                                            L’uomo guarda in fondo, ha il mare ai piedi, le mani sulle ginocchia                                              e sulle spalle, oltre alla fatica, una preoccupante solitudine.                                                                  Un verso strano, trafigge  il silenzio, par che si alzi in piedi,                                                       sembra abbia ritrovato, un tratto della giovinezza e cerca                                                              nel buio che ancora rimane appeso agli alberi, alla vigna,                                                               un equilibrio, le corde vocali lanciano un sibilo, non è un serpente,                                                      è la morte che ha bucato la pietra,  il masso sul quale stava seduto.                                           Ha aperto un varco ed è uscita nell’erba, è sorpresa o chissà cosa,                                              anche il Barbagianni sul castagno, s’interroga e chiede ai vicini                                                  di quella macchia bianca che indecisa, si muove lentamente.                                                           Un asino raglia, non è una risposta, una capretta bela, il cane a guardia,                                      la riprende, un maiale che zufola arrota le orecchie,                                                                        una gallina bianca, razzola indifferente a qualche metro di distanza,                                               una pecorella esce dalla stalla a cercare la mamma,                                                              ha fame, vuole la mammella per allattare, è disperata, non sa che fare,                                             un volatile notturno, le salta al collo, s’aggrappa e la porta lontano..                                           Il  mattino ha aperto porte e finestre, il sole emerge sul mare,                                             l’uomo si alza e cammina, ha calzato un cappello di paglia,                                                       un paio di stivali di gomma ed allora bisogna procurarsi una vanga,                               lasciare la casa e darsi da fare altrimenti rischia di rimanere a piedi.

                  < L’ALBERO BENJAMIN – IL PRANZO DELL’ASSUNTA – NICOLA & LUDY – SALVATORE SALMERI >  

 

LA BADANTE DI MIA MADRE                                                                                                   

 

I figli, dispersi nei vari luoghi di lavoro, in altre città, la maggioranza,                                           anche se residenti in loco, per busillis con il fratello o la sorella,                                        comunque per una stupida insofferenza, rimangono indifferenti,                                                      alla morte del padre, l’anziana genitrice, rimasta sola nella grande casa,                                       con la salute sempre più precaria, ha bisogno, di una persona                                                     Il rischio di metterla nelle mani di una donna estranea, straniera,                                                   che non parla la lingua, costumi diversi, incapace di somministrare la terapia,                          di seguire il diario terapeutico, somministrano medicine non in modo adeguato, creando nocumento, bevono, vendono il loro corpo,                                                                                  svolgono le mansioni superficialmente, però richiedono i loro diritti, e le locali, sono neghittose, si  vergognano a svolgere questo servizio,                                                                 insomma consapevoli delle difficoltà, costretti, abbiamo affidato mamma,                              ad una giovane donna dell’Ucraina, confidando  nella carità di Dio.                                                      La Signora Ludy, accudiva mia madre con amore e generosità                                 l’accompagnava  con delicatezza, con movimenti leggeri, in modo                                         che non le risultassero traumatici, le articolazioni rispondevano a fatica,                                  delicatamente, le somministrava le medicine necessarie alle sue patologie,                        con grazia, l’alzava e la coricava, in bagno, insomma secondo                                                     le sue disposizioni, la Maculopatrìa l’aveva resa cieca, la memoria iniziava                                         a traballare, andandola a trovare, mi ero ridotto, a sperare che mi riconoscesse dalla voce, a volte restavo col dubbio, in seguito Nicola, il marito,                                                                             per  educazione,  buon animo,  dedizione al lavoro di agronomia,                                           ha coltivato un terreno a fianco, raccogliendo frutti e verdura                                                                 per casa, sinceramente, sono divenuti  componenti della famiglia.

La Signora Ludy, ha saputo mantenere mia madre, in una condizione, sufficientemente, moderatamente ottimale e a chiamarla Badante,

mi risulta alquanto riduttivo, mi sono convinto che senza la sua opera,

abnegazione, sarebbe vissuta molti anni di meno e sicuramente,

escludendo l’amore dei figli, avrebbe avuto una qualità di vita, pessima.

 

 

IL CAMPO DI PATATE

 

Gli alberi che delimitavano il territorio, hanno subito una potatura

Inconsueta, falciati, divelti, spezzati, sono stati scagliati,

stramazzati, disordinatamente, rovinosamente recisi, spezzettati,

sbattuti per ogni dove, in lungo ed in largo, uno sopra l’altro, distanti,

Il campo di patate, ha perso la fioritura ed è stato sconquassato,

un animale mostruoso si è abbattuto ed ha concimato la terra e l’aria,

di carne umana, di bagagli, bamboline e suppellettili di ogni maniera.

L’orrore è apparso dal cielo con una palla di fuoco,

l’odore agre della morte, si è sparso in ogni direzione

ed ha rivelato la guerra invereconda, l’arroganza, il sopruso

delle armi, lanciate con intelligenza per eliminare, cancellare

dalla faccia, ogni espressione, la gioia, l’amore, la fiducia.

Il campo di patate, quest’anno ha perso il raccolto e non risarcirà,

i lavoratori della terra, uomini, donne e bambini in attesa, seduti a tavola.

 

 

< Nunzia Gangi – Antonio – Anna Accordino – GINA >

 

< Festa del Palischermo – La ciurma – La Mattanza >

< SALVO ENNIO ACCORDINO – CARLO INNOCENTI – AGNESE ACCORDINO – CARLA INNOCENTI – PIPPO – CARMELO ACCORDINO CON IL CANE METICCIO – NINO – FILIPPO CANFORA – GIORGIO PUGLIA detto TEDESCO >

< SANTINO RUSSO – GIORGIO SALMERI – Francesca Ottoveggio – Gina >

             < Le case ricovero barche – La strada per Petralonga>

         -

         < PETRALONGA -  IL FANTASMA DEL BRIGANTINO >

 

PETRALONGA

 

Il giorno dell’Assunta che ho pranzato in famiglia,

mi è affiorato nell’anima, un desiderio bambino

e mi sono messo in cammino, verso petralonga.

Sulla pietra che usciva dalla sabbia e s’allungava nel mare,

ho attraversato mondi incontaminati, ho nominato alghe,

aperto sogni indistruttibili, che trasportati in città,

improvvisamente, inconsapevolmente, apparentemente,

senza una ragione plausibile, sono reclinati, forse morti,

però mi hanno aiutato a camminare sulla strada maestra.

La lenza in mano, la scatolina di lumachine, accanto,

sotto il sole, cullato dalla brezza, sognavo, pescavo per ore

immerso nell’acqua azzurra, a passeggiare con vari pesci

che mi accarezzavano i piedi, le mani, la faccia, fino a sera,

con il sole che la terra nascondeva dietro la montagna.

Il Brigantino che m’aveva pulito dell’odore militare,

dove avevo vissuto estati di amicizie inossidabili,

avevo scoperto l’amore, timido ed intraprendente,

cambiato struttura, era scivolato nella sabbia, scomparso.

La strada che conduce a petralonga, ostruita con catene,

cancelli di ferro e cani con i denti a fior di labbra, aizzati

da una speculazione barbara, incivile, se ci fosse bisogno,

di una specificazione dettagliata, case vacanza, villette diroccate,

legni spezzati, spiaggia erosa, una scena raccapricciante.

L’altezza immensa della spiaggia che faceva sicurezza alla casa

della famiglia che vi aveva abitato, cresciuto figli, coltivato la terra,

all’allevamento di polli, che aveva creato un’attività collaterale,

rigogliosa, divenuta famosa ai quattro angoli della penisola,

accorciata all’inverosimile, mi strattonava, cercava d’intimorirmi,

si era disintegrata, rovinata su se stessa, stava quasi sotto la strada.

Ho camminato, con una paura impertinente alle spalle, la strada,

era divenuta pericolosa e la rabbia, un passo dopo l’altro,

si elevava a maledire, gli Amministratori locali, i cittadini,

che indifferenti, hanno lasciato, che si compisse lo scempio,

un brutale agguato alla natura, alla legge, ai principi naturali,

ad una sana ed equilibrata convivenza di conquistata antica civiltà.

Ho visto il guerriero di roccia sotto la struttura della galleria,

inclinato oltre il suo baricentro, l’ingordigia, l’arroganza

di un essere ignorante, incolto, immondo, certo è un bel  trofeo.

 

LA STRAGE DEI PINI

 

La tramontana, spingeva gli abitanti, uomini, donne, ragazzi,

gatti e cani, a volte qualche gallina curiosa, sfuggita di casa,

per l’arteria principale, per il prato, in un deserto  che sapeva

di punizione, a comprare trinciato forte, cartine per fare sigarette

a mano, fiammiferi per cucina, qualcosa da mangiare, pasta

e pane, il pesce c’era, ed a volte qualche francobollo

per inviare una lettera ai parenti emigrati per debolezza,

in America, Argentina, e successivamente in Germania,

svizzera ed anche in Australia che la dismissione della tonnara,

li aveva lasciati a mare, con le nuvole nere ad inseguirli.

Gli anziani pescatori  rimasti, con qualche giovane

al seguito, attraversavano la via Pola, portando a casa, al riparo,

la propria imbarcazione e l’attrezzatura in dotazione.

La generosità del comando forestale, con appropriatezza,

con un bel programma di rimboschimento, e probabilmente

per cancellare lo scoramento, che avversava le generazioni,

fino a sera all’addiaccio a parlare di calcio. Ciclismo, del nulla,

a riempimento del prato, consegnò agli Amministratori

del villaggio, un copioso numero di alberi di Pino.

I mesi trascorrevano e gli alberelli, abbandonati alle intemperie,

andavano incontro ad un attacco incontrollabile della muffa.

Gli studenti ed i manovali senza giornata, con un atto,

diciamo  d’imperio, coinvolgendo il custode del comune,

li misero a dimora, cambiando ed abbellendo la faccia al villaggio.

Crebbero alti e belli, con una folta chioma, donavano agio,

ristoro ai turisti ed abitanti che la calura trasbordava da ogni angolo.

Le radici s’infiltravano nel terreno ed ingobbivano

il marciapiede, le mattonelle si staccavano ed infastidivano

la passeggiata, soprattutto litigavano con le appendici

dei locali che spavaldamente, con accondiscendenza,

si erano allungati, oltre la strada, asservendo i ragazzi,

con le auto, i motorini che selvaggi, sgommavano sul tracciato,

in faccia ai regolatori del traffico, alle forze di polizia,

seduti nel locale sottomesso, a consumare, con la busta ai piedi.

Un mattino che andavo al Bar a mangiare una granita

con brioscia, nell’albero di pino più vecchio, stava

appeso un bando d’appalto, per un importo importante,

per la sistemazione del marciapiede, degli alberi.

La domenica successiva, ipso fatto, pini mal potati,

sradicati, segati, marciapiede,  prato in faccia, intorno ai locali,

coperto di cemento, una follia, una feroce colluttazione con la natura,

una ingiustificata ed inusitata potatura, anziché curare le conche

intorno agli alberi, alzare a scivolo le mattonelle, un lavoro

che solamente degli incapaci, inetti, stupidi, demolitori

erano capaci di fare, un branco di animali sotto la direzione

di una bestia, eppure  per la maggioranza dei cittadini,

è stata una liberazione, non c’era  una soluzione migliore

< STORIA DI FAMIGLIA  -  MARIA GRAZIA – CONCETTINA – ANNA – PEPPE -  MIMMA >

 

LE DONNE DI SAN GIORGIO

 

Le donne, terminati i mestieri di casa, solevano riposarsi,

sedendosi davanti la porta, sul marciapiede, in strada,

e raccontarsi gli avvenimenti, dicerie ascoltate alla bottega,

a comprare il pane, la pasta, filo per cucire, di altro

erano fornitrici di se stesse, molto raramente, qualche cipolla,

forse aglio, prezzemolo, l’orto di famiglia, coltivava

perfino il peperoncino, possedevano, quanto la casa necessitava.

Il pomeriggio,  Il sole scendeva e profondeva calore,

lanciando a piene mani sulla terra, afa  a togliere il respiro,

Le ragazze, apprendiste di cucito, con  sedie al seguito,

si spostavano sotto il muro della strada ferrata,  la sete

per  la calura, diventava ossessiva, le vesti tirate sulle ginocchia,

mangiavano fettine di limone con una punta di sale,

che con l’agre si abbinava in modo superlativo,

una  leccornìa alla quale non sapevo sottrarmi, e partecipavo,

insomma  mi  ero  affezionato alla compagnia e trascorrevo,

il tempo libero, con un libro in mano, diciamo a leggere.

La giovane età, il piacere delle ragazze, mi legava ed approfittavo

della loro benevolenza, studente di belle speranze,  residente

nella stessa  strada, c’era qualche simpatia, non ero bello,

molto timido,  simpatico, e mi struggevo sulle forme,

sentivo il loro profumo e mi inebriavo di passione, scherzavo

cercando un tocco leggero, la sorveglianza delle donne,

non permetteva alcun volteggio, considerato uno screzio,

una mancanza di rispetto, poi alla fine si trovava il rimedio.

Sono stati, anni di ricerca, l’invenzione è una bella soddisfazione

< L’INCURIA >

  <PIETRO PROVIDENTI – TINDARO MODICA – SPIAGGIA – LE ANCORE– PIAZZA RAVEL >

< ENZA DAGATE – SALVO ENNIO – Pippo  ACCORDINO >

            < PALAZZO BARONALE – ANTICHE ABITAZIONI >

LA PROCESSIONE

 

 

Un altro anno è terminato, in coda vengono i trascorsi, una processione

Interminabile, qualcuno borbotta, bisticciano fra loro, sono consumati,

residui, comunque seppure morti, hanno negli occhi, un barlume di memoria.

Un serpentello euforico, esce dai campi incolti che segnano la strada,

nei gambali appiccicati erba secca rampicante, ed inconsapevolmente,

s’arruola nel plotone, incomprensibilmente appesantito, si trascina ai delusi,

rammaricati, indispettiti, con l’energia dissipata, ed i sogni schiusi, piegati,

le labbra slavate, insomma è incappato in una colonna di reduci di guerra,

fantasmi dei fantasmi, comprende l’errore, solleva le braccia al cielo

ed esce fuori, il turista si distacca, arranca e si disperde nella nebbia.

Il giovane anno, alatosi dal letto, cerca di entrare nel giorno, ha bisogno

di un sorriso, non ha che pene sulla soglia di casa, volge la testa a destra,

a sinistra, vorrebbe chiedere, chiede consigli al passero sul filo, sul muro,

il canto è bello, però gli è di molta utilità, tornare indietro, non è possibile,

ripercorrere il viaggio all’incontrario, riparare gli errori, alleviare l’orgoglio,

la presunzione, l’arroganza, recuperare la gioia, l’amore, indecisioni,

sarebbe bello, però non spunta nulla, un raggio di sole, è un miraggio.

Ho recuperato un metro di coraggio, mi butto nel domani, forse è diverso,

sarò in grado di riprendere il percorso, avrò altre occasioni.

L’arte, la bellezza, sono figure significative, aspettano di manifestarsi.

La raccolta non è ancora terminata, salgo la collina, la montagna e vado,

oltre c’è la chiesa del SS. Padre, m’inginocchio e dico una preghiera,

esco e mi siedo sulle scalinate, è un altare, guardo nella valle, le nuvole

scivolano leggere sulla città, ho le mani pulite, non una goccia di male,

La Mafia impiegatizia, si è rivoltata alla mia denuncia, il quartiere ha guardato,

non si è sollevato più di tanto, qualcosa è cambiata, certo non ho vinto,

però cammino con la dignità sulla faccia, il rispetto nelle mani.

 

< NUNZIA MARIA – RICCARDO – ANTONIO -STROMBOLI >

< La torre delle Ciavole – simbolo di Piraino >

La collina, l’ha accolta ai suoi piedi con grossi blocchi di pietra, su uno sperone roccioso, che il mare lambisce, è di base quadrata su tre elevazioni, costituisce un valido esempio del sistema difensivo approntato lungo le coste siciliane intorno al 1500.

La facciata principale, rivolta a sud, e dotata di tre aperture: accanto ad una finestra, c’è ancora la campana che serviva a dare l’allarme. Infatti, la torre era presidiata da quattro soldati che controllavano i vascelli in transito e lanciavano l’allarme in caso d’incursioni piratesche o di bastimenti infestati.                                                                                                              La triste leggenda è legata ad un guardiano ed alla principessa Maria la Bella. La ragazza s’affacciava al balcone del Castello dei Lancia, aspettando l’arrivo del suo spasimante, che giungeva con una piccola barca fino al porto caricatoio, poi si aggrappava alla murata per abbracciare l’amata.                                                                                                                                      Di giorno, invece, i due comunicavano attraverso un elaborato gioco di specchi. Il fratello di Maria, annebbiato dalla rabbia, decise di eliminare chi aveva osato insidiare la sorella. Si appostò sullo scoglio antistante Brolo (che forse per questo è detto “del pianto” o “ploratu”), finì il giovane guardiano e si liberò del corpo infilandolo in un sacco e facendolo calare a fondo nell’acqua.                                                                                                                                          La leggenda vuole che Maria la Bella appaia nella notte ai pescatori, augurando loro una buona pesca o richiamandoli in caso di pericolo.
Una versione più prosaica narra che i genitori della ragazza, per l’onta subita, fecero uccidere i due giovani. Secondo altri, invece, intorno alla torre delle Ciavole aleggia lo spirito del cosiddetto Capitano di Piraino, che osò sfidare Ariodemio Barbarossa, un feroce pirata.                             La torre, di proprietà privata, è inspiegabilmente e scandalosamente stata abbandonata all’incuria per tanto tempo, con il conseguente crollo di un pezzo di muro d’angolo. Solo di recente, per lo stato di pericolo in cui si trova, la Soprintendenza di Messina ha dato le autorizzazioni per consentire i lavori di restauro e consolidamento e la ditta proprietaria, nelle scorse settimane, ha gia iniziato i lavori. Ma l’ennesima mareggiata di quest’inverno ha creato forti danni al costone roccioso su cui poggia la torre stessa, causandone forti e gravi problemi di stabilità. Dopo una serie di sopralluoghi e riunioni pare che la Provincia di Messina abbia deciso finalmente d’intervenire a settembre, nell’ambito degli interventi per il ripristino del litorale eroso, per realizzare una barriera preliminare per difendere lo sperone roccioso dai marosi che provengono da ponente.

< GIUSY PATTI – SALVATORE PULEJO >

UN SOGNO

 

Una nuvola, correva sulla collina, inseguiva la luce

che il sole  emetteva e la terra nascondeva, creando

una gran confusione alla montagna che cercava di accomodare,

tentava di zittire un cane irrequieto che abbaiava

ad ogni piccolo frusciare nell’erba, ad un colpo di vento.

Il villaggio che stava ai piedi e giuocava con i bambini,

s’inventò una favola e lanciò per aria tanti palloncini colorati,

a significare che i sogni volano, corrono lontano, si disperdono,

restano però legati ad ognuno e se si vuole, non è facile, però

si possono riportare, a terra, la volontà è vincente,  il momento buono,

arriverà, hai un’opportunità ed allora non perderla, prendila

a volo e sarà una festa, la realizzazione del tuo sogno.

La sorpresa di vedertelo accanto è tanto grande, può farti

perdere il gran passaggio, c’è un vento, non cattivo, oserei dire,

birichino, lo solleva, l’allontana, l’abbassa e par che non voglia

darti la possibilità, di prenderlo, con delicatezza, altrimenti

può scoppiare e lanciarti in faccia, le strisce dell’elemento

che lo costituisce e lasciarti a mani vuote, occhi sbarrati,

nella bocca un gusto amaro che ti viene voglia di sputare,

non puoi, la secchezza te lo impedisce ed allora sei indotto,

a strofinarti le labbra con il dorso della mano, e cadi nel secchio,

che è poi forato e ritrovi i pesci pescati, nel rigor mortis.

Un consiglio, è quello di acciuffarlo senza pensare un attimo,

sarà un agnellino, protesterà, starà buono e  ti darà tanta gioia,

festeggerai gli anni più belli e non ti lascerà mai scontento.

 

 

LA SOITUDINE DELLA VERITA’

 

 

La moto di grossa cilindrata, era splendente nella luce del giorno ed anche la notte sotto la luna, somigliava ad un gioiello incastonato nella roccia.

Il giovane a cavallo, rappresentava il simbolo della virilità e le ragazze, anche qualche ragazzo, a dire la verità, l’osservavano con molto interesse, esaminavano perfino  i dettagli, terminata la disamina, soddisfatti, con un cenno della mano salutavano ed andavano via.

Il giovane, impassibile, non muoveva un ciglio e lasciava fare, imperturbabile non li degnava di uno sguardo che a considerarlo una statua di bronzo, non era sbagliato.

I suoi occhi, sinceramente, erano rivolti a lei, teneva lo sguardo perso nello spazio ed i passanti gli erano indifferenti, insomma era occupato a guardare oltre la strada,  aspettava lei, colà dove tutto ebbe fine.

Il sole, la pioggia, il buio non gli mettevano alcuna paura, imperterrito, restava a cavallo della sua moto.

La gelosia, è un serpente velenoso che scivola lentamente nell’anima, e senza un attimo di tregua, rumina la bile, impasta un elemento  incorruttibile, pernicioso all’ennesima potenza ed in nano secondo, secerne la sua sostanza e senza scampo, porta a termine il misfatto.

Il proprietario, le figlie, i figli ed i lavoratori del Bar – tavola calda, con apertura sulla strada principale e su quella laterale, ove stava  posteggiata la moto con il giovane, gli portavano un gelato, una brioscia, una granita, un panino imbottito di mortadella,  gli piaceva talmente tanto che rimaneva per settimane ed anche mesi a non mangiare altro, era impressionante la lentezza con la quale lo consumava, lo gustava fino all’ultimo, alla più minuta briciola, una birra, una porzione di pasta al forno, a volte, se la clientela era scarsa e lasciava loro un po’ di tempo libero, addirittura lo imboccavano, gli pulivano le labbra con delicatezza e gli davano da bere, insomma lo trattavano al pari di un figlio piccolo da allevare, e quando il tempo non era clemente, lo coprivano con un cappotto, un impermeabile a preservarlo dalle intemperie, oramai apparteneva al luogo, era divenuto un simbolo della strada e nessuno poteva permettersi di dargli fastidio.

Il giovane,  sinceramente non rifiutava, accettava qualsiasi cibarie gli fosse offerta, non accusava alcun problema di digestione, neanche un dolorino, un passaggio d’aria e le colombe che stazionavano nei paraggi, svolazzavano nella piazza del Tribunale, in orari ben precisi, spesso e volentieri qualcuna arrivava prima, c’è sempre qualche trasgreditrice, non mancano mai, anticipava le altre e mangiava dove voleva e quello che voleva,  in sostanza si autonominava assaggiatrice, sceglieva quello che voleva, comunque  la maggioranza,  si presentavano, s’inchinavano a salutare, rispettavano le regole, davano l’impressione che fossero impiegati dello stato, istituzionalmente parlando, precisi, si accoccolavano intorno e con educazione e buon temperamento, si mettevano a mangiare, bere in sua compagnia e secondo le esigenze, ognuna si recava nell’aiuola di un albero, in un angolo e si liberava, faceva i bisogni, le altre, diciamo le furbe, facevano i propri comodi senza rispettare i principi più elementari della decenza, anziché recarsi  in bagno, in un luogo appartato,  rispettare l’apertura o, la chiusura serale del locale, lasciavano i loro escrementi dove capitava, a terra, sulle macchine e perfino sulle persone in transito, aizzando l’ira di alcuni, causando nocumento al giovane, mettendo a repentaglio la sua integrità, la dignità, è risaputo le colpe degli altri, alla fine, ricadono sempre su di un capro espiatorio, chi è al di fuori, sul più educato, buono e senza protezione.

I vigili Urbani, la polizia, i Carabinieri, sicuramente aizzati da qualche sfaccendato che conosce a menadito, l’arte di passare  i giorni a fare male alle persone,  a chiunque non gli fosse simpatico o non eseguisse i suoi intendimenti, insomma abituati a vivere nel fango, dimostravano la loro abilità,  a  rimestare le acque ed intorbidirle, trascorrevano  il tempo a mettere in difficoltà  la brave gente, gli ingenui, coloro che non riescono a scorgere, neanche con la lente d’ingrandimento, il male che come un’onda gigantesca, s’alza a sporcare  anche gli alberi.

Gente che non coltiva altri interessi, che pensa a tirare la carretta per racimolare qualcosa da mettere nella pentola, aiutare la propria famiglia a campare, all’incontrario di questi servitori dello Stato, che muniti di tanta abnegazione, di un tale e  forte impegno, a raccogliere, gonfiare, notizie a sfavore del giovane, tanto grandi  da oscurare perfino un esercito di uomini, e ci mettono pure una montagna di zelo, che nello svolgere il proprio dovere, non ci pensano per nulla,  insomma si erano dati talmente tanto da fare per accontentare il mandante dell’incarico, che  avevano creato una montagna di prove inverosimili, insulsaggini di ogni genere, al solo scopo di  creargli danno.

Il giovane, era stato dipinto, alla stregua di un vagabondo scapestrato, di un sovversivo, un delinquente,  un satrapo che stuzzicava e raggirava le persone, soprattutto le ragazze, per  loschi intenti, per fini inconfessabili.

Il Giudice ascoltata confidenzialmente qualche ragazza, una, due, tre colombe dell’ultima fila, un passante, aveva dato seguito alle lamentele ed aveva comandato alle forze dell’ordine che avevano raccolto le prove, a rimuoverlo con una comune motivazione, per esempio, inquinamento, occupazione abusiva di suolo pubblico.

La resistenza a favore della verità però, era stata incorruttibile, soprattutto da parte delle donne, le ragazze, figlie del proprietario del Bar, non si erano date per vinte, non andavano neanche a casa a riposare e l’avevano costretti, possiamo dire, a furore di popolo,  a ritirarsi nelle rispettive caserme, a mani vuote.

Il giovane a cavallo della moto, un giorno dopo l’altro, era entrato nel cuore della gente e toglierlo significava un sacrilegio, un volgare  e vile attacco,  alla comunità.

Il Signore del sottogoverno, dominatore in incognito, della città, il burattinaio di uomini e donne dello stato, custode di circoli di nobili casati, restauratore di leggi e regolamenti, di principi e di luoghi, si prese in collo, l’incarico di fare pulizia di quell’angolo, non sopportava che il giovane assiso sulla moto, occupasse la strada, soprattutto non ascoltasse  e non  sloggiasse, dichiarato  monumento, ignorava il suo potere, degradava sostanzialmente  il suo stato, un’offesa, una mancanza di rispetto che non aveva riscontri nel suo libro Mastro, dunque concluse che andava  eliminato, il sistema di pulizia, preparato meticolosamente, entrò in azione.

Lo strumento  escogitato,  una scimmietta, forse un incrocio con un gatto, insomma un animale, un vettore agghindato in modo piuttosto strano, vestito in parte di peli, di squame ed anche di un elemento piezoelettrico, elementi che ho ricavato con una ricognizione ravvicinata con un Drone giocattolo con il quale mi diverto ad indagare forme strane, sconosciute, e che in seguito, informandomi  presso i maggiori centri universitari e di ricerca, dalle notizie  raccolte, ho dedotto che sia stato ricavato, prodotto per mezzo di un gene estratto da un residuo di animale estinto, si presume approssimativamente, orientativamente appartenente, per dargli un genere altrimenti non catalogabile, vicino  alla famiglia dei  Pespi, di provenienza Vattala, di Pescarea, distaccatasi in era Bico, scoperto in una goccia di stalattite,  in una grotta delle montagne di Atosi, evidentemente rigenerato, elaborato e specializzato, a scopi malefici, naturalmente in incognito e magari con finanziamenti pubblici, da un gruppo di scienziati asserviti al Signore occulto.

La mia curiosità, non ha avuto l’abilità di indagare oltre, comunque gli studi effettuati, mi risulta che in data odierna, non sono in grado di fornirci altre informazioni, la cifra che è venuta fuori dalle  ricerche personali, dunque si ferma qui e non risulta qualificabile, verosimilmente, è armato di sacche sotto gli occhi, punteruoli e lamette nelle mani o zampe che siano.

Uno o tre giorni, una settimana fa,  con indifferenza e saccenteria, è  sceso, non ci è dato sapere la provenienza del laboratorio, da dove sia venuto,  insomma si è catapultato, direttamente sul giovane, con l’accensione dei lampioni che con la loro luce, fioca, lenta che a fatica veniva fuori, cominciavano in modo  artificiale a sostituire quella  del sole, da uno dei vecchi beanjamin che ornano la piazza e s’allungano ai margini della strada che veicola verso il centro della città, e si installò, graziosamente si è allocato, sulla spalla sinistra che percependo, sentendo l’appiccicarsi dello strano essere, subito tentò una reazione, sedata all’istante,  indotto, con l’insufflazione di qualche sostanza,  all’uopo creata, forse forzosamente,  certo non volontariamente,  senza muovere  neanche un muscolo, accolse l’animale.

Il giovane,  io penso, con molta probabilità,  sia  stato predisposto, nei giorni precedenti, a rendere particolarmente favorevoli la discesa del mostro e la permanenza, dunque data la situazione, lo strano essere, si era insediato autorevolmente ed amorevolmente, con l’intento di  portare a termine il progetto per il quale era stato comandato, diciamo che con l’aiuto delle sue prerogative battesimali,  approntate ed affilate le sue qualità, aveva preso possesso del posto, aveva tentato di scacciare perfino le colombe, le più vicine e petulanti, che comunque s’allontanavano di qualche metro,  ritornavano  e riprendevano il loro piatto, l’avevano sempre vinta, insomma non era riuscito a restare l’unico inquilino del luogo.

Il giovane, forse, anzi sicuramente,  per bontà e noia, non aveva voluto inscenare una lite ed aveva fatto intendere di non essersi accorto di quell’animale,  gatto, scimmia o che altro fosse,  o meglio, per farla breve,  gli aveva opposto alcuna resistenza, non gli aveva mostrato alcun interesse.

L’animale, mascherato, di gatto, scimmia o di altro,  però,  gli si era insediato sulla spalla, con uno scopo malvagio, non certo per amicizia,  il progetto di cui era portatore, non sarò sicuramente un veggente, però penso che in seguito, sarà appurato,  mirava a minare la sua stabilità.

Lo strano animale mascherato,  in verità era tenutario, di un virus, di una pestilenza, aveva il compito di distruggere, cancellare, fare sparire da quel luogo, il simbolo di un efferato delitto ed un pomeriggio, senza fretta, scatenandosi la sera, approfittando della discesa del buio, circuendo la luce artificiale dei lampioni e delle insegne dei negozi, dei locali alla moda, della movida, perfino quelle del tribunale perennemente accese, inavvertitamente o consapevolmente, ha secreto, dalle borse sotto gli occhi,  fece capolino, emise perfino  dalle orbite, una sostanza maleodorante, corrosiva che si spargeva a salice piangente, per forza di gravità,  a fiotti, fuori, alleggerendo le sopraciglia che venivano intaccate dal flusso, lentamente, scivolò sul corpo del giovane, infettandolo e non soddisfatto arrischiò pure, un salto sulla moto, con l’intento di tastare le viti, la cromatura, insomma il terreno di conquista.

Il mostro, con leggerezza e maestria, spargeva il virus con beata profusione, regalando alle superfici che toccava,  l’aspetto di un tappeto rosso per una sfilata di modelle discinte, sfiorando il collo del giovane, gli aveva infettato il petto e si era diffuso a macchia di leopardo, sulle cosce, ginocchia ed  il piede sinistro, mettendo in pericolo la stabilità, quasi erodendo perfino la sella della moto.

Una ferita, una piaga, forse era riuscito nell’intento, probabilmente ha lesionato  il serbatoio della benzina, il danno non era  visibile,  sinceramente la spaccatura, non era ancora molto ampia,  però l’erosione presentava il suo afflato, l’odore malsano si era tanto accentuato,  che  a seconda della direzione del vento, saliva, cominciava a diffondersi, espandersi, ad inondare  l’aria intorno e chissà fin dove, un  fortissimo odore, quasi un lezzo che irritava le nari degli avventori che si fermavano a chiacchierare sul marciapiede o solamente aspettando di entrare nel locale.

I giorni erano divenuti irascibili, a momenti, addirittura tempestosi, insomma avevano preso un andazzo molto preoccupato, nessuno riusciva a capire da dove provenisse quel cattivo odore, una  puzza  sempre più nauseabonda e scoraggiati tentavano di aggirare il locale, la base ove credevano nascesse  la scienza del male e pensarono che fosse necessario, un intervento delle autorità preposte alla tutela della salute pubblica, della cittadinanza.

Le carte che l’amministrazione chiese loro, riempivano,  bisticciando, una borsa ventiquattro, trentasei ore, la burocrazia dimostrò gli artigli, affilati all’inverosimile, tanto che  Giorgio Musicò, studente, matricola Universitaria,  iscritto in legge, s’imbrigliò talmente, che cadde preda di se stesso, s’affocò nelle note,  irrimediabilmente, e gli amici, vedendolo in grande difficoltà, percependo, non credendo fosse entrato in meandri impraticabili, al punto, di non riuscire a venirne fuori, cercarono,a voce,  di aiutarlo, di dargli una, due mani ed anche di più, perdendoci anche loro, in modo odioso, l’equilibrio mentale, dunque non accadde nulla, tutto rimase come doveva stare, in beata pace.

La frequenza delle persone, era diminuita di molto, la  gente non entrava più nel locale procurando alla proprietà ed ai dipendenti anche se quasi tutti parenti, un danno immenso, il rischio di licenziamenti si faceva sempre più reale, perfino i colombi stavano alla larga, anche se di piattini con cibarie che incorniciavano il luogo, sembrava ce ne fossero  sempre abbastanza,  anche se lo spazio intorno alla motocicletta,  era stato reso, piuttosto pulito, alquanto  libero.

La figlia più grande del Padrone del Bar, Nicoletta,  ad ogni modo, gli era rimasta fedele, era l’unica che quotidianamente l’accudiva, lo lavava e gli portasse, qualcosa da mangiare, sopportando con spirito sacrificale, lo stato vomitevole nel quale il giovane, sicuramente inconsapevolmente, conviveva.

Il padre cercava d’impedirglielo, sinceramente quel ragazzo, gli era diventato un peso, la clientela continuava a mancare, rischiava che l’attività, dopo tanti anni di ristrettezze, di economia misurata, di stenti,  andasse a rotoli, insomma il giovane a cavallo della moto, non era più ben visto, aveva perso il suo fascino, doveva essere rimosso, quel luogo era divenuto impraticabile, la sacralità della quale era stato ammantato, sembrava dissolta.

La ragazza, Nicoletta, oramai si era fatta bella, il suo corpo aveva assunto delle splendide forme, una femminilità delicata, molto attraente, molti ragazzi entravano per un bicchiere d’acqua, un caffè, un pasticcino, un panino, una scacciata, un panzerotto, in fondo però, con l’intento di  incontrare, parlare con lei, ed adesso, sembrava si fossero eclissati.

Una settimana fa, Nicoletta, in una splendida forma, aveva festeggiato il diciottesimo compleanno, cercando con una poderosa apertura circolare dello scialle che le copriva le spalle preservandola dall’umidità della serata,  imitando un rapace che si lancia a colpire la preda, di fare un atto eclatante, cioè decise che il giorno dopo, la prima cosa che avrebbe svolto, sarebbe stata quella di recarsi alla vicina caserma dei Carabinieri e denunciare l’assassino del giovane.

Lo scialle, ritornando indietro dalla sventagliata, ricomponendosi sul petto e sulle spalle, si rese conto che non era facile riportare indietro il tempo.  L’apertura e la giravolta dello scialle che dal davanti in un mulinello riapriva  la battaglia,  era  impossibile,  la ragione del padre non poteva essere elusa e la verità sarebbe rimasta a mezz’aria.

La memoria di quel tragico giorno, non la lasciava, anzi l’attorcigliava al giovane ed a quella moto, non le consentiva di distrarsi, il calvario della verità si era dispiegato negli anni, aveva cercato una causa buona, addirittura di entrare in convento, farsi suora per espiare la colpa che sentiva pesarle man mano che cresceva. La sofferenza, di non avere vinto la ragione di suo padre, le teneva  nel petto il dolore della verità.

Il giorno del misfatto, la torturava, accucciata nella vetrinetta, aveva visto la morte che aveva colpito violentemente il giovane, dileguandosi al di là dell’angolo,  lasciandola con negli occhi una  faccia apparentemente invisibile, che lei però avrebbe riconosciuto anche nel buio di una notte di tempesta.

La bambina, aveva appena sette  anni,  Nicoletta era molto giudiziosa, seria, posata e dimostrava più anni di quelli che aveva, amava lo studio e da un paio di cicli, frequentava la scuola dell’obbligo, il pulmino che la prendeva e la riportava, anziché lasciarla a casa, in balìa di se stessa, che la famiglia stava a lavorare, l’accompagnava direttamente  al Bar dove  c’erano i genitori, una sorella più grande, e dove confluivano, un altro fratello, lo zio ed il cugino.

La ragazzina, aveva preso l’abitudine a fare i compiti, seduta in un angolo della vetrinetta dove il padre ai piani superiori vi collocava in esposizione, bottiglie  di spumante, liquori,  e  vini che avevano maturato, anche dieci e forse più anni e che saltuariamente, offriva a qualche amico di stretta osservanza politica e che del quale andava fiero per le sue battaglie che in sostanza risultavano utili a  tutti,  o per festeggiare un avvenimento importante.

Il quaderno sulle ginocchia, si lambiccava a trovare la parola da scrivere, nello sguardo immerso nel vuoto, con la luce che cominciava ad allontanarsi dalla strada, alleandosi a quella artificiale, la scena dell’assassinio le inondò gli occhi e riconobbe un frequentatore abituale del locale di suo padre, un amico del giovane, lo spietato esecutore.

La confusione che seguì non le cambiò nulla di quel che il giovane aveva subito e soprattutto la faccia dell’autore materiale.

La Verità,  è una parola magica, infiamma i cuori dei giovani  ed anche di qualche altro che non sa stare tranquillo, ritenuto e soprannominato, folle, pazzo, che lancia in resta, scendono in campo, a mani nude, con l’impegno di portarla a casa e bearsi di essa,  di fare giustizia, certo è un’impresa, una dura battaglia, perché seppure osannata, non piace a nessuno, ci sono forze diverse, comprese quelle istituzionali, che per impedire di arrivarci, fanno a gara a depistare, a nascondere, a mettere sulla strada una miriade di ostacoli, programmano perfino stragi, ne portiamo tante sulle spalle e quando magari la polizia giudiziaria, la Magistratura, riesce a leggere e scoprire nelle carte, qualcosa e si arriva a sentenza, la pena è talmente diluita che sembra non sia successo che un minuscolo incidente, la morte accidentale, di una mosca, di un insetto dispettoso.

Il tempo, ha il potere di cancellare anche le carte scritte, l’emozione, la paura del momento è sfumata, e l’orrore delle persone colpite nell’anima, il peso del dolore, è dimenticato.

La ragazzina vittima dell’età, terrorizzata cercò di capire, spinta dal’innato senso di giustizia, rimuginò l’accaduto nel tentativo di metabolizzarlo e di parlare, di dire che aveva visto, che il giovane in moto, non era morto per mano ignota, lei conosceva l’assassino.

Il padre, non volle sentire ragioni, la mise a tacere con uno scappellotto, minacciò di tagliarle la lingua, era una bambina e nessuno l’avrebbe potuta prendere in considerazione, le avrebbe potuto credere.

Il padre, era una persona esperta, molto in vista nel partito e nella città, conosceva il mondo nel quale navigava,  la città si presentava vestita di bianco dietro la vara, spingendo la Santa per le strade della città, in segreto però, imbastiva invidia, vendetta, male  a palate, seppellendo la giustizia, il bene, sotto autotreni di sabbia brecciosa,  con scaglie di pietre, e le forze dell’ordine, almeno una parte sostanziale, sono piuttosto tarde, forse per volontà costituita, per connivenza od altro, nel comprendere gli avvenimenti, specie se raccontate con il giudizio di una bambina di scuola elementare, non perché siano stupidi, è la conduzione degli avvenimenti quotidiani che li forgia, costringendoli inconsapevolmente a perdere la misura che livella, equilibra la società.

Le prove, sono l’unico aggancio ai fatti, insomma sono quello che conta,  ed accettare la parola di una bambina di sei anni,  diciamo pure, le sue fantasie,  è ingenuo, un Giudice, di qualsiasi estrazione,  non approverebbe, certo se è fazioso, in tre, quattro giorni, al massimo una settimana, dà credito, scopre un capro espiatorio e la situazione si trasforma in un incendio, e se un agente si permette di contraddirlo, di dire qualche parola sopra le righe, è facile che gli stronchi la carriera, certo è un modo di dire, diciamo che non va accolto alla lettera, capita spesso però, che l’agente, il Funzionario sia  in simbiosi con il giudice, l’esperienza plagia il più debole e l’uno o l’altro,  segue la linea di condotta, a seconda degli umori e dell’umiltà, non senza tralasciare il clima familiare, che è un fattore interdipendente, crea o meno lucidità di pensiero.

A tale proposito, mi viene in mente un episodio,  parte di una collezione di misfatti e che a molti, fin dall’inizio parve un incidente,  quasi domestico, di quelli occasionali, diciamo non catalogabili.

Il solito manovratore, chiamiamolo nulla facente, sbriga faccende, un invalido civile che il sistema sforna, quasi direi, con estrema facilità, e con un cospicuo appannaggio mensile oltre ad una liquidazione stratosferica che un uomo normale non può permettersi neanche di sognare, il mattino faceva l’impiegato di comodo in una stanzetta arredata spartanamente, appena un passo il portone d’ingresso dell’INPS, che sembrava il gabbiotto del portiere,  prendendo in carico numeri e pratiche, a mezzogiorno, abbassava la saracinesca di plastica sulla vetrata dell’accettazione, serrava a doppia mandata, la porta e nel silenzio del piccolo vano,  s’ingegnava a programmare il lavoro del pomeriggio, a volte non gli bastava  e circuiva la sera fino a  tardi ed a volte,  proseguiva fino alle prime ore del mattino successivo, tanto che  andare a letto diventava uno spreco, non serviva e rimaneva sul posto, direttamente nella stanzetta che a vederla, è facile dichiararla in uso dell’INPS.

Il tempo lo riteneva un fratello gemello e non riusciva a lasciarlo senza un’occupazione, i tanti amici e clienti, lo aspettavano fiduciosi che le pratiche affidategli, venissero, nel più breve tempo possibile, nell’interesse di entrambi, portate a termine, chiuse e liquidate.

L’agenda che teneva legata con lacci, elastici ben rinforzati, sulle spalle sotto la camicia, il maglione, la giacca, a fargli una gobbetta speciosa, era fitta di nomi, di personalità, di figli, nuore, generi e parenti, alti prelati, insomma di un nutrito numero  di Medici, Dottori, Professori di ogni specializzazione con rispettivi numeri di protocollo e localizzazione, non escludendo l’attività che correva parallela e che era interdipendente a questa, lo scopo finale, il terminale.

L’inizio della sua carriera secondaria, che in sostanza risultava la  primaria, cominciò con un cabina metallica, forse dimenticata comunque non rimossa.

La ditta che aveva eseguito i lavori della discoteca, che aveva assolto all’appalto quasi per intero, salvo qualche rifinitura interna, molto probabilmente sistemata in nero,  indagata per Mafia si è sfilata , riciclandosi in altre attività che  insistono sul mercato sotto altra dicitura, anagrammi, nomignoli  ingegnosi, e che ai più non  è dato sapere.

Zio Vincenzo, chiamarlo diversamente, ai più non sembrò fargli onore, sia per il portamento, il viso, la voce,  diciamo la maturità, anche se ancora abbastanza giovane, insomma gli risultò appropriato, svolgeva alla luce del sole, l’attività di sbriga faccende, e mirava ad espandersi, a diversificare, venuto a conoscenza della disponibilità dell’immobile, inizialmente, forse prendendola  in custodia, entrò tacitamente,  concretamente, nelle sue disponibilità, l’arredò deliziosamente  adibendola apparentemente,  a luogo ludico, a giuocare a carte, bere una birra, consumare un pasto cotto sul braciere allocato sull’arenile sul quale insisteva graziosamente, imbastendo un sistema per  incontri particolari.

L’albero di pino, che stava quasi sull’entrata, gli riparava la luce della discoteca, era un osservatorio fantastico,  diciamo la  spalla del buio sul mare, ed i ragazzi che vanno nel locale a divertirsi, attratti dalla sua interpretazione dell’esistenza, con noncuranza,  transitando si soffermavano per un attimo, ad ammirare la sua mercanzia,  proprio in incognito, senza che se ne  accorgesse alcuno.

Una sera di queste, piuttosto avanzata, distraendosi un attimo sulle luci che si erano posate in lontananza, diciamo  per portare avanti un discorso di politica sociale, casualmente gli toccò di assistere,  al suicidio in  spiaggia, proprio sotto i suoi piedi, di un pesce rondinella, un volo, un salto che lo condusse, non proprio precipitosamente, a quell’animale mascherato di  gatto, scimmia o quel che fosse, che aveva comandato a distruggere il bar- tavola calda che per distinguersi dagli altri, e fare intendere che appartenesse  al popolo, alla comunità, non portava un nome, insomma di proprietà di quel simpatico comunista di nome Anselmo Buffa.

L’occasione gli fu propizia, proprio allora stava transitando, Alberto con l’amico Gioacchino, Adelina era impegnata altrove, e pensò  di mettere alla prova,  il nuovo aggregato.

L’amico di Alberto, si era invaghito di Gemma, una ragazzina del giro di Adelina e da  un certo periodo, forse alcuni mesi,  la pedinava, credendo di non essere visto, facendo intendere di volere creare del fumo nero per far sospettare ad un atto intimidatorio, era un ex artificiere dell’esercito e dunque esperto nel ramo.

Il suo sguardo malizioso, l’occhio atteggiato a miope, gli aveva fatto nascere, un pensiero torbido e zio Vincenzo, .che aveva un occhio tanto lungo da sembrare un cannocchiale, pose Alberto in all’erta.

Gioacchino, è un amico, un ragazzo di famiglia onesta, disse Alberto a zio Vincenzo, vicino di casa, di recente in una pessima situazione, in cattive condizioni economiche, il padre è  stato licenziato,l’anziana genitrice della  madre, era venuta a mancare, lui, appena congedato, aveva cercato di arruolarsi, l’occhio pigro, un leggero claudicare, aveva indotto l’arma a scartarlo, ritrovandosi  disoccupato, cercava lavoro, la simpatia verso Gemma, lo metteva in imbarazzo, glielo aveva, scherzando, fatto intendere, non proprio in modo esplicito, comunque  parlando per una possibilità,  un impegno lavorativo, di prenderlo nella comunità,  di introdurlo nella cerchia degli amici di  zio Vincenzo, gli aveva chiesto notizie, fatto balenare l’idea, di un approccio con lei.

Alberto, pur conoscendo bene  l’amico Gioacchino, la sua dedizione e bisogno, non aveva il coraggio di rispondergli se non ci fosse stato l’assenso di zio Vincenzo, il lavoro che si svolgeva nella comunità, non poteva considerarsi uguale agli altri, usava metodi diversi e speculari e dunque necessitava in particolare, di silenzio e fedeltà senza alcun tentennamento, oltre una specializzazione, di qualità specifiche.

Gli espose l’esempio della cuginetta con la quale conviveva e l’accompagnava, un fiore sul quale le api si fermavano a raccogliere il nettare che zio Vincenzo trasformava  in un cospicuo conto  in banca.

La sua partecipazione comunitaria, consisteva nel disbrigo di faccende, di guardia spalle o di altro,  che lo zio Vincenzo avesse ritenuto di affidargli, senza escludere di raccogliere ed introdurre nel circolo ricreativo, personaggi di rispetto, ragazzi e ragazze, con cospicua disponibilità di denaro, la possibilità, all’occorrenza, di svolgere attività sottotraccia, altre incombenze operative.

Lo zio Vincenzo, dunque comandò ad Alberto di addestrare Gioacchino nel compito increscioso di eliminare il Gatto, scimmia od altro animale mascherato  che fosse e sloggiare il giovane in moto, dal bar –tavola calda di Anselmo Buffa, usando molta precauzione, evitando danni collaterali, e se casualmente,  Nicoletta, la figlia di Anselmo Buffa, fosse nel locale o si trovasse a transitare in zona, o se successivamente le capitasse a portata di mano, con molta precauzione, senza forzarla, di provvedere a dirottarla alla villa, un famoso esponente politico intendeva  parlarle, conversare, scambiare  qualche pensiero.

I Funzionari del Tribunale,  erano sul piede di guerra, il lezzo gli entrava dalle finestre ed oramai aveva invaso, occupato il palazzaccio, i dipendenti erano in subbuglio, si rifiutavano di lavorare e loro non erano  Santi.

Uno o due giorni dopo, il tempo di prendere le misure, dosare la polvere necessaria per circuire l’evento, verso le quattro del mattino, il tombino sopra il quale stazionava la moto con il giovane, con uno scoppio controllato, seguito da una gran nuvola di fumo, l’angolo del bar-tavola calda di Anselmo buffa, fu ripulito,  anche della strana specie di animale.

La cabina e l’albero di pino, sovraintendevano allegramente, al  traffico che si svolgeva con regolarità nei pressi della discoteca, la mano, s’attivava velocemente ed il vestitino volteggiava fino a che non le scendesse fin quasi sulle ginocchia,  in faccia al buio del mare, al suono della musica in voga.

La ragazzina, in punta della  borsetta penzolante ad una lunga catenina dalla spalla sinistra a segnarle il seno,  affascinata si lasciava avvicinare e con maestria, infilava la partita, una banconota, una bustina.

Il ragazzo, l’avventore, uscendo dal buio mostrava soddisfazione e  sicuramente con consapevolezza, ritornava con un amico, anche un’amica.

Una sera, Alberto, presentò  Gemma all’amico Gioacchino, che sorpreso, emozionato, gongolante di gioia, forse incuriosito, stuzzicato dalla possibilità di  fare parte di un sistema più remunerativo, un guadagno, diciamo facile, fu accolto ufficialmente nella comunità,  e giocosamente vi prese parte.

Un copioso numero di ragazze e ragazzi, circondavano Alberto e procuravano a Gioacchino, un gran benessere.

L’amica, ne portava un’altra, l’amico, un altro, l’esaltazione e l’effervescenza, entrava nel cuore e nella mente e la realtà si perdeva, altri valori si nascevano e tutti si nascondevano sulla spiaggia, insomma la comunità, oramai si era talmente allargata che aveva bisogno di nuovi confini e ben presto zio Vincenzo, dovette aprire un alloggio più capiente, conferire la procura a quel nipote che tanto amava ed al quale era destinata ogni attività, munendola con servizi raffinati.

La vecchia cabina,  non la lasciava, comunque che restava la base, un’affettuosa  copertura, ed ecco che  colà, sulla spiaggia sottostante, all’ombra dei massi di cemento, messi in acqua a formare una scogliera frangionde, semi coperti dalla sabbia, ormai rimasta sola e senza alcuna incombenza, forse per alleviare il dolore,  forse in un tentativo di affogare la conoscenza del misfatto, Nicoletta, aveva accettato di andare al mare e quella mattina,  nuotava allegramente con il fratello, la sorella ed un amico che  Gioacchino riconobbe, lo  conosceva e  gli affiorò nella mente, la raccomandazione di Zio Vincenzo, .

La villa, un antico agglomerato patrizio con  un parco immenso, con l’insegna di alcuni pini enormi, qualcuno e forse un altro, due, sicuramente ultra centenari,  svettavano sulla collina quali alberi di  una vela,  posteggiata in un golfo fantastico, e facilmente raggiungibile.

Zio Vincenzo, più che un uomo era un serpente, scivolava ed entrava ovunque sentisse l’odore, annusasse, un guadagno, la politica e le professioni, gli facevano da tappeto ed era seguito con cupidigia e paura.

Il sodalizio, ben presto divenne potente, ed i soci si facevano sempre più baldanzosi, la cuginetta di Alberto, pur seguendolo con abnegazione e fedeltà,  partecipando ai suoi giochetti con voluttà, esaudendo  ogni suo desiderio,adesso che s’era invaghita del Professore Carlo Logano, un esimio insegnante di latino e greco, sposato e senza figli, con l’età  non  ancora scaduta, gli chiese il conto, cioè di prendere il  frutto che desiderava.

L’occasione per  la premiazione del vincitore della gara di nuoto sul miglio, per il ritardo accumulatosi per la corrente avversa, propiziò l’avvenimento al quale la ragazza, si era votata e legata con le mani e con i piedi .                                                                                                                                                                  La ragazzina, Adelina, allieva del professore, diciamo sbadatamente, l’aveva tastato,  più di una volta, aveva sentito la muscolosa  reazione e si era convinta che se avesse voluto, l’avrebbe preso all’amo, con estrema facilità.

Il cugino Alberto, conosceva le qualità e la ferrea volontà di Adelina, a raggiungere quanto si prefissava, certo si sbizzarrivano sulla rete  dei salti, avvinghiati in lanci estremi, sul tappeto giapponese a combattere fino all’ultimo respiro, insomma con una vogliosa, imperiosa sollecitudine, cavalcava l’onda infilandosi in ogni ricciolo, la conteneva anche se le mani, a volte non gli bastavano, un  grande coinvolgimento, avrebbe  preferito non consegnarla a nessuno, però i soldi hanno un profumo speciale ed allora la lasciava andare con un sorrisetto malinconico.

Il professore Logano, parcheggiata l’auto all’ombra dei pini che facevano da contorno alla palazzina, ospite del  B & B dei fratelli Togari, stabilmente allocati nell’Agenda di Zio Vincenzo, altrimenti sarebbero morti da tempo, abbassarono le serrande, schiusero il portone d’ingresso, abbassarono le tendine delle finestre adiacenti e si allontanarono silenziosamente appena Alberto, seguito da Adelina, scese dall’auto e dalla strada, s’introdusse nella casa vacanze..

Il Professore, graziosamente sorpreso, accolse Adelina nella sua bustina protettiva, i dolcini al pistacchio, erano una meraviglia, la voce del mare arrivava  attutita.

Il palco per la premiazione,  smontato, rimesso sul camion, raggiunse la sua destinazione e dimenticato, comunque anche se l’estate aveva lasciato il posto alle altre stagioni, il B&B,  fu reputato un complice del ritardo prolungato, l’annuncio dello stato di gravidanza di Adelina, fu inevitabile e circuì Carlo Logano che entrato in paranoia, accettò qualsiasi accomodamento con lo Zio Vincenzo.

Il diavolo, magari senza accorgersene, ci aveva messo le corna, si dicevano, speravano,  si erano convinti che non potesse accadere, che le precauzioni, i loro affanni, non erano serviti a nulla,  i giorni furono messi a soqquadro.

La comunità di zio Vincenzo, non poteva soffrire il danno, in silenzio, ad ogni modo bisognava condurlo  in una prospettiva di un buon guadagno, e con giudizio  disfarsi dell’involucro , era indispensabile e  che ognuno svolgesse i compiti che zio Vincenzo, erudito ed esperto uomo d’affari, avesse  assegnato loro, con precisione e senza paura.

L’amico Gioacchino, ascoltando a mozzichi, il progetto imbastito dallo zio Vincenzo, cercò di saperne di più, non ebbe il coraggio di parlarne a nessuno, Alberto, gli avrebbe tirato in faccia, una turbolenta risata e magari minacciato, conosceva la sua ilarità, litigiosità, virulenza..

Gioacchino, turbato, in contraddizione con se stesso, una domenica, passeggiando per il viale nei pressi del tribunale, vicino alla caserma dei Carabinieri, scorse Nicoletta con il suo compagno di scuola che aveva visto al mare sotto la discoteca. .

L’indicazione di zio Vincenzo,  gli saltò dalla mente negli occhi abbagliandolo, e di corsa, s’avviò verso di loro, il compagno di scuola, gridando il suo nome, castrandosi con quello di Nicoletta.

Mario, Mario, gridava cercando di sorridergli, ammirando la bellezza di Nicoletta, salutandoli con affanno.

Il  passaggio dell’autobus urbano, se non si fosse fermato osservando l’obbligo delle strisce pedonali, non è un’incognita da risolvere, sicuramente, l’avrebbe travolto,  messa a repentaglio la sua vita, Gioacchino si presentò ai due, mimando  il mito, l’idolo che amavano, accennando una delle sue più famose canzoni, spogliatosi della timidezza che l’aveva sempre contraddistinto, allora cercò Nicoletta e le cinse la vita pregandola di ballare, di fare  un ballo, quasi a portarla via, con l’intento di sottrarla a Mario.

Il ballo di moda, si dispiegava in volteggi e saltelli e qualsiasi altra fantasia, un modo per non sapere che fare, la maggioranza vi brucia un’infinità di energia,  un’occhiata s’insedia sul collo, una sulla guancia, insomma, Gioacchino, iscrisse, vi stampò nel vestito di Nicoletta,  un marchio indelebile, un nome di farfalla non riconducibile a lui, almeno così credeva fosse, ed entrò in quell’ingranaggio silenzioso e senza tempo che stritola e raggomitola il cervello, in un ammasso gelatinoso e senza alcuna connessione.

Io che non ho alcuna dimestichezza della materia, ho creduto che fosse stato rapito, da un  irrefrenabile bisogno di mettersi in evidenza e dunque s’arrogò l’organizzazione, tagliando e cucendo, imbastendo percezioni ed ordini, di seguire un sistema informatico per raggiungere lo scopo, di condurre Nicoletta nella cerchia di Zio Vincenzo, solamente che le sue capacità risultarono delle velleità e di fronte alla difficile situazione in cui venne a trovarsi, perse la testa.

L’analisi, che fu tentata per cercare di prendere la cima, soppesando, esponendo un pensiero che per coloro che vi presero parte,  accettarono catalogandola ad una imbelle sciocchezza, qualcuno la definì, addirittura una barzelletta, si esaurì nel giro di una settimana, un mese.

L’attenzione che qualcuno vi pose, più che altro per celia, andò avanti, più o meno per  una, due settimane, dunque evaporò e nessuno ne fece cenno, sembrava una notizia insensata, passata nel dimenticatoio con la famiglia in attesa di notizie, in una continua processione alla caserma dei carabinieri, della polizia, se non che un contadino, accompagnato dal fedele cane, scendendo dalla montagna verso casa, incappò, o per meglio dire, l’abbaiare forsennato dal suo cane intorno ad un sacchetto nero della spazzatura, lo costrinse a fermarsi ed esaminarlo.

Il lezzo, che gli si rovesciò in faccia, quasi lo buttò a terra, eppure aveva una tempra stagionata, avvezza  ad ogni odore.

La percezione che fosse qualcosa di umano, comunque che si avvicinasse ad un abbozzo di bambino, gli mise le ali ai piedi e senza pensare all’interrogatorio al quale sicuramente l’avrebbero sottoposto le guardie del pronto soccorso, lo avvolse nella giacca che portava sul braccio, che si era appena tolta a causa  del  caldo, e s’avviò per andare a consegnarlo in Ospedale.

Aveva percorso circa cento, duecento metri, il cane lo lasciò ed abbaiando ancora più forte di prima, scese a rotta di collo per la scarpata..

Il contadino, Giovanni Gambetta, non sapendo che fare, che pensare, mise per terra il fagottino ed andò a vedere cosa avesse  Filippo. il cane, l’amico fedele, d’abbaiare ferocemente.

Le foglie di faggio, una stagione a seguire, avevano creato un letto che adesso ospitava una ragazza, svestita fino all’ombelico, il resto del corpo, parzialmente coperto, le mutandine affioranti dalla gonna  a fiori, sinceramente il pensiero s’avviò verso  un quadro per la festa estiva dell’infiorata, forse non ancora terminato, adagiato  in attesa di un’ulteriore pennellata  per la sfilata, la faccia, i capelli, evidentemente non disegnati o celati sotto lo strato sul quale era distesa.

Giovanni Gambetta, tentò anche con una pedata che non rientrava nel suo comportamento abituale, per zittire il cane che continuava ad abbaiare, forse si può dire, con arroganza, guardando in alto, verso un albero vicino.

Un ragazzo, la cinta dei pantaloni intorno al collo, penzolava a circa u metro o due dal letto di foglie.

Il contadino, sopraffatto dalla duplice visione con l’involtino adagiato sulla strada, e dal continuo abbaiare del cane, non resse, fermo sui piedi, le braccia allungate in avanti, forse colpito da un ictus che l’aveva paralizzato, o pregava, magari teneva in mano  un giornale invisibile,  insomma, cercò di fare ordine nella mente, ad un tratto come punto da una zanzara gigante, si diede due manate sulle cosce, saltò sul posto, ordinò al cane di fare la guardia, e s’avviò verso la città, alla caserma dei Carabinieri,dimenticando addirittura la giacca e dunque  rifacendo in camionetta, il viaggio a ritroso, inseguendo il verso del  cane.

La notizia del ritrovamento di un bambino, un feto abbandonato, del ragazzo impiccato all’albero e della morte della ragazza, ebbe una grande risonanza nella città, le dicerie si rincorrevano, scoppiavano in ogni angolo, saltavano dalle finestra e dai balconi, creando nell’aria, una curiosità infame,

La stradina di periferia, la scarpata, il sottobosco, perfino la casa colonica del contadino, furono presi d’assalto, scorgendo  per caso, altre prove, di misfatti,  altri feti e ragazze in stato interessante, aborti, gelosie, omicidi e suicidi,  raccoglievano ogni cosa che reputassero una prova e la consegnavano,  in Ospedale, in caserma.

Le manipolazioni,  ogni episodio entrato in gioco,  sinceramente condussero i partecipanti, le persone che passavano per caso,  di distrarre l’attenzione dell’accadimento, le forze dell’ordine con il loro brancolare nel buio, contribuirono non poco, a mietere confusione, perfino sopra la morte della ragazza, di  Nicoletta, la figlia di Anselmo Buffa, di Gioacchino e del feto,  insomma un giorno e l’altro ancora di più, venne su, una chiacchiera, una supposizione, una pietra tombale di proporzioni gigantesche, insormontabile..

Il Professore Carlo Logano, che oltre l’insegnamento, ricopriva un’alta carica istituzionale nell’ambito locale, e sicuramente, si preparava al gran salto nazionale, si scoprì un obiettivo, la campagna di fango, in seguito, a qualche giorno di distanza, si trasformò in corruzione e dichiarato un pedofilo.

Lo zio Vincenzo, mosse le sue pedine con tale precisione e spietatezza, che Carlo Logano,  perse la cattedra del locale liceo  e fu costretto a fare le valige, togliersi dalla testa ogni velleità politica, e nascondersi nella casetta colonica, in cima alla montagna, con un’unica  via di comunicazione, un viottolo,  dunque  possibile raggiungerla, solamente a piedi od a dorso di mulo.

La moglie, per non restare soffocata nel fango, si  rifiutò  di prenderlo in casa e lui, senza fiatare,  raccolse  l’invito e si  allontanò volontariamente.

La nuova generazione, allevata nel culto dell’aggressività, si è liberata di qualsiasi  freno inibitorio, e va dritta per la strada prefissatasi, dunque il  giovane Leo, primogenito, rampollo della famosa e potente famiglia dei Laratto,  imprenditori edili,  palazzinari, con  mani in pasta in mille affari, in consigli d’amministrazione privati e Pubblici, imparentato con i maggiorenti della città dell’economia e della finanza creativa, in uno strano groviglio di parentele, avanzò la richiesta e s’introdusse nei salotti bene, sfavillanti di luci e belle donne, fagocitando qualsiasi pretendente.

Lo zio Vincenzo, con la sua Agenda sulle spalle, recitava con maestria ed il suo teatro, apriva ogni sera, la sua villa sulla collina, pullulava di segretari, sottosegretari, portavoce e   ministri, deputati e senatori, di mogli ed amanti, di donne di una bellezza straordinaria,  era sempre piena, fino all’inverosimile, nel segreto dello studio, sventolavano  pratiche fiscali e previdenziali, bancarie, notarili, ivi compresa l’Istruzione e la ricerca, oltre quella Militare.

Leo, con  laurea, master e specializzazioni, inconfutabilmente di atenei privati, con il desiderio della  politica, una di queste serate, a braccetto di Zio Vincenzo, percorse senza intoppi, corridoi  e saloni, palchi e parchi, e sotto una miriade di luci blu, glicine, celesti, si aprì, addirittura si spalancò, la strada verso il paradiso.

L’ostacolo più fastidioso, in breve era stato rimosso, e la villa accolse ospiti ed amici, Colonnelli e Generali, Giudici e Vescovi, la città e le miriadi di  diramazioni, in una rappresentazione goliardica di provata esperienza e sonorità.

La società, s’incamminava su un viottolo periglioso, nessuno però si adoperava a muovere i piedi, a pulire i margini, qualcuno si lamentava, sinceramente, il rischio era molto alto e tutti restavano alla finestra a guardare sul corso.

Lo zio Vincenzo, non soddisfatto, acchiappò al volo l’occasione di Adelina ed il giorno dopo,  con una simpatica e studiata smorfia, senza alcuna titubanza, afferrò il toro per le corna e lo stese a terra, anzi lo fece a fette e lo mise a cuocere sul braciere, dietro la cabina, dando il fiato ad una festa sul mare, di tale possanza, che l’orizzonte, dalla contentezza, eruttava lava che finendo in mare, alzava un nebbia bianca, imitando  l’effetto tipico dello  Stromboli.

Lo Zio Vincenzo, però non era completamente soddisfatto, in fondo il Professore Logano, era un bravo  e buon figliolo, aveva commesso un errore, a dire il vero,  indotto da quel profumo giovane, ammaliante, il conto però, era stato troppo alto e  chiese ad Alberto ed Adelina, che periodicamente, magari nella prima settimana di  settembre,  andassero a trovarlo con un paniere di fichi secchi e mandorle, pistacchi  ed anche noccioline americane.

La verità, rimane sempre  sola,  non è una donna, contrariamente a quanto farebbe intendere, non sa badare a se stessa, e si perde sulla bocca di tutti.

 

IL PARASSITA

L’alloggio, non si presentava in condizioni disastrate, piuttosto si poteva considerare inadeguato per accogliere una persona, indubbiamente civilizzata, comunque pressato dalla necessità  e  dall’urgenza, agli occhi di Ilario Bastino, fu considerato  un posto buono, un tetto per non restare all’addiaccio.

Il padrone di casa, facendosi forte del figlio poliziotto, oltre ai mesi morti, gli  domandò  un canone mensile, diciamo sproporzionato all’abitazione.

Ilario, ne aveva sentiti  altri, davvero raccapriccianti,  meritevoli  di essere zittiti con  un paio di colpi di fucile a canne mozze, perfino un Maestro di Musica con ufficio immobiliare, un secondo lavoro, una bancarella situata all’angolo della strada, cioè messa al passo per circuire le persone, con la promessa avanzava una richiesta,  chiedeva un acconto, diciamo una caparra sulla parola.

La casa, era libera, accompagnato a visitarla, il dado era tratto, cominciava una guerra di resistenza,  la promessa che a breve gli avrebbe consegnato le chiavi, il tempo di tinteggiare le pareti, riparare un tubicino in cucina, nel bagno, qualche residuo nel terrazzino, passavano i mesi, gli anni ed i  lavori non arrivarono mai a conclusione, inducendo qualsiasi individuo, a perdere ogni speranza, Ilario, sopraffatto dalla stanchezza, fu costretto per evitare un ricovero in ospedale,  di perdere l’acconto e smettere di lottare.

Ilario, insomma, con la paura alle spalle, accettò le condizioni, senza una benché minima protesta pur di entrare in possesso della casa..

La progettazione di qualche opera, un qualche adeguamento, si disse, per distaccarsi dall’ insulsa realtà, forse avrebbe potuto renderlo più accogliente, e si allocò.

La crisi abitativa, l’occupazione abusiva praticata da un numero sempre maggiore di persone, gruppi familiari, diciamo persone rese inutili dalla società, chiamiamoli pure emarginati, ha cancellato ogni diritto e dunque bisogna stare all’erta..

Un individuo,  senza un reddito da lavoro fisso,  è incapace di fare fronte a qualsiasi  impegno, soprattutto di  genere abitativo, nel paniere della spesa, bisogna  computare anche la luce, l’acqua, il gas e tanti altri  elementi che forse, potrebbero considerarsi superflui, che però entrano di forza e sono parte integrante della lista, dunque con  inconvenienti inevitabili, che prosciugano gli spiccioli e non lasciano  nulla per comprare un mazzolino di margherite alla  ragazza, all’innamorata.

Il coraggio, è l’elemento fondamentale per riuscire a risalire sulla strada e ritornare a camminare.

La vallata nella quale, Ilario, era precipitato in precedenza, con una incredulità e consapevolezza  parossistica, inarrestabile per  lo stato confusionale nel quale era stato indotto a vivere,  era profonda, scontrosa, maleducata, cattiva all’inverosimile, rami spezzati, tronchi d’albero, bidoni, pezzi di carrozzerie d’auto, sostanze gelatinose, maleodoranti, putride, incatenavano il passo fino al ginocchio, insomma la risalita fu molto, molto difficoltosa, addirittura non offriva,  non presentava neanche la percezione di un pianoro,  insomma con le mani e con i piedi, con una forza di volontà immensa, diciamo che il ragazzo con qualche anno in più sulle spalle,  abbastanza cresciuto, era riuscito  risalire la scarpata, perigliosa e senza guardarsi intorno per non distrarsi, sedette sul ciglio del dirupo in attesa del passaggio di una nuvola leggera che lo trasportasse in una città pulita, leale, aperta, consapevole che ogni cosa che l’uomo riesce a fare, appartenga a tutti.

Il lavoro che si era inventato, gli era stato sottratto con destrezza e seppure percepiva che quella gente non l’avrebbe portato a nulla, sperava con una ragione velleitaria, di uscirne fuori, di prendere il volo che l’avrebbe condotto  in quella città verso la quale si era incamminato vent’anni prima.

Ilario s’illudeva che l’uomo, l’amico che gli reggeva la ragione, che gli dava appuntamenti in banca con la Marchesa Ermenegilda Vertollina, filantropa, detentrice di una cospicua liquidità da investire,  avrebbe risanato i suoi conti facendolo riemergere, riportandolo in piazza del lavoro.

I vari intoppi, imputati alla Marchesa Vertollina,  che non aveva fatto in tempo, non aveva avuto modo d’avvertire l’Autista, a causa di una lieve distorsione, non era stata in grado di scendere gli scalini della Villa, insomma per un motivo od un altro, per  questioni considerate bazzecole, gli incontri per definire il contratto, venivano rimandati, tenendo Ilario inchiodato sulla poltrona, mantenendolo in un continuo stato di insufficienza, di lucidità mentale.

L’attività veniva distratta e languiva, quale  titolare non  assicurava entrate certe,  gli individui che si spacciavano per amici, s’aggiravano per strada, si posteggiavano agli angoli, per le scale del palazzo, l’attendevano offrendogli aiuto, in effetti miravano a toglierti quel poco di ossigeno che riusciva ad accumulare, correndo nei luoghi più disparati.

Le acque divennero sempre più agitate, il sistema neurologico, messo a dura prova, ha cercato rifugio in casa  dell’amico, che  ha negli scaffali dello studio, vasetti di miele che accelerano la malattia del diabete, aumenta la difficoltà, descrivono  il  fallimento.

L’illusione  non è consentita, le tasche reclamano ed è inutile, anzi dannoso chiedere ospitalità, l’amico  è un parassita, s’arrampica sulle spalle e tenta d’infilzarlo con il rostro di cui è dotato.

L’imprenditore, rimasto con il fumo della sigaretta aleggiargli sul naso, osserva la porta cercando con il pensiero, la chiave magica che gli è stata promessa  e non gli è stata ancora consegnata, in buona fede, pensava ritardava, non  gli era stata sottratta, e con le mani appoggiate sul bancone, esaminava per l’ennesima volta, i prodotti pronti per essere confezionati.

Le periferie che offrivano strade non praticabili, dissestate, prese in prestito alla città, diciamo che risultavano, non proprio gratificanti, comunque consegnavano qualche risorsa striminzita,  permetteva di respirare un centimetro di aria pulita, salvavano qualcosa del giorno, insomma servivano solo a postdatare  l’evento catastrofico.

Le risorse,  non sarebbero servite  per cambiare la situazione che restava dannatamente critica, per gravità cadevano  in mano estranee, il parassita  arraffava, entrato in sala da pranzo continuava a mangiare senza interruzione.

La paura, induceva il cervello  a decadere,  il vuoto si allargava, l’unica soluzione era chiudere la cucina, non andare al mercato e scomparire dalla circolazione.

Un uomo, però non può lasciare in mano a delle bestie, a dei parassiti, i sacrifici di tanti anni.

Il denaro, ha l’odore dei fiori e le api volano a succhiarne il nettare, il parassita conquista con la paura e con il sorriso sulla bocca s’ingozza del lavoro degli altri.

Il parassita,  non accorda dilazioni, conosce la margherita, distrae la lacrima che sgorga e  la rende  uguale al pagamento di un emolumento per un servizio che  assicura il prosieguo dell’attività.

La mattina che la notte oramai era formata da sottili tranci, lo accolse ancora una volta, nel suo grembo e con una morbida delicatezza, gli  posò  sulle mani aperte a cucchiaio, un giorno bambino che aveva in sé un’energia nuova, una forza immensa, insuperabile, invincibile.

La luce che lentamente si alzava accompagnando il sole, dipinse di colori variopinti,  le montagne, le colline e la campagna intorno, gli illuminò gli occhi, un raggio gli entrò  nella mente ed Ilario, con una giravolta, un salto portentoso, insomma decise di reagire a quello stato di continuo degrado.

La figlia di Emanuele Silicato,  che con la moglie Bea, sottendevano alla portineria del palazzo, nel quale Ilario esercitava la propria attività, e per il quale,  la figlia Luigina, svolgeva lavoro di segreteria, un giorno, consegnandogli la posta, vedendolo rabbuiarsi in volto, congetturando sui personaggi che circolavano non invitati, per la strada, sui gradini delle scale, dietro la porta, insomma entravano ed uscivano, senza neanche salutare, gli venne spontaneo chiedergli: “ Chi c’è? Qualcuno la disturba, le porta nocumento? Sono a sua disposizione. Mi cerchi di notte e di giorno, non si faccia problemi, mi chiami, mi faccia sapere che ci penso io a sistemare le cose “ mettendosi a sedere.

Ilario, con la mente confusa, avulsa a qualsiasi  giusto equilibrio, forse non riuscì neanche ad ascoltarlo, lo salutò e salì le scale per l’ufficio.

Una mattina, Ilario, ritornando in ufficio che si era assentato per alcuni giorni, incontrando Emanuele che puliva con uno strofinaccio rosso, il passamano  della scala, ecco che sentì un eco entrargli nelle e orecchie e riportargli  le parole, il discorso della sua disponibilità e gli venne spontaneo chiedergli se era disposto a rilevare la sua attività, diciamo in amministrazione controllata, che doveva partire, allontanarsi dalla città, andare all’estero per un periodo di tempo non calcolabile, per motivi di salute.

Luigina conosceva a menadito il lavoro, sapeva cosa fare,  era preparata a gestire l’amministrazione, le pratiche d’ufficio, insomma nelle sue mani, ogni cosa correva con una linearità esemplare, si sviluppava per il verso giusto e consegnava profitti.

I conti,  li avrebbero fatti al suo ritorno, Luigina era già a conoscenza, era stata informata, a ben rivederci.

La sera stessa, andarono dal notaio e stilarono un contratto, diciamo d’affitto dell’attività , mettendo nelle mani di Luigina, l’intera amministrazione consegnandole la gestione.

Il seguito non ebbe un così piacevole scorrimento, la denuncia alle autorità competenti, presentata in un’altra città, richiedeva riscontri, prove, comunque gli arresti arrivarono e si susseguirono.

La presenza in tribunale, nonostante le infamità, le  minacce le parole super colorite, non gli fecero cambiare idea.

Le udienze, erano scontri, torture e per non affondare nella perdizione, oltre gli imputati,  gli scontri nascevano anche con i legali e le forze dell’ordine.

La debolezza dell’Avvocato d’Ufficio, lo metteva a rischio di ogni cosa e doveva lottare anche con il suo difensore, sinceramente gli portò via un altro pezzo di vita, riuscì però ad  azzerare il passato, cancellando  con un capolavoro di maestria, il parassita.

Ilario, rifiutando la scorta, non sopportò  un rischio maggiore, la protezione, tenuta salda nelle sue mani, gli dava il tempo di mettersi al riparo, gestire in libertà la sua libertà, era diventato invisibile e con audacia e fortuna, andò a riprendersi l’esistenza che gli si stava sfilacciando sulla schiena, e dopo anni, finalmente sentì la forza di dire che ritornava a vivere.

L’insediamento, avvenne quasi subito, caso mai il proprietario, fosse venuto meno alla parola e poi il giorno dopo, lo aspettava un difficile colloquio di lavoro.

Ilario Bastino, diciamo con semplicità,  nello scontro con la società aveva perduto la battaglia, era stato sconfitto con brutalità e cercava di rimettersi in piedi.

L’arredo che riuscii a mettere assieme, consisteva in una rete metallica con materassino, un tavolinetto, una paio di sedie apribili  della linea per la spiaggia,  ed una cucinetta a gas con fuoco piccolo per la caffettiera ad un tazza, ed uno grande per la pentola della pasta, che momentaneamente allocò su una lastra di marmo, un’appendice  del  lavatoio con fontanella, che occupava  la parete della cucinetta con finestra sul ballatoio delle scale.

La notte, sentiva il parassita saltargli sulle spalle, agganciarsi con le manine a rampini e con il rostro allungato cercare d’infilzarlo, la lotta era cruenta, si rotolava su se stesso, precipitava dal letto sul pavimento e riusciva a liberarsi, sapeva che non poteva lasciarsi andare, perdere il controllo della mente, aveva superato un percorso ad ostacoli, di un grado di pericolosità  altissimo, il massimo della scala e dunque ritornare indietro, sarebbe stato, ignominioso.

 

 

IL GENIETTO  DI DIEGO  LATORE

 

 

L’incedere reclinato sul fianco destro, gli riportava sulla spalla contraria, una croce al valore civile, pur non essendo stato reclutato da nessun esercito, non avendo svolto alcun giorno di militare, insomma non avendo partecipato a nessuna missione di volontariato.

L’effetto gli derivava da un proiettile vagabondo che casualmente, per errore, l’aveva preso di mira, in una sparatoria di polizia, volta all’inseguimento di alcuni manovali di morte.

Il  trasporto con il furgone penitenziario, dei Criminali in tribunale per l’udienza a carico, per rispondere di omicidio e rapina, non era andato bene e proprio nella piazza, all’apertura delle porte, con un’azione paramilitare, avevano atterrato i Carcerieri ed erano  fuggiti.

L’intervento immediato, della polizia di guardia al Tribunale e di quella della vicina caserma, avvisata ed accorsa precipitosamente, non era riuscita ad acchiappare i detenuti, però era riuscito a mettere a terra Diego, il Genietto Latore, che stava andando a presenziare ad un’udienza.

Diego, caduto per terra, credette d’essere morto, un attimo volante di lucidità, pensò a Orazio, il cane che teneva in custodia nella casupola in campagna, diciamo meglio, è giusto chiamare un deposito per tenere al fresco, nei giorni di calura e di pioggia battente, per protezione anche dai fulmini, la parte anteriore della macchina, e si propose, se ne sarebbe uscito con un po’ di voce, o di gestire la mano sinistra, era mancino, di raccomandarlo a qualche buono e fidato amico, magari di inserirlo nel testamento, per lo spazio di una cuccia per preservarlo dalle intemperie..

La domenica immancabilmente, saltuariamente un giorno in mezzo la settimana, saliva a portagli da mangiare.

La serranda abbassata impediva a Orazio, una qualsiasi fuga però permetteva a qualche amico in transito, di sostare, riposarsi, di trascorrere tranquillo, qualche notte o due o quel che gli era necessario, ed a volte, improvvisamente, senza avviso alcuno, vi transitava, un  ricercato, un evaso, un cliente per il quale lavorava, sostava per una notte, il giorno si eclissava per poi ricomparire di sera.

L’incapacità di movimento, con il quale aveva da lottare, restringeva il  Genietto, ad un esemplare di topo femmina ed in cinta, rimasto appiccicato sulla colla, spalmata su una trappola ancorata saldamente impedendole qualsiasi scivolamento, soprattutto però, era molto preoccupato, per le corde vocali, forse per il trauma, la paura, si erano ammutolite, le prospettive di recupero, gli sembravano remote.

La voce e le mani, erano i servitori della  mente, il suo archivio, le pratiche, i codici, codicilli, gli ribollivano per ogni poro e non poteva metterli in esecuzione, pensò di chiedere aiuto ai suoi amici  Massoni, comunque gli risultava prematuro oltre chi inutile.

L’ odio per i poliziotti che l’avevano ridotto ad una larva,  e dire che li considerava fratelli, gli straziò le carni, allora per scansare la deviazione che gli era nata improvvisa, si fece il segno della croce con la lingua, sperando di buttare fuori quella ossessione, che potesse uscire da quella posizione.

Un vigile urbano di passaggio nella piazza, s’accorse di quella giacca con la federa penzolante, i polsi della camicia, di colore bruciato, lo riconobbe e chiese aiuto, chiamò un’ambulanza che fortunatamente, passava nella zona ed arrivò dopo qualche minuto, forse a pensarci, di secondi, minuti, ne corsero parecchi che a metterli assieme, si fecero pesanti, forse a volerne togliere qualcuno, diciamo un’ora, forse un  decimo di meno, e per giunta, sorvolando il traffico caotico.

Il servizio precario, comunque compì il proprio dovere in un tempo, il più breve che riuscì a fare e quando arrivò, Diego, stava poggiato sul fianco, diciamo buono e guardava gli scalini e soprattutto, il rettangolo di marmo che tratteneva il pilastro destro dell’ingresso del tribunale, fumava, pur se dolorante, con soddisfazione, sorrideva al suo coetaneo, all’amico, nell’ascoltare qualche aneddoto paesano.

Diego, in compagnia dell’amico vigile, manco a dirlo, originario dello stesso paese, non dimostrava alcun minimo di disagio per il colpo subito, probabilmente la vicinanza di Giacomo, lo confortava, ogni giorno s’incrociavano, a volte si salutavano, l’avvocato andava sempre di fretta e raramente s’accorgeva di lui, la sua mente, confrontava, perizie, istanze, elaborava procedure di fallimento, ne pilotava a iosa, un maestro, ed inventariava, consigliava.

La sera che faceva ritorno  a casa, a seconda della merce che il  magazzino metteva in vendita, scendeva dalla macchina, con buste di scarpe, vestiti per i figli, la moglie ed a volte, con molta riservatezza, accettava qualcosa per la sua persona.

Il ricovero in Ospedale, in prognosi riservata, gli diede un tetto, un letto ed il cibo necessario, le sigarette non gli mancavano, non c’era un dipendente, infermiere, inserviente o Medico, che non fumasse e lui sapeva chiedere, insomma si reputò ospite di un albergo a tre stelle.

Il fastidio che lo teneva corrucciato, era la spalla, le radiografie eseguite, esclusero fratture, la Tac, la successiva  RM, altri inconvenienti di natura tendineo e muscolare, eppure non si sentiva bene, c’era qualcosa che lo faceva stare, male.

Il proiettile, entrato da sotto la clavicola, con una traiettoria perfetta,  aveva attraversato la zona del corpo, senza procurargli alcun danno, la ferita sarebbe guarita ed il proiettile sarebbe stato collocato nella casistica dei fenomeni, una meteora di passaggio, dunque una settimana dopo, svolgeva la sua professione con maggiore vigore e sapienza.

Il rapporto con il vigile, Giacomo Bianco, dopo l’efferato incidente, si rafforzò talmente che il Genietto, Diego Latore, non tralasciava un giorno, di andare a trovarlo sul posto di lavoro, aggiungendo così, involontariamente, per caso, alla sua Agenda, possibili clienti di incidenti stradali ed a curare i procedimenti che tenevano in subbuglio la famiglia di Angelino, il figlio di Giacomo, che si era impelagato in una vendita a piramide, castrandosi deliberatamente e trascinandovi anche il padre.

Giacomo Bianco, oltre al servizio d’ufficio, svolgeva anche quello sulla  strada, in ufficio compilava i turni e li distribuiva con severità, senza però scontentare alcuno, l’immobilismo, la mancanza di azione, lo mantenevano nervoso ed allora usciva, le polveri sottili, le malattie che portano la strada, le considerava dicerie, fattori imprescindibili, la salute delle persone, è un evento casuale, può accadere, non è necessariamente, ascrivibile al lavoro che svolge l’individuo, è necessario comunque, tenere i parametri sanitari, sotto controllo, condurre una vita sobria, al resto ci pensa il Buon Dio.

Un uomo attivo, in salute, che non soffre, ha un buon atteggiamento nei confronti degli altri, in specie verso i cittadini, che è notorio, vanno di fretta, la società li spinge a farlo, l’aggressività corre in ogni nano grammo di spazio, sia a terra che in alto e dunque, è necessario un buon andamento da parte delle persone addette alla fluidità della circolazione viaria.

Diego e Giacomo, insomma aveva recuperato la loro infanzia ed ogni mattina,  facevano  colazione al bar accanto al Tribunale, il famoso Bar Tavola – calda del compagno Anselmo Buffa, le sue scacciatine, erano una vera delizia, innaffiata con un Marsalino, risuscitavano perfino i morti, eccezionale, la domenica non mancavano i fiori per la moglie ed i pasticcini per casa, finalmente un po’ di serenità.

I capelli neri, brizzolati, trasandati sul collo, le basette scivolate sotto la lametta della barba, gli incorniciavano la faccia incavata, un viso emaciato, comunque lucido, mantenuto sveglio,  da un simpatico sorriso, molto accattivante, con il naso, insistentemente a forma di ficodindia, munito perfino dei bitorzoli, insomma si collocava in uno stile aspecifico, particolare, non certo di un principe del foro, eppure era stimato nell’abito, coltivava rapporti, amicizie che contano, nel giro era descritto con un bel corollario, nonostante servisse una clientela sporadica, comune, emarginata, di strada e sinceramente, esercitava in uffici occasionali, di amici, oppure in un bar, insomma la disperazione gli stava ovunque, sulla giacca, nelle tasche scucite, nelle spaccature che gli svolazzavano sul sedere, con la fodera sbiadita, liberamente penzolante, nel colletto coperto di  grasso rancido, sui polsi della camicia, certamente permeava  l’avvenire, alle occasioni giornaliere, intorno ad un tempo indefinibile.

L’invito a pranzo, il suo ingresso in un ristorante, gli prospettava un ampio servizio, non solo si sfamava, gli dava l’opportunità di cambiarsi, giacca,  cappotto, a seconda della stagione, per la camicia il mercato era chiuso, usciva con la mancia lasciata nel piattino al cameriere.

Una tale maschera, s’accompagnava a quel che di solito descrive, un uomo dal  fascino fatale, le belle ragazze, lo cercavano, offriva loro, roselline del giardino della vicina, estraniandolo anche per una sventagliata di mesi, dalla famiglia, solo il cruccio per il cane, lo liberava per qualche ora..

L’affettuoso soprannome di Ficodindia, chiamato così per via della protuberanza nasale, con il quale gli amici più stretti osavano identificarlo, sinceramente era continuamente, nella spasmodica ricerca di denaro, per la scuola di ballo per la figlia, delle lezioni private per il figlio, i resti per il cane che il macellaio gli metteva da parte, a volte facendo la cresta, sottraeva qualcosa per la casa, insomma incontrarlo, a volte, secondo il clima che ti girava sopra la testa, metteva paura .

A braccetto di un socio in affari, con il sorriso sulla bocca ed un portamento tra il serio ed il faceto, un genio del male, dunque s’introdusse nel mio quotidiano, offrendomi la sua amicizia, aveva una capacità unica, entrava ovunque, e mi offrì la difesa legale per i miei affari

I rapporti con i clienti, le attività non tutte si concludono con un buon fine, non sempre filano dritti, vanno incontro ad intoppi, a volte per cose di poco conto, per arroganza ed inettitudine, le pratiche di un ufficio hanno bisogno di un legale, un Avvocato a portata di mano, non molto esoso, è utile, e dunque lo allocai graziosamente, nell’ampio spazio dell’ingresso, sotto le scale che conducono al piano, gli collocai una scrivania, con telefono ed ogni accessorio.

La sua maestria, in sincerità, oltre alla conoscenza della legge e dei cavilli, che sono fondamentali, consisteva nell’aggirare e dilazionare, allungare, stancare la giustizia e soprattutto gli avversari, ammortizzando le spese, accumulando perfino un guadagno insperato, però era tanta la fame che l’onorario previsto, l’aveva consumato prima della fine della causa ed occorreva festeggiarlo.

La sacra della ficodindia, si svolgeva nel centro di un  triangolo isoscele, nel paese ove era nato, confinanti l’uno all’altro, vocati alla produzione, incentivati con denaro pubblico, a fondo perduto, che per via ordinaria, normalmente è difficile accedervi, per riceverli è utile il padrino, insomma è stata un’occasione per rilevare dalle mani di un cugino, residente in una casa colonica situata alle pendici della montagna, nella zona più alta la rappresentanza che il padre del Genietto, aveva esercitato fino alla morte, per la fornitura di negozi, rivendite di tabacchi, mercerie,  di oggetti ludici, per le feste dei bambini ed anche per adulti, che per incuria, soprattutto per le precarie condizioni economiche, aveva rimandato, lasciando il materiale invenduto, una campagna avviata, ed oberato di reclami della ditta.

Il cugino, non era più in grado di provvedere all’incarico che gli aveva consegnato lo zio, la partenza del figlio per il servizio militare e probabile arruolamento, constata la fatica del luogo a reperire una junta di lavoro, rimasto senza tempo, aveva cercato più volte di lascargli l’impegno, venendo in città a cercarlo, informandosi verso i suoi colleghi, una mattina, finalmente lo recuperò al Bar- tavola calda, di Anselmo Buffa, l’incontro, comunque si sviluppò successivamente, molto tempo dopo.

La sacra, fu la grande occasione, comunque rimase distante, il Genietto, però, mi obbligò a seguirlo, a bordo della sua auto Peugeot, viaggiammo per circa un mese, il giro dei clienti del padre urgeva, non era più procrastinabile, e fui costretto a fargli compagnia, sobbarcandomi,  le spese di vitto ed alloggio.

La vacanza, anche se esosa, non per la colazione, il pranzo, la cena ed il pernottamento, la benzina, non erano una preoccupazione, in fondo l’avevo preventivato accettando di partire, dicevo che il conto, era secondario in confronto alla bellezza che si alzava a riempirti gli occhi, l’anima, a farti sognare, a farti ritornare il ragazzo solare, insomma mi ha fatto mutare pelle, mi sono svestito di quella  rinsecchita ed ho scoperto la gioia di vivere.

I luoghi erano inverosimili, zone di territorio sconosciute, le numerose località visitate, una magnificenza della natura fra persone semplici, fragranti, innamorate di quel che facevano, la loro vita si svolgeva senza titubanza, afflizioni e rimpianti, debbo dire, comunque, sinceramente,  che è stata una vacatio fantastica, molto divertente, un continuo sognare.

Un viaggio che rifarei, libero da ogni  impegno, ritornerei in quei luoghi, mi è rimasto nel cuore, anche perché mi ha dato l’opportunità di rivedere dopo tanti anni, la ragazza, una compagna di scuola, il mio grande amore,  la titolare del negozio, merceria, emporio, madre di tre bimbi, due maschietti ed una femminuccia, con i suoi occhi d’acqua di mare che appena scorta, mi sono distratto e sono caduto sui gradini d’ingresso, in ginocchio le ho sorriso, mi ha dato la mano e ci siamo abbracciati affettuosamente.

La mattina, e non ricordo più quanti, comunque per molti anni, amavo tuffarmi e nuotare gioiosamente in quello specchio azzurro, e vibravo di gioia, e seppure, dalla folta chioma mi sono ridotto a sparuti, quasi invisibili capelli, ho passato con la memoria, in certe sere che i grattacieli, i palazzi, mi nascondevano il sole, intravedendo dalla finestra uno spicchio di luna, rimestavo le stesse emozioni, identiche sensazioni, con un furore umiliante, sentivo dolorosamente la sua mancanza.

La colpa, se così si può definire, dello sviluppo successivo, è da imputare certamente a me, nei momenti che la tristezza rammenta e reclama con insistenza, cerchi un appiglio sul quale fermarti a riposare, con il  pensiero che  mi s’attorcigliava al collo, l’ansia che mi bruciava il cervello, molte notti le trascorrevo a ramingo, sveglio, senza meta, scendevo al porto dove le barche avevano preso il largo, alcuni marinai abbandonati sulle reti, fumavano guardando le stelle, osservando il cielo, le navi all’ancora, illuminate a festa, li dichiaravo fratelli e li prendevo a braccetto, segnavo un alto grado alcolico, ubriaco, mi accompagnavo con le loro luci, i loro pensieri,  e con l’umidità che mi torturava le ossa, le articolazioni, percorrevo, pericolosamente la città antica, stranamente silenziosa, con le armi in mano pronta a fare la guerra, e rientravo nelle quattro mura di casa a sorbirmi, l’abbaiare forsennato del cane pastore del piano superiore, legato nel balcone, a sbranarmi le residue forza, a smaltire la sbornia.

Mi dicevo, quel che è stato non può ritornare, avrei potuto, non l’ho fatto, forse per mancanza di coraggio, l’età non è ancora matura, le decisioni hanno valore per tutta l’esistenza, ed ogni età ha la sua responsabilità, l’impegno, può rendersi incompatibile con la libertà, ed arriva lo Stato che obbliga alla partenza, l’educazione induce all’osservanza, il lavoro che manca e devi cercarlo, e vai ovunque lo trovi, il giuoco è fatto, insomma, infine, ho riportato nel suo letto, il mio sogno.

< Madonna della lettera – L’Orologio >

 

<  MATA & GRIFONE – LA CHIMERA >

La mattinata alzatasi speranzosa, si era corrucciata, divenuta talmente nervosa, irritante che i piedi mi saltavano sull’asfalto, sulle mattonelle del marciapiedi, graffiando mi la stanchezza.                                                              L’emolumento arretrato, del corso di specializzazione, depositato, che dovevo ritirare in banca, non risultava ci fosse.                                                 L’impiegato al quale mi ero rivolto, m’aveva tolto la speranza.                    L’unica risorsa che m’avrebbe riportato a casa, diciamo nel luogo dove alloggiavo e risiedevo per frequentare la scuola, ove ero stato costretto a trasferirmi, si era dunque volatilizzata. La situazione era diventata manifestamente grave, lo era anche prima però, dunque cercavo una possibile soluzione ed ecco che noto aggirarsi tra le scrivanie, discutere con i colleghi di lavoro, una faccia conosciuta, scovo un compagno di scuola, di lotte sindacali, lo addito gioioso, percepisco che tenta di nascondersi dietro un pilastro, tornato allo scoperto, mi risponde senza avvicinarsi, allo stesso modo del collega o chi fosse, però rovista nelle pratiche, la trova, mi liquida, ridandomi inconsapevolmente, l’ossigeno che mi era venuto meno.                                                L’Istituto, il mio compagno, oramai alle spalle, percorrevo a tentoni, la città, la strada giusta, cercavo la fermata dell’autobus e tornare a casa che una confusione analfabetica, un passante, sicuramente non molto attento, mi aveva indicato e così per caso, mi ritrovai nella piazza duomo.                                                                                                                                             I lavori in corso, mi rallentarono il passo, la costruzione del marciapiede, si presentava con le lastre di travertino, poggiate qua e là, disordinatamente, a sghimbescio, all’incontrario, di traverso, quasi inciampavo nel fondo stradale sconnesso, malmesso, dichiarando il luogo, non adatto ad una piazza, insomma non accogliente quando all’improvviso, spaventandomi, nello spazio infinito che si apriva sopra la mia testa, si scagliò un ruggito di leone, scuotendo perfino gli alberi ed i palazzi intorno, seguito da un movimento rotatorio di un meccanismo che sovra intendeva il campanile della chiesa.                                                                                   L’Orologio astronomico di Messina, costituisce l’elemento più caratteristico ed è integrato nel campanile della cattedrale della città.                                                                                                  L’opera, fu costruita dalla ditta Ungerer di Strasburgo e ricostruito dopo il terremoto, nel 1933.                                                                                                                                                                   La parte tecnica, è stata concepita da Frederic Kinghammer, la parte artistica, si basa su piani di Theodor.                                                                                                                                             I meccanismi, riprendono, in parte, quelli dell’orologio astronomico di Strasburgo.                                                                                                  L’arcivescovo della città, Angelo Paino, sotto il consiglio di Papa Pio XI che gli aveva regalato, un modello funzionale, lo commissionò in occasione del rifacimento del campanile.

L’Orologio, è articolato in parecchie parti distribuite ai diversi livelli della torre campanaria.                                                                                                       Alcune sono costruite sul lato campanile che dà sulla piazza, altre si trovano sul quello rivolto  verso la facciata della chiesa.                                                                                                                           Il livello più basso, l’installazione rappresenta i giorni della settimana, indicati da figure allegoriche greche che quotidianamente si succedono, Apollo per la domenica, diana per il lunedì, quindi Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno.                                                                                                                 Gli dei, si danno il cambio guidando un carro trainato da un animale che a sua volta ha un valore allegorico, per Diana, dea della caccia, un cervo, per Venere, dea dell’Amore, una colomba.                                                                                                                                                             I giorni del calendario perpetuo, sono indicati dall’Angelo, lo Zodiaco, riproduce il movimento dei pianeti nel sistema solare.                                                                                                                                    Le quattro fasi della vita, sono rappresentate da figure della stessa età.                                                          Ogni quarto d’ora, si succedono passando davanti alla figura di uno scheletro che funge da memento mori, il quale muove la sua falce in sincrono con la campana delle ore.                                                                                                    Il carosello delle età, viene raffigurato, secondo le leggenda della costruzione della chiesa di Montalto, sul terreno dove volò una colomba, i Messinesi edificarono la chiesa, perciò, nel quadrante, volteggia una statua a forma di colomba e dal terreno emerge un modello della chiesa, che rimane fino al cambio del giorno per ripetersi successivamente.                                                 Il secondo piano, più in alto, sono rappresentate alcune scene bibliche e si succedono per quattro volte l’anno, a seconda del calendario liturgico, ovvero della Natività con un gruppo di pastorelli in adorazione del redentore appena nato, dell’Epifania, con i tre Re Magi ed i loro paggi, della Pasqua, con due guardie romane che accanto al sepolcro assistono  stupite alla Resurrezione di Gesù e della Pentecoste, con Maria e gli Apostoli che ricevono sulla testa, la visita dello Spirito Santo, in forma di colomba e successivamente, di fiammella.                                                                                                         La Madonna della Lettera, patrona di Messina, è raffigurata in alto, con un Angelo che le porta la missiva, la sfilata e l’inchino dei sei ambasciatori.                                                                           Il primo ambasciatore, dunque riprende la lettera, la Madonna risponde all’inchino con la benedizione, gesto che ripeterà alla piazza, quale simbolo d’augurio.                                                                                                              Il lato rivolto alla Cattedrale, sulla destra guardando la chiesa dalla piazza, è quello che riproduce  fenomeni siderali e che propriamente corrisponde al concetto di orologio astronomico. Il calendario perpetuo, si distingue per la grazia del quadrante. I 365 giorni dell’anno, sono indicati tramite un pannello mobile, il quadrante, alternativamente, copre il 29 febbraio o la frase in latino tra il 31 dicembre ed il 1 gennaio che ha un significato, infatti il quadrante è utilizzato, sia negli anni normali che bisestili.                                                                   Un modello del sistema solare, più in alto, riproduce le orbite dei pianeti che girano intorno al sole, situato al centro del quadrante, e sono raffigurati da sfere metalliche poste alla punta delle rispettive lancette la cui lunghezza è proporzionale al raggio dell’orbita.                                                                      La parte alta dell’edificio, ospita, a sinistra in alto,  il Leone ruggente, dina e Clarenza con il gallo, sulla sinistra, in basso, il modello della luna, a destra.                                                                                  I  meccanismi legati alla funzione del campanile,  si trovano dalla parte della piazza.                                                                                                                     Le sue figure, data l’altezza, hanno dimensioni  superiori rispetto a quelle dei primi piani, anche di tre, quattro metri.                                                                                                                          Il metodo della rappresentazione allegorica, adesso è riferito più alla storia  Messinese che a quella religiosa.   La parte alta del campanile, a sinistra guardando la piazza, le statue di diana e  Clarenza, eroine della guerra del Vespro, battono i quarti d’ora con le campane della torre ricordando la lotta dei Siciliani contro gli Angiò, c’è la statua del gallo che a mezzogiorno  muove le ali riproducendo il canto, al quarto piano, è installato un leone ruggente di bronzo, simbolo di Messina.  La parte alta del campanile  è caratterizzata da un insieme di grandi figure di bronzo, quale il gallo che a mezzogiorno, entra in azione con leone.                                                                                                                                                           La parte superiore di destra  del lato rivolto alla cattedrale, è meno appariscente, consta soltanto di un modello della luna che ne riproduce le fasi ed ha dunque un ciclo quasi mensile.                                                                                                                                             L’orologio, è una somma di parti, azionate  dal blocco centrale che è situato all’altezza di Dina, Clarenza ed il gallo.                                                                                                                                     Il campanile, non possiede più i meccanismo originali,  il sistema, ha subito diversi restauri, e si è mirato ad aumentarne la spettacolarità.                                                                                                  I sistemi meccanici  per la produzione del ruggito del leone, del canto del gallo, sono stati sostituiti da sistemi audio a nastro ed a stato solido successivamente, con lo sviluppo di un suono  più realistico, non autentico per i cultori della meccanica, un’altra modifica  è stata apportata nell’ordine di funzionamento, l’orologio, procedeva dal basso verso l’alto, stupendo  lo spettatore con il canto del gallo ed il ruggito del leone, recentemente è stata introdotta, l’Ave Maria di Schubert e per evitare la sovrapposizione con la musica, gli animali eseguono i loro movimenti ed i meccanismi si succedono.

< LA CITTA’ DI PATTI – SANTA FEBRONIA >

La città di Patti, oltre ad essere sede storica di numerose istituzioni, uffici

amministrativi e servizi d’interesse pubblico, è anche sede vescovile, una delle più antiche di Sicilia, che comprende i comuni dell’area nebroidea da Oliveri a Tusa.. Il comune di Patti fa parte del Consorzio Intercomunale Tindari-Nebrodi.

< Il castello di Patti – ( centro) Ottavio Canfora – ( lati ) Andrea – Santino Accordino >

 

L’origine e la storia di Patti sono strettamente legate alla decadenza dell’antica città greco-romana di Tindari, oggi sua frazione e uno dei più importanti siti archeologici e devozionali della Sicilia. La fisionomia del centro abitato si presenta molto sviluppata con un grande centro storico arroccato sulla collina intorno alla Cattedrale, al palazzo vescovile, al seminario ed agli altri palazzi storici, che digrada verso la costa fino al suo borgo marinaro detto Marina di Patti, oramai integrato nel tessuto urbano.

La città di Patti, dunque era il riferimento più consono, abituale, pratico, per gli abitanti delle frazioni  vicini,  quale San Giorgio con l’amministrazione comunale, invisa, inspiegabilmente considerata lontana, si frequentava per qualche certificato Medico od anagrafico.

La stazione ferroviaria di Patti, era posta a ridosso di Marina di Patti, distava alcuni chilometri ed era servita da un Autobus lento, sporco, con personale molto arrogante ed allora per non litigare, la scelta di andare a piedi diveniva obbligatoria, la scorciatoia attraverso la campagna, era un susseguirsi di profumi che proseguivano inebrianti, con leggerezza ed allegria per la salita degli ortolani, fino in piazza.

 

I miei genitori, non avevo che appena dieci anni, mi avevano messo in casa di cugino Ottavio, dunque vi ho abitato frequentando la prima media.

I compagni di scuola, figli di una classe impiegatizia e del commercio,

mal sopportavano che un figlio di pescatori potesse entrare a fare parte della loro classe, comunque ho superato qualsiasi difficoltà, l’arma dell’intelligenza non mi mancava ed ho trascorso, superata l’iniziale avversità, una quantità di piacevoli incontri fino alla decisione di viaggiare, con il treno, ritornando a piedi, successivamente con l’autobus di linea.

Il centro della città di Patti, è la piazza Marconi. Il palazzo del Turismo, ospita il Museo di Arte e Ceramica Contemporanea ‘Umberto Caleca’.

Il centro storico, conserva ancora in parte il tessuto medievale di strette viuzze, sormontate da archi, fino a raggiungere la parte alta della città ove il suo nucleo più antico è aggregato intorno alla Cattedrale di età medievale, all’interno della quale è custodito il sarcofago della regina Adelasia, moglie di Ruggero I di Sicilia, madre di Ruggero II, morta a Patti il 16 aprile 1118. La galleria della Cattedrale, facente parte dell’antico castello di Patti, è stato allestito un piccolo museo delle Antiche Ceramiche pattesi, presso l’Ex. Convento S.Francesco,

 

recentemente ristrutturato, che contiene una raccolta di oltre 650 oggetti dalle infinite varietà di forme, colori e stili.

Il lato nord della città con Porta San Michele, conserva l’unica superstite della cinta muraria aragonese sita a ridosso della Chiesetta di S. Michele, con un bel ciborio marmoreo di Antonio Gagini (1538) con una composizione a trittico con una teoria di angeli al centro, affiancata da S. Agata e S. Maddalena.

 

 

LA CITTA’ DEL TINDARO

< Teatro – Spianata >

< IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL TINDARI >

Tìndari è una frazione di Patti, comune della provincia di Messina in Sicilia.      La città venne fondata da Dionisio di Siracusa nel 396 a.C., come colonia di mercenari siracusani che avevano partecipato alla guerra contro Cartagine, nel territorio della città sicula di Abacaenum (Tripi), e prese il nome di Tyndaris, in onore di Tindaro, re di Sparta e sposo di Leda, padre putativo di Elena e dei Dioscuri, Castore e Polluce.

Sotto il controllo di Gerone II di Siracusa, durante la prima guerra punica, fu base navale cartaginese, e nelle sue acque si combatté nel 257 a.C., la battaglia di Tindari, nella quale la flotta romana, guidata dal console Aulo Atilio Calatino, mise in fuga quella cartaginese.

Con Siracusa passò in seguito nell’orbita romana e fu base navale di Sesto Pompeo. Presa da Augusto nel 36 a.C., che vi dedusse la colonia romana di Augusta Tyndaritanorum, una delle cinque della Sicilia, Cicerone la citò come nobilissima civitas.

Nel I secolo d.C. subì le conseguenze di una grande frana, mentre nel IV secolo fu soggetta a due distruttivi terremoti

Sede vescovile, venne conquistata dai Bizantini nel 535 e cadde nell’836, nelle mani degli Arabi dai quali venne distrutta.

Vi rimase il santuario dedicato alla Madonna Nera di Tindari, progressivamente ingrandito, che ospita una Maria con il Bambino scolpita in legno, considerata apportatrice di grazie e miracolosa.

I resti della città antica si trovano nella zona archeologica, in discreto stato di conservazione, per lo scarso interesse di un reimpiego dei blocchi di pietra arenaria di cui erano costituiti.

I primi scavi si datano al 1838-1839 e furono ripresi tra il 1960 e il 1964 dalla Soprintendenza archeologica di Siracusa e ancora nel 1993, 1996 e 1998 dalla Soprintendenza di Messina, sezione dei beni archeologici. Sono stati rinvenuti mosaici, sculture e ceramiche, conservati in parte presso il museo locale e in parte presso il Museo archeologico regionale di Palermo.

L’impianto urbanistico, risalente probabilmente all’epoca della fondazione della città, presentava un tracciato regolare a scacchiera. Si articolava su tre decumani, strade principali (larghezza di 8 m), correvano in direzione sud- est – nord-ovest, ciascuno ad una quota diversa, e si incrociavano ad angolo retto e a distanze regolari con i cardini, strade secondarie e in pendenza (larghezza 3 m). Sotto i cardini correva il sistema fognario della città, a cui si raccordavano le canalizzazioni provenienti dalle singole abitazioni. Gli isolati delimitati dalle vie avevano un’ampiezza di circa 30 m e una lunghezza di 77 o 78 m.          Uno dei decumani rinvenuti nello scavo, quello superiore doveva essere la strada principale della città: costeggia ad una estremità il teatro, situato più a monte e scavato nelle pendici dell’altura, e all’altra estremità sfocia nell’agorà, oltre la quale, nella zona più elevata, occupata oggi dal Santuario della Madonna Nera, doveva trovarsi l’acropoli.

La porta principale, sul lato sud-occidentale, era fiancheggiata da due torri e protetta da un’antiporta a tenaglia di forma semicircolare, con l’area interna lastricata con ciottoli. Altri piccoli passaggi si aprivano a fianco delle torri della porta maggiore e venivano utilizzate per le sortite dei difensori.

Il teatro venne costruito in forme greche alla fine del IV secolo a.C. ed in seguito rimaneggiato in epoca romana, con una nuova decorazione e l’adattamento a sede per i giochi dell’Anfiteatro.

Rimasto a lungo in abbandono e conosciuto solo per le illustrazioni del XIX secolo era appoggiato alla naturale conformazione a conca della collina, nella quale furono scavate le gradinate dei sedili (0,40 m di altezza e 0,70 m di profondità) della cavea, che doveva raggiungere una capienza di circa 3000 posti. In età romana vi si aggiunse un portico in opera laterizia e la ricostruzione della scena, di cui restano solo le fondazioni e un’arcata, restaurata nel 1939. L’orchestra venne trasformata in un’arena, circondando la cavea con un muro e sopprimendone i quattro gradini inferiori.

L’area urbana, scavata, tra il 1949 ed il 1964, consta di un isolato completo (insula IV), delimitato dai tratti dei due decumani scavati e da due strade secondarie. A causa della pendenza del terreno, i diversi edifici che la compongono erano costruiti su terrazze a diversi livelli.

Sul decumano inferiore si aprivano sei tabernae, o ambienti per il commercio, tre delle quali erano dotate di retrobottega. Su queste poggiava un’ampia domus (casa B) con peristilio a dodici colonne in pietra con capitelli dorici. Il tablinium, o salone (lunghezza 8 m e larghezza 4,60 m). Al livello più alto una seconda domus, “casa C”, con peristilio simile alla precedente, presenta l’accesso al tablinio inquadrato da colonne con capitelli corinzi italici in terracotta e basi realizzate con mattoni di forma rotonda.

Le due case vennero costruite nel I secolo a.C., su precedenti fasi abitative e furono soggette a restauri e rimaneggiamenti: in particolare nella parte superiore si impiantarono delle piccole terme e gli originali pavimenti scutulati (scutulata con inserimento di piccole lastre di marmi colorati) o in signino con inserimento di tessere di mosaico bianche, o ancora con mosaici policromi, si sostituirono mosaici in bianco e nero con figure.

La cosiddetta “Basilica”, in passato identificata anche con un ginnasio, è un propileo di accesso all’agorà, situato nel punto in cui vi entra il decumano massimo, la via principale della città. Si tratta di un edificio a due piani, datato al IV secolo costruito in opera quadrata di arenaria che presenta un ampio passaggio centrale con volta a botte ripartito da nove arcate. Ai lati altri archi scavalcano degli accessi secondari.

< MONS. GIUSEPPE PULLANO – SANTUARIO DELLA MADONNA >

 

Le origini della statua della Madonna Nera sono legate ad una leggenda, secondo la quale la scultura, trasportata per mare, impedì alla nave di ripartire dopo che si era rifugiata nella baia di Tindari per sfuggire alla tempesta.                                                                                                                         I marinai, depositarono a terra via il carico, pensando che fosse questo ad impedire il trasporto, e solo quando vi portarono anche la statua, la nave poté riprendere il mare.

La statua venne quindi portata sul colle soprastante, dentro una piccola chiesa che dovette in seguito essere più volte ampliata per accogliere i pellegrini, attratti dalla fama miracolosa del simulacro.

Il Santuario di Tindari si trova all’estremità orientale del promontorio, a strapiombo sul mare, in corrispondenza dell’antica acropoli, dove una piccola chiesa era stata costruita sui resti  della città abbandonata.
La statua della Madonna Nera, scolpita in legno di cedro, vi venne collocata in epoca imprecisata, forse giunta qui dall’Oriente in seguito al fenomeno dell’iconoclastia, nell’VIII-IX secolo.                                                                                                                                                                                       La chiesa, distrutta nel 1544 dai pirati algerini, venne ricostruita tra il 1552 e il 1598 ed il santuario venne ampliato dal vescovo Giuseppe Pullano con la costruzione di una nuova chiesa più grande che fu consacrata nel1979. La festa del santuario si svolge ogni anno tra il 7 e l’8 settembre.

Il promontorio sul quale sorge il Santuario, ha alla base, una zona sabbiosa con una serie di piccoli specchi d’acqua, la cui conformazione si modifica in seguito ai movimenti della sabbia, spinta dalle mareggiate. La spiaggia è conosciuta con il nome di Marinello o il mare secco e vi sono legate diverse leggende.

Secondo una di esse la spiaggia si sarebbe formata miracolosamente in seguito alla caduta di una bimba dalla terrazza del santuario, ritrovata poi sana e salva sulla spiaggia appena creatasi per il ritiro del mare. La madre della bambina, una pellegrina giunta da lontano, in seguito al miracolo, si sarebbe ricreduta sulla vera natura miracolosa della scultura, della quale aveva dubitato a causa dell’incarnato scuro della Vergine.

Un’altra leggenda narra della morte, avvenuta proprio su questa spiaggia di papa Eusebio, il 17 agosto del 310, pochi mesi dopo la sua elezione, avvenuta il 18 aprile, che sarebbe stato esiliato in Sicilia da Massenzio.

Il costone sopra la spiaggia, inoltre ha una grotta, che secondo una leggenda locale era abitata da una maga, che si dedicava ad attrarre i naviganti con il suo canto per poi divorarli. Quando qualcuno degli adescati rinunciava per la difficoltà di raggiungere l’ingresso dell’antro, la maga sfogava la rabbia affondando le dita nella parete: a questo sarebbero dovuti i piccoli fori che si aprono numerosi nella roccia.

< Il Mercatino – La Madonna – Il Santuario >

 

< LA CITTA’ DI MARINA DI PATTI >

< MARINA DI PATTI – ANTIQUARIUM – VILLA  ROMANA >

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Una sera, con l’estate che correva per le strade, sulla spiaggia, ero ritornato nel paese, dai genitori, in cerca di conforto.

Il matrimonio che credi indissolubile, con  litigi e musi lunghi, momenti difficili, che appare non proseguibile e magari, dopo qualche ora, si risolve con risate e giochetti di varia natura, nel letto che ti ha sempre gratificato, scoprendo che l’amore scorre rigoglioso, inspiegabilmente si è rotto, il distacco è talmente doloroso che credi di morire, anche se dentro di te t’illudi, alimenti una fiammella,  credi ancora che tutto possa tornare tranquillo,

La famiglia, se afferrata dalla paura, muore e la città ne mesce, più di quanto, un uomo stagionato, ne possa sostenere, ecco che il pilastro si sbriciola, perde consistenza, è intaccato dalla fragilità.

Il rapporto pur rimanendo unico, profondamente legato, s’accartoccia su se stesso e non resta altro che lasciare la casa con le chiavi appese alla porta e riparare in un portone buio, di un palazzo antico, dismesso, polveroso, dunque con la solitudine in spalla ed il dolore nelle tasche, spinto da una brezza di vento, una farfallina solitaria che s’aggira nell’ambiente, si posa e riparte, svolazza intorno e scompare, con la mente imballata, lentamente uscii dalla scatola vuota nella quale, inconsapevolmente ero caduto ed accettai l’invito, di un gruppo di coetanei, con un’età diversa, più leggera,  di andare a mangiare una pizza, alla villa romana, che francamente, non conoscevo.

La scoperta mi era ignota e tanto meno, l’apertura di un ristorante, a detta dei ragazzi, stabilmente residente nella località, caratteristico, con un diario di pietanze, ricercate nella tradizione locale e rielaborate, il sapore disponeva bene, però sinceramente m’indignai che nelle mura archeologiche, riservate alla bellezza ed alle attività consone al luogo, vi fosse allocato un locale per la ristorazione, comunque vestito per quanto mi riusciva, dell’indifferenza, li seguii, accompagnato da un’allegria che oserei dire surreale.

L’ordinazione della pizza, oziosamente tardava ed allora per tamponare il buco dell’attesa, chiedemmo che ci servissero delle bruschette, un’avventatezza inusitata, non l’avessimo fatto, fu un’ulteriore collasso intestinale, le rimostranze, saltavano sui bidoni della spazzatura, tanto che all’improvviso, il proprietario con un grosso pomodoro in mano, aggirò il muretto che divideva la sala dal bancone del bar, dichiarandomi il prezzo, evidentemente esoso, del frutto che doveva servire da condimento. L’irritazione mi sorprese e gridandogli che avevo chiesto delle bruschette, anzi prima la pizza, che se lo schiaffasse nel luogo più consono alle sue abitudini quotidiane e con sollecitudine, pur se la pancia, la  bocca con le sue papille, chiedesse insistentemente di pazientare ancora qualche minuto, che il profumo irresistibile proveniente dalla cucina, ci induceva a precipitarci su qualsiasi cibaria, ci alzammo e lasciammo il famoso locale.

La Villa Romana di Marina di Patti, si trova in prossimità del sottopassaggio dell’autostrada. La villa è di età tardo imperiale romana con un’estensione di circa 20.000 mq. Risalente al IV secolo d.C, fu costruita sui resti di un’altra villa più antica, probabilmente del II-III sec. d.C. Presenta parecchie affinità con la Villa Imperiale del Casale di Piazza Armerina e quella del Tellaro presso Noto, entrambe dello stesso periodo. Sono molti gli ambienti che si possono ammirare, alcuni dei quali recanti mosaici policromi raffiguranti per lo più animali entro ottagoni frammentati da ornamenti floreali e figure geometriche. L‘annesso Antiquarium, custodisce reperti provenienti da tombe romane rinvenute nel territorio.

La sala Triabsidata, presenta tracce di Mosaici geometrici costituiti da ottagoni con lati concavi, definiti trecce a doppio capo che creano tra essi, cerchi ovali, secondo uno schema che si ritrova in un ambiente di servizio della villa del Casale di Piazza Armerina della Provincia di Enna, a differenza di quello piazzese, in quello della villa di Marina di Patti, gli ottagoni non sono ornati dai consueti motivi geometrici, le figure di animali selvatici e domestici, ricordano la iconografia nordafricana con cataloghi di fiere. Il pavimento meridionale del portico, di fronte alla sala Tricora, presenta un altro mosaico in linea con la tradizione coeva. Le linee continue di festoni di alloro, creano riquadri al cui interno è disposta una cornice con traccia a doppio capo che ospita differenti motivi floreali. L’interno del cortile del peristilio, conserva tracce di un mosaico che in principio, ornava la villa. Seppure lacunoso, si scorge una composizione organizzata in divetrsi riquadri, il centrale mostra la figura di Bacco che regge una coppa di vino, il suo principale attributo, intorno a loro si dispongono otto pannelli in cui si collocano eroti che guidano bighe trainate da animali esotici, antilopi e leopardi.

< LA CITTA ‘ DI MILAZZO >

Ho esercitato per oltre vent’anni, la professione di Tecnico Sanitario di Radiologia Medica, nel locale Nosocomio, sono andato in pensione esausto, mi avevano tolto la soddisfazione di lavorare,.

Ho lottato contro un’organizzazione che non mira a risolvere le inefficienze, i problemi di un servizio e del personale e tanto meno dei ricoverati, le persone sofferenti, servono a fare numero, la qualità delle prestazioni è un accessorio variabile, secondario alle loro prospettive.                                                                                                                                                              I professionisti, seguono  il Senatore, il Deputato, il Ministro, i professori inseguono  la nomina di prestigio ed incaricano il pupillo ad esercitarsi, gratificare l’incessante, straordinaria megalomania, affezione al denaro, sulla pelle della gente.

Il  merito, esce ed entra dalla bocca di tutti, corre per giornali e televisione, convegni ed atterra sulla discarica locale.

Il  lavoro è l’autista del viaggio, lo segui per anni e quando l’acchiappi non lo lasci andare, è la dignità di una persona, cuce sul petto, l’utilità, il rispetto di un individuo.

Ho vagabondato, sono andato per città e cittadine disastrate, l’ho seguito con amore, ho ricevuto soddisfazione e stima, parecchie delusioni, sono sbarcato a Milazzo, vincitore di concorso, per quasi due anni mi sono presentato all’ufficio del personale, terzo in graduatoria con un bando di sei, e l’assunzione non riusciva a penetrare nei meandri del diritto, continuava il suo iter burocratico di elaborazione, la  corrispondenza restava secretata, insomma non mancavo una settimana, ero un visitatore abituale dell’ufficio, periodicamente, chiedevo informazioni, un bel giorno a seguito di un caro amico, segretario di un importante sindacato, con immenso rammarico, mi hanno dichiarato che non mi hanno trovato, per mesi e forse qualche anno,  ero scomparso.

La lettera d’assunzione, giaceva nel fondo di un cassetto della scrivania del Ragioniere capo, il tempo avrebbe risolto il caso,  condotto alla presenza del Funzionario, ero malconcio, molto stanco, firmai a fatica che mi tremava la mano, fortemente e prepotentemente indirizzata nell’occhio di sinistra.

La maggioranza dei colleghi, bacchettoni ed egoisti, mi guardavano con occhio malevolo, parlando alle spalle, dicevano che avevo rubato il lavoro ad un loro amico, ad un loro coetaneo.

Io che provenivo da una terra lontana, non potevo occupare quel posto,  eppure ero originario di quei luoghi, i miei genitori abitavano a circa quindici chilometri di distanza.

Ho subito angherie, minacce e prove di forza, ho litigato, resistito ed ho esercitato  la professione con umiltà ed umanità.

Milazzo (Milazzu in siciliano) è un comune italiano della provincia di Messina in Sicilia.

La città è posta tra due golfi, quello di Milazzo ad est e quello di Patti ad ovest, in un luogo strategico della Sicilia nord-orientale; distante 30 km dal capoluogo, rientra nell’area metropolitana dello Stretto di Messina, ed è il baricentro di un comprensorio che va da Villafranca Tirrena a Patti.

MILAZZO, in origine è città greca, e dal 36 a. C., riconosciuta come civitas Romana, è stata al centro della storia anche durante la Prima Guerra Punica (260 a.C.), e nel luglio del 1860 con l’arrivo delle camicie rosse nella grande Battaglia di Milazzo. Numerose sono le testimonianze e i simboli della storia millenaria della città. A tal proposito sono in corsi progetti mirati ad inserire il Castello, la città fortificata e il borgo antico tra i siti UNESCO ed a costituire la Riserva Marina del Promontorio di Capo Milazzo.

Meta turistica e ottimo punto di partenza per le Isole Eolie, il Parco dei Nebrodi, Tindari; l’economia della città, oltre al turismo, è abbastanza varia: dall’agricoltura (ed in particolare il vivaismo) alla pesca, dal commercio ai servizi, dai trasporti su gomma e via mare all’industria.

< TOMBE SOTTOVETRO  - IL MOSAICO >

< LA CITTA’ –  VACCARENNA >

< Infiorata >

< Il Castello – Famiglia LO DUCA – Milazzo>

< Nuova e vecchia pescheria – Chiesa di S.Francesco

< MAFALDA – LIVIA MICALE – FRANCA SCIBILIA -

PINA PICCIOLO – MARIA GRAZIA BONO >

< CAMBRIA FRANCESCO detto CICCIO – CETTINA LO DUCA >

< GIUSY PATTI – SERENA MAIMONE – PATRIZIA PATTI – PIERA PITTARI>

< PANORAMA DI MILAZZO >

< Crocifisso Ligneo – ELENA NANIA >

< LA CITTA’ di NOTO >

< L’INFIORATA >

 Il nome NOTO, fu dato alla città, e mantenuto, dagli Arabi, per indicare la sua bellezza. Il sito originario della città di noto, è sul monte Alvenia ove si sono trovati i primi insediamenti umani risalenti all’età del Bronzo intorno al 2200 – 1450 a.C., .                                                                                 Un’antica leggenda, racconta che Neas, antico nome di Noto, avrebbe dato i natali al condottiero siculo, Ducezio che nel V seolo a.C., avrebbe difeso la città dalle incursioni Greche, trasferendola dall’altura della Mendola a monte Alvenia, circondato da profonde valli.                                                                                                                             Publio e Tito Livio, dicono che la città di Neaz, Neatosn Noto, ben presto entrò nella sfera Siracusana, infatti fu colonia sotto il Regno di Gerone II ,  riconosciuta, nel 263 a.C.,  dai romani nel trattato di pace, l’ipotesi, è convalidata dal  gimnasio, le mura megalitiche e gli Heroa ellenistici.                                                                                                    Il console Romano, Marco Claudio Marcello, circa nel 214 a.C., entrò a Neaton e fu riconosciuta città alleata al pari di Taormina e Messina ed i Netini ebbero un proprio senato, la scritta SPQN ( Senatus  PopolosQue Netinum) infatti risulta ancora oggi, nei Palazzi e nei Portali, e come le altre città isolane, subì le vessazioni di Verre, descritte da Marco Tullio Cicerone.

L’Imperatore Giustiniano, con le legioni bizantine, nel 535 – 555, occupò la sicilia, il territorio di Noto, fu arricchito di monumenti, la Basilica di eloro, Trigona, la cittadella dei Maccari, l’Oratorio della Falconara e la Cripta di S.Lorenzo vecchio, il Cenobio di S.Marco, il villaggio di contrada Arco.                                                                              L’occupazione da parte degli arabi con il Ras Kha Faia ben Sufyan, nell’864, Noto, nel 903, divenne capovalle ed sul suo territorio, si registrò la razionalizzazione dell’agricoltura e la promozione commerciale e per la presenza di copiosi alberi di gelso, fu insediata l’industria della seta.

Noto, nel 1091, fu occupata dal Conte Ruggero D’Altavilla, infeudata al figlio giordano, iniziò la costruzione del Castello e delle chiese Cristiane, sotto il regno dell’Imperatore Federico II di Svevia, Noto era governata dal conte Isimbardo Morengia, fu eretto il Monastero cistercense di Santa Maria dell’Arco.

Il 2 Aprile del 1282, nel periodo Angioino, Noto partecipò all’insurrezione dei Vespri Siciliani, durante la guerra per il possesso della sicilia, nel 1299, fra Federico III D’aragona e Carlo II D’Angiò, il Castellano Ugolino Callari o di Callaro, si ribellò  passando da Federico a Carlo, consegnando la città all’esercito di Roberto, figlio di Carlo II.

Noto, ritornata sotto il dominio Aragonese, fu governata da gugliemo Calcerando e sotto il regno di alfonso V D’Aragona, Nicolò speciale, Netino, fu vicerè di sicilia che diede un grande contributo allo sviluppo della città governata dal duca Pietro D’Aragona, fratello del Re che nel 1431, fece edificare La Torre Maestra del Castello, nel 1503, per intervento del Vescovo Rinaldo Montuoro Landolina, il re Ferdinando II D’Aragona, a Noto, il titolo di “ città ingegnosa “ per Giovanni Aurispa, Antonio Cassarino, Antonio Corsetto, Andrea Barbazio e Matteo Carnalivani che nel quattrocento, si distinsero nel campo dell’Arte, delle Lettere e della Scienza.                                                                                 Il Vicerè Ferrante Gonzaga, nel 1542, fortificò le mura della città. Il terremoto dell’11 gennaio del 1693, nel suo pieno splendore, la Val di Noto, fu distrutta, morirono, circa Mille persone. Il Duca di Camastra Giuseppe Lanza, nominato vicario Generale per la Ricostruzione, decise che la nuova città dovesse sorgere più a valle, sul declivio del monte Meti per la quale intervennero con il loro contributo diverse personalità, Ingegneri, Matematici, Architetti Militari, capimastri e scalpellini che nel XVIII secolo, realizzarono questo eccezionale evento urbanistico.

Noto, nell’ottocento,  perse il titolo di Capovalle che passò a Siracusa, tuttavia, nel 1837, a causa del moto Carbonaro di Siracusa, Noto divenne capoluogo di Provincia, nel 1844, centro di una diocesi, nel 1848, con la partecipazione  alla rivolta Massonica siciliana, sedata, il Netino Matteo Radi, Ministro del governo Rivoluzionario, andò in esilio a Malta.                                                                                                                          L’invasione di Giuseppe Garibaldi, nel 1861, l’accluse nel Regno D’Italia conservando il titolo di capoluogo di provincia, trasferito nel 1865 a Siracusa.                                                                                            L’inaugurazione del Teatro Comunale, avvenne nel 1870.                                                                                      L’esiliato Matteo Radi, fu nominato Ministro di Grazie e Giustizia e dei Culti della nuova nazione e nel 1880 fu edificata la Stazione Ferroviaria e nel secondo dopoguerra, fu riaperta la Cattedrale ed iniziò il  processo migratorio, verso l’Italia del Nord, Germania, Francia, Belgio, Argentina, USA e Canada conoscendo un decennio di decadenza.                                                                                                                                         Il Barocco Netino, fu portato all’attenzione di vari studiosi, grazie al “ Simposio  sull’architettura di Noto “ del 1977 organizzato dal registra Corrado sofia e dal sindaco Alberto Frasca, determinando un rinnovato interesse per la città, tanto che nel 2002,  ha indotto l’UNESCO al suo  inserimento nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità.                                                                                                                        La cupola della cattedrale, a causa di un difetto di costruzione, il 13 Marzo del 1996, crolla, a conclusione di un lungo e complesso restauro, è stata riaperta il 18 giugno del 2007

< LA CITTA’ di SIRACUSA  >

< IL TEATRO >

Siracusa,  è situata sulla costa sud orientale della Sicilia ed è stata  una delle più grandi Metropoli dell’antichità  e per oltre un millennio, fino all’invasione musulmana, la più importate Polis, città  del mondo Greco.  Cicerone dice che è la più bella delle città Greche.                                                                                                                                                                       L’Unesco, nel 2005,  per le sue ingenti ricchezze di rilevanza storico-archelogiche, l’ha nominata Patrimonio dell’Umanità, insieme alla Necropoli Rupestre di Pantalica.                                                                                             Siracusa, anticamente chiamata Syrakousai, fu fondata nel V secolo a.C., da una colonia di corinzi, sotto Archia, discendente di Eracle, parente di Enea.                                                                                                                        Il nome trae origine, da Syraca,per l’ abbondanza di acqua, per la zona paludosa.                                                                                                                                                     I Gomoroi, Nobili e proprietari Terrieri, discendenti dei coloni Corinzi, che guidavano il governo della città, a seguito di  una rivolta dei Kilikiroi, della classe oppressa, chiamarono in soccorso Gelone di Gela che sconfitti i Killikiri, trasformò il governo Repubblicano in tirannide.                                                                                                                                                     Siracusa, ha adottato un sistema di democrazia che si dimostrerà oligarchica.                                                                                                                 La polis, sotto il governo Repubblicano, è sconvolta da vari attacchi, da Ducezio contro le città siciliote che comunque fu sconfitto ed esiliato a Corinto, dalla guerra del Peleponneso con Atene e Sparta, decisa in Sicilia, con Alcibiade che incitò la propria patria di fare guerra alle città siciliane con l’obiettivo di conquistare Siracusa   che prese il nome di spedizione Ateniese,.                                                                                                                                             Siracusa con l’aiuto di Sparta e delle città siciliane, però sconfisse la capitale Greca, ed in modo così frustante, da togliergli la velleità di una futura politica espansionistica.                                                                                                                Il governo democratico siracusano,  a causa dei continui attacchi,  perfino di Cartagine   che intendeva vendicarsi, dopo settant’anni, della sconfitta di Imera, cederà il potere oligarchico-popolare nelle mani di un nuovo tiranno. Dionisio I, prese il potere della Polis, a 25 anni e mantenne il regno per quaranta, fu dichiarato  uno dei più potenti tiranni dell’umanità, paragonando la città ad un impero.                                                                                                                     Dionisio II, succeduto al padre,  però non fu alla sua altezza, si dimostrò  insicuro e crudele.                                                                                                                   Dione, cognato di Dionisio I,  intervenne e prese in mano la situazione.                                                                                                       Diinisio II,  si adirò talmente contro lo zio, per questa indebita intromissione,  che lo fece esiliare  in Grecia, e non soddisfatto, vendette i suoi beni e lo fece divorziare dalla moglie.                                                                                                                      Dione, sia per il bene personale che per la città, dunque decise di intervenire, riuscendo ad avere la meglio sulle truppe di Dionigi, liberare Siracusa, e fare cessare la guerra civile scoppiata nella polis Aretusea, facendo esiliare Dionisio II  a Corinto.                                                                                                                     La morte di Dione, amico di Platone, per mano dei stessi soldati traditori, fece precipitare la situazione.                                                                                                                                                   Il filosofo Platone, a causa dell’idea di realizzare in Siracusa il sogno di una Repubblica filosofica, fu rinchiuso in prigione da Dionisio I, chiamato da Dionisio II, ritornato coraggiosamente per la terza volta, conscio dei grossi perturbamenti in arrivo, con molto rammarico,  lasciò la città.                                                                                                                   Siracusa, raggiunse il suo massimo splendore, nel periodo Greco.                                                              La fonte Aretusa di Ortigia,   il teatro Greco, l’acquedotto Galermi, l’orecchio di Dioniso e l’ara di Ierone, i templi Greci di apollo e di Zeus, sono alcune delle più significative testimonianze.                                                                                               La potenza della polis Greca di Siracusa, fu offuscata , dopo i Greci, dai romani, comunque nonostante questo, a tutt’oggi, notevoli sono i resti dell’epoca, quali l’Anfiteatro romano e le Catacombe.                                                                                                                                                       La città vive un florido periodo e diventa sede imperiale con Costante II.                                                     La guerra civile con i suoi successori, mette fine all’era Bizantina.                                                                     La dominazione araba che sostituisce la bizantina,  porterà un periodo di rinascita culturale, soprattutto architettonica.                                                                                                                                   Il terremoto del 1693,  distrugge Siracusa  che rinasce in stile barocco.                                                            Il teatro Greco di Siracusa, situato nel Parco Archeologico della Neapolis, è stato costruito nel V secolo a.C., sulle pendici del colle Temenite, rifatto nel III secolo a.C., e trasformato in epoca romana e malgrado lo stato di abbandono, resta comunque uno dei bei posti del mondo ed offre lo spettacolo più grandioso e pittoresco che possa esserci.                                                                           Il Mimografo Sofrone, che cita il nome dell’architetto Damacopos detto Myrilla per avere fatto spargere unguenti, miroy, all’inaugurazione,  menziona la sua esistenza, nel V secolo a.C., anche se non è dimostrato, comunque, è certo che un teatro sia stato utilizzato e si sia svolta attività, nel periodo proto classico con il commediografo Epicarmo e contemporanei Formide e Deinoloco.                                                                                                                                         Eschilo, nel 456 a.C., rappresentò “ Le Etnee, “ per celebrare la fondazione di Catani, Aitna dove avevano trovato rifugio esuli catanesi in seguito alla distruzione della calcidese Ktane ad opera di Ierone I, rappresentata ad Atene ed anche a Siracusa.                                                                                        L’ultima opera è giunta a noi, la prima è andata perduta.                                                                              Il secolo V a.C., e gli inizi del IV, probabilmente videro la rappresentazione delle opere di Dionisio I e dei tragediografi della sua corte, cui Antifone, è stato ipotizzato anche Polacco ed è certo che il teatro non avesse la forma a semicerchio che diventerà canonica, alla fine del IV secolo a.C., e nel corso del III, costituito verosimilmente con gradinate rettilinee, a trapezio.                                                                                                                                                     Diodoro siculo, riferisce che nel 406 a.C., a Siracusa, con l’uscita dal teatro del popolo, arrivava Diionisio e Plutarco racconta dell’irruzione, nel 355 a.C., in un’assemblea cittadina, di un toro infuriato e nel 336 a.C., dell’arrivo del carro di Timoleonte, con il popolo riunito, questo a testimonianza dell’importanza dell’edificio nella vita pubblica.                                                                                                         Secondo un’iscrizione andata perduta, menzionata da Nerazio Palmato, restauratore della curia a Roma dopo il sacco di Alarico, autore del rifacimenti della scena, i lavori del teatro di Siracusa, potrebbero essere datati agli inizi del V secolo a.C..                                                                                                    L’abbandono a cui è stato sottoposto per lunghi secoli, a partire dal 1526, ha contribuito ad una progressiva espoliazione ad opera degli Spagnolidi di Carlo V che asportarono i blocchi di pietra per fortificare Ortigia.                                                                                                                                                 Il Marchese di Sortino, Pietro Gaetani, nella seconda metà del cinquecento, a proprie spese,  riattivò l’antico acquedotto, favorendo l’insediamento di diversi mulini installati sulla sommità della cavea, resta visibile la cosidetta casetta dei mugnai                                                                                                                                                                                                                                                                                           Il Settecento, sul finire, con Arezzo, Fazello, Mirabella, Bonanni, ed i famosi viaggiatori, d’Orville, von Riedesel, Houed, Denon ed altri, rese omaggio al teatro, venne menzionato e riprodotto.                                                                                                                                                   Il secolo successivo, sotto l’esempio dei suddetti eruditi dell’Epoca, nacque l’interesse del Landolina e del Cavallari che liberarono il monumento della terra, le indagini archeologiche, successivamente, proseguirono ad opera di P.Orsi ed altri fino al 1988 con Voza.                                                                         L’INDA, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, a  partire dal 1914, inaugurò le annuali rappresentazioni di opere greche, nell’antico teatro con Agamennone di Eschilo, nel 2010, è uno dei monumenti del Servizio Parco Archeologico, organo periferico dell’Assessorato dei Beni Culturali dell’Identità della Regione Sicilia.

< LA MADONNA DELLE LACRIME >

Il 21 marzo del 1953, il Parroco don  Giuseppe Bruno, nella chiesa del Pantheon, benedì le nozze di Angelo Iannuso di Vincenzo ed Antonina Lucia Giusto di Eduardo. Gli sposi, avevano progettato di celebrare le nozze in Dicembre del 1952, durante l’Ottavario della festa di S.Lucia nella Basilica del Sepolcro. A causa di un lutto di famiglia, la data del matrimonio fu trasferita.            Il regalo di nozze di una cognata, di un quadretto da capezzale, raffigurante il Cuore Immacolato di Maria, acquistato presso l’emporio di Salvatore Floresta, sito in corso Umberto I al n. 28, in Siracusa, fu molto gradito.                                                                                                       La nuova famiglia, sostenuta da un lavoro quotidiano, dallo sguardo della mamma del cielo, inizia la vita in comune, nella via degli Orti di S.Giorgio  n.ro 11 e ben presto fu confortata dalla speranza di avere una creaturina, frutto di un amore sincero.                                                                                                 La gravidanza di Antonina, si presentava difficoltosa che a volte offuscava la vista.La notte del 28 Agosto, Antonina si sentì molto male ed alle 03.00 perse la vista ed alle 08.30 circa, non vedeva affatto. Ritrovò la vita in uno degli attacchi convulsivi. Aprendo gli occhi, non credeva a se stessa, vide la Madonna del suo capezzale che piangeva. L’emozione, il timore, la gioia, fu facile che la notizia si spargesse immediatamente per il rione e per la città.      La Madonna di Antonina piangeva, versava dagli occhi, lacrime, quella mattina di sabato 29 Agosto del 1953, ha versato lacrime per ben sei, sette volte.                                                                                                                                       La folla premeva sulla povera casa, tutti volevano vedere la Madonnina, così la chiamava il popolo, fu chiamata la polizia che constatò le lacrime, dunque si dispose un servizio d’ordine al comando del Dott. Nicolò Samperisi, Commissario Dirigente l’Ufficio di P.S., coadiuvato dal Brigadiere Umberto Ferrigno, nella cui giurisdizione era posta via degli Orti.                                             Il Rione del Pantheon gridava al miracolo, qualcuno prospettava la possibilità di un trucco, don Bruno che non era andato a vedere, verso sera del 30, fu raggiunto da due uomini di età matura, si presentano davanti al cancelletto della casa Canonica e con linguaggio serio e persuasivo, lo invitano ad andare in via degli Orti, dicendogli : “ Padre, la Madonna piange, venga a vedere.”                                                                                                                                 La mattina del lunedì, prima della celebrazione della messa, vanno a trovare don Bruno in sagrestia, due bambine e gli dicono, insistendo, che la Madonnina piange, e per non lasciarle deluse, il parroco, promise loro di andarla a trovare.                                                                                                                 Il pomeriggio, Mons. Cannarella, Cancelliere della Curia Arcivescovile di Siracusa, andato nell’Ufficio Parrocchiale del Pantheon per trattare di una pratica matrimoniale, il discorso cadde sugli avvenimenti del giorno, e Don Bruno gli disse che da più parti si chiede un Giudizio dell’Autorità Ecclesiastica.                                                                                                                                              Monsignore Cannarella, disse a don Bruno che bisognava  essere molto prudenti, ed alla domanda, fino a quando, pensoso, gli chiese cosa si potrebbe fare, ed il parroco gli suggerì timidamente, l’opportunità di provvedere ad un esame del liquido lacrimale che sgorgava dal quadretto.                                                         Si decise dunque, di andare  al Laboratorio di Igiene e Profilassi della Provincia, al Foro Siracusano, per chiedere un eventuale analisi delle lacrime.                                                                                                                        L’Ufficio che faceva orario straordinario, rese possibile l’incontro con il Dott. Francesco Cotzia che si dichiarò disponibile, interessando il suo collega                                                                                                     Dott. Michele Cassola che pur dimostrandosi piuttosto scettico,  sinceramente, fu  interessato   a vederci chiaro per amore della verità, quindi fu organizzata, per l’indomani mattina, una visita nella casa degli Orti numero 11 per accertare quanto si asseriva in merito alla lacrimazione del quadretto e provvedere al prelievo di un’adeguata quantità del liquido per sotto porlo ad un rigoroso esame scientifico.                                                                                                                                                            Mons. Cannarella, si sentì sollevato da un peso enorme, e disse a Don Bruno, che disponesse il metodo più opportuno, e seguire di presenza gli eventi,di  informare  il parroco di S. Lucia al Sepolcro Padre Arcangelo Signorino, competente per territorio, dell’arrivo in via degli Orti, della commissione, concludendo : “ io riferirò a  Mons. Arcivescovo. Don Bruno, dunque eseguì premurosamente l’incarico, parlò con il capo di Gabinetto del Questore per informarlo della composizione della Commissione Scientifica e della decisione di procedere l’indomani, all’esame del liquido e lo pregò di disporre a che nessuno togliesse il quadro dal luogo dove veniva conservato se prima non fosse arrivato, con la Commissione, in casa Iannusso, dunque la questura informò il Commissario di P.S. Dott. Samperisi. Mons. Cannarella, Cancelliere della Curia Arcivescovile di Siracusa, al momento, unica Autorità Ecclesiastica in sede, in quanto l’Arcivescovo Mons. Ettore Baranzini si trovava a Canicattini Bagni, presso Villa Metodio, seminario di villeggiatura, insomma, investì il parroco, dello svolgimento delle operazioni.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Don Bruno, consapevole della delicatezza del compito e della fiducia di Mons. Cannarella, credette opportuno invitare a fare parte della Commissione, l’Ing. Luigi D’Urso, un tecnico dotato di scrupolose qualità.                                                                                                                                                                      La commissione guidata dal parroco Giuseppe Bruno, formata dal Dott. Francesco  Cotzia, Michele Cassola e dall’Ingegnere Luigi D’Urso, s’incontrarono presso l’Ufficio Provinciale di Igiene in Foro Siracusano per recarsi in via degli Orti, aggregando all’ultimo minuto, per le scale, il Dr. Roberto Bertin, chimico della Squibb, in servizio a Siracusa.

La via degli Orti, era affollata fino all’inverosimile, impedendo a chiunque di entrare in casa Iannusso.  Il servizio di Polizia, aprì un varco per fare entrare  la Commissione, senonchè  la signora Antonina, stanca, seccata per la folla asfissiante,  non voleva che entrasse alcuno, le insistenze del dott. Samperisi, non sortirono alcun risultato,ma  appena la Giusto, vide in quel gruppetto, la presenza del parroco, sicuramente ricordandosi che Don Bruno aveva presenziato al suo matrimonio, fu presa da gioia serena, e mostrandogli la foto-ricordo della cerimonia, lo invitò ad entrare, il parroco le replicò : “ o tutti o nessuno. “

Il parroco Signorino,  invitato a nome di mons. Cannarella, con un taccuino in mano, forse rendendosi conto dell’inutilità della sua presenza, ben presto si congedò dicendo a don Bruno : “ mi faccia sapere.“                                                                                                                                                     I materassi della camera da letto, erano piegati ed ivi si trovavano il Ten. Col. Giovanni Grasso, Comandante il Presidio Militare di siracusa, il Ten. Col. Carmelo Romano, un gruppetto di Agenti dell’ordine equalche altra persona, dunque fu aperto il cassetto nel quale era deposto il quadretto coperto da una tovaglietta bianca e nel vedere che gli occhi erano coperti di liquido, fu enorme l’emozione.                                                                                                                                                                        L’immagine, fu accuratamente asciugata con del cotone e poggiato sul materasso., rimanendo in attesa che si manifestasse il fenomeno.                                                                                                                Il Dott. Mario Marletta, funzionario dell’Ufficio Provinciale di Sanità, si aggregò alla Commissione e grande fu la commozione, che ci invasi il cuore, quando poco dopo le 11, l’immagine cominciò  a manifestare gli occhi gonfi di lacrime, rigare il volto e raccogliersi nel cavo della mano.                                            Alcuni presenti,  riuscirono ad assorbire con il cotone, qualche lacrima, i chimici si assicurarono una parte del liquido.                                                                                                                                                      Don Bruno, carico della grave responsabilità di assicurare  la correttezza dell’indagine scientifica attesa in tutto il mondo, non riuscì a prenderne neanche una goccia del liquido, sebbene avesse portato con sé del cotone.                                                                                                                                      I chimici , avevano raccolto una parte delle lacrime sgorgate in loro presenza, dunque la Madonna smise di piangere, lasciando un segno nella mente di ognuno.                                                                                                                  L’Ingegnere D’Urso, smontò l’immagine dalla lastra di supporto e tutti constatarono che il gesso era perfettamente asciutto. I chimici si recarono d’urgenza presso il laboratorio Provinciale di Igiene e diedero inizio ad analizzare, meticolosamente le lacrime, lavoro che si protrasse nei giorno 1 e 2 Settembre sotto ferreo controllo del parroco.                                                                                                             Una prima relazione giurata,  fu stilata in data 9 Settembre 1953 a cui ne seguì una analitica del liquido sgorgato dagli occhi della Madonnina di via degli Orti n. 11 a Siracusa.                                                                                                  La ricostruzione  degli avvenimenti dei giorni trascorsi, fu meticolosa ed altrettanto l’entrata nella camera da letto, l’estrazione da un cassetto chiuso a chiave, da parte della Signora Antonina, dell’immagine della Madonnina apparentemente di maiolica colorata su vetro nero.                                                                 L’atto della firma dei vari componenti della commissione ed il giuramento di dire la verità tutta la verità, concluse i lavori il 9 Settembre del 1953 a Siracusa, sotto l’Egida del Parroco Giuseppe Bruno.

< LA CITTA’ DI CATANIA >

< IL MONTE ETNA –IL TEATRO GRECO >

Il teatro Romano di Catania, verosimilmente risale al IV – III – II secolo a.C., è situato nel centro storico della città, piazza S. Francesco, via Vittorio Emanuele, via Timeo e via Teatro Greco.                                                                                                                                                                        Il suo aspetto attuale, è stato messo in luce verso la fine del XIX secolo, risale al II e confina ad est, con teatro minore, detto Odeon.                                                                                                                           Le fonti classiche, riportano un teatro Greco, avvalorate con l’assemblea tenuta da Alcibiade nel 415 a.C., nella consultazione delle polis siceliote.                                                                                                       La sua ubicazione non era chiara e la tradizione soleva identificarlo con il teatro di età romana.                                                                                                                                                    Le fantasticherie associate a questo edificio, hanno radicato nellacomunità, che il teatro romano fosse greco ed è dunque chiamato “ tiatru Grecu “ e la strada che lo costeggia, infatti è chiamata via teatro greco. La struttura teatrale, è di epoca Antonina, decorata con colonne marmoree, in seguito è stata resa monumentale con l’aggiunta di nicchie e finti ambienti che creavano l’illusione della profondità, l’orchestra, originariamente rivestita con con cerchi iscritti in quadrati, è stata danneggiata e più volte restaurata, sovente è allagata da una polla d’acqua sorgente scambiata con il fiume amenano, le uscite, per ricavarne ambienti e  persino  scarichi, le gradinate che poggiavano sul declivio del monteverine, sono state rovinate, e nel XVIII secolo, una delle carceris, è stata resa una palazzina privata.                                       Le figure a carattere mitologico o le celebrazioni di personalità pubbliche, decoravano i marmi, colonnati, statue e bassorilievi, un repertorio legato al mondo iconografico, cui spicca il gruppo scultoreo della Leda con il cigno, copia romana di un originale di Timotheos del 360 a.C., una lastra di marmo bianca, rappresenta un delfino, ritenuto bracciolo per un seggio d’onore o probabilmente divisore di zona riservata al pubblico.                                                               Il marmo bianco, rivestiva i sedili per creare un aspetto cromatico con il nero delle scalinate in pietra lavica.                                                                                                                                               Gli elementi decorativi, vennero trafugati, adoperati, nel 1094, per la costruzione della Cattedrale.                                                                                                                                       Sebastiano Ittar, dice che le numerose colonne, costituivano un loggiato, analogo al teatro di Taormina.                                                                                                                                                     Gli accessi, sebbene liberi, non sono praticabili per la mancanza discale, creavano un notevole giuoco di luci ed ombre, una tendenza Siciliana fin dai tempi del teatro di Thermae Himerae, Termini Imerese che emergevano dalla facciata curvilinea  e vi erano ricavate nicchie, probabilmente ospitanti statue di Divinità. Il palazzo Gravina Cruyllas,  abbandonato per il terremoto dell’11 Gennaio del 1693, le cui macerie furono sfruttate per la costruzione di una casa del settecento oggetto di discordia con il comune, espropriata alle anziane signore che vi abitavano, ha preservato integro il proprio corredo, altre due case dell’androne e liberti, sono sfruttati a fini espositivi, conferenze.                                                                                        Gli scavi effettuati da Ignazio Paternò Castello, nella proprietà dei Principi di Valsavoia ed i Gravina, ad Ovest dell’Odeon ed ad est della casa dell’Androne, sono stati rinvenuti i resti di un thermenos, il recinto sacro del tempio cui il teatro era legato.                                                                                                                     La stipe votiva, deposito di offerte, della vicina piazza San Francesco d’Assisi, ha fatto pensare che possano relazionarsi con il culto di Persefone o Demetra.

<   PORTA UZEDA  -  PIAZZA DUOMO – ‘ U LIOTRU >

<  IL FORTINO -  Porta Garibaldi: al centro si vede il Duomo >

La porta Giuseppe Garibaldi,  chiamata Ferdinandea, è un arco trionfale costruito nel 1768 da Stefano Ittar e Francesco Battaglia per commemorare le nozze di Ferdinando I delle due Sicilie e Maria D’Asburgo Lorena, che si trova tra piazza Palestro e piazza Crocifisso, alla fine di via G.Garibaldi, nel quartiere Fortino, “ ‘U Futtinu “, in dialetto catanese, in ricordo di quello costruito dal Vicerè Claudio Lamoraldo, principe di Ligne, dopo l’eruzione lavica del 1669 che colpì il lato occidentale della città, annullandone le difese medioevali.                                                                                                       L’opera di fortificazione che sorgeva a sud di piazza Palestro, ormai scomparsa, rimane una porta in via Sacchero.                                                                                                                                                I palazzi collegati alla porta, furono demoliti negli anni trenta. La riqualificazione della piazza, è tutt’altra cosa rispetto ai progetti originari.

     <DUOMO –  S. AGATA – CROCIFERI>

Un’iscrizione impressa sulla tavoletta stretta nella mano sinistra presente      nel busto reliquario di S. AGATA, recita : “ Je Talia Talia, Javi du occhi ca parunu stiddi e na ucca ca pari na rosa. Semu tutti devoti?                                           La giovane Agata, visse nel III secolo, esponente di una famiglia patrizia Catanese, consacrò la sua vita, alla religione Cristiana.                                                                                                                                      Il Governatore  romano Quinziano, notatala, decise di volerla ed al rifiuto di Lei, la perseguitò in quanto Cristiana e perdurando l’atteggiamento, la fece martirizzare mettendola a morte il 5 febbraio del 5121.                                                                                                                                                                       La popolazione, anche pagana, la venerò subito e da qui nacque il culto di Agata che si diffuse oltre la Sicilia e ben presto il Papa, la elevò alla gloria dell’Altare. Le origini della venerazione, si fanno risalire al 522, l’anno seguente del martirio.                                                                                               Agata che si rivoltò contro il proconsole romano, innestò nei Catanesi,  un grande orgoglio ed odio, verso l’oppressore straniero. La festa con il barcone barocco, secondo i Ciaceri, era ascritta all’usanza dedicata ad Iside.                                                                                                                                                 Un’altra tradizione, riportata da Apuleio ne Le Metamorfosi, la festa che si celebra alla dea Iside nella città Greca di Corinto è molto simile a quella Catanese, infatti i devoti, indossano una tunica bianca, u saccu, ed in processione tirano i cordoni del Fercolo. I festeggiamenti, ebbero inizio, spontaneamente, il 17 Agosto del 1126.                                                                                                                                                  Le spoglie della Santa, trafugate nel 1040 dal Generale bizantino Giorgio Maniace, quale bottino di guerra, 86 anni dopo, furono riportate a casa, da Costantinopoli, dai soldati Giliberto e Goselino ed accolte dal Vescovo Maurizio che si recò al castello di Jaci. I cittadini, si riversarono per le strade e ringraziarono Dio.                                                                                                                                                                 I festeggiamenti che si svolgevano nella Cattedrale, dopo il terremoto del 4 febbraio del 1169 che rase al suolo la città e seppellì nel Tempio crollato, oltre 80 monaci ed alcune migliaia di fedeli che celebravano il martirio, costruito il fercolo di legno, nel 1376, furono portati per le vie della città.                       Le processioni, dal 1209 al 1375, avvenivano con il velo della Santa, il fercolo fu inaugurato nel 1519, il 7 aprile del 1943, fu danneggiato da un intenso bombardamento  dell’aviazione britannica, ricostruito nel 1946, è in argento su telaio di legno.                                                                                       Il Senato della città, alla festa Religiosa, ne affiancò una popolare, inserendo nella processione della vara per le vie cittadine, per intrattenere i fedeli provenienti da ogni parte ed evitare problemi di ordine pubblico, spettacoli di natura diversa, sanciti da un regolamento al quale gli organizzatori dovevano attenersi, scrupolosamente.                                                                                                                                         L’eruzione dell’Etna avvenuta nel 1669, ricoprì gran parte della città e rese impraticabile la viabilità cittadina.                                                                                                                                                                     La festa che fino al 1692 si svolgeva in un solo giorno, nel 1712, assumendo un’importanza maggiore, fu strutturata il 4 e 5, venne attuata una pianta ortogonale che rese la viabilità più facile, la città si era espansa con strade più larghe ed ordinate.                                                                                                               La data dei festeggiamenti di febbraio, si riferisce al martirio della Santa, in Agosto, ricorda il ritorno delle spoglie.                                                                                                                                                                  La festa di Sant’Agata, risulta bene etnoantropologico, patrimonio dell’Umanità, con la città tardo barocca del Val di Noto conferito dall’Unesco nel 2002.

< LA CITTA’ DI BRONTE >

< DUCEA DI MANIACE – LA FESTA >

< CURRAO GRAZIA – DANIELA LENTINI >

 

           < IL PISTACCHIO DI BRONTE – FRASTUCA –

La città di Bronte fu parzialmente danneggiata durante l’eruzione dell’Etna del 1651, mentre le colate delle eruzioni del 1832 e 1843 si avvicinarono ai suoi territori, senza però raggiungere l’abitato.                                                                                                                      L’eruzione del 1843 è conosciuta soprattutto per la morte di 59 persone causata da un’esplosione che avvenne quando la lava invase una cisterna d’acqua. Questo è l’incidente più grave conosciuto nella storia delle eruzioni dell’Etna, che può essere direttamente associato con l’attività del vulcano. L’ammiraglio britannico Horatio Nelson fu insignito del titolo di duca di Bronte nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie con una donazione significativa di terreni, fra cui il Castello e la chiesa di Santa Maria nei pressi di Maniace.                                                                             La città, durante il Risorgimento, fu teatro di un episodio controverso, noto come la Rivolta di Bronte. L’8 agosto del 1860, i contadini di Bronte si ribellarono occupando le terre dei latifondisti, dando credito alle promesse di equa ripartizione delle terre da parte di Garibaldi.                                                          La rivolta fu soppressa da Nino Bixio mediante una rappresaglia (Strage di Bronte). Il comune di Bronte, “Città del Pistacchio”, è tra i più estesi della provincia  di Catania.                                                                                                     Vuole il mito che il ciclope Bronte, figlio di Nettuno, sia stato il fondatore ed il re della città omonima, ma furono i Siculi i primi abitatori della zona, intorno all’VIII secolo a. C., come è testimoniato dalla presenza di cellette funebri a forma di forni rinvenute in territorio brontese. L’abitato, posto sopra un pendio lavico della zona nord-ovest dell’Etna, domina la valle del Simeto.                                                                                                                                                         Da qualunque parte si volga lo sguardo si offrono all’osservatore le immagini della lussureggiante e variegata campagna siciliana.                                                                                  Anche dove successive eruzioni hanno ricoperto il territorio di dura roccia lavica, i contadini Brontesi, sfruttando gli insegnamenti degli antichi dominatori arabi, sono riusciti ad impiantare alberi di pistacchio, che proprio sulla roccia lavica crescono rigogliosi, producendo la migliore qualità di pistacchio presente sui mercati mondiali. Furono appunto gli Arabi, strappando la Sicilia ai Bizantini, a promuovere e a diffondere la cultura del Pistacchio nell’isola e, a conferma di ciò, basta considerare l’affinità etimologica del nome dialettale dato al pistacchio col corrispondente termine arabo. “Frastuca” il frutto e “Frastucara” la pianta derivano infatti dai termini arabi “fristach”, “frastuch” e “festuch” derivati a loro volta dalla voce persiana “fistich”.                                                                                                                                     Di colore verde smeraldo e profumo intenso è molto usato nella pasticceria per la preparazione di dolci come croccanti, fillette (specie di savoiardi), torroni e torroncini, paste e torte. Sono tanti, inoltre, i monumenti che abbelliscono la cittadina dal punto di vista storico ed architettonico, ma su tutti il Castello Nelson e il Real Collegio Capizzi, oggi sede della biblioteca borbonica con l’archivio di storia patria.                                                                                                                             Un patrimonio impreziosito delle opere letterarie originarie dell’illustre Spedalieri e di atlanti geografici di rara bellezza per fattura artistica e conoscenze fisico-politiche del 600 e del 700 e che ospita la più importante Pinacoteca della Sicilia, esponendo una preziosa raccolta del maestro brontese, “Nunzio Sciavarrello”.  Il Castello di Nelson o cosiddetto “Castello di Maniace” si trovava a cavallo della grande trazzera regia che per tutto il medioevo fu l’arteria più importante di penetrazione nell’interno dell’Isola, percorsa da Re e Imperatori, da eserciti e torme di invasori.                                                                                                                              Per essa infatti penetrarono nel Valdemone gli Arabi; su di essa si svolsero le prime battaglie dei conquistatori Normanni; per essa si avventurava, dopo aver fatto testamento, il viaggiatore che voleva raggiungere Palermo.                                                                                                Oggi è un luogo turistico e di cultura di alto interesse e di prestigio. Festa dei patroni San Biagio il 3 febbraio e Maria SS. Annunziata il 9 agosto.

< LA DIAVOLATA DI  ADRANO -  IL CASTELLO >

La tradizione, attribuisce la fondazione della città di Adrano, al condottiero normanno  Ruggero I che intorno al 1070 la sottrasse al dominio Arabo, lasciandola in eredità alla nipote Adelasia.                                                                                                                                                       I normanni, nell’XI secolo, crearono le fortezze,Il castello di Adrano e delle vicine Paternò e Motta Sant’Anastasia, i normanni, per controllare militarmente, la Sicilia Orientale, la via d’accesso all’entroterra, la valle del fiume Simeto, e garantire il controllo della città di Catania e del territorio retrostante simile ai castelli delle terre d’origine Il castello, nei secoli successivi alla sua fondazione, fu residenza di famiglie siciliane, i Pellegrino, Sclafani, Momcada dominando adrano ed il suo territorio. La fortezza, cessò di essere sede nobiliare, nel XVII secolo, ed a causa del terremoto del 1693, i soffitti, erano crollati ed il primo piano, fu utilizzato a carcere, dice Ignazio Paternò Castello, alla fine del settecento descrivendo Adrano e parlando della bella torre dei normanni, rimanendo così fino al 1958,nel momento in cui non è più utilizzato quale luogo di pena e restaurato rinasce a Museo.

 

LA CITTA’ DI PIAZZA ARMERINA

< Villa romana del casale >

               

 

     

 

              

 

La villa del casale è una dimora rurale tardo-romana, i cui resti sono situati nell’immediata periferia di Piazza Armerina in provincia di Enna. Fa parte dal 1997, dei patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. La scoperta della villa si deve a gino Vinicio Gentili che nel 1950 ne intraprese i lavori a seguito di segnalazioni degli abitanti del posto. Lo scopritore, in un primo momento, basandosi sullo stile dei mosaici, datò l’impianto della sontuosa abitazione, sorta su una antica fattoria, non prima della metà del IV secolo, successivamente, lo stesso, l’assegnò all’età tetrarchica e Ranuccio bianchi Bandinelli, al primo venticinquennio del IV secolo. I  mosaici, per un insieme di circa 3500 metri quadrati, da alcuni motivi di  derivazione urbana, sono stati elaborati da maestranze africane ed anche romane.

 

 

RESIDENZA E LAVORO

 

 

L’incontro era stato chiarificatore, l’accettazione del rischio,                                                               mi sollevava dall’ansia, l’occasione poteva risultare interessante,                                                      per essere definitiva, avrei dovuto attendere il risultato del concorso.                                                      La casa situata nella vecchia città, poteva essere l’ultima residenza.                                                       Il vagabondare risulta stressante ed allora cercavo un punto fermo,                                                      se hai il lavoro, programmi la tua esistenza, ed un luogo vale l’altro,                                               comunque non è mai quello che desideri, i coetanei sono altrove.                                                             Il viaggio a bordo dell’Auto 600, verso la piazza di lavoro,                                                                 carica di anni e speranze tenute in vita da uno spirito maligno,                                                       invero è un espediente per non tagliarmi le gambe,                                                                      circuisco il  camminare, tento di confonderlo, ed andare.                                                                       La galleria buia, mi si parò in faccia tale e quale ad una minaccia,                                                 rallentai e lentamente, ritrovai la luce, fu un brutto presagio,                                                              Un vermicello, si fece spazio nel mio cervello e nacque l’avventura.                                                  Mi organizzai il tempo libero che il lavoro mi lasciava,                                                                       entrai in solitudine nella città, le antiche chiese, le stradine                                                                   e mi sorpresi nel sentirmi nascere un pensiero birichino, notai                                                     qualche attenzione, qualche sorriso continuo, dolcissimo,                                                            cominciai a scherzare e mi ritrovai avvolto in un alone di timidezza,                                              sognavo i suoi occhi, il suo viso, la sua bocca che si avvicinava,                                                    spicchi d’arancia, turgidi, pieni e  succosi, però non mi accorsi                                                           che ombre spigolose si prendevano giuoco  della mia semplicità,                                                       del mio instancabile lavoro, la parola data che veniva meno                                                                  e con l’incredulità sulla faccia attraversai le stanze, la piazza.                                                 L’arroganza diventò pesante e mi librai a tagliargli la cresta,                                                                ho riflettuto e mi sganciai dall’impegno profuso, chiesi il conto                                                                e mi allontanai senza recriminazione alcuna, anzi fermandomi                                                             al ristorante sulla strada poco fuori le mura della città e festeggiai                                                       con tagliatelle e funghi porcini che la cucina esaltava a meraviglia.

 

LUCIANO

 

 

I giorni di scuola, sono coriandoli di conoscenza, segni informi                                                               di un futuro incerto, di scoperte e di delusioni, di mare                                                                          e di  campagna, di fiori e di sole, una convivenza riempita                                                                       di corse e partite di pallone con per campo la strada,                                                                         una rincorsa alle lezioni, agli esami ed agli amori, impastati                                                                  di timidezza e riservatezza, un bacio volante, uno scherzo ed entri                                                    nella competizione per prendere possesso di un posto di lavoro.                                                          Gli anni nel segno della semplicità, sono trascorsi, le ferite                                                              sono nascoste nell’anima ed a volte, inconsapevolmente                                                                  escono a dichiarare, che il mondo si è rovesciato, cerchi un appiglio                                                  per non perdere l’equilibrio, la  gioia, il dolore, il giorno, la notte                                                          che ti accompagnano sono fratelli, fanno parte di te                                                                               e non puoi disperderli per la città, sugli alberi, sui muretti a secco.                                                   Allora confondi i parenti, guidi fino alle pendici del Santuario,                                                                  in coda per posteggiare nella spianata e prendere l’autobus,                                                                 Luciano, Vigili Urbano, mio compagno di scuola è in comando,                                                  al santuario, forse per ossigenarsi dal servizio quotidiano sulla strada,                                               mi autorizza a salire con la macchina, ripromettendoci di rivederci.                                            L’incontro in piazza, ritornando a casa, è stata una sorpresa,                                                           anche se per pochi minuti, per abbracciarci, mi ha ridato il coraggio,                                           l’ebbrezza della fanciullezza che la città m’aveva tolto.                                                                    L’ho rivisto nel nosocomio dove prestavo servizio                                                                              Una raucedine, la tosse, un torace, la solita inutile terapia                                                                    ed il cancro al polmone si rafforzava, lo debilitava ogni giorno di più.                                                       I controlli, misuravano  aggravamento, oramai l’aveva vinto.                                                                   Ho telefonavo per salutarlo, il figlio che con mamma l’accompagnava,                                 mi ha risposto che papà, aveva perduto la battaglia, era morto.

 

LA BADANTE DI MIA MADRE

I figli, dispersi nei vari luoghi di lavoro, in altre città, la maggioranza,                                               anche se residenti in loco, per busillis con il fratello o la sorella,                                               comunque per una stupida insofferenza, rimangono indifferenti,                                                             alla morte del padre, l’anziana genitrice, rimasta sola nella grande casa,                                          con la salute sempre più precaria, ha bisogno, di una persona                                                                  Il rischio di metterla nelle mani di una donna estranea, straniera,                                                         che non parla la lingua, costumi diversi, incapace di somministrare la terapia,                                    di seguire il diario terapeutico, somministrano medicine non in modo                                       adeguato, creando nocumento, bevono, vendono il loro corpo,                                                 svolgono le mansioni superficialmente, però richiedono i loro diritti, e le locali, sono neghittose, si  vergognano a svolgere questo servizio,                                                                 insomma consapevoli delle difficoltà, costretti, abbiamo affidato mamma,                                         ad una giovane donna dell’Ucraina, confidando  nella carità di Dio.                                                         La Signora Ludy, accudiva mia madre con amore e generosità                                        l’accompagnava  con delicatezza, con movimenti leggeri, in modo                                                        che non le risultassero traumatici, le articolazioni rispondevano a fatica,                delicatamente, le somministrava le medicine necessarie alle sue patologie,                                     con grazia, l’alzava e la coricava, in bagno, insomma secondo                                                                le sue disposizioni, la Maculopatìa l’aveva resa cieca, la memoria iniziava                                                a traballare, andandola a trovare, mi ero ridotto, a sperare                                                               che mi riconoscesse dalla voce, a volte restavo col dubbio,                                                                 in seguito Nicola, il marito, per  educazione,  buon animo,                                                         dedizione al lavoro di agronomia, ha coltivato un terreno a fianco,                                        raccogliendo frutti e verdura  per casa, sinceramente,                                                                      sono divenuti  componenti della famiglia.                                                                                               La Signora Ludy, ha saputo mantenere mia madre, in una condizione,          sufficientemente, moderatamente ottimale e a chiamarla Badante,                                                      mi risulta alquanto riduttivo, mi sono convinto che senza la sua opera,                                  abnegazione, sarebbe vissuta molti anni di meno e sicuramente,                                                escludendo l’amore dei figli, avrebbe avuto una qualità di vita, pessima.

UN BRANCO dI RATTI

Le mani, la faccia, il corpo intero, vestito di mare e di sole,                                                                non volevo piegarmi alla comunità di ratti che avevano preso                                                    possesso delle strade, degli Uffici della città, le persone vessate,                                                 offese, soffrivano, cercavano la giustizia, il lavoro, la verità,                                                                 Una voce si alza nel silenzio delle grida ed in una cantilena,                                                          come se recitasse una preghiera imparata da bambino,                                                                  dice che la verità è una magia della mente, infiamma i cuori                                                              dei giovani e delle persone che non sanno stare tranquille,                                                                che si ribellano, e sono chiamati scellerati, pazzi, senza senno,                                     sinceramente non ho  mai visto uno che si è alzato da terra sorridendo.                                             La verità ha bisogno di coraggio, seppure osannata, non piace a nessuno,                                           forze diverse,  di ogni genere, anche istituzionali, fanno a gara,                                                                     programmano addirittura  stragi per impedire che salga a galla,                                     induce a sospettare della giustizia, le prove mancano, si perdono                                                           nei meandri dei servizi che dovrebbero aiutarla ad emergere e se,                                                   dopo tante sofferenze e travagli, la sentenza prende è liberata,                                                                   è talmente diluita che la strage, l’efferatezza,  sembra sia una morte                                                        accidentale di un insetto dispettoso.

< LA LEGGENDA DI COLAPESCE >

Il poeta Franco-provenzale  Raimon Jordan nel XII secolo,  canta di un certo     “ Nichola de Bar, “ il canonico inglese Walter Map, circa nello stesso periodo, riferisce di un “ Nicolaus “ soprannominato “ Pipe “ che viveva nel mare, andava alla ricerca di cose preziose nei fondali, riuscendo a restarci senza respirare.  Un altro monaco Inglese, Gervasio di Tilbury, di “ Nicolaus “ soprannominato “ papa “ dice che il Re di Sicilia Ruggero II, costrinse un abile marinaio pugliese, a scendere nel mare del Faro ed esplorare gli abissi ove il nuotatore scoprì monti, valli e boschi, campi ed alberi ghiandiferi ed ai naviganti di passaggio, chiede dell’olio per osservare meglio.

Un altro Frate,  Salimbene de Adam, di Parma, nel XIII secolo, narrava del Re di Sicilia  Federico II che ordinava a Nicola, nuotatore Messinese, di portargli una coppa d’oro che scagliava sempre più in profondità fino a che il povero ragazzo, non scomparve negli abissi ed ecco che compare il personaggio della madre che lo maledice per le continue immersioni, e finisce per diventare pesce.                                                                                                                              Cola cerca rifugio nel mare, usando il corpo dei grossi pesci ed uscire tagliandone il ventre.

La leggenda, trae origine dal culto tardo pagano dei figli di Nettuno, ossia dei sommozzatori in grado di trattenere il respiro in apnea che accoppiandosi con misteriosi esseri marini, le foche monache, con l’aiuto della sirena Partenope, acquistavano poteri magici per carpire segreti e tesori.                                                                                                                                         La versione più conosciuta, Palermitana. Narra di un certo Nicola, cola di Messina, figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per l’abilità nel muoversi in acqua e per il raccontare al ritorno delle meraviglie viste ed a volte dimostrandole con tesori.                                                                                         La sua fama, giunse al Re di Sicilia ed Imperatore Federico II di Svevia che decise di metterlo alla prova recandosi con la corte a bordo di un’imbarcazione, al largo e buttando in acqua una coppa che Colapesce recuperò, la corona che aveva in testa, in un luogo ancora più profondo, trovata, ed allora lasciò scivolare una anello, negli abissi ed il ragazzo, non riemerse più, scendendo ancora in profondità, scoprì che la Sicilia, posava su tre colonne, ed una era piena di crepe, segnata dal tempo, che il fuco dell’Etna  l’aveva consumata e per evitare che sprofondasse, decise di restare sott’acqua a sorreggerla.

LA RIFLESSIONE DI UN CRETINO

Io ho molto rispetto per gli altri, mi è anche successo però, di pensare, posto di fronte a certe persone, di non andare oltre il saluto.                                                                                   L’arroganza è un tarlo che brucia la bellezza fisica,  mi sento a disagio e continuo la mia strada, perché neanche l’ascolto è possibile.                                                                                         La sua voce, ha un tono rarefatto, che sa di falso, metallico ed anche se non lo è, percepisco il pensiero, dunque non meritano.                                                                                             La mia esistenza non è stata facile, la fiducia che ho dato è stata mal riposta, l’ingenuità ha segnato la mia condotta, ho sopportato sulla mia pelle, il fuoco delle armi, che un amico ha conservato per anni, nel caffè, in ufficio, per strada, al ristorante ed all’improvviso, nel momento che ha reputato più opportuno, ha svelato la ferocia del nemico e steso per terra.                                                                                                                                                      Sono riuscito  a rialzarmi, le ferite ancora mi sanguinano, però non ho perso l’abitudine a fidarmi degli altri e sistematicamente a pagare il conto.                                                                                                                                La società odierna, è un pullulare di cercatori di elemosina e maleducati, che non sai se guardare la necessità o la delinquenza, e mi scoppia la memoria, la remora mi trattiene la mano, a volte vengo sopraffatto dalla rabbia isterica di prenderli a calci.                                                                                                               Un ristoro, mi scappa, rammento che qualche beneficio l’ho  ricevuto, anche se l’ho  considerato un passaggio sporadico, il valore di un’azione sta nel portarla a termine, lasciarla non conclusa, ha in significato di non avere fatto nulla, comunque mi ha spinto a lottare, ottenendo il risultato voluto, ammorbidendo il mio atteggiamento.                                                                                                                    I momenti difficili, accompagnano chiunque, altrimenti staremmo bene e non avremmo bisogno di nessuno, dunque se posso, offro loro un ristoro, ed è per questo che non riesco, pur cercando negli angoli più remoti del cervello,  con affanno, a trovare una ragione agli eventi che giornalmente vengono riportati dai giornali, televisioni,  i miei sensi si svestono di ogni freno inibitorio, di  annessi e connessi, di lacci e lacciuoli, eppur tuttavia, si ritrovano legati mani e piedi e tento di liberarmi della ragione, ed ecco che invidio le persone che hanno la Fede, trovano in essa, un rifugio e sopravvivono alla specie.                                                                                                             La sopravvivenza è una tragedia, la riflessione che faccio e che mi attanaglia, non mi lascia scampo, mi chiedo, il rispetto per il padre è un principio inossidabile, con la complicità della religione, si combattono guerre fratricide, stupri, assassinii, dunque  la manipolazione non un esempio non è da seguire.                                                                                                                         Io, sinceramente penso che il rispetto va portato, nel suo nome però,  non si posssono commettere crimini.                                                                                                                                                  La comunità, non può stare alla finestra ad aspettare, ha l’obbligo di combatterli la mistificazione, altrimenti si diventa complici, dei loro stupri, delle mutilazioni, e della morte.                                                                                      Lo stato, recito, funziona alla stregua di un padre di famiglia, vuole bene ai suoi figli, dunque ha l’obbligo,  per mezzo degli Uomini in divisa, arruolati all’uopo, a proteggere, a difendere i propri cittadini, le persone più deboli, a fare rispettare le leggi che si è dato nel bene di tutti.                                                     Un figlio è il bene più prezioso e se non è in grado di badare a se stesso, che ha bisogno di essere aiutato, il padre deve correre in suo soccorso e difenderlo anche contro i suoi stessi apparati trasgressori.                                                                                                                              La realtà è diversa, l’attività  quotidiana è svolta  nel culto della bugia, del contrabbando, usa nascondere la verità.                                                                                                                               Gli uomini, in specie delle Istituzioni Governative, hanno mani in pasta, organizzano stragi, brigano per interessi personali ad occultare i fatti, caricano di difficoltà la giustizia togliendo, falsificando prove, impedendo che venga conclamata  la giustizia.                                                                                                      Le forze che depistano, nascondono, impediscono che la verità emerga, sono registi di morti, contribuiscono a che si verifichi il rischio di assolvere tutti, che i partecipanti all’efferato delitto, la facciano franca e con arroganza dichiarino la vittoria.                                                                                                                             Le persone, sono considerate  un insetto dispettoso che bisogna schiacciare.                        La verità è una magia della mente e non si può offendere, soffocare, cancellare per mancanza di prove, assolvere con la parola, nesso, cioè non c’è nesso fra causa ed effetto.                                                                                                                La famiglia ha il diritto di essere rispettata, gli operatori dello stato, gli uomini delle Istituzioni hanno il dovere oltre che l’obbligo di servire e proteggere i cittadini.                                                                                                                        La famiglia,  i cittadini, anche se hanno commesso qualche errore, fanno parte di una comunità civile, la loro convivenza ha bisogno di essere aiutata, guidata per il bene di tutti.

La legge è un’opera di sapienza, le norme di condotta di una comunità che vieta di perseguire il male, che conducono ad una serena convivenza nel rispetto reciproco.

Antonio Accordino –  antonioaccordino@gmail.co – Milazzo, 18/11/2014

 

 

 

 

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UN INVEROSIMILE RITORNO

Scritto da: Blog Admin il 6 Luglio 2014

UN INVEROSIMILE RITORNO
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Un giovane non può tenere il domani in mano,
osservarlo e non utilizzarlo, non è un giuocattolo,
ha diritto di usarlo, manipolarlo e vezzeggiarlo.
La partenza non è stata facile, è stata una necessità,
per evitare di cadere preda dell’inutile diletto
La strada raccoglie cocci di bottiglie, mani armate,
facce tagliate, bruciacchiate, sporche e delicate,
La difesa è un obbligo per la sopravvivenza,
devi scendere in guerra, anche se non sei un guerriero,
devi essere pronto, devi armarti di coraggio
ed affrontare il nemico che ti cammina di fianco.
La società dei diversi, di lupi e tamburini, atei
e credenti, di altre religioni che non hai mai studiato,
delle quali sei estraneo, ti vengono sopra, ti soffocano.
Ho vagabondato e mi sono fermato in tante località,
ho conosciuto gente d’onore e malfamata, ho chiesto
il rispetto è la carta di credito, ho avuto quanto mi spettava,
non sono pieghevole, neanche un bastardo, però conosco,
la strada e so scansare le buche, aggirare le auto, suv
e le moto col casco con a bordo la morte, ho avuto paura,
ho subito ferite ed umiliazione, non mi sono mai arreso,
ogni attività è conservata nel mio zainetto da passeggio
So che ho perso per strada, un sacco di sogni, se riesco
a recuperarne qualcuno, anche malandato, è un desiderio.
Stavo in viaggio sull’autostrada, in contrada Cicero,
mi è saltata in collo, una striscia di case rosse,
allineante in faccia al mare, un bagliore, una saetta
improvvisa, un raggio d’amore, ha fermato
il mio piede che accelerava e mi sono accostato
alla barriera protettiva che inebetita luccicava sotto il sole.
Sono sceso, pericolosamente ho attraversato la strada,
mi sono sporto a guardare e mi sono accorto, ho intravisto
quello che un tempo è stato il mio villaggio, si era vestito
di un bel colore rosso, di un morbido straordinario,
allo svincolo sono uscito, ho ritrovato la vecchia strada,
ho passeggiato, sono andato alla casa genitoriale,
ho perso la memoria, l’orientamento e l’equilibrio,
sono fuggito verso la statale, nel terreno eletto a cimitero,
che ascrisse a carico dei pescatori, una condanna penale,
che li trascinò nei vari gradi di giudizio e poi amnistiati.
Ho ritrovato nei morti, la mia identità ed ho ripreso il viaggio.

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